E niente, non posso che confermare che Gianfranco Rosi fa film che mi piacciono assai, e, dal mio punto di vista, qualunque sia l’aspetto del reale o il contesto su cui si posa il suo sguardo, il regista riesce sempre a conferirgli una poesia che non passa soltanto attraverso una scelta estetica ineccepibile, ma anche attraverso un’attenzione delicata alla componente umana.
Dopo Sacro GRA (con al centro la periferia romana), Notturno (ambientato nei territori di guerra tra Siria, Iraq, Iran, Kurdistan e Libano) e Fuocoammare (incentrato su Lampedusa), Gianfranco Rosi sposta il suo sguardo sul golfo di Napoli, stretto tra l’instabilità della caldera dei Campi Flegrei e la presenza potenzialmente poco rassicurante del Vesuvio, che – come dice la bellissima citazione di apertura di Cocteau – “fabbrica tutte le nuvole del mondo”.
Del resto, nella Napoli di Rosi il sole non c’è mai, che di per sé costituisce una primigenia e programmatica dichiarazione da parte del regista di voler andare in direzione ostinata e contraria a qualunque forma di stereotipo o di cliché sulla città.
Come sempre nei suoi film, Rosi procede per giustapposizione di immagini e di storie, che spesso si srotolano sullo schermo in parallelo, talvolta si intersecano, e che sta all’occhio attento dello spettatore - sulla base degli indizi visivi forniti - far dialogare e inserire in un orizzonte di senso.
Nel caso di Sotto le nuvole seguiamo il lavoro della funzionaria del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), innamorata delle sue statue, sia quelle che raggiungono la ribalta delle sale, sia quelle che riempiono i magazzini del museo; l’attività degli archeologi dell’Università di Tokyo che da più di vent’anni studiano e portano alla luce la Villa Augustea di Somma Vesuviana; le azioni delle forze dell’ordine e della giustizia per contrastare i furti dei tombaroli che si appropriano delle tracce del passato per lucro, sottraendole alla collettività; il compito delicato della centrale dei vigili del fuoco che deve far fronte alle paure dei cittadini di fronte alle scosse e ad altre emergenze, ma anche a molte altre situazioni della loro quotidianità non sempre facile; la vita dei marinai siriani che lavorano sulle grandi navi che trasportano tonnellate di grano provenienti da Odessa in Ucraina e si fermano per lo scarico a Torre Annunziata; le processioni dei fedeli e le loro manifestazioni di devozione estrema al Santuario della Madonna dell’Arco, piena di ex voto; la pazienza e la gentilezza di Titti, il maestro di strada che nella sua bottega di antiquario fa il doposcuola a bambini e ragazzini; il significato profondamente antropologico della Circumvesuviana, il trenino che attraversa quotidianamente il territorio dell’area metropolitana; le carrozzelle trainate dai cavalli che corrono sulla battigia; i vecchi film in bianco e nero su Pompei e di Ercolano proiettati in una sala cinematografica vuota e cadente.
Senza volersi soffermare sull’aspetto estetico delle immagini, che sono un capolavoro per composizione, cura del bianco e nero, sonoro (quest’ultimo supportato dalle invenzioni di Daniel Blumberg), il film di Rosi è un ricorsivo viaggio nel tempo, avanti e indietro nella storia di questo territorio, senza retorica, senza luoghi comuni, senza pietismi, con profondità, ma anche leggerezza, con gravitas, ma anche umorismo.
Dal film di Rosi ci si lascia cullare, facendoci conquistare minuto dopo minuto, innamorandosi di quello che stiamo guardando e sapendo che, di fronte alla potenza della natura e della storia, nulla può l’essere umano, se non assumersi la responsabilità della custodia del passato e del presente, traghettandolo al futuro. Che poi è quello che Rosi fa con i suoi film, e con questo in particolare.
Meritatissimo Premio speciale della giuria a Venezia.
