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venerdì 22 maggio 2026

Nella carne / David Szalay

Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.

Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.

E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.

Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.

Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.

Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.

Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.

Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.

Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.

Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.

La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.

Voto: 4/5

mercoledì 18 marzo 2026

Atti umani / Han Kang

Atti umani / Han Kang; trad. di Milena Zemira Ciccimarra. Milano: Adelphi, 2017.

Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.

Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.

Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.

Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.

Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.

Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).

Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.

La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.

Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.

Voto: 3,5/5

giovedì 26 febbraio 2026

L’Avversario / Emmanuel Carrère

L’Avversario / Emmanuel Carrère; trad. di Eliana Vicari Fabris. Milano: Adelphi, 2013.

Dopo aver letto Limonov e V13 con grandissimo entusiasmo, decido di tornare indietro nella produzione di Carrère a un libro che lo ha davvero consacrato presso il grande pubblico, anche grazie al film che è stato realizzato a partire da questo libro, interpretato da Daniel Auteuil.

L’Avversario – come forse quasi tutti sanno – è la storia vera di Jean-Claude Romand, l’uomo che, dopo aver smesso di dare esami alla facoltà di medicina a cui era iscritto, aveva inanellato una incredibile serie di menzogne costruendosi una vita con tanto di moglie e figli, ma un lavoro inesistente e immaginario come ricercatore a Ginevra e professore in Francia.

Di fronte al precipitare degli eventi, in particolare a causa della storia extraconiugale con Corinne e dei crescenti problemi economici, Jean-Claude uccise moglie e figli, e poi anche i genitori dando fuoco alla casa d’infanzia mentre era lui stesso all’interno. Si salvò grazie all’intervento dei pompieri - anche se non è mai stato chiaro se abbia fatto in modo di creare le condizioni per salvarsi o sia stato un caso -, e poi fu processato e condannato per gli omicidi.

Carrère, con il suo interesse verso questi personaggi enigmatici e sfaccettati (vedi anche Limonov) e per le vicende giudiziarie complesse (vedi V13), non può che appassionarsi alla storia di quest’uomo, alla sua personalità e agli sviluppi successivi al processo, e lo fa – come spesso accade nei suoi libri – per indagare all’interno dei meandri più oscuri dell’essere umano e capire meglio anche sé stesso.

Nel caso di Jean-Claude Romand, come anche in altre circostanze, Carrère mette in campo la relazione personale con il protagonista di questa vicenda con cui intrattiene un lungo scambio epistolare e che incontra in diverse circostanze durante il processo.

E però, nonostante le molte lettere scambiate e le numerose fonti utilizzate dallo scrittore per raccontare questa storia incredibile e incredibilmente angosciante, Romand rimane un mistero, probabilmente persino per sé stesso, nella (forse!) impossibilità per questo tipo di personalità di accedere alla verità e la tendenza compulsiva a raccontarsi e raccontare storie.

Non posso dire che sia il libro di Carrère che mi è piaciuto di più tra quelli che ho letto, però non c’è dubbio sul fatto che mi abbia angosciato moltissimo, certamente più degli altri due, persino di più di V13, perché mentre in quel caso c’è un orrore motivato ideologicamente, in questo c’è un orrore praticamente gratuito, che affonda le radici in una personalità sfuggente e difficilmente inquadrabile, in cui l’atteggiamento dello scrittore – e di noi lettori – oscilla tra la condanna senza appello e la possibilità di una redenzione.

Da leggere per scavare nelle profondità più recondite della mente umana.

Voto: 3,5/5

lunedì 22 settembre 2025

L'ultima cosa bella sulla faccia della terra / Michael Bible

L'ultima cosa bella sulla faccia della terra / Michael Bible; trad. di Martina Testa. Milano: Adelphi, 2023.

Ho portato a termine la lettura di questo romanzo solo per una mia ineliminabile curiosità e perché si tratta di un libro di dimensioni piuttosto piccole. Infatti, pur avendone affrontato la lettura con grandi entusiasmi, il mio interesse è andato scemando via via, e si è trasformato a poco a poco in quasi fastidio.

Mi rendo conto di essere in controtendenza: leggo meraviglie di questo romanzo e critici che parlano di Michael Bible come del futuro della letteratura americana, e quindi probabilmente il problema è mio.

Certamente non ha aiutato il fatto che il romanzo si struttura quasi come un insieme di racconti (e io non amo la forma del racconto): i quattro capitoli del romanzo sono infatti parzialmente indipendenti, sebbene tenuti insieme da alcuni fili conduttori, in particolare il legame con la cittadina di Harmony, nel sud degli Stati Uniti, e la vicenda che ne ha segnato la storia, ossia il rogo della chiesa locale in cui sono morte 25 persone, causato da Iggy, un giovane del luogo che in realtà voleva dare fuoco a sé stesso ma ne è uscito illeso.

