Avevo già avuto modo di assistere, qualche anno fa, a una messa in scena di questo testo di Yasmina Reza a cura del collettivo teatrale Generazione disagio e, come si capisce dalla mia recensione di allora, lo spettacolo mi era piaciuto molto.
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
Visualizzazione post con etichetta Yasmina Reza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Yasmina Reza. Mostra tutti i post
sabato 14 marzo 2026
lunedì 20 maggio 2024
Conversazioni dopo un funerale / dal testo di Yasmina Reza. Teatro Parioli, 7 maggio 2024
In questo ultimo scorcio della stagione teatrale, sfruttiamo i biglietti residui del carnet ViviCinema&Teatro per andare a vedere questo spettacolo in programmazione al Teatro Parioli. La messa in scena di un testo di Yasmina Reza è sempre un'attrattiva anche lì dove non conosciamo registi e attori.
In questo caso si tratta di Conversazioni dopo un funerale, opera prima della Reza, scritto quando aveva solo 25 anni e che vinse all'epoca numerosi premi. L'opera è ambientata in una casa di campagna dove è stato appena celebrato il funerale di un uomo, e dove convergono i suoi tre figli (due maschi e una femmina), il fratello con la moglie e - in maniera inattesa - la ex-fidanzata dei due figli maschi.
Questa presenza contemporanea sarà l'occasione per far emergere situazioni irrisolte e modi di sentire differenti e contraddittori che sfoceranno talvolta in conflitto, altre volte in risata, fino alla catarsi finale.
Non ho letto il testo originale della Reza, anche se nello scheletro narrativo già si riconoscono alcune tematiche tipiche della sua opera. In questo caso però la verve tipica della Reza ne esce appiattita e monocorde, non so se in parte per limiti propri del testo, oppure per una serie di questioni relative alla messa in scena.
Personalmente, lamento innanzitutto un audio pessimo (e comunque una scelta di amplificazione molto discutibile, oltre che tecnicamente non riuscita), in secondo luogo una recitazione decisamente poco brillante, tra lo stereotipato e l'incolore, in terzo luogo un adattamento in italiano (e al contesto italiano) non del tutto convincente (sebbene io non possa giudicare visto che non ho letto l'originale), infine un allestimento e una regia un po' banali.
Mi spiace sempre uscire da uno spettacolo scontenta e con un giudizio negativo, che in ogni caso resta sempre soggettivo ed espresso da una persona che non è un'addetta ai lavori.
Mi sento di dire però - avendo ormai un certo bagaglio conoscitivo come spettatrice di opere teatrali - che questo spettacolo non sia particolarmente riuscito e non renda merito a un'autrice la cui scrittura di solito risulta affilata quanto i temi che tratta.
Voto: 2/5
In questo caso si tratta di Conversazioni dopo un funerale, opera prima della Reza, scritto quando aveva solo 25 anni e che vinse all'epoca numerosi premi. L'opera è ambientata in una casa di campagna dove è stato appena celebrato il funerale di un uomo, e dove convergono i suoi tre figli (due maschi e una femmina), il fratello con la moglie e - in maniera inattesa - la ex-fidanzata dei due figli maschi.
Questa presenza contemporanea sarà l'occasione per far emergere situazioni irrisolte e modi di sentire differenti e contraddittori che sfoceranno talvolta in conflitto, altre volte in risata, fino alla catarsi finale.
Non ho letto il testo originale della Reza, anche se nello scheletro narrativo già si riconoscono alcune tematiche tipiche della sua opera. In questo caso però la verve tipica della Reza ne esce appiattita e monocorde, non so se in parte per limiti propri del testo, oppure per una serie di questioni relative alla messa in scena.
Personalmente, lamento innanzitutto un audio pessimo (e comunque una scelta di amplificazione molto discutibile, oltre che tecnicamente non riuscita), in secondo luogo una recitazione decisamente poco brillante, tra lo stereotipato e l'incolore, in terzo luogo un adattamento in italiano (e al contesto italiano) non del tutto convincente (sebbene io non possa giudicare visto che non ho letto l'originale), infine un allestimento e una regia un po' banali.
Mi spiace sempre uscire da uno spettacolo scontenta e con un giudizio negativo, che in ogni caso resta sempre soggettivo ed espresso da una persona che non è un'addetta ai lavori.
