domenica 24 maggio 2026
Céleste / Chloé Cruchaudet
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
giovedì 8 gennaio 2026
Morti di sonno / Davide Reviati
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
venerdì 24 ottobre 2025
Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier
Grazie al suggerimento di non ricordo più chi al termine di una puntata di Globo, il podcast del Post, compro questo particolarissimo albo, che mette insieme le fotografie di Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, amico d’infanzia di Didier (Frédéric Lemercier si è occupato dell’impaginazione), per farci rivivere la spedizione in Afghanistan con Medici senza frontiere a cui Lefèvre partecipò nel 1986.
Giovanissimo, Didier si unì a un gruppo di operatori esperti di MSF che partiva dal Pakistan per raggiungere via terra l’Afghanistan, in quel momento sotto l’attacco dell’URSS. Lo scopo della missione era per MSF l’individuazione di un sito dove allestire un ospedale per curare la popolazione locale. Per Didier fu l’occasione per realizzare uno straordinario reportage (oltre 4.000 foto), che dopo il suo fortunoso ritorno in patria rischiò di essere abbandonato e dimenticato. Solo sei foto di quelle da lui scattate furono pubblicate su Libération a dicembre del 1986, fino a quando l’amico fumettista Emmanuel Guibert non ebbe l’idea di utilizzare le fotografie mescolandole con parti disegnate per raccontare quel viaggio.
Ne è venuto fuori uno straordinario esempio di graphic journalism, che ci permette di partecipare empaticamente a tutte le fasi di questo viaggio, dal durissimo cammino attraverso le montagne del Nuristan, all’arrivo e al soggiorno nel villaggio afghano di Zaragandara, luogo in cui fu realizzato l’ospedale, fino ad arrivare al drammatico viaggio di ritorno in solitaria, durante il quale Lefevre rischiò di morire. Queste tre parti costituivano inizialmente tre volumi del graphic novel, che sono poi state ripubblicate tutte insieme nell’albo di grande formato pubblicato nel 2022 da Coconino Press.
Il racconto per immagini disegnate e fotografate non solo ci permette di comprendere meglio il senso della missione di MSF e le motivazioni dei suoi protagonisti, ma anche di farci un’idea del contesto e delle sue contraddizioni, degli orrori diretti e indiretti della guerra, e soprattutto dell’umanità che vive e attraversa questo territorio.
Didier fece esperienza di grande generosità e solidarietà, ma anche di grande avidità e assenza di scrupoli, perché di fronte ai conflitti si innescano le dinamiche più varie. Attraverso gli occhi di Didier vediamo un paese e un popolo in cui una grande bellezza e forza si mescolano ad altrettante brutture e meschinità.
Il valore aggiunto di questa affascinante opera di graphic journalism è stato per me il punto di vista del protagonista che, come dice il titolo dell’albo, è un fotografo e con questo ruolo partecipa alla spedizione. Pur non avendo mai fotografato in situazioni estreme come quelle in cui si è ritrovato Didier, ho riconosciuto alcuni dei suoi pensieri e sentimenti: il potere calmante della fotografia, i momenti di stanchezza fotografica, i dubbi sull’opportunità o meno di scattare in certe situazioni, il rapporto simbiotico con la macchina fotografica e il senso di tragedia quando l'attrezzatura subisce qualche danno o si è impossibilitati a fotografare.
Didier portava con sé oltre 130 rullini e non poteva vedere immediatamente come noi il risultato dei suoi scatti, cosa che rende la sua avventura ancora più epica e le sue emozioni ancora più intense e straordinarie.
Un libro che mi è piaciuto moltissimo, che accorcia le distanze da molteplici punti di vista, che ci fa toccare l’umanità nella sua essenza più universale, e che merita dunque di essere letto dal maggior numero possibile di persone, soprattutto giovani.
Tra l'altro, leggendo i ritratti dei protagonisti alla fine dell’albo (ironici, ma anche pieni di sentimenti), ho scoperto con grandissimo dispiacere che il povero Didier Lefèvre è morto prima dei cinquant’anni a causa di un infarto. Tanto più sono contenta che questo suo lavoro non sia rimasto dentro un cassetto, ma abbia trovato uno sbocco editoriale di grande bellezza come questo.
Voto: 4/5
lunedì 3 febbraio 2025
La strada / Cormac McCarthy; La strada / Manu Larcenet
La strada / Manu Larcenet; dal romanzo di Cormac McCarthy; trad. di Emanuelle Caillat. Roma: Coconino Press – Fandango, 2024.