Voto: 4/5
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giovedì 25 settembre 2025
mercoledì 19 febbraio 2025
The brutalist
Tenevo talmente tanto a vedere questo film di cui avevo cominciato a sentir parlare fin dalla sua presentazione a Venezia che mi sono presa mezza giornata di ferie per poter andare a godermelo allo spettacolo del pomeriggio, in versione originale sottotitolata, e anche in pellicola 70 mm (su cui è stato riversato il formato VistaVision con cui il regista ha voluto girare il film per coerenza con il periodo storico di ambientazione e per il tipo di riprese). Il film dura circa tre ore e mezzo e si articola in due parti (più un prologo e un epilogo) che prevedono un intervallo di circa 15 minuti voluto dallo stesso regista.
Come già si capisce da questa breve introduzione, il film di Brady Corbet non è un film qualunque, e certamente è molto diverso da quelli a cui siamo ormai abituati.
La storia è quella di László Tóth (Adrien Brody), un architetto ungherese formatosi alla scuola del Bauhaus, che, perseguitato in patria in quanto ebreo, nel 1947 arriva America su una nave piena di migranti. La prima cosa che vedrà sarà la statua della libertà, ma dalla sua prospettiva la vedremo anche noi rovesciata, introiettando dunque quel senso di angoscia e in fondo anche di mistero che attraversa tutto il film.
Seguiremo poi László in tutte le sue peripezie: l’arrivo a Philadelphia dal cugino Attila che ha un negozio di mobili, la progettazione di uno studio/biblioteca per il magnate Harrison Van Buren (Guy Pearce), la caduta in disgrazia e il lavoro da operaio, poi l’insperato riconoscimento proprio dello stesso Van Buren che diventa il suo mecenate e che gli commissiona la realizzazione di un grande edificio pubblico con palestra, biblioteca e una cappella cristiana al centro. Proprio grazie all’avvocato ebreo di Van Buren, László riesce a ricongiungersi in America con la moglie Erzsébet (Felicity Jones) e la nipote Zsófia (Raffey Cassidy). Lo seguiremo poi ancora nell’evolversi del rapporto con Van Buren e la sua famiglia, nelle difficoltà della realizzazione dell’edificio che gli è stato commissionato e su cui mette anche parte dei propri soldi, nella lotta contro le conseguenze dei traumi del passato e di quelli recenti, nella solitudine umana e artistica, nel senso di estraneità al contesto, fino all’epilogo – ambientato durante una biennale di architettura a Venezia negli anni Ottanta, quando la nipote Zsófia rivelerà infine alcune verità che consentiranno di comprendere meglio il percorso di László e quello che abbiamo visto fin qui.
È evidente che Brady Corbet punta al film monumentale, all’epopea di un uomo, che viene presentata allo spettatore come fosse una vicenda reale - una specie di ricostruzione documentaria – e invece, pur con qualche ispirazione nella realtà, è una storia di finzione.
La cosa più sorprendente è che il regista costruisce questo sofisticato oggetto cinematografico con un budget ridicolo rispetto a quello di altri film molto meno ambiziosi, e ci riesce mettendo pienamente a frutto la straordinaria potenza del cinema, ossia quella che stimola l’immaginazione e alimenta la fame che l’essere umano ha di storie. Cosicché in The brutalist tutto si gioca su quello che viene suggerito sullo schermo, e non tanto su quello che viene mostrato, nonché ovviamente sulla capacità degli attori di instillare pensieri e sensazioni. In questo senso, anche la colonna sonora conferma lo stesso approccio: Brady Corbet sceglie Daniel Blumberg, che – come so avendolo visto dal vivo – è un maestro nel creare suggestioni e mondi attraverso sonorizzazioni inattese, spesso a partire da oggetti semplici e di uso quotidiano, cosa che fa anche nel film.