Mi sento di dire però - avendo ormai un certo bagaglio conoscitivo come spettatrice di opere teatrali - che questo spettacolo non sia particolarmente riuscito e non renda merito a un'autrice la cui scrittura di solito risulta affilata quanto i temi che tratta.
Voto: 2/5
mercoledì 5 luglio 2023
Serge / Yasmina Reza
Serge / Yasmina Reza; trad. di Daniela Salomoni. Milano: Adelphi, 2022.
Yasmina Reza ha una capacità davvero unica di decostruire e analizzare le relazioni umane e i modi di essere dei singoli, guardandoli da un punto di vista originale e così mettendone in evidenza i tratti che, pur essendo sotto i nostri occhi, spesso ci sfuggono, forse perché non vogliamo riconoscerli innanzitutto in noi stessi. Infatti, la caratteristica più significativa dei testi della Reza è proprio quella di farci guardare allo specchio nelle nostre meschinità e idiosincrasie.
In questo caso l'oggetto di analisi è la famiglia, anzi per l'esattezza una famiglia ebrea, i Popper, della quale seguiamo attraverso la voce di Jean, il figlio intermedio, le vicende di Serge, il fratello maggiore, e Nana, la sorella minore.
I tre si ritrovano, insieme a mariti/compagni e nipoti, per il funerale della madre Marta, sopravvissuta al marito Edgar, sionista convinto, mentre lei era totalmente impermeabile a qualunque dettato religioso e che proprio per questo era continuamente accusata dal marito di non aver ben educato i suoi figli.
Jean vive all'ombra del fratello Serge, che tende sempre a difendere e giustificare. La sua è una vita piuttosto solitaria, a parte i contatti con la sua ex e il figlio di lei, Luc.
Serge è snob e tracontante, divorziato e tendenzialmente fedifrago, testardo e capriccioso, nonché politicamente scorretto. All'estremo opposto si colloca Nana, sposata con un uomo di origine sudamericana di bassa estrazione e impegnato nel sociale, e ha due figli, uno dei quali ha velleità da grande chef.
È evidente che queste tre persone, pur fratelli, hanno un altissimo potenziale di conflittualità, che infatti viene immediatamente fuori in occasione del viaggio ad Auschwitz che i tre fanno insieme a Josephine, figlia di Serge, che ha espresso il desiderio di visitare i luoghi che sono stati così determinati nella storia dei propri antenati.
Proprio in un luogo che dovrebbe essere fatto apposta per coltivare il rispetto e la memoria si consuma il conflitto tra Serge e Nana, in cui Jean pur cercando di mantenersi equidistante tradisce la comunanza con il fratello del punto di vista sulla famiglia della sorella, in particolare su suo marito.
Come sempre nei suoi libri, la Reza con la sua prosa tagliente non si ferma davanti a nulla, facendoci ridere, sorridere e riflettere su qualunque cosa appartenga a quell'insieme complesso e contraddittorio che sono i sentimenti umani.
E in Serge la scrittrice francese appare particolarmente ispirata.
Voto: 3,5/5
Yasmina Reza ha una capacità davvero unica di decostruire e analizzare le relazioni umane e i modi di essere dei singoli, guardandoli da un punto di vista originale e così mettendone in evidenza i tratti che, pur essendo sotto i nostri occhi, spesso ci sfuggono, forse perché non vogliamo riconoscerli innanzitutto in noi stessi. Infatti, la caratteristica più significativa dei testi della Reza è proprio quella di farci guardare allo specchio nelle nostre meschinità e idiosincrasie.
In questo caso l'oggetto di analisi è la famiglia, anzi per l'esattezza una famiglia ebrea, i Popper, della quale seguiamo attraverso la voce di Jean, il figlio intermedio, le vicende di Serge, il fratello maggiore, e Nana, la sorella minore.
I tre si ritrovano, insieme a mariti/compagni e nipoti, per il funerale della madre Marta, sopravvissuta al marito Edgar, sionista convinto, mentre lei era totalmente impermeabile a qualunque dettato religioso e che proprio per questo era continuamente accusata dal marito di non aver ben educato i suoi figli.
Jean vive all'ombra del fratello Serge, che tende sempre a difendere e giustificare. La sua è una vita piuttosto solitaria, a parte i contatti con la sua ex e il figlio di lei, Luc.
Serge è snob e tracontante, divorziato e tendenzialmente fedifrago, testardo e capriccioso, nonché politicamente scorretto. All'estremo opposto si colloca Nana, sposata con un uomo di origine sudamericana di bassa estrazione e impegnato nel sociale, e ha due figli, uno dei quali ha velleità da grande chef.
