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lunedì 16 settembre 2024

Transformer / Nicoz Balboa

Transformer. Manuale sperimentale sentimentale sessuale per passare dalla disforia all'euforia di genere / Nicoz Balboa. Bologna: Oblomov, 2023.

Seguo Nicoz Balboa dal primo graphic novel che ha scritto, Born to lose, e mi sono fin da subito innamorata del suo stile davvero originale sia a livello di disegno (incasinato, pasticciato, disordinato, ma al contempo estremamente raffinato) sia a livello narrativo (ho sempre definito i suoi lavori dei diari in forma grafica, ma lui chiarisce in questo suo ultimo lavoro che non si tratta strettamente di autobiografia, bensì di autofiction, che è cosa ben diversa).

Negli ultimi due lavori, Play with fire e quest'ultimo Transformer, Nicoz si è addentrato sempre di più - anche in virtù della scelta di intraprendere un percorso di transizione - in temi delicati e complessi che lo riguardano da vicino, ma che riguardano anche molte altre persone, ossia l'appartenenza di genere e l'orientamento sessuale.

In un certo senso Transformer è la messa a fuoco di quanto era presente già - seppure in maniera ancora confusa e incerta - in Play with fire, ossia la presa di coscienza della propria disforia di genere e la decisione di intraprendere la strada della transizione, e nel frattempo di comprendere anche il proprio prevalente orientamento sessuale.

Ne viene fuori il racconto di un percorso in cui le paure, le insicurezze, le problematicità sono tante, ma anche i momenti di euforia che coincidono con quelli in cui il protagonista si sente a suo agio e riconciliato con sé stesso. Questa alternanza di stati d'animo e di condizioni va di pari passo con la consapevolezza che la scelta della transizione richiede pazienza e accettazione dell'incertezza, perché non c'è un pulsante ON/OFF che consenta di switchare facilmente e totalmente da uno all'altro.

Io personalmente sono piuttosto convinta che il genere - e in una certa misura anche l'orientamento sessuale - non siano un dato immobile nel tempo e che è inscritto in maniera immutabile in ciascuno di noi, bensì siano il frutto di una rinegoziazione che va avanti tutta la vita. E ho scoperto che questa è anche la posizione della psicologa Carol Gilligan, sebbene io l'abbia letta indirettamente perché citata nel libro di Pablo Sendra e Richard Sennett, Progettare il disordine (Roma, Treccani, 2020).

È anche per questo - oltre che probabilmente per il fatto che appartengo a una generazione sempre meno al passo con i tempi - che faccio fatica a prendere una posizione netta in merito a temi così complessi.

Però per fortuna mantengo la capacità di comprendere, di empatizzare, e soprattutto di rispettare le scelte altrui, quando sono fatte nella piena libertà e ci si assume la responsabilità delle stesse. In questo senso la storia di Nicoz aiuta certamente a capire la sofferenza di chi ha vissuti diversi dal nostro, a non costruire steccati, bensì ad accogliere le scelte degli altri. Chiaramente le questioni sono complesse né Nicoz ha alcuna pretesa di dare risposte valide per tutti e soprattutto non necessariamente per tutte le situazioni, però racconta con sincerità la propria personale battaglia per diventare sé stesso e soprattutto per provare a essere felice.

Voto: 3,5/5

mercoledì 13 gennaio 2021

Play with fire / Nicoz Balboa

Play with fire / Nicoz Balboa. Quartu Sant’Elena: Oblomov, 2020.

Dopo la bellissima sorpresa che era stata per me la lettura del primo albo di Nicoz Balboa, mi sono fiondata a comprare questo secondo lavoro, che conferma lo stile e le impressioni del primo, anzi direi che le rafforza.

Anche in questo caso più che di un romanzo grafico in senso stretto si tratta di un'autobiografia in forma di diario che si sviluppa su un periodo di diversi anni, all'interno del quale si aprono molti flashback riferiti a un passato più o meno lontano.

Lo stile di Nicoz è quello che abbiamo imparato a conoscere. Non c'è uno specchio della pagina ben definito né riquadri a delimitare le vignette. Disegni e testo fluttuano all'interno della pagina e in alcuni casi occupano ogni spazio possibile, un po’ come I tatuaggi che coprono il corpo di Nicoz. Il tratto è insieme cartoonistico e realistico e il testo scritto a mano, con tanto di cancellature e cambio di colore di penna (da nera a rossa), cosicché il tutto crea una sensazione di confidenza e di familiarità con la protagonista e la storia narrata.

Quello che sorprende – e che già mi aveva sorpresa nel primo albo – è la sincerità e la schiettezza con cui Nicoz mette a nudo sé stessa, le sue fragilità e i suoi dubbi, rafforzando l’impronta diaristica del racconto.