Nel primo capitolo protagonista è proprio la cittadina di Harmony e la sua varia umanità che, a distanza di anni, ancora si interroga su quanto è successo e perché; nel secondo la parola passa allo stesso Iggy che nel frattempo si trova nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione; nel terzo si passa a Farber, e si getta luce anche sulla figura di Cleo, la ragazza amata da Iggy in gioventù e che formava con lui e Paul un trio di inseparabili; nell’ultimo capitolo il narratore è Joe, detto la nuvola, uno dei sopravvissuti del rogo che all’epoca aveva tre anni.

Tutti questi personaggi – intorno ai quali ruota la varia umanità di Harmony e non solo – sono attraversati dal medesimo male di vivere, alimentato dalla noia di un contesto bigotto e privo di stimoli. Tra droghe, percorsi laterali, centri di disintossicazione e strade senza uscita, tutti loro – pur covando il fuoco della gioventù e della vita – sono destinati alla sconfitta.

Ecco, a me tutto questo – la provincia americana che condanna le persone al fallimento, il degrado e la violenza fisica e psicologica, la religione come strumento di limitazione della libertà individuale – ha un po’ stancato. Oltre a trovare la lettura faticosa e la coralità un po’ forzata, devo dire che il libro non mi ha comunicato un’idea nuova, né mi ha suscitato alcun guizzo.

Non è che abbia idiosincrasie verso i romanzi pieni di tragedie e senza speranza, ma per me tra un romanzo di Tiffany McDaniel e questo c’è un vero abisso.

Voto: 2,5/5

mercoledì 17 settembre 2025

L’attesa / Matsumoto Seichō

L’attesa / Matsumoto Seichō; trad. di Gala Maria Follaco. Milano: Adelphi, 2024.

Grazie ad Adelphi i lettori italiani appassionati di Matsumoto Seichō stanno avendo la possibilità di ripercorrere a poco a poco tutta la sua produzione narrativa, scoprendo dunque le molteplici pieghe della sua scrittura e della sua poetica.

Io ho già letto diversi suoi romanzi e devo dire che ne apprezzo la coerenza e al contempo la varietà della produzione, sebbene ci siano narrazioni che mi appassionano di più e altre di meno.

Quest’ultimo romanzo offerto da Adelphi al pubblico italiano, la cui versione originale risale al 1971, non mi ha conquistata particolarmente.

La storia è quella di Isako, una giovane donna sposata con il signor Sawada, che ha trent’anni più di lei. Per la donna quello con Sawada è un matrimonio di convenienza, al punto che Isako – la quale nel frattempo intrattiene diverse relazioni extraconiugali – sta già programmando il suo futuro dopo la morte del marito, futuro nel quale intende aprire un ristorante con i soldi del testamento del marito, da cui intende far escludere le sue figlie.

Il piano di Isako sembra essere messo in discussione dall’incarcerazione del giovane Ishii - uno degli uomini con cui ha una relazione - a causa della morte della fidanzata con la quale viveva e del cui omicidio è accusato. Isako metterà in campo tutte le sue armi di seduzione e di cinismo per raggiungere il suo obiettivo.

L’attesa condivide con gli altri romanzi di Seichō il punto di vista critico dello scrittore nei confronti della società giapponese, una società spesso fatta di apparenze e di individui che perseguono il proprio tornaconto pur rispettando le regole sociali, e il tono della narrazione resta quello ovattato e in sordina che è tipico di una scrittura in cui sembra non accadere niente, ma che invece prepara a svolte e colpi di scena.

In questo caso devo però dire che – complice un’antipatia fortissima nei confronti dei personaggi, ovviamente Isako, ma anche Sawada e diversi altri – ho fatto molta fatica ad appassionarmi alla storia, che mi sembrava si avvolgesse a spirale su sé stessa in attesa dello scioglimento finale.

Non a caso mi sono trascinata la lettura molto più a lungo del necessario a causa della mia resistenza ad abbandonare i libri che leggo, ma anche al termine della lettura e nonostante le rivelazioni finali che danno un twist importante al racconto non sono uscita soddisfatta da questa lettura.

Peccato. Aspetto a questo punto il prossimo titolo di Matsumoto Seichō che Adelphi deciderà di pubblicare per riconciliarmi con questo autore.

Voto: 2,5/5

mercoledì 18 settembre 2024

Limonov / Emmanuel Carrère

Limonov / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2012.

E niente. Sono finita nelle maglie di Carrère e non so quando e se riuscirò a uscirne! ;-)

Dopo aver letto con grande soddisfazione V13, gironzolavo attorno a Limonov da un po' e non mi decidevo a iniziarlo, preoccupata di rimanerne delusa. E invece quando poi ho iniziato l'ho praticamente divorato, entusiasmandomi come ormai mi capita davvero molto raramente.

Il merito è sicuramente della figura incredibile del protagonista, Eduard Savenko, che a un certo punto cambia il suo cognome in Limonov, originario di un paesino russo, cresciuto a Kharkiv, un paese della provincia ucraina facente parte dell'allora URSS, e determinato fin dall'adolescenza a sfuggire alla mediocrità e alla noia del luogo dal quale proviene e al destino da operaio in fabbrica.