È evidente che queste tre persone, pur fratelli, hanno un altissimo potenziale di conflittualità, che infatti viene immediatamente fuori in occasione del viaggio ad Auschwitz che i tre fanno insieme a Josephine, figlia di Serge, che ha espresso il desiderio di visitare i luoghi che sono stati così determinati nella storia dei propri antenati.
Proprio in un luogo che dovrebbe essere fatto apposta per coltivare il rispetto e la memoria si consuma il conflitto tra Serge e Nana, in cui Jean pur cercando di mantenersi equidistante tradisce la comunanza con il fratello del punto di vista sulla famiglia della sorella, in particolare su suo marito.
Come sempre nei suoi libri, la Reza con la sua prosa tagliente non si ferma davanti a nulla, facendoci ridere, sorridere e riflettere su qualunque cosa appartenga a quell'insieme complesso e contraddittorio che sono i sentimenti umani.
E in Serge la scrittrice francese appare particolarmente ispirata.
Voto: 3,5/5
mercoledì 31 agosto 2022
Felici i felici / Yasmina Reza
Felici i felici / Yasmina Reza; trad. di Maurizia Balmelli. Milano: Adelphi, 2017.
Ho comprato Felici i felici di Yasmina Reza su suggerimento di F. che me ne aveva decantato i pregi dopo che avevamo visto insieme a teatro Art, spettacolo tratto da un altro testo della scrittrice francese.
La Reza l'ho scoperta ormai da anni e la conosco da diversi punti di vista: ho visto opere teatrali scritte da lei, ho letto suoi romanzi, ho visto film ispirati ai suoi lavori. So bene dunque quanto il suo sguardo sia affilato e tagliente rispetto alla società e soprattutto rispetto alle idiosincrasie, alle frustrazioni e alle piccolezze più o meno nascoste delle persone, sia prese singolarmente che nelle relazioni.
Ebbene, in un certo senso Felici i felici è un po' la summa di tutto questo. Si tratta infatti di un libro corale e al contempo individuale, strutturato in brevi capitoli ciascuno dedicato a un personaggio. Man mano che la lettura prosegue comprendiamo via via le relazioni tra questi personaggi, che infine negli ultimissimi capitoli si compongono in un affresco d'insieme, intorno al funerale di uno di loro.
La Reza ne ha per tutti: per le relazioni di coppia (spesso fatte di insoddisfazioni, tradimenti, abitudini e infelicità), per le relazioni familiari (caratterizzate da condizionamenti, vergogna, non detti), per le relazioni amicali (non sempre sincere e completamente rilassate, talvolta persino meschine). Insomma, ognuno di questi personaggi ha la sua dose di infelicità e si barcamena come può in questa vita di cui nessuno ci ha fornito le istruzioni.
È evidente che il disvelamento della Reza riguarda tutti noi, e non solo i personaggi rappresentati in queste pagine, perché ciascuno di noi nella propria vita o in specifiche fasi della stessa sperimenta questo senso di insoddisfazione e/o la difficoltà di far fronte a cose soverchianti come la morte e la malattia.
Ognuno fa quello che può per dare un senso e rendere la propria esistenza meritevole di essere vissuta, foss'anche solo dal punto di vista strettamente individuale.
Lettura interessante, come tutte quelle dei libri della Reza; dal mio punto di vista non particolarmente sorprendente visto che sapevo sostanzialmente cosa aspettarmi.
Voto: 3/5
Ho comprato Felici i felici di Yasmina Reza su suggerimento di F. che me ne aveva decantato i pregi dopo che avevamo visto insieme a teatro Art, spettacolo tratto da un altro testo della scrittrice francese.
La Reza l'ho scoperta ormai da anni e la conosco da diversi punti di vista: ho visto opere teatrali scritte da lei, ho letto suoi romanzi, ho visto film ispirati ai suoi lavori. So bene dunque quanto il suo sguardo sia affilato e tagliente rispetto alla società e soprattutto rispetto alle idiosincrasie, alle frustrazioni e alle piccolezze più o meno nascoste delle persone, sia prese singolarmente che nelle relazioni.