E forse questo suo punto di forza è anche la sua debolezza, perché mette in parte nelle mani dello spettatore la riuscita della narrazione. Non a caso quello che vediamo accadere mantiene un’aura di ambiguità e di mistero che ognuno è chiamato a sciogliere con la propria sensibilità. Ebbene, è proprio da questo punto di vista che il film non mi ha convinta: i numerosi spunti e temi suggeriti dal film per me sono rimasti tutti in superficie, talvolta impliciti o addirittura arcani, e complessivamente ho trovato sia la storia che i personaggi emotivamente poco risuonanti con me, cosicché la rivelazione finale che doveva gettare luce su tutto il film mi è risultata tutto sommato fiacca e poco originale. Anche l’eco di tematiche dell’attualità se anche c’è non mi è parsa particolarmente incisiva.
Insomma, per me questo film rimarrà certamente memorabile a livello di qualità registica, ma non sul piano della raffinatezza narrativa e dell’intensità emotiva (che è poi la stessa sensazione con cui talvolta esco dalla visione dei film di Paul Thomas Anderson).
Voto: 3/5
Come già si capisce da questa breve introduzione, il film di Brady Corbet non è un film qualunque, e certamente è molto diverso da quelli a cui siamo ormai abituati.
La storia è quella di László Tóth (Adrien Brody), un architetto ungherese formatosi alla scuola del Bauhaus, che, perseguitato in patria in quanto ebreo, nel 1947 arriva America su una nave piena di migranti. La prima cosa che vedrà sarà la statua della libertà, ma dalla sua prospettiva la vedremo anche noi rovesciata, introiettando dunque quel senso di angoscia e in fondo anche di mistero che attraversa tutto il film.
Seguiremo poi László in tutte le sue peripezie: l’arrivo a Philadelphia dal cugino Attila che ha un negozio di mobili, la progettazione di uno studio/biblioteca per il magnate Harrison Van Buren (Guy Pearce), la caduta in disgrazia e il lavoro da operaio, poi l’insperato riconoscimento proprio dello stesso Van Buren che diventa il suo mecenate e che gli commissiona la realizzazione di un grande edificio pubblico con palestra, biblioteca e una cappella cristiana al centro. Proprio grazie all’avvocato ebreo di Van Buren, László riesce a ricongiungersi in America con la moglie Erzsébet (Felicity Jones) e la nipote Zsófia (Raffey Cassidy). Lo seguiremo poi ancora nell’evolversi del rapporto con Van Buren e la sua famiglia, nelle difficoltà della realizzazione dell’edificio che gli è stato commissionato e su cui mette anche parte dei propri soldi, nella lotta contro le conseguenze dei traumi del passato e di quelli recenti, nella solitudine umana e artistica, nel senso di estraneità al contesto, fino all’epilogo – ambientato durante una biennale di architettura a Venezia negli anni Ottanta, quando la nipote Zsófia rivelerà infine alcune verità che consentiranno di comprendere meglio il percorso di László e quello che abbiamo visto fin qui.
È evidente che Brady Corbet punta al film monumentale, all’epopea di un uomo, che viene presentata allo spettatore come fosse una vicenda reale - una specie di ricostruzione documentaria – e invece, pur con qualche ispirazione nella realtà, è una storia di finzione.
La cosa più sorprendente è che il regista costruisce questo sofisticato oggetto cinematografico con un budget ridicolo rispetto a quello di altri film molto meno ambiziosi, e ci riesce mettendo pienamente a frutto la straordinaria potenza del cinema, ossia quella che stimola l’immaginazione e alimenta la fame che l’essere umano ha di storie. Cosicché in The brutalist tutto si gioca su quello che viene suggerito sullo schermo, e non tanto su quello che viene mostrato, nonché ovviamente sulla capacità degli attori di instillare pensieri e sensazioni. In questo senso, anche la colonna sonora conferma lo stesso approccio: Brady Corbet sceglie Daniel Blumberg, che – come so avendolo visto dal vivo – è un maestro nel creare suggestioni e mondi attraverso sonorizzazioni inattese, spesso a partire da oggetti semplici e di uso quotidiano, cosa che fa anche nel film.