Eduard vuole lasciare il segno: vuole essere riconosciuto per la sua arte (prima scrive poesie, poi quando si trasferisce in America comincia a scrivere romanzi autobiografici), ma soprattutto vuole che la sua arte vada di pari passo con una vita vissuta sempre affrontando il rischio e il nuovo.

Limonov, dopo la giovinezza negli ambienti artistici underground russi e la storia con Anna, viene esiliato in America dove si innamora di Elena e vive in povertà senza riuscire a farsi pubblicare e infine abbandonato anche dalla donna amata. Dopo una discesa negli abissi, Eduard riparte dalla casa del ricco Stephen dove si ritrova, per una serie di circostanze, a fare il maggiordomo. Finalmente i suoi libri incontrano l'interesse di un editore francese e vengono pubblicati in Francia riscuotendo un grande successo. Inizia così la vita parigina che terminerà quando, con il crollo dell'URSS, Limonov decide di tornare in Russia. Il suo attivismo politico si fa sempre più intenso e difficile da catalogare: non manca il fiancheggiamento dei serbi nella guerra civile yugoslava, l'esperienza in Uzbekistan, la fondazione del partito nazionalbolscevico, la prigionia, e gli ultimi - ancora più confusi - anni dell'ascesa putiniana rispetto a cui Limonov ha una posizione che rispecchia alcune sue ambigue linee ideologiche già sostenute in passato.

Un personaggio come Limonov è praticamente impossibile da classificare e anche da giudicare: un artista, un pazzo, un eroe, un invasato, un genio. O forse tutto questo insieme e mescolato.

Certo è che, grazie alla sua storia personale, si attraversa un pezzo importante della storia e della letteratura (ma anche l'arte) novecentesca e soprattutto, più o meno direttamente, delle vicende che la parte orientale del territorio europeo.

La complessità del pensiero di Limonov e il suo non essere mai allineato e sempre controcorrente, ma in fondo coerente con un pensiero di fondo, per quanto a volte ottuso, ci aiuta a vedere - da un punto di vista diverso e certamente meno scontato - parti di storia che conosciamo solo attraverso la narrazione occidentale. E a mettere in dubbio alcune convinzioni ideologiche a volte acritiche o a senso unico, cosa che lo stesso Carrère fa a più riprese.

E fin qui il personaggio, di cui ovviamente si potrebbe dire molto altro, perché è stato incredibilmente al centro di una rete di relazioni e di una serie di vicende che rendono la sua vita una vera e propria lente attraverso cui guardare non solo a lui ma a un mondo e a una realtà ben più ampie.

Poi c'è Carrère. E chi non vorrebbe un biografo come lui? Perché sì, la vita di Limonov è eccezionale di per sé, ma la narrazione di Carrère la rende straordinaria, utilizzando non solo interviste e fatti storici, ma anche le opere dello stesso Limonov. È vero che Carrère non perde occasione per aprire digressioni personali e di fatto parlare di sé attraverso il suo protagonista (ricordiamo che la madre di Carrère è di origine russa e lo stesso scrittore francese ha spesso frequentato l'ambiente russo), ma - a parte quando si lascia andare alle proprie memorie - l'autore consente a Limonov di occupare tutta la scena, tra l'altro sfuggendo al rischio - inevitabile con un tale personaggio - di farne un eroe ovvero un pazzo, bensì restituendone la complessità e stratificazione, nonché l'ambiguità, che però in molti casi è riflesso dell'ambiguità di una storia molto meno lineare di quello che vogliamo e ci vogliono far credere.

Si arriva all'ultima pagina quasi sfiniti ma anche gioiosi per aver partecipato a un racconto così incredibile che davvero ci mette sotto gli occhi il potere sovrumano della letteratura.

Quasi stento a credere che Limonov sia morto a 77 anni, di malattia, dopo cotanta vita, e forse lui stesso non sarà stato contento di aver avuto una morte così banale a dispetto di una vita così poco regolare.

Non posso esimermi a questo punto dal leggere L'avversario, il libro che ha reso famoso Carrère.

Voto: 4,5/5

lunedì 2 settembre 2024

V13. Cronaca giudiziaria / Emmanuel Carrère

V13. Cronaca giudiziaria / Emmanuel Carrère; postfazione di Grégoire Leménager; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2023.

V13 è il primo libro di Emmanuel Carrère che leggo. Ne ho alcuni altri, ma non mi ero mai decisa, anche perché ne ho sempre sentito parlare in maniera ambivalente. Molti mi dicevano delle sue grandi qualità sul piano della scrittura, ma qualcuno lamentava il suo narcisismo, molto evidente quando parla di storie che lo riguardano in prima persona. Ebbene, penso che cominciare con V13 sia stata una scelta azzeccata, sebbene sostanzialmente fortuita.