Ebbene, in un certo senso Felici i felici è un po' la summa di tutto questo. Si tratta infatti di un libro corale e al contempo individuale, strutturato in brevi capitoli ciascuno dedicato a un personaggio. Man mano che la lettura prosegue comprendiamo via via le relazioni tra questi personaggi, che infine negli ultimissimi capitoli si compongono in un affresco d'insieme, intorno al funerale di uno di loro.
La Reza ne ha per tutti: per le relazioni di coppia (spesso fatte di insoddisfazioni, tradimenti, abitudini e infelicità), per le relazioni familiari (caratterizzate da condizionamenti, vergogna, non detti), per le relazioni amicali (non sempre sincere e completamente rilassate, talvolta persino meschine). Insomma, ognuno di questi personaggi ha la sua dose di infelicità e si barcamena come può in questa vita di cui nessuno ci ha fornito le istruzioni.
È evidente che il disvelamento della Reza riguarda tutti noi, e non solo i personaggi rappresentati in queste pagine, perché ciascuno di noi nella propria vita o in specifiche fasi della stessa sperimenta questo senso di insoddisfazione e/o la difficoltà di far fronte a cose soverchianti come la morte e la malattia.
Ognuno fa quello che può per dare un senso e rendere la propria esistenza meritevole di essere vissuta, foss'anche solo dal punto di vista strettamente individuale.
Lettura interessante, come tutte quelle dei libri della Reza; dal mio punto di vista non particolarmente sorprendente visto che sapevo sostanzialmente cosa aspettarmi.
Voto: 3/5
venerdì 4 marzo 2022
Art / Yasmina Reza. Teatro Vascello, 19 febbraio 2022
Ero andata a vedere questo spettacolo piuttosto prevenuta, perché l’ultima volta che ero stata a uno spettacolo tratto da un testo di Yasmina Reza (Bella figura) ero rimasta parecchio delusa. Tra l’altro arrivo al Teatro Vascello molto stanca perché sono le ultime settimane prima del trasloco in un nuovo appartamento e le giornate sono lunghe e piene di cose da fare.
Considerata la trama dello spettacolo (tre amici discutono del fatto che uno di loro ha comprato, per una cifra parecchio importante, un quadro interamente bianco in cui a malapena si intravedono delle striature diagonali sempre bianche), ho paura che il fuoco della narrazione sarà sull’arte contemporanea e le sue “follie”.
E invece lo spettacolo portato in scena da Generazione Disagio, il collettivo artistico creato nel 2013 da Enrico Pittaluga, mi sorprende molto piacevolmente. Innanzitutto, è chiaro fin da subito che il tema di Art è l’amicizia, in particolare quella maschile, ma con tratti e riflessioni che in buona parte riescono a prescindere dal genere.
I protagonisti sono Serge (Graziano Sirressi), Marc (Luca Mammoli) e Yvan (Enrico Pittaluga): il primo è l’appassionato di arte contemporanea che ha acquistato il famigerato quadro; Marc è invece un ingegnere dall’approccio molto razionale che vede questa scelta di Serge come folle e/o snobistica; infine Yvan è un po’ il buono e anche lo sfigato del gruppo, che cerca sempre la terza via nel conflitto anche in virtù della sua insicurezza.
E infatti, a fronte del conflitto che quasi subito divampa tra Serge e Marc, Yvan viene chiamato in causa quasi come un ago della bilancia; peccato che la sua linea morbida finisca per scontentare entrambi gli amici e determinare un’alleanza tra i due contro lo stesso Yvan.
La drammaturgia della Reza prevede momenti di dialogo a due, e altri in cui tutti e tre i protagonisti interagiscono. Tutto questo in un palco vuoto, in cui le diverse situazioni sono gestite attraverso le luci e dove campeggia esclusivamente un grande telo bianco, su cui gli stessi protagonisti proietteranno a un certo punto le loro ombre sia in silhouette nera sia in versione colorata 3D.
Ne viene fuori sia il ritratto individuale di questi tre personaggi, ma soprattutto le dinamiche dell’amicizia declinate nelle diverse specificità prodotte dal rapporto a due o a tre, che inevitabilmente innesca più evidenti giochi di ruolo.
L’effetto è molto divertente, ma anche piuttosto crudele (come del resto la Reza ci ha già fatto assaporare con Carnage), dal momento che in queste dinamiche ciascuna tira fuori il peggio di sé, portando alla luce in molti casi le motivazioni spesso egoistiche e meschine che stanno alla base dell’amicizia. Ma, tanto è facile in una relazione (di amicizia e non solo) ritrovarsi ad alimentare un conflitto, così è altrettanto facile buttarsi tutto alle spalle e ricominciare da dove si era interrotto.