E forse questo suo punto di forza è anche la sua debolezza, perché mette in parte nelle mani dello spettatore la riuscita della narrazione. Non a caso quello che vediamo accadere mantiene un’aura di ambiguità e di mistero che ognuno è chiamato a sciogliere con la propria sensibilità. Ebbene, è proprio da questo punto di vista che il film non mi ha convinta: i numerosi spunti e temi suggeriti dal film per me sono rimasti tutti in superficie, talvolta impliciti o addirittura arcani, e complessivamente ho trovato sia la storia che i personaggi emotivamente poco risuonanti con me, cosicché la rivelazione finale che doveva gettare luce su tutto il film mi è risultata tutto sommato fiacca e poco originale. Anche l’eco di tematiche dell’attualità se anche c’è non mi è parsa particolarmente incisiva.
Insomma, per me questo film rimarrà certamente memorabile a livello di qualità registica, ma non sul piano della raffinatezza narrativa e dell’intensità emotiva (che è poi la stessa sensazione con cui talvolta esco dalla visione dei film di Paul Thomas Anderson).
Voto: 3/5
venerdì 29 marzo 2019
Daniel Blumberg with Billy Steiger and Tom Wheatle. Unplugged in Monti, Spin Time Labs, 18 marzo 2019
Prima di ascoltare Minus, il disco da solista con cui Daniel Blumberg ha conquistato i primi posti nelle classifiche dei migliori dischi del 2018, non avevo mai sentito nominare questo musicista. E fin dal primo ascolto ho desiderato fortemente ascoltarlo dal vivo. Non immaginavo che l'occasione sarebbe arrivata così presto grazie ai ragazzi di Unplugged in Monti, che dimostrano di essere sempre sul pezzo e sperimentano con questo concerto una nuova sede, l'Auditorium dello Spin Time Labs.
In attesa del concerto riascolto l'album, ma solo il giorno prima, grazie alla mia amica F., realizzo che Blumberg era il frontman degli Yuck, e che questa è stata solo una delle sue tante collaborazioni e vite musicali, a testimonianza di un'irrequietezza che lo ha portato a sperimentare progetti musicali molto differenti l'uno dall'altro, ma fin qui mimetizzandosi e quasi nascondendosi dietro questi progetti.
Con Minus il musicista esce finalmente allo scoperto. Dal punto di vista personale - come molti hanno messo in evidenza - i testi di queste canzoni sono il perfetto rispecchiamento non soltanto di un momento della vita di Blumberg (la difficile fine di una storia), ma anche di una condizione soggettiva di instabilità emotiva e psichica (che lo ha portato anche a un ricovero). Tutto questo si traduce a livello musicale in una trama sonora in cui la componente melodica e a tratti romantica si trasforma sistematicamente in ripetizione ipnotica e ossessiva, ovvero in distorsione, rumore e distonia, e gli strumenti musicali (il pianoforte, la chitarra elettrica, il contrabbasso, il violoncello, il violino) passano continuamente da un uso tradizionale a un uso sperimentale che attinge a tutte le loro possibilità sonore ed espressive, affiancati dai mille altri oggetti utilizzati per produrre suoni o rumori capaci di armonizzarsi con l'insieme. Questo complesso insieme di elementi trova la sua massima realizzazione dal vivo, e posso ben dirlo dopo aver assistito al concerto allo Spin Time Labs.
Blumberg si fa accompagnare in questo tour da due incredibili musicisti, il violinista Billy Steiger (capace di far emettere al violino qualunque tipo di suono) e il contrabbassista Tom Wheatle (che sembra zio Fester, ma usa il contrabbasso in un modo indescrivibile e unico, e dimostra di essere in grado di ottenere straordinari risultati anche dal pianoforte e forse pure da altri strumenti). Come Blumberg ci dice nella bella intervista pubblicata su Il Manifesto, si tratta di due dei musicisti che ha conosciuto nell'ambiente del Cafe OTO di Londra, che è diventata negli ultimi anni la sua casa musicale.