Come dice il sottotitolo, V13 è una cronaca giudiziaria, quella del processo per gli attentati terroristici compiuti a Parigi venerdì 13 novembre 2015, per l'esattezza quello in parte fallito allo Stade de France, le uccisioni ai tavolini dei due ristoranti Le Carillon, in Rue Alibert, e Le Petit Cambodge, in Rue Bichat, e la strage al Bataclan dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal. Per quasi un anno Emmanuel Carrère ha seguito il processo per conto del giornale L’Obs insieme ad altri giornalisti della stessa testata. I resoconti sono stati pubblicati settimanalmente sul giornale, poi Carrère li ha riordinati, parzialmente risistemati e organizzati nelle tre parti, Le vittime, Gli imputati, La corte, che compongono questo libro, pubblicato in Italia da Adelphi.

Quello di Carrère è al contempo un racconto fedele e attento delle fasi del processo, con un'attenzione non solo e non tanto ai fatti che emergono, ma anche alla ratio delle procedure, nonché un'occasione di conoscenza dei suoi protagonisti, vittime, familiari delle vittime, imputati, avvocati, giudici.

Se l'ondata emotiva è attesa e inevitabile quando si parla delle vittime e dei familiari delle vittime, e l'empatia per il loro dolore e l'orrore per quanto subito sono massime e immediate, colpisce ancora di più la capacità di Carrère di raccontare gli imputati, tra l'altro tutti pesci piccoli, a parte Salah Abdeslam che faceva parte del commando suicida e che non è chiaro perché non sia morto insieme agli altri. È evidente che in questo caso i sentimenti suscitati sono molto più ambivalenti, e l'empatia non solo non è scontata ma può risultare persino inopportuna; Carrère però non si sottrae al tentativo di comprendere, e anche in questo caso - sebbene sia necessario un salto razionale, nonché culturale - riusciamo se non a entrare nella testa di alcuni degli imputati, almeno a cogliere alcune storture e anomalie del procedimento, nonché a evitare l'approccio "noi/loro" che non è certamente la strada giusta da percorrere.

Nella terza parte, quella dedicata alle varie figure del processo, giudici, avvocati, pubblici ministeri ecc., Carrère fa un'operazione se vogliamo persino più ardita. Oltre a mostrarci le capacità e la bravura di alcuni di loro, ci aiuta a comprendere i meccanismi processuali e dunque il senso del lavoro di tutti coloro che sono coinvolti nel dibattimento, anche di quelli che difendono gli imputati, persino quelli apparentemente più indifendibili, nel presupposto che un processo - soprattutto uno di questa portata - ha anche un valore politico ed esemplare, e dunque la sentenza non è il risultato di un'operazione matematica, perché su di essa agiscono molti fattori sottili e immateriali.

Se dunque - come mi dicono - il difetto principale di Carrère è quello di rubare la scena agli altri personaggi delle sue storie con il suo essere ingombrante, in questo caso non si può dire altrettanto. Carrère quasi scompare a tutto vantaggio dei protagonisti della storia, soprattutto alcuni che nella sua esperienza sono risultati particolarmente determinanti, ad esempio tra i familiari delle vittime Georges Salines e Nadia Mondeguer, tra gli avvocati Negar Haeri e Xavier Nogueras.

V13 è una lettura al contempo devastante ed entusiasmante, per la maniera straordinaria in cui ci accompagna nei meandri della giustizia e delle sue imperfezioni (dovute al fatto che la passione riesce sempre a intrufolarsi nelle maglie del diritto), nonché nei misteri della mente umana, capace di profondissimi abissi e altissime vette, entrambi difficili da comprendere.

Voto: 4/5

mercoledì 22 novembre 2023

Le signorine di Concarneau / Georges Simenon

Le signorine di Concarneau / Georges Simenon; trad. di Laura Frausin Guarino. Milano: Adelphi, 2013.

Devo ammettere che non ho mai letto nulla di Simenon, e che questa prima lettura è stata ispirata dal fatto che avevo in quel momento in programma un viaggio in Bretagna, dunque mi faceva piacere leggere un racconto ambientato in uno dei paesi che avrei visitato.

Così, praticamente per caso, sono finita su questo noir di Simenon che racconta la vicenda di Jules Guérec, un quarantenne celibe, proprietario di due pescherecci, che vive nella casa familiare insieme alle due sorelle Céline e Françoise, anch'esse non sposate (a differenza della terza sorella, Marthe, che invece si è sposata con un funzionario pubblico) e che gestiscono un negozio di corde e pellami che occupa una parte della loro stessa abitazione. Si tratta di una famiglia borghese benestante, ma nella quale vigono ferree regole di condotta personale, spesso a scapito della felicità e della realizzazione individuale.

In particolare, Jules è costantemente sotto il controllo delle sorelle, soprattutto di Céline che sembra avere un vero e proprio sesto senso nel riconoscere le bugie del fratello.

Quando una sera Jules, tornando da Quimper, investe un ragazzino e non torna indietro a verificare cosa gli sia successo, all'interno della famiglia Guérec qualcosa cambia per sempre.