Ed eccomi a un classicone letterario contemporaneo che non avevo ancora letto e che, dopo la morte di McCarthy, ha avuto nuova linfa anche grazie all’adattamento in forma di graphic novel a opera di un grande del fumetto francese, Manu Larcenet.
Il romanzo di McCarthy ha due caratteristiche principali che ne fanno un soggetto adattissimo a una trasposizione per immagini, e direi non tanto a un film (che pure è stato realizzato), ma proprio a un graphic novel: l’essenzialità della narrazione e uno stile narrativo molto visivo, cosicché anche durante la lettura si hanno davanti agli occhi immagini piuttosto dettagliate, che poi ciascuno con la sua fantasia può completare e dotare di un contesto.
Il mondo raccontato ne La strada è un mondo post-apocalittico: la scrittura non ci rivelerà mai che cosa è successo, possiamo ipotizzare una catastrofe atomica mondiale che ha distrutto gran parte di quello che l’uomo ha costruito e ha devastato il mondo vivente, dalla natura agli animali, agli esseri umani.
Al centro del racconto un padre e un figlio che viaggiano con il loro carrello senza una meta precisa: vanno verso sud, per sfuggire al freddo dell’inverno. I due sono dei sopravvissuti, e l’unica possibilità per loro di continuare a vivere è continuare a muoversi seguendo “la strada” e facendo piccole deviazioni da essa per nascondersi e riposare, alla ricerca di cibo e cose utili per sopravvivere.
Capiamo ben presto che in questo mondo plumbeo e ricoperto di cenere, non sono molti i sopravvissuti: molti sono morti per la catastrofe che non ha un nome, molti hanno preferito morire di fronte all’assenza di qualunque prospettiva, altri ancora sono morti per gli stenti oppure negli scontri tra le bande di sopravvissuti. In questo momento gli esseri umani rimasti sembrano aver perso qualunque forma di umanità, fino a diventare gli uni predatori degli altri per sopravvivere. Per questo, padre e figlio viaggiano con una pistola sempre in tasca e devono tenere gli occhi sempre aperti per non finire essi stessi preda di altri sopravvissuti senza alcuno scrupolo.
Ma in quale futuro possono credere i due protagonisti continuamente messi di fronte alla fame, alla miseria umana, all’orrore, alla violenza e senza una vera speranza che non sia la sopravvivenza, un padre che sa di avere i giorni contati e un bambino che non sa com’era il mondo perduto e vede solo morte intorno a sé?
Il libro di McCormack non è articolato in capitoli, bensì si struttura in paragrafi di dimensioni variabili, ma piuttosto brevi, una sequenza di immagini e di situazioni che alternano il cammino dei due protagonisti alle soste per dormire, ripararsi, mangiare. I dialoghi – che avvengono quasi esclusivamente tra loro due – sono essenziali e piuttosto ripetitivi. Eppure, nonostante questo stile iterativo e scarno, il romanzo riesce a essere ricco di sentimenti e, nell’orrore di questo mondo azzerato dagli stessi esseri umani, riesce a far emergere – attraverso i due protagonisti - il meglio dell’umanità: la pietas, l’amore, la tenerezza, la bellezza, la resilienza, la generosità, il coraggio. E devo dire che l’adattamento di Manu Larcenet – nei disegni e nelle scelte narrative – riesce a essere perfettamente fedele al tono e al senso del libro, arricchendolo degli sguardi dei protagonisti e dando forma agli orrori che si parano davanti ai loro occhi.
In un presente come quello che viviamo il romanzo è un monito di cui l’umanità sembra far fatica a ricordarsi e a tener conto, in un senso di onnipotenza e di invincibilità dei singoli, dei gruppi e dei popoli che tutti i giorni ci mette davanti piccole e grandi azioni di autodistruzione.
Voto: 4/5
mercoledì 4 settembre 2024
Hypericon / Manuele Fior
Siamo negli anni Novanta. Teresa ha studiato archeologia ed è stata selezionata per un’importante posizione a Berlino, dove dovrà occuparsi dell’allestimento di una mostra sulla tomba di Tutankhamon. Per questo sta leggendo il libro nel quale l’archeologo Howard Carter racconta modi e tempi della emozionante scoperta della tomba, avvenuta nei primi anni Venti, dopo essere rimasta inviolata per millenni, e che nascondeva un tesoro straordinario.