Considerata la trama dello spettacolo (tre amici discutono del fatto che uno di loro ha comprato, per una cifra parecchio importante, un quadro interamente bianco in cui a malapena si intravedono delle striature diagonali sempre bianche), ho paura che il fuoco della narrazione sarà sull’arte contemporanea e le sue “follie”.
E invece lo spettacolo portato in scena da Generazione Disagio, il collettivo artistico creato nel 2013 da Enrico Pittaluga, mi sorprende molto piacevolmente. Innanzitutto, è chiaro fin da subito che il tema di Art è l’amicizia, in particolare quella maschile, ma con tratti e riflessioni che in buona parte riescono a prescindere dal genere.
I protagonisti sono Serge (Graziano Sirressi), Marc (Luca Mammoli) e Yvan (Enrico Pittaluga): il primo è l’appassionato di arte contemporanea che ha acquistato il famigerato quadro; Marc è invece un ingegnere dall’approccio molto razionale che vede questa scelta di Serge come folle e/o snobistica; infine Yvan è un po’ il buono e anche lo sfigato del gruppo, che cerca sempre la terza via nel conflitto anche in virtù della sua insicurezza.
E infatti, a fronte del conflitto che quasi subito divampa tra Serge e Marc, Yvan viene chiamato in causa quasi come un ago della bilancia; peccato che la sua linea morbida finisca per scontentare entrambi gli amici e determinare un’alleanza tra i due contro lo stesso Yvan.
La drammaturgia della Reza prevede momenti di dialogo a due, e altri in cui tutti e tre i protagonisti interagiscono. Tutto questo in un palco vuoto, in cui le diverse situazioni sono gestite attraverso le luci e dove campeggia esclusivamente un grande telo bianco, su cui gli stessi protagonisti proietteranno a un certo punto le loro ombre sia in silhouette nera sia in versione colorata 3D.
Ne viene fuori sia il ritratto individuale di questi tre personaggi, ma soprattutto le dinamiche dell’amicizia declinate nelle diverse specificità prodotte dal rapporto a due o a tre, che inevitabilmente innesca più evidenti giochi di ruolo.
L’effetto è molto divertente, ma anche piuttosto crudele (come del resto la Reza ci ha già fatto assaporare con Carnage), dal momento che in queste dinamiche ciascuna tira fuori il peggio di sé, portando alla luce in molti casi le motivazioni spesso egoistiche e meschine che stanno alla base dell’amicizia. Ma, tanto è facile in una relazione (di amicizia e non solo) ritrovarsi ad alimentare un conflitto, così è altrettanto facile buttarsi tutto alle spalle e ricominciare da dove si era interrotto.
Voto: 4/5
lunedì 28 gennaio 2019
Bella figura. Teatro Ambra Jovinelli, 24 gennaio 2019
L'altro giorno con la mia amica F. si rifletteva sul fatto che questa stagione teatrale romana stenta ancora a decollare. Vero è che ancora siamo relativamente all'inizio, però ho come la sensazione che, a questa data, l'anno scorso avessimo già visto cose molto interessanti.
Dunque, piene di buone intenzioni e di aspettative, andiamo a vedere Bella figura, lo spettacolo tratto da un testo teatrale di Yasmina Reza, in scena al Teatro Ambra Jovinelli, che secondo noi quest'anno ha il cartellone più promettente.
A me la Reza piace: avevo visto a suo tempo sia a teatro e poi al cinema il suo maggiore successo, Carnage, e recentemente ho letto e apprezzato parecchio il suo ultimo libro, Babilonia.
In Bella figura al centro dell'intreccio - come in Carnage - ci sono due coppie: da un lato Andrea (Anna Foglietta) e Boris (David Sebasti), dall'altro Françoise (Lucia Mascino) ed Eric (Paolo Calabresi). C'è poi il personaggio di Yvonne (Simona Marchini), la madre di Eric, che è motore dell'incontro tra le due coppie e rappresenta il contrappunto svampito, ironico e a volte incredibilmente saggio dei discorsi degli altri protagonisti.
Andrea e Boris sono amanti: la prima è madre single di una bambina di nove anni, il secondo è sposato con Patricia ed è in gravi difficoltà economiche. Una sera sono nel parcheggio di un ristorante di lusso e litigano perché Boris ha fatto una gaffe dicendo che il ristorante è stato consigliato da sua moglie. Mentre vanno via investono, senza conseguenze, Yvonne, che figlio e nuora stanno portando al ristorante per il suo compleanno.