Nonostante Jules decida di non raccontare niente alle sorelle e le indagini non riescano a risalire a lui, si innescano alcuni meccanismi che fanno emergere rancori sepolti sotto la cenere e desideri frustrati, cosicché gli equilibri sclerotizzatisi nel tempo cominciano a scricchiolare fino alla deflagrazione finale.

Ne viene fuori il ritratto di nucleo familiare asfittico, che si muove all'interno di un contesto sociale piccolo e provinciale, nel quale le differenze sociali ed economiche sono rilevanti e le prospettive individuali sono limitate. D'altra parte, l'evoluzione della storia dimostrerà che questi personaggi, al di fuori del contesto dal quale provengono, sono pesci fuor d'acqua, incapaci e forse nemmeno veramente interessati a cogliere le opportunità che altri mondi sembrano aprirgli, in quanto perfettamente interni e coerenti con le loro radici.

L'evento che è al centro della narrazione è dunque per Simenon semplicemente un appiglio per raccontare un contesto ambientale e umano del quale ci restituisce umori, odori e colori (o assenza di colori) in maniera estremamente vivida, nonché l'occasione per andare a esplorare le complessità della mente umana e il rapporto non univoco tra i singoli e le collettività cui appartengono.

Diciamo che pur non essendo stata per me una lettura illuminante, ho apprezzato molto lo stile e forse un piccolo seme è stato gettato per approfondire la conoscenza di Simenon.

Voto: 3/5

mercoledì 2 agosto 2023

Il grano in erba / Colette

Il grano in erba / Colette. Milano: Adelphi, 2011.

Il grano in erba è il romanzo che Colette pubblicò a puntate su “Le Matin”, ma la cui pubblicazione fu interrotta a causa del tema scabroso per l’epoca. Protagonisti di questo romanzo sono Vinca, quindicenne, e Phil, sedicenne, due amici di infanzia che da sempre ogni estate si ritrovano sulla costa bretone dove le rispettive famiglie trascorrono le vacanze.

Quest’estate però non sarà come tutte le altre: i due ragazzi sono infatti nel momento della transizione - anche dolorosa - che li porterà dall’infanzia all’età adulta, e ne sono perfettamente consapevoli. Quella che era un’amicizia infantile nella quale il fatto di essere un maschio e una femmina contava molto meno della condivisione dei giochi e delle attività si trasforma in un rapporto più sfuggente e ambiguo, che Vinca e Phil da un lato rifuggono nell’estremo tentativo di mantenersi attaccati all’infanzia, dall’altro desiderano per sancire l’inizio di una vita futura che li affascina e li terrorizza.

La naturalezza dei comportamenti che da sempre ha caratterizzato i loro rapporti si trasforma in una specie di duello costante in cui entrambi sperimentano il sottinteso e il non detto, e sono vittima e responsabili di fraintendimenti e allontanamenti.

Quando Phil diventa oggetto dell’interesse della signora Dallerey (ben più grande di lui) che ha preso in affitto una casa non lontana, il ragazzo è combattuto tra il desiderio di sperimentare e la paura dell’ignoto, mentre Vinca – pur tenuta all’oscuro – percepisce che tutto sta cambiando, e che l’amicizia, trasformatasi in amore, non è più semplicemente fonte di spensieratezza e felicità, ma anche di gelosie e dolore.

Di fronte all’emergere della verità, i due giovani affronteranno insieme questo passaggio cruciale e dagli esiti non certo scontati. Intorno un mondo di adulti che, consapevolmente o inconsapevolmente – non lo sapremo mai - sembra non accorgersi minimamente di quello che sta accadendo (i ragazzi non a caso li chiamano Ombre).

Com’è normale che sia il romanzo che tanto scandalo destò all’epoca per noi contemporanei ha poco di scandaloso, anche se qualche benpensante e ipocrita potrebbe storcere il naso di fronte alla relazione estiva tra il minorenne Phil e la signora Dallerey, che seduce volontariamente il ragazzo e come compare all’improvviso così scompare senza salutare.

Colette dimostra però una capacità sopraffina di scandagliare l’animo di questi adolescenti e rende vivi e profondamente reali i loro sentimenti, la loro ingenuità, la loro incapacità, la loro cattiveria, e tutte quelle cose che si è in adolescenza, cose che non si è in grado di padroneggiare e che producono molta sofferenza.

Un romanzo che avevo deciso di leggere per la sua ambientazione bretone (che Colette descrive con attenzione, soprattutto in riferimento alla flora e alla fauna), ma che mi ha conquistata in maniera molto più ampia e complessa.

Voto: 3,5/5

venerdì 14 luglio 2023

Il dubbio / Matsumoto Seichō

Il dubbio / Matsumoto Seichō; trad. di Gala Maria Follaco. Milano: Adelphi, 2022.

Come sa chi legge questo blog, da qualche anno mi sono appassionata alla lettura dei romanzi di Matsumoto Seichō. Credo di aver già letto quasi tutti quelli che sono stati tradotti in italiano, ma dando un’occhiata alla sua sterminata bibliografia posso stare tranquilla sul fatto che non mi mancheranno sue opere da leggere per il futuro.