Teresa è una ragazza che sa quello che vuole, è molto organizzata e nella vita procede come un treno verso i suoi obiettivi. L’arrivo a Berlino e l’incontro casuale con Ruben, un giovane che vive in una casa occupata e va in giro con un cappotto dell’armata russa, mentre il padre lo controlla da lontano e lo mantiene, saranno per Teresa l’occasione per ripensare al proprio percorso e fare i conti con una parte di sé.
Teresa e Ruben non potrebbero essere più diversi: tanto lei è responsabile, lineare, razionale e orientata al risultato, quanto lui è leggero, infantile, non focalizzato, istintivo. Il loro incontro è un colpo di fulmine, da cui inizia una storia d’amore non certo facile, minata dalle profonde differenze tra i due, e anche dall'insonnia cronica di Teresa che la rende spesso intrattabile.
Parallelamente alla storia tra Teresa e Ruben si sviluppa anche quella del ritrovamento della tomba, e le due storie confluiranno nell'allestimento della mostra e nel suo successo.
Manuele Fior, con la sua ormai quasi scontata ma non per questo meno ammirevole perizia, rievoca – quasi fosse un sogno - una stagione della vita, che è quella dei sogni e delle opportunità ma anche quella della definitiva perdita dell’innocenza e del passaggio all'età adulta, e che proprio per questo si tinge di una inevitabile malinconia. Un’età della vita che si rispecchia anche nella Berlino dell’epoca, città in pieno fermento e aperta a mille possibilità.
In un attimo siamo poi all'11 settembre 2001, a quel momento che con l’attentato alle torri gemelle segna la fine di un’epoca e un passaggio decisivo nei destini collettivi, nonché in quelli individuali di Teresa e Ruben.
Il titolo Hypericon fa riferimento ai fiori gialli che accomunano la storia di Teresa e Ruben e quella della tomba di Tutankhamon. È l’iperico che Ruben consiglia a Teresa per combattere la sua insonnia, nonostante quest’ultima non creda nei rimedi omeopatici, e sono i fiori di iperico quelli scolpiti sul sarcofago del re egizio, in quanto capaci di scacciare i demoni e condurre il defunto nell'aldilà senza ostacoli.
I graphic novel di Manuele Fior si leggono sempre con grande interesse e inevitabilmente si viene catturati dai suoi meravigliosi disegni e dalla sua perizia narrativa. Resta che – rispetto ad altre opere dell’autore – qui siamo dalle parti di quelle che, nella sua produzione, sono le piccole storie, vicende in parte autobiografiche, spesso piuttosto minimali, da cui Fior non vuole tirar fuori grandi universi concettuali ed epopee. E però, nel loro essere piccole, queste storie catturano, e in modi più o meno silenziosi toccano il cuore, riuscendo comunque a sollevarsi parecchio al di sopra rispetto a tutte quelle narrazioni a fumetti di tipo autobiografico-ombelicale di cui è piena la produzione italiana e non solo.
Voto: 3,5/5
venerdì 17 giugno 2022
Giorni felici / Zuzu
Dell'ultimo graphic novel di Zuzu (al secolo Giulia Spagnulo, giovane fumettista salernitana) avevo sentito parlare in ogni dove, cosicché mi sono detta che dovevo assolutamente leggerlo. Così, in un sonnacchioso e addivanato pomeriggio pasquale ho dunque preso in mano il tomone e l'ho letto tutto d'un fiato.
Al centro del racconto c'è Claudia, una giovane donna nel cui passato c'è un amore assoluto ma tossico con Giorgio, informatico e bassista parecchio più grande di lei, e nel cui presente c'è invece l'amore sincero e pacifico di Piero, un coetaneo che vive ancora con i genitori. Quando Claudia parte per andare a Roma a fare un provino nel quale reciterà una parte del monologo Giorni felici di Samuel Beckett, l'incontro casuale con Giorgio riporta tutto a galla e costringe la ragazza a fare i conti con quello che è stato e a cercare dentro di sé una composizione.
Zuzu - come molti altri fumettisti italiani - attinge al proprio vissuto per raccontare una storia che vuole però andare al di là del particolare e del soggettivo e diventare capace di parlare a tutti.
La giovane fumettista salernitana lo fa in maniera originale, sia dal punto di vista delle scelte grafiche (con un tratto quasi naif e l'uso di colori pastello acceso che ricordano quasi il fauvismo) sia dal punto di vista narrativo (la protagonista è una specie di freak, dal momento che di fronte alle emozioni più forti si trasforma in un essere parzialmente animalesco, dotato di coda, artigli, zanne e ali).