Qui iniziano gli imbarazzi perché Françoise è amica di Patricia e, considerato l'atteggiamento disinibito e seduttivo di Andrea, comprende immediatamente che tipo di rapporto c'è con Boris.
Inizialmente sembra che tutte le attenzioni siano focalizzate su Andrea, un personaggio doloroso e sopra le righe, ma a poco a poco - come spesso accade nei drammi della Reza - ognuno dei protagonisti porta alla luce i suoi lati oscuri e i nodi irrisolti, in un crescendo di tensione non solo drammatica, bensì anche comica, sebbene sempre all'interno di una cornice di amarezza.
La scenografia divide lo spazio del palco in verticale: al piano di sotto siamo, a seconda dei casi, nel parcheggio o nel bar del ristorante, al piano di sopra da un lato c'è la sala del ristorante e dall'altro il bagno, dove a turno tutti si rifugiano per rimanere soli con i propri pensieri e le proprie ossessioni, e sfuggire alla "persecuzione" altrui.
Alla fine, resta la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione in cui tutti sono sull'orlo di una crisi di nervi, forse anche accentuata dalla recitazione degli attori che è tendenzialmente sopra le righe, nonché quella che la Reza scriva un po' sempre lo stesso testo, sebbene declinato in modi diversi e soffermandosi su tipi diversi di idiosincrasie umane.
Anche la regia dello spettacolo, di Roberto Andò, non ci risulta del tutto fluida, ma forse ormai la perplessità che è andata montando nel corso della visione ha finito per prendere il sopravvento.
Voto: 2,5/5
Dunque, piene di buone intenzioni e di aspettative, andiamo a vedere Bella figura, lo spettacolo tratto da un testo teatrale di Yasmina Reza, in scena al Teatro Ambra Jovinelli, che secondo noi quest'anno ha il cartellone più promettente.
A me la Reza piace: avevo visto a suo tempo sia a teatro e poi al cinema il suo maggiore successo, Carnage, e recentemente ho letto e apprezzato parecchio il suo ultimo libro, Babilonia.
In Bella figura al centro dell'intreccio - come in Carnage - ci sono due coppie: da un lato Andrea (Anna Foglietta) e Boris (David Sebasti), dall'altro Françoise (Lucia Mascino) ed Eric (Paolo Calabresi). C'è poi il personaggio di Yvonne (Simona Marchini), la madre di Eric, che è motore dell'incontro tra le due coppie e rappresenta il contrappunto svampito, ironico e a volte incredibilmente saggio dei discorsi degli altri protagonisti.
Andrea e Boris sono amanti: la prima è madre single di una bambina di nove anni, il secondo è sposato con Patricia ed è in gravi difficoltà economiche. Una sera sono nel parcheggio di un ristorante di lusso e litigano perché Boris ha fatto una gaffe dicendo che il ristorante è stato consigliato da sua moglie. Mentre vanno via investono, senza conseguenze, Yvonne, che figlio e nuora stanno portando al ristorante per il suo compleanno.
Qui iniziano gli imbarazzi perché Françoise è amica di Patricia e, considerato l'atteggiamento disinibito e seduttivo di Andrea, comprende immediatamente che tipo di rapporto c'è con Boris.
Inizialmente sembra che tutte le attenzioni siano focalizzate su Andrea, un personaggio doloroso e sopra le righe, ma a poco a poco - come spesso accade nei drammi della Reza - ognuno dei protagonisti porta alla luce i suoi lati oscuri e i nodi irrisolti, in un crescendo di tensione non solo drammatica, bensì anche comica, sebbene sempre all'interno di una cornice di amarezza.
La scenografia divide lo spazio del palco in verticale: al piano di sotto siamo, a seconda dei casi, nel parcheggio o nel bar del ristorante, al piano di sopra da un lato c'è la sala del ristorante e dall'altro il bagno, dove a turno tutti si rifugiano per rimanere soli con i propri pensieri e le proprie ossessioni, e sfuggire alla "persecuzione" altrui.
Alla fine, resta la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione in cui tutti sono sull'orlo di una crisi di nervi, forse anche accentuata dalla recitazione degli attori che è tendenzialmente sopra le righe, nonché quella che la Reza scriva un po' sempre lo stesso testo, sebbene declinato in modi diversi e soffermandosi su tipi diversi di idiosincrasie umane.