Il dubbio, il romanzo pubblicato da Adelphi nel 2022, ha le caratteristiche tipiche dei suoi gialli, che forse sarebbe più corretto definire “polizieschi”, un caso di omicidio che è oggetto di indagini supplementari dalle quali emergeranno verità non immediatamente intellegibili e che spesso rovesciano il punto di vista iniziale.

In questo caso al centro del caso c’è la morte di un facoltoso vedovo, Shirakawa Fukutaro, sposato con una donna molto più giovane di lui, Onizuka Kumako, con un passato da entraineuse nei bar di Tokyo. I due tornavano in macchina da un breve viaggio e sulla strada del ritorno, sotto una pioggia battente, sono finiti in mare. Nella caduta Fukutaro è morto, mentre sua moglie si è salvata.

La stampa e la comunità locale sono entrambe schierate a favore dell’ipotesi dell’omicidio: la forestiera Kumako avrebbe architettato tutto per accaparrarsi l’assicurazione sulla vita del marito da poco sottoscritta, ma la donna dal carcere continua a professarsi innocente. Nuovi elementi emergeranno man mano che l’indagine prosegue, soprattutto dopo che il caso è rilevato da un difensore d’ufficio giovane e primariamente civilista, che si dimostra particolarmente acuto nelle sue intuizioni.

Come sempre accade nei romanzi di Matsumoto Seichō, l’intento dello scrittore non è solo quello di costruire un intreccio narrativo ben congegnato, ma anche quello di utilizzare la vicenda narrata per rivelare alcuni aspetti critici della società giapponese e suscitare nel lettore delle riflessioni. In questo caso, si pone l’accento sui pregiudizi della provincia giapponese e sulla sua mancanza di apertura mentale nei confronti di quanto proviene dall’esterno, che poi sono caratteristiche che appartengono agli ambienti piccoli e chiusi in tutto il mondo, ma che forse in Giappone assumono sfumature particolari e specifiche.

Come al solito per i suoi libri, il romanzo di Matsumoto Seichō si legge tutto d’un fiato e sempre con grande interesse. Non sarà certamente l’ultimo che leggerò.

Voto: 3,5/5

mercoledì 5 luglio 2023

Serge / Yasmina Reza

Serge / Yasmina Reza; trad. di Daniela Salomoni. Milano: Adelphi, 2022.

Yasmina Reza ha una capacità davvero unica di decostruire e analizzare le relazioni umane e i modi di essere dei singoli, guardandoli da un punto di vista originale e così mettendone in evidenza i tratti che, pur essendo sotto i nostri occhi, spesso ci sfuggono, forse perché non vogliamo riconoscerli innanzitutto in noi stessi. Infatti, la caratteristica più significativa dei testi della Reza è proprio quella di farci guardare allo specchio nelle nostre meschinità e idiosincrasie.

In questo caso l'oggetto di analisi è la famiglia, anzi per l'esattezza una famiglia ebrea, i Popper, della quale seguiamo attraverso la voce di Jean, il figlio intermedio, le vicende di Serge, il fratello maggiore, e Nana, la sorella minore.

I tre si ritrovano, insieme a mariti/compagni e nipoti, per il funerale della madre Marta, sopravvissuta al marito Edgar, sionista convinto, mentre lei era totalmente impermeabile a qualunque dettato religioso e che proprio per questo era continuamente accusata dal marito di non aver ben educato i suoi figli.

Jean vive all'ombra del fratello Serge, che tende sempre a difendere e giustificare. La sua è una vita piuttosto solitaria, a parte i contatti con la sua ex e il figlio di lei, Luc.

Serge è snob e tracontante, divorziato e tendenzialmente fedifrago, testardo e capriccioso, nonché politicamente scorretto. All'estremo opposto si colloca Nana, sposata con un uomo di origine sudamericana di bassa estrazione e impegnato nel sociale, e ha due figli, uno dei quali ha velleità da grande chef.

È evidente che queste tre persone, pur fratelli, hanno un altissimo potenziale di conflittualità, che infatti viene immediatamente fuori in occasione del viaggio ad Auschwitz che i tre fanno insieme a Josephine, figlia di Serge, che ha espresso il desiderio di visitare i luoghi che sono stati così determinati nella storia dei propri antenati.

Proprio in un luogo che dovrebbe essere fatto apposta per coltivare il rispetto e la memoria si consuma il conflitto tra Serge e Nana, in cui Jean pur cercando di mantenersi equidistante tradisce la comunanza con il fratello del punto di vista sulla famiglia della sorella, in particolare su suo marito.

Come sempre nei suoi libri, la Reza con la sua prosa tagliente non si ferma davanti a nulla, facendoci ridere, sorridere e riflettere su qualunque cosa appartenga a quell'insieme complesso e contraddittorio che sono i sentimenti umani.

E in Serge la scrittrice francese appare particolarmente ispirata.