Quella raccontata da Zuzu - pur essendo una storia se vogliamo tutto sommato ordinaria da tanti punti di vista - riesce a conquistare il lettore per l'incisività con cui tratteggia sentimenti e stati d'animo, sostenuti non solo dalla scelta grafica ma anche dal tipo di inquadrature e dal "montaggio" delle tavole.
Il "lieto fine" in cui si stemperano tutte le tensioni della narrazione, pur riconciliante anche per il lettore, appare narrativamente un po' affrettato e non regge il confronto con il ritmo della narrazione che per tutto il libro si prende tutto il tempo che ritiene necessario.
Non ho ancora letto il primo graphic novel dell'autrice, Cheese (la sua tesi di laurea allo IED), pare fortemente influenzato dal tratto di Gipi, l'autore che - attraverso La mia vita disegnata male - ha determinato l'agnizione di Giulia nei confronti del fumetto.
Nel tempo sono diventata un po' allergica ai racconti un po' ombelicali che spesso trovano spazio in fumetti e graphic novel; devo però dire che Zuzu con la sua capacità al contempo di trasfigurare il reale e di rimanerci attaccata riesce a parlare una lingua nuova e certamente molto meno autoreferenziale di quanto non accada spesso con questo tipo di storie, affacciandosi davvero sul confine del linguaggio della letteratura (a fumetti in questo caso).
Voto: 3,5/5
venerdì 27 maggio 2022
Stone fruit / Lee Lai
L'esordio della fumettista australiana Lee Lai, Stone fruit, è qualcosa di sorprendente nel suo essere sincero e diretto in maniera disarmante. E dunque non mi meraviglia che sia stato tradotto e celebrato in molti paesi del mondo, e in ogni dove abbia ottenuto riconoscimenti più che meritati.
Dal punto di vista grafico la scelta è quella di virare l'intero fumetto sui toni del grigio e del blu, mentre i disegni risultano morbidi e realistici, ma anche capaci di trasfigurarsi nei momenti in cui la presenza della piccola Nessie trascina le protagoniste in una dimensione quasi favolistica.
Al centro del racconto ci sono Bron e Ray, una coppia queer in cui ciascuna deve fare i conti con i nodi irrisolti personali e quelli con le proprie famiglie di origine. La presenza nelle loro vite di Nessie, la nipotina cui Ray fa da babysitter mentre Amanda, sorella di Ray e madre single, è al lavoro, è fonte di gioia e spensieratezza per entrambe e crea una specie di dimensione spazio-temporale sganciata da quella reale in cui sentirsi leggere, a proprio agio con sé stesse ed essere libere di esprimere la propria interiorità.
La decisione di Amanda di non affidare più Nessie a Ray anche per una sorta di rifiuto nei confronti di Bron, la cui identità di genere non è scontata e che porta su di sé anche i segni di una sofferenza psichica, incrina il rapporto probabilmente già in crisi tra le due donne e le allontana.
Bron torna presso la sua famiglia d'origine, ipercattolica e anaffettiva, nella quale troverà inaspettatamente un'interlocutrice nella sorella minore Grace, ancora sedicenne, con cui il rapporto è tutto da costruire. Ray dal canto suo dovrà fare i conti con la sorella Amanda, portando alla luce i tanti non detti e provando ad affrontarli e a smontare i pregiudizi reciproci.
Quella di Lee Lai è dunque l'esplorazione di un rapporto di coppia e della difficoltà dell'amore di alimentare sé stesso, anche quando è sincero, perché il rischio di ferire e ferirsi è sempre dietro l'angolo così come quello di non capirsi e di alzare dei muri senza riuscire a liberarsi delle proprie pesantezze.
Ma questa esplorazione dell'amore non è solo riferita alla coppia, bensì anche e soprattutto alle relazioni familiari, in particolare a quelle orizzontali. Non a caso tra le parti più belle e riuscite del graphic novel ci sono i dialoghi tra sorelle, Ray e Amanda, e Bron e Grace, e non a caso Lee Lai dedica il suo primo fumetto alla sorella Cesca. Molti dei lettori finiranno per riconoscersi in queste pagine, e soprattutto nei sentimenti che passano attraverso di esse.
Bella anche l'introduzione di Jonathan Bazzi che sottolinea l'importanza di raccontare queste storie, che restituiscano anche al mondo queer - spesso trattato come una bolla separata e autoreferenziale - una tridimensionalità ricca e complessa, ricollocandolo in quelle dinamiche affettive in cui - indipendentemente dalle nostre identità, scelte ed esperienze - tutti possiamo ritrovarci.