Anche la regia dello spettacolo, di Roberto Andò, non ci risulta del tutto fluida, ma forse ormai la perplessità che è andata montando nel corso della visione ha finito per prendere il sopravvento.
Voto: 2,5/5
mercoledì 20 dicembre 2017
Babilonia / Yasmina Reza
Babilonia / Yasmina Reza; trad. di Maurizia Balmelli. Milano: Adelphi, 2017.
Elizabeth, che - nell’ultimo romanzo di Yasmina Reza - narra in flashback la storia che la vede protagonista, è una donna che ha ormai superato la mezza età da parecchio. Vive in un condominio della periferia di Parigi, ha un buon lavoro, un marito, un figlio ormai grande e la sensazione che il tempo passi in maniera ineluttabile e, con il tempo, la nostra vita. Ogni tanto si perde nei ricordi della sua giovinezza e soprattutto di un suo amore di allora che purtroppo è morto molto giovane a causa di una cirrosi. Spesso sfoglia “il libro più triste di tutti i tempi”, The Americans di Robert Frank, un libro che racconta per immagini la solitudine dell’essere umano.
Un giorno, per le scale del suo palazzo incontra e conosce Jean Lino: lui non prende l’ascensore perché è claustrofobico, lei per mantenersi in forma. Nasce così un’amicizia che si mantiene formale (si danno del lei), ma che si fa sempre più pregna di confidenze e di comprensione profonda.
Jean Lino vive con la eccentrica e new age moglie Lidye e con il suo gatto Eduardo. Spesso va a trovarli il nipote di lei che Jean Lino tenta con tutti i mezzi di conquistare senza riuscirci. Elizabeth scoprirà che l’unico momento di serenità vera di Jean Lino è alle corse dei cavalli dove una volta la invita.
A un certo punto Elizabeth decide di organizzare una festa di primavera nel suo appartamento per creare un'occasione di legame tra persone che si conoscono solo in parte e invita anche Jean Lino e sua moglie Lidye. La serata fatica un po’ a decollare ma alla fine è un successo, anche se a un certo punto tra Lidye e Jean Lino si innesca una discussione che, pur virando sull’ironico, si fa molto spiacevole.
Il colpo di scena arriverà poche ore dopo, quando Jean Lino suonerà alla porta dei suoi vicini per confessare – sconvolto – che ha ucciso sua moglie.
Da qui il romanzo diventa quasi un noir e a tratti un poliziesco, in cui è determinante il rapporto tra Jean Lino ed Elizabeth.
Yasmina Reza conferma di avere un talento particolare nel raccontare quello che si muove sotto la superficie di esseri umani del tutto normali, in cui ognuno di noi potrebbe riconoscersi. Il suo racconto – come già in Carnage – pagina dopo pagina fa emergere le frustrazioni, le insoddisfazioni, i rimpianti, le paure di ognuno, e soprattutto la solitudine, quella sensazione potente e universale che si attenua ma non si scioglie nell’incontro con l’altro, nemmeno all’interno di un rapporto d’amore.
Personalmente ho trovato potente soprattutto la prima parte del libro, fino all’omicidio. La seconda parte in cui la scrittrice introduce un registro più noir – pur perfettamente coerente e funzionale con la storia – mi ha colpito di meno emotivamente nella misura in cui si fa parzialmente più narrativa.
I riferimenti al capolavoro fotografico di Robert Frank, le mirabili descrizioni di alcune fotografie in esse contenute, i contrappunti fotografici che attraversano il libro hanno rappresentato poi per me la ciliegina sulla torta, facendo sì che il libro mi conquistasse definitivamente.
A tratti le tematiche di Yasmina Reza mi richiamano alla mente quelle di Herman Koch, pur essendo i due autori diversi nelle modalità di scrittura e dunque pienamente riconoscibili nella loro diversità.
Un libro che consiglio di leggere.
Voto: 3,5/5
Elizabeth, che - nell’ultimo romanzo di Yasmina Reza - narra in flashback la storia che la vede protagonista, è una donna che ha ormai superato la mezza età da parecchio. Vive in un condominio della periferia di Parigi, ha un buon lavoro, un marito, un figlio ormai grande e la sensazione che il tempo passi in maniera ineluttabile e, con il tempo, la nostra vita. Ogni tanto si perde nei ricordi della sua giovinezza e soprattutto di un suo amore di allora che purtroppo è morto molto giovane a causa di una cirrosi. Spesso sfoglia “il libro più triste di tutti i tempi”, The Americans di Robert Frank, un libro che racconta per immagini la solitudine dell’essere umano.