Voto: 3,5/5

mercoledì 31 agosto 2022

Felici i felici / Yasmina Reza

Felici i felici / Yasmina Reza; trad. di Maurizia Balmelli. Milano: Adelphi, 2017.

Ho comprato Felici i felici di Yasmina Reza su suggerimento di F. che me ne aveva decantato i pregi dopo che avevamo visto insieme a teatro Art, spettacolo tratto da un altro testo della scrittrice francese.

La Reza l'ho scoperta ormai da anni e la conosco da diversi punti di vista: ho visto opere teatrali scritte da lei, ho letto suoi romanzi, ho visto film ispirati ai suoi lavori. So bene dunque quanto il suo sguardo sia affilato e tagliente rispetto alla società e soprattutto rispetto alle idiosincrasie, alle frustrazioni e alle piccolezze più o meno nascoste delle persone, sia prese singolarmente che nelle relazioni.

Ebbene, in un certo senso Felici i felici è un po' la summa di tutto questo. Si tratta infatti di un libro corale e al contempo individuale, strutturato in brevi capitoli ciascuno dedicato a un personaggio. Man mano che la lettura prosegue comprendiamo via via le relazioni tra questi personaggi, che infine negli ultimissimi capitoli si compongono in un affresco d'insieme, intorno al funerale di uno di loro.

La Reza ne ha per tutti: per le relazioni di coppia (spesso fatte di insoddisfazioni, tradimenti, abitudini e infelicità), per le relazioni familiari (caratterizzate da condizionamenti, vergogna, non detti), per le relazioni amicali (non sempre sincere e completamente rilassate, talvolta persino meschine). Insomma, ognuno di questi personaggi ha la sua dose di infelicità e si barcamena come può in questa vita di cui nessuno ci ha fornito le istruzioni.

È evidente che il disvelamento della Reza riguarda tutti noi, e non solo i personaggi rappresentati in queste pagine, perché ciascuno di noi nella propria vita o in specifiche fasi della stessa sperimenta questo senso di insoddisfazione e/o la difficoltà di far fronte a cose soverchianti come la morte e la malattia.

Ognuno fa quello che può per dare un senso e rendere la propria esistenza meritevole di essere vissuta, foss'anche solo dal punto di vista strettamente individuale.

Lettura interessante, come tutte quelle dei libri della Reza; dal mio punto di vista non particolarmente sorprendente visto che sapevo sostanzialmente cosa aspettarmi.

Voto: 3/5

domenica 13 dicembre 2020

La ragazza del Kyūshū / Matsumoto Seichō

La ragazza del Kyūshū / Matsumoto Seichō; trad. di Gala Maria Follaco. Milano: Adelphi, 2019.

Di Matsumoto Seichō avevo letto tempo fa Tokyo Express ed ero rimasta favorevolmente colpita dalla sua capacità di tenere insieme classico e moderno (è un libro del 1958 ma risulta di straordinaria modernità), nonché Occidente e Oriente (l'impianto del giallo è perfettamente riconoscibile per un lettore occidentale, ma le ambientazioni e gli "umori" del libro sono profondamente giapponesi). Per questo avevo deciso di continuare nella scoperta di questo autore comprando e leggendo La ragazza del Kyūshū, romanzo scritto nel 1961 e solo ora tradotto per il pubblico italiano.

Il Kyūshū fa da ideale trait d'union tra i due romanzi, visto che in entrambi i casi questa regione "remota" del Giappone è motore della vicenda. Rispetto a Tokyo Express, in questo caso - più che dalle parti del giallo-poliziesco - ci muoviamo  nell'area del noir con una coloritura giudiziaria.

La storia è quella di Kiriko, la ragazza del Kyūshū appunto, che dopo un lungo viaggio si presenta a Tokyo nell'ufficio dell'avvocato Ōtsuka Kinzo, un famoso penalista, per chiedergli di assumere la difesa di suo fratello, accusato dell'omicidio di una vecchia usuraia a cui doveva dei soldi. Kiriko è convinta dell'innocenza di suo fratello e del fatto che un avvocato di qualità potrebbe salvarlo dalla pena di morte.

L'avvocato però non accetta il caso, sia perché distratto da vicende personali sia perché Kiriko non ha i soldi per pagare la sua parcella.

Questa è solo la premessa di una narrazione appassionante (anche se forse questo termine non rende correttamente l'idea di un incedere narrativo asciutto e inesorabile) che ci accompagnerà passo a poco alla scoperta dei fili che Kiriko intesse per comporre una vendetta lucida e senza pietà nei confronti dell'avvocato.

Nel romanzo di Matsumoto c'è sicuramente uno spunto critico sul sistema giudiziario giapponese, ma c'è anche tantissimo di una cultura giapponese capace di fare della pazienza e della determinazione delle potentissime armi di vendetta e di realizzazione dei propri obiettivi.

Nel procedere delle pagine sembra di vederlo lo sguardo determinato e impassibile di questa ragazza del Kyūshū, la cui rabbia e dolore sono state sublimate in fredda e inscalfibile strategia al servizio di una vendetta che non si accontenta di mezze misure.