Consigliatissimo.
Voto: 4/5
giovedì 30 settembre 2021
Lo scontro quotidiano. L'integrale / Manu Larcenet
Lo scontro quotidiano. L'integrale / Manu Larcenet. Roma: Coconino Press - Fandango, 2019.
Ci ho messo tanto, forse troppo a scoprire Manu Larcenet.
Poi un giorno me ne ha parlato S., e subito dopo ho letto un'intervista a Zerocalcare che dice che Larcenet è una delle sue fonti di ispirazione. E così mi sono decisa a comprare Lo scontro quotidiano nella versione integrale pubblicata da Coconino Press.
Aprendo l'albo ho capito subito perché l'avevo snobbato: la scelta di Larcenet è molto coerente con la tradizione del fumetto francese (e belga direi anche), ossia uno stile con colori tendenzialmente pieni e personaggi in forma cartoonistica. E per questo, in maniera del tutto superficiale e pregiudiziale, avevo collocato Larcenet in un ambito per me poco interessante.
Poi quando ho iniziato a leggere Lo scontro quotidiano mi è bastato poco per comprendere la grandezza di Larcenet e capire perché è considerato uno dei migliori fumettisti in circolazione.
Lo scontro quotidiano racconta attraverso una serie di episodi (inizialmente usciti come albi separati) una fase della vita di Marco, un fotografo freelance che, oltre a soffrire da sempre di ansia e attacchi di panico e a essere allergico all’idea di cambiare qualunque cosa nella sua vita, è in crisi con il suo lavoro.
Il racconto della storia di Marco ha una fortissima componente autobiografica, e questo farebbe pensare al classico punto di vista di un numero considerevole di graphic novel. Ma – come è tipico dei grandi autori – la forza della narrazione di Larcenet consiste nel fatto che il suo non è un approccio autobiografico ombelicale (ossia ripiegato su sé stesso e sulle proprie nevrosi), bensì riesce a farsi racconto sociale del momento storico che una nazione, la Francia, sta vivendo, ma anche riflessione universale su temi di più ampio respiro, e più estesamente sulla condizione umana. Marco vive da solo (con i suoi animali) lontano dalla famiglia di origine: i suoi anziani genitori vivono in campagna, mentre suo fratello George vive con la sua compagna. Dopo aver girato il mondo in lungo e in largo per fare fotografie, Marco ha deciso di fermarsi un po’, mentre intorno a lui una serie di eventi determinano importanti conseguenze: l’incontro con la veterinaria Emilie che diventerà la sua compagna e poi la madre di sua figlia, la malattia di suo padre e la sua scelta di suicidarsi, la conoscenza di un anziano vicino che ha partecipato alla guerra in Algeria, l’incontro con un editore interessato al suo lavoro fotografico sugli uomini del cantiere dove lavorava suo padre e che è destinato a essere chiuso e rimosso. Sullo sfondo l’ascesa politica del Fronte Nazionale, la vittoria alle elezioni di Sarkozy, l’avanzata inarrestabile di un neoliberismo senza freni che spazza via i modelli economici e i sistemi produttivi del passato, il cambiamento del tessuto sociale e la definitiva marginalizzazione della classe operaia, l’enorme rimosso francese sul colonialismo e l’indegno comportamento tenuto durante la guerra d’Algeria.
Insomma ce n’è per tutti i gusti a riguardo di tematiche di interesse. La capacità di Larcenet sta nell’affrontare tutto questo in un modo che alterna molteplici registri: il malinconico, il drammatico, l’ironico. A fare da collante la figura di Marco che rivela la grande autoironia del suo creatore, una specie di antieroe un po’ buffo e un po’ tragico, ma profondamente intriso di umanità, che mi ha ricordato un po’ l’alter ego scelto da altri fumettisti come Paco Roca, Guy Delisle e lo stesso Zerocalcare. Al sorriso divertito dunque segue la lacrima, al momento malinconico quello poetico, e qui e là ci si trova di fronte a quelle riflessioni illuminanti che sono la forza delle narrazioni riuscite e che ci fanno dire “Non ci avevo pensato!”.
Poiché questa versione integrale è la somma di albi usciti separatamente nel corso del tempo non ci si stupirà del fatto che a un certo punto il racconto finisce senza finire. Vorremmo sapere altro di Marco, di Emilie, della loro figlia, di George e di sua moglie, ma Larcenet ha ritenuto di averci detto tutto quello che aveva da dire. La vita continua fuori e al di là delle tavole disegnate.