Al centro della narrazione c’è il complicato rapporto della protagonista non tanto con il proprio orientamento sessuale, quanto con la propria percezione di genere. Nicoz - che è stata sposata con un uomo e da questi ha avuto una figlia (storia in parte raccontata nel primo albo) - ci racconta di come ha scoperto l’amore per le donne, del suo coming out, dei lesbodrammi che l’hanno vista protagonista, ma soprattutto della difficoltà crescente a riconoscersi nel proprio corpo femminile senza riconoscersi necessariamente e del tutto in uno maschile, della curiosità verso i processi di transizione di genere, degli interrogativi sulla propria identità, della necessità di accettare la propria non univocità e le tante identità che ci abitano, che poi è parte centrale dell’accettazione di sé stessi e anche dei propri limiti.

Nicoz Balboa parla di temi delicatissimi e profondamente controversi senza infingimenti e con una naturalezza quasi disarmanti, cosicché il sentimento che suscita nel lettore non è scandalo né imbarazzo, bensì tenerezza verso un altro essere umano sinceramente alla ricerca di sé stesso e della propria felicità.

Non sono le anime inquiete che dovrebbero spaventarci, ma quelle monolitiche dietro le quali di solito si celano lacerazioni profonde e mai risolte.

Nicoz Balboa non si vergogna della sua ricerca continua, del suo essere multiforme e della sua insoddisfazione nei confronti della categorizzazione (basterà cercare su Google immagini che la ritraggono per coglierne la continua trasformazione), e in questo modo sottrae non solo sé stessa ma anche tutti coloro che vivono il medesimo senso di inquietudine a qualunque giudizio.

P.S. Leggo che Nicoz si identifica ormai come uomo transgender e chiede che si utilizzino per lui pronomi maschili oppure il pronome "loro", quindi il mio post da questo punto di vista è sbagliato. Non l'ho cambiato perché probabilmente quando Nicoz ha realizzato questo romanzo la transizione non era ancora a questo livello di consapevolezza, cosicché ho deciso di lasciare la recensione come l'avevo scritta.

Voto: 3,5/5

lunedì 15 maggio 2017

Born to lose / Nicoz Balboa

Born to lose / Nicoz Balboa. Roma: Coconino Press, Fandango, 2017.

Nicoz Balboa (nome d’arte di Nicoletta Zanchi) è "romana de Roma" e quasi morbosamente legata alla sua città, come è proprio dei romani, anche se vive da parecchi anni in Francia. È madre di una bimba, Mina, nonché tatuatrice, illustratrice, disegnatrice di fumetti, artista e molto altro.

Questo è il suo primo albo a fumetti pubblicato ed è un albo decisamente originale. Non si tratta infatti di un graphic novel come ormai siamo abituati a leggere, ma di un vero e proprio diario, disegnato e scritto su un’agenda Moleskine per almeno un paio d’anni.

E come tutti i diari è un racconto intimo e non solo; però anziché usare solo il flusso di pensieri (c’è anche quello), utilizza i disegni che rappresentano se stessa, la sua bambina, i suoi amici, i figli degli amici, i suoi amori e tutto il mondo che ruota intorno a lei.

Non so se Nicoletta è quella rappresentata qui; lei si lamenta di chi pensa di conoscerla attraverso il suo blog, e un po’ la capisco, perché nel mio piccolo accade talvolta anche a me. Diciamo che in tutte le nostre espressioni mettiamo una parte di noi stessi, ma è chiaro che ciascuno di noi è più complesso di così e non si esaurisce in quei pensieri e in quelle pagine, che hanno piuttosto l’obiettivo – più che di rappresentare compiutamente se stessi – di parlare a tutti e consentire ai lettori di scoprire una parte di loro stessi, di riconoscersi, di “risuonare” (come dico io) con alcuni pezzi di umanità dell’autore.

E, da questo punto di vista, secondo me Nicoz Balboa in questo diario riesce perfettamente a raggiungere l'obiettivo. Anche se non si è mamme, non si vive lontano dalla propria città e dai propri amici, non si è artisti, non si fa i tatuatori e non si ascolta la sua musica, ognuno di noi potrà riconoscersi nelle sue insicurezze, nei suoi momenti di piccola e grande felicità, nei suoi successi e insuccessi, nelle sue giornate no, nella sua volubilità, nelle sue paure, nel suo desiderio di essere amata e nella paura di rimanere sola, nel voler fare le cose giuste per sé e per le persone a cui si vuole bene e nel non riuscirci sempre né spesso.

È in questo modo che avviene quel processo di identificazione che inevitabilmente ci fa sentire la persona di cui leggiamo familiare e ci fa pensare di conoscerla da sempre, come un’amica di vecchia data, quando invece quello che abbiamo trovato è una parte di noi stessi. Gli artisti servono a questo: a renderci esplicite e universali delle cose che noi pensiamo essere solo nostre e su cui ci arrovelliamo sentendoci sbagliati, e che invece grazie a loro capiamo essere tratti caratteristici dell’umanità tutta, solo che di solito non entriamo nell’intimità degli altri così a fondo da poterli davvero vedere.

Il che poi non vuol dire che smettiamo di arrovellarci e di stare male, ma forse ci sentiamo un po’ meno soli.

Voto: 4/5