Per me la conferma di un autore di grandissimo interesse per la sua eccellente capacità di raccontare visivamente non solo azioni e ambientazioni, ma anche sentimenti e stati d'animo.

Voto: 4/5

lunedì 10 settembre 2018

Tokyo Express / Matsumoto Seichō

Tokyo Express / Matsumoto Seichō; trad. di Gala Maria Follaco. Milano: Adelphi, 2018.

Ho scoperto questo libro in una delle numerose liste di libri da portare in vacanza che sono circolate in questo periodo. Alla ricerca di nuovi giallisti e nuovi gialli da portare con me quest'estate (la stagione in cui per ovvi motivi leggo di più!) mi ha incuriosito questo romanzo di un autore giapponese per me sconosciuto, Matsumoto Seichō.

Ho scoperto solo alla fine della lettura che quella che per noi è una novità letteraria fa parte in realtà delle numerose operazioni di recupero che gli editori italiani, in particolare i più attenti e impegnati, stanno facendo rispetto ad altre culture letterarie.

Il romanzo di Matsumoto risale infatti nella sua prima edizione giapponese al 1958 e - dopo essere stato pubblicato nel 1971 nei gialli Mondadori con il titolo La morte è in orario - viene ora ripubblicato in Italia da Adelphi. E dire che durante la lettura non avevo notato niente che nello specifico mi facesse pensare a questo grosso scarto temporale con il presente.

Certo, avevo più volte osservato durante la lettura che l'impianto narrativo mi ricordava quello di un giallo classico, quasi alla Agatha Christie, ma non avevo notato la totale assenza di tecnologia e il modo un po' antico di condurre le indagini da parte dei due poliziotti che si passano il testimone, Torigai Jūtarō, vicino al pensionamento, e il più giovane Mihara Kiichi. Avevo piuttosto attribuito alcune caratteristiche dell'intreccio narrativo e di alcuni personaggi alle peculiarità della cultura e della società giapponese.

La storia è presto detta: due cadaveri vengono trovati affiancati su una spiaggia di Kyūshū. Si tratta della giovane e bella Otoki, che intrattiene la clientela in un ristorante di Tokyo, e di Sayama, funzionario del dipartimento di un ministero coinvolto in un grosso caso di corruzione. Pare trattarsi di un doppio suicidio passionale, legato al fatto che i due erano amanti, ma mentre il caso viene rapidamente archiviato il poliziotto Torigai Jūtarō nota alcuni dettagli che non lo convincono fino in fondo, e così, quando al caso si interessa un altro distretto di polizia e in particolare l'investigatore Mihara Kiichi, Torigai fa presente a quest'ultimo i suoi dubbi.

Mihara sospetta in particolare di Yasuda, il testimone che insieme a due colleghe di Otoki ha visto salire i due amanti sullo stesso treno che li portava dove sarebbero poi morti.

La dinamica di quello che si scoprirà essere un doppio omicidio e l'alibi che tiene in piedi la versione accreditata del doppio suicidio sono costruiti sull'incastro perfetto degli orari dei treni e in generale dei mezzi di trasporto giapponesi, nonché sulla precisione con cui viaggiano i mezzi e si comportano le persone nelle loro funzioni pubbliche nonché nella loro vita privata. Lo stesso investigatore Mihara dimostra una perseveranza che a tratti rasenta l'ossessione ma che alla fine in qualche modo gli darà ragione, per quanto l'esito della storia non sarà esattamente quello che il poliziotto immagina, come lui stesso racconterà in una lunga lettera al collega Torigai che per primo gli aveva dato l'imbeccata per le indagini.

Da questi punti di vista si tratta di un giallo che mai avrebbe potuto essere ambientato in Italia, perché qui da noi tutta questa precisione e perseveranza sarebbero state assolutamente poco credibili.

Durante la lettura aiutatevi anche con la cartina che è nelle pagine finali del libro, perché l'indagine di Mihara si svolge su e giù per il Giappone, visto che i cadaveri vengono trovati nell'isola più a sud, mentre il sospettato Yasuda si trovava nell'isola a nord, Hokkaido, nei giorni immediatamente a ridosso dell'avvenimento.

Cosicché la lettura di Tokyo Express è anche un modo per comprendere quanto un paese ai nostri occhi apparentemente piccolo sia in realtà molto esteso in lunghezza e attraversarlo da nord a sud richieda ore e ore di treno o in alternativa l'inevitabile scelta dell'aereo.

A me è piaciuto. Anche e soprattutto perché è un ulteriore modo per conoscere un paese così simile al nostro mondo occidentale eppure così diverso da tutto quello che conosciamo e a cui siamo abituati.

Ah dimenticavo! Dal libro sono stati tratti diversi film, tra cui uno contemporaneo all'uscita del romanzo (che si trova su YouTube in versione integrale) e l'ultimo - in realtà una serie TV - del 2007 con Takeshi Kitano.

Voto: 3,5/5