Voto: 4/5
lunedì 20 settembre 2021
Nessun rimorso. Genova 2001-2021 / SupportoLegale; [Alberto Corradi et. al]
A vent'anni dall'ormai famigerato G8 di Genova molte sono state le iniziative per ricordare quei giorni e provare ancora una volta a ricostruire la memoria di un evento denso di conseguenze per il nostro paese e non solo.
Tra queste iniziative non poteva mancare un albo a fumetti che raccoglie le testimonianze e i pensieri di tantissime firme del fumetto italiano, 'capeggiate' da Zerocalcare, da sempre molto sensibile a questo argomento e impegnato a mantenerne viva la memoria.
L'albo si compone di storie brevi o di media lunghezza, ma anche di singole tavole e disegni, in cui ogni fumettista ha operato secondo la sua ispirazione e la sua visione del mondo. C'è chi propone un'unica immagine, chi ricordi, chi la propria assenza, chi storie distopiche, chi grottesche. I disegni sono inframmezzati da testi a cura di SupportoLegale, un progetto nato per sostenere la difesa nei processi genovesi. I testi ricostruiscono alcuni momenti chiave dei giorni di Genova 2001 e soprattutto quello che ne è seguito o non ne è seguito (come nel caso della morte di Carlo Giuliani) a livello giudiziario.
Testi e disegni si completano e si rafforzano a vicenda, contribuendo a tenere accesi i riflettori su una vicenda vergognosa per uno stato di diritto, tanto più vergognosa non solo per quello che è successo in quei giorni ma per l'omertà, i depistaggi, le falsità che hanno caratterizzato le vicende giudiziarie e rispetto alle quali colpisce la connivenza dello Stato e dei suoi rappresentanti.
Non finirò mai di chiedermi se il modo in cui sono andate le cose a Genova sia stato un piano deliberato per tagliare definitivamente le gambe al movimentismo e al dissenso montante nei confronti di un certo modello sociale ed economico, oppure una tragica manifestazione di incapacità organizzativa e di gestione della catena di comando, a fronte del cui fallimento lo Stato anziché cercare i colpevoli si è chiuso a riccio a difesa delle sue emanazioni.
Propenderei per la prima ipotesi, anche se la seconda non è del tutto da escludere. Fa accapponare la pelle l'impunità che a molti dei rappresentanti delle forze dell'ordine coinvolti nella vicenda è stata garantita, per non parlare dei casi in cui gli stessi hanno fatto carriera, e gli enormi ostacoli, le ritorsioni e le calunnie che hanno dovuto affrontare quei pochi che su quel fronte hanno provato a dire la verità. E - se devo essere sincera - è proprio questo 'spirito di corpo' malato e questo clima di intimidazione che mi paiono la cosa più grave e inquietante.
Non può che inevitabilmente terrorizzarci l'ipotesi di finire più o meno per caso in un ingranaggio di questo genere sapendo che la legge non sarà davvero uguale per tutti e che il leviatano difenderà se stesso e dunque anche l'indifendibile fino allo stremo.
Da questo punto di vista la prima ipotesi da me formulata è ancora più plausibile, perché non solo Genova 2001 ma tutto quello che ne è seguito sono diventati una specie di monito collettivo a stare zitti e buoni. E questo è di per sé spaventoso.
Voto: 3,5/5
mercoledì 1 settembre 2021
Castello di sabbia / Pierre Oscar Lévy; Frederik Peeters
Appena rientrata a casa dopo la visione del film Old di M. Night Shyamalan tratto da questo graphic novel non ho potuto fare a meno di prendere l'albo in mano e fiondarmi nella lettura.
Ho letto Castello di sabbia conoscendo già il mistero della spiaggia dove si trovano i personaggi della storia, e quindi l'ho letto e guardato probabilmente con una maggiore attenzione ai particolari e anche con un occhio alle differenze rispetto alle scelte di sceneggiatura del film.
Com'è normale che sia, il libro è più essenziale, asciutto direi quasi: la storia si svolge interamente sulla spiaggia, non c'è un prima né un dopo dei personaggi che la abitano, e non c'è alcuna narrazione di contorno che dia un senso a quanto capita in questo luogo.