Un giorno, per le scale del suo palazzo incontra e conosce Jean Lino: lui non prende l’ascensore perché è claustrofobico, lei per mantenersi in forma. Nasce così un’amicizia che si mantiene formale (si danno del lei), ma che si fa sempre più pregna di confidenze e di comprensione profonda.
Jean Lino vive con la eccentrica e new age moglie Lidye e con il suo gatto Eduardo. Spesso va a trovarli il nipote di lei che Jean Lino tenta con tutti i mezzi di conquistare senza riuscirci. Elizabeth scoprirà che l’unico momento di serenità vera di Jean Lino è alle corse dei cavalli dove una volta la invita.
A un certo punto Elizabeth decide di organizzare una festa di primavera nel suo appartamento per creare un'occasione di legame tra persone che si conoscono solo in parte e invita anche Jean Lino e sua moglie Lidye. La serata fatica un po’ a decollare ma alla fine è un successo, anche se a un certo punto tra Lidye e Jean Lino si innesca una discussione che, pur virando sull’ironico, si fa molto spiacevole.
Il colpo di scena arriverà poche ore dopo, quando Jean Lino suonerà alla porta dei suoi vicini per confessare – sconvolto – che ha ucciso sua moglie.
Da qui il romanzo diventa quasi un noir e a tratti un poliziesco, in cui è determinante il rapporto tra Jean Lino ed Elizabeth.
Yasmina Reza conferma di avere un talento particolare nel raccontare quello che si muove sotto la superficie di esseri umani del tutto normali, in cui ognuno di noi potrebbe riconoscersi. Il suo racconto – come già in Carnage – pagina dopo pagina fa emergere le frustrazioni, le insoddisfazioni, i rimpianti, le paure di ognuno, e soprattutto la solitudine, quella sensazione potente e universale che si attenua ma non si scioglie nell’incontro con l’altro, nemmeno all’interno di un rapporto d’amore.
Personalmente ho trovato potente soprattutto la prima parte del libro, fino all’omicidio. La seconda parte in cui la scrittrice introduce un registro più noir – pur perfettamente coerente e funzionale con la storia – mi ha colpito di meno emotivamente nella misura in cui si fa parzialmente più narrativa.
I riferimenti al capolavoro fotografico di Robert Frank, le mirabili descrizioni di alcune fotografie in esse contenute, i contrappunti fotografici che attraversano il libro hanno rappresentato poi per me la ciliegina sulla torta, facendo sì che il libro mi conquistasse definitivamente.
A tratti le tematiche di Yasmina Reza mi richiamano alla mente quelle di Herman Koch, pur essendo i due autori diversi nelle modalità di scrittura e dunque pienamente riconoscibili nella loro diversità.
Un libro che consiglio di leggere.
Voto: 3,5/5
domenica 25 settembre 2011
Carnage
Dopo aver letto una serie di recensioni entusiastiche di questo film, devo dire che provo un po' di imbarazzo nel dire che l'ho trovato un po' deludente.Posso almeno provare a spiegare - almeno a me stessa - il perché (anche se forse, in realtà, semplicemente non ero nella giusta disposizione d'animo). Circa un anno e mezzo fa ero andata a vedere a teatro la messa in scena dello stesso testo, Il dio della carneficina, recitato da Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto e Michela Cescon.
A quel tempo non conoscevo l'opera teatrale di Yasmina Reza e ne sono rimasta colpita per la capacità di mettere a nudo la nostra ipocrisia sociale, dietro la cui fragile maschera si nascondono aggressività, frustrazioni, cinismo, ossessività.
Avevo trovato la messa in scena di Roberto Andò a teatro efficace e la recitazione dei quattro attori molto convincente.
Così sono andata al cinema per vedere che cosa avrebbe fatto di questa ottima materia prima un regista d'eccezione come Roman Polanski e cosa dei quattro protagonisti un vero e proprio poker d'assi di attori, ossia Kate Winslet, Jodie Foster, John C. Reilly e Christoph Waltz.
Ebbene, per quanto mi riguarda, è rimasto un ottimo testo, ne riconosco una regia appropriata e di qualità, una grande recitazione