Che dire? Il primo impatto oscilla tra il grottesco e l'inquietante. I tre sembrano usciti direttamente da un istituto psichiatrico. Blumberg con la sua aria dinoccolata e il suo berretto calato fin sopra gli occhi, la sua postura completamente ripiegata su sé stessa, il suo dare le spalle al pubblico non solo quando è seduto al pianoforte, ma anche quando è in piedi e imbraccia la chitarra; Wheatle con la sua giaccona larga color panna e i pantaloni altrettanto larghi arrotolati a metà del polpaccio, e il suo volto che Lombroso avrebbe identificato con quello di un serial killer; Steiger con la sua camicia nera a pois bianchi (che sembra uscita dal film Kusama Infinity), il quale - senza scarpe ma con i calzini - allarga progressivamente il suo raggio di azione fino a spostarsi in mezzo al pubblico.
Il concerto è un infinito flusso di coscienza, una specie di seduta psicanalitica di quasi due ore, in cui si viene completamente inghiottiti, anche perché non c'è soluzione di continuità a livello musicale; i brani si fondono l'uno nell'altro, si interrompono bruscamente e poi ritornano, al punto da diventare quasi completamente irriconoscibili. Le melodie sono interrotte da rumori prodotti col sintetizzatore ovvero con gli oggetti in scena, da una filastrocca cantata svogliatamente, da una chitarra elettrica disturbante ad altissimo volume, dal suono di un piccolo flauto, dal trillo di una campanella che i musicisti a turno calciano per farla suonare.A un certo punto sul palco resta da solo Blumberg, mentre Steiger è in mezzo al pubblico che produce strani suoni con il suo violino, e Wheatle è nel retro del palco che produce rumori sinistri con chissà cosa e a un certo punto accompagna l'esecuzione con il rumore di un aspirapolvere acceso. Poi, sparisce dal palco anche Blumberg che torna a più riprese con dei palloncini, tra cui alcuni rossi a forma di cuore, che farà scoppiare a uno a uno, facendone una componente della sua performance musicale.
Impossibile dire quanto dell'esecuzione musicale è stata programmata e quanto è il frutto dell'improvvisazione e della libera invenzione del momento da parte dei tre musicisti. La cosa incredibile e impressionante è che - a meno che non siano loro stessi a voler produrre distonia pura - le loro individuali improvvisazioni riescono sempre ad amalgamarsi in un insieme che sul piano sonoro mantiene un senso compiuto.
Di fronte a uno spettacolo come quello offerto da Blumberg si può oscillare alternativamente tra l'esaltato e l'inorridito, tra l'entusiastico e il perplesso, ma certamente si esce consapevoli di aver assistito a una vera performance musicale, un vero live, magari con i suoi difetti e le sue cose non perfettamente riuscite, ma comunque uno spettacolo unico che nessun ascolto in cuffia può sostituire.
Alla fine del concerto Blumberg saluta un tale Sasà, una specie di guru vestito di bianco in prima fila, e si va a nascondere dietro le quinte, sicuramente sfiancato da un'esposizione pubblica che se da un lato probabilmente lo esalta, dall'altro lo devasta. F. si chiede quanto ci sia di costruito nel suo modo di stare sul palco, insomma quanto interpreti il personaggio del genio musicale disturbato; io personalmente sono abbastanza convinta del fatto che quello che abbiamo visto e ascoltato è Daniel Blumberg, esattamente com'è anche nella vita di tutti i giorni, ma Daniel appartiene a quella schiatta di artisti geniali, sregolati e folli che nell'arte (nel suo caso la musica, ma anche il disegno - una sua mostra è attualmente in corso ad Amburgo) possono trovare la loro valvola di sfogo e salvezza o il buco nero nel quale inabissarsi definitivamente senza riuscire più a uscirne.
Per tutti questi motivi assistere a un concerto di Daniel Blumberg è al contempo un'esperienza destabilizzante e unica.
Voto: 4/5
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