Quello che Pierre Oscar Lévy ci racconta a parole e Frederik Peeters ci racconta per immagini (bellissime tra l'altro! Di lui ricordo ancora e consiglio l'albo Pillole blu) è un fenomeno inspiegabile legato alla spiaggia e che avrà conseguenze importanti sulle vite delle persone che ci arriveranno.
Il castello di sabbia del titolo non è solo quello che i bambini costruiscono sulla spiaggia, ma anche il simbolo di un paradosso che vede la massima rappresentazione dell'effimero e della transitorietà diventare elemento che trascende e travalica la storia dei singoli. Quello di Lévy è certamente il racconto di un luogo, ma anche una riflessione sulla vita umana, guardata in un time lapse micidiale che inesorabilmente ne rivela la grandezza e al contempo la parziale insensatezza.
Nella postfazione l'autore ci rivela l'ispirazione di questa storia e anche l'insondabilità del processo creativo, nonché la meraviglia dei significati nascosti dei racconti, che spesso sono ignoti - almeno a livello cosciente - persino per il narratore.
A differenza di Shyamalan, Lévy non punta a dare un significato sociale al racconto, non ha interesse a fornire tutte le risposte, non esprime giudizi sui personaggi, semplicemente osserva l'umanità in questa specie di esperimento in vitro, in cui ognuno reagisce a suo modo: cercando di capire, rassegnandosi, lottando, aggredendo, accettando.
Torna dunque - se vogliamo - una componente metanarrativa, ma - a mio modesto avviso - il graphic novel offre molte più sfumature e lascia molta più libertà interpretativa al lettore.
Voto: 3,5/5
lunedì 3 agosto 2020
Cry me a river / Alice Socal
Il graphic novel di Alice Socal racconta la storia di una crisi: quella del rapporto sentimentale tra due giovani che vivono insieme in un paese straniero. In particolare, l'autrice traduce in segno grafico (e secondariamente in parole) quel momento emotivamente difficile in cui ci si accorge di non essere più sulla stessa lunghezza d'onda e ci si sente sempre più lontani. In questo caso, la fatica emotiva è accentuata e in qualche modo esplicitata da un lato dal fatto che i due giovani vivono in un paese straniero, con tutte le difficoltà che una lingua e un alfabeto diverso comportano rispetto alla propria socialità e al proprio benessere, dall'altro dalla preoccupazione crescente per il cane Vuk che si rifiuta di mangiare dopo che è morto il suo compagno.
Alice Socal è una di quelle fumettiste che usano la loro arte non tanto per raccontare degli eventi, una narrazione esterna, bensì soprattutto dei sentimenti, delle emozioni, un mondo interiore e che attraverso il segno grafico compiono quel processo di metabolizzazione che molte altre persone realizzano in altre maniere, per esempio con le parole.
Qui il leitmotiv sono le lacrime della inconsolabile protagonista, lacrime che diventano fiumi e travolgono tutto quello che incontrano. Sembra che sia necessario piangere tutte le proprie lacrime prima di poter dare una svolta in un senso o nell'altro alla propria vita.
Il fatto è che io faccio un po' fatica a entrare in sintonia con una modalità narrativa di tipo ombelicale, che oscilla tra l'introspettivo e l'onirico, soprattutto quando riversa sulla pagina la confusione interiore anche attraverso un segno grafico che a sua volta si muove tra l'ipersemplificato e il sovraffollato. È evidente che per una persona come me che cerca di gestire le emozioni confuse mettendo ordine e cercando la chiave di lettura, una modalità narrativa che necessità dell'elemento surreale e irrazionale risulta destabilizzante ed emotivamente poco consonante.
Ne esco non solo e non tanto depressa, quanto frustrata da uno sforzo di comprensione che per me resta piuttosto vano.
Del resto, si sa, la letteratura e l'arte in ogni loro forma sono così: ognuno le valuta o su un piano strettamente razionale (e in questo caso non ho sufficienti elementi per farlo) o sul grado di risonanza emotiva che producono per sé. Cry me a river con me purtroppo non ha risuonato né graficamente né contenutisticamente.
Voto: 2,5/5
mercoledì 6 giugno 2018
La mia vita in barca / Tadao Tsuge
La mia vita in barca: radure sconfinate / Tadao Tsuge. Roma: Coconino Press, 2016. La mia vita in barca: alla deriva / Tadao Tsuge. Roma: Coconino Press, 2017.
Fino alla lettura di Quaderni giapponesi di Igort pensavo che il fumetto giapponese fosse solo manga. E invece scopro che i giapponesi (e come poteva essere diversamente?) sono stati i veri inventori del graphic novel come lo conosciamo noi, storie lunghe che raccontano vicende della vita quotidiana, storie tra il malinconico e il drammatico, il cosiddetto gekiga.
Ora Igort – dopo averci parlato di questo filone del fumetto giapponese – grazie alla disponibilità della Coconino Press ci permette di farci una conoscenza diretta dei gekiga grazie alla pubblicazione di una collana interamente dedicata a questi autori e a questi lavori. Io ho cominciato con l’opera in due volumi di Tadao Tsuge (fratello di un altro famoso autore, Yoshiharu Tsuge), dal titolo La mia vita in barca. Si tratta di brevi racconti dal sapore fortemente autobiografico. Tadao è già avanti nell’età, è stato uno scrittore famoso, ma non ha più la vena creativa né la voglia di continuare a scrivere; ha un negozio di jeans e abbigliamento che però portano avanti suo figlio e sua moglie, perché Tadao si è comprato una piccola barca e coglie ogni occasione per andare sul fiume Tome a pescare.
Il fiume Tome diventa una specie di habitat naturale per Tadao, dove si sviluppa tutta una vita parallela a quella ordinaria. Qui Tadao fa nuove conoscenze, partecipa a sfide di pesca, incontra buffi personaggi, fa strani sogni, ospita un gatto, si prepara il pranzo, corre dei rischi dovuti all’improvviso cambiare del tempo. Non ci sono grandi rivelazioni nel libro di Tadao Tsuge, ma da ogni pagina di questo romanzo viene fuori da un lato la malinconia di un uomo non più giovane colto da riflessioni sul senso della vita in generale e sulla propria vita, dall’altro l’idea che persino quello che si sviluppa intorno al fiume Tome può essere un vero e proprio micromondo, in cui Tadao può sperimentare tutto, l’amicizia, la tristezza, il coraggio, la goliardia, la generosità, la tolleranza, la serenità. A dire – come è proprio della filosofia di Tadao Tsuge – che non è necessario girare il mondo per comprenderlo se coltiviamo l’attitudine a interrogarci costantemente su quello che ci circonda e a non dare mai nulla per scontato.
Voto: 3,5/5
lunedì 12 febbraio 2018
Il grande prato / Roberto Grossi
Il grande prato è la storia di due fratelli gemelli identici (la gente li chiama "siamesi") che vivono con lo zio in una baracca non lontano dal fiume, non lontano da un campo rom, alla periferia di una squallida periferia di città, fatta di palazzoni, di immondizia e di spaccio di droga.
Siamo dunque in un mondo marginale, che spesso chi ne è fuori percepisce come un tutt'uno indistinto, gente da ignorare e con cui non avere possibilmente niente a che fare.
Invece Roberto Grossi ci mostra che ci sono stratificazioni e gerarchie anche nella marginalità.
Lo zio dei gemelli non vuole che loro frequentino il campo rom, mentre i ragazzi di strada della periferia urbana li trattano come straccioni e ladri esattamente come i rom. E invece i gemelli - nella loro incoscienza di bambini e anche nella loro coraggiosa sfrontatezza che sconfina quasi nel cinismo - finiscono per diventare dei frequentatori assidui del campo rom, nonché per interferire anche nel mondo degli abitanti dei palazzoni.
I loro occhi - disegnati da Grossi in modo quasi inquietante - scrutano il mondo, tutto, cercando di capirlo, di trovare delle risposte e una loro collocazione, una salvezza, un senso. Fino a quando l'ordine che hanno cercato di dare a questo mondo non salta completamente, in un rigurgito di questa endemica lotta tra poveri e diseredati, in cui c'è continuamente il bisogno di prendersela con qualcuno che sta più in basso di te nella scala sociale e delle condizioni materiali.
L'albo di Grossi racconta un mondo duro, e l'effetto è ancora più duro perché passa attraverso gli occhi di due bambini, categoria che noi siamo abituati - forse erroneamente - ad associare all'innocenza e alla purezza. C'è qualcosa di spettrale nelle atmosfere disegnate da Roberto Grossi, che dà una patina a tratti quasi horror a un racconto sociale.
Per fortuna c'è anche lo spazio per la speranza, che fa capolino attraverso una zattera sul fiume tenuta ancorata a un albero. Il messaggio è che esiste sempre un modo per ricominciare e provare a costruire un mondo con meno brutture, dove poter vivere e non solo sopravvivere.
Voto: 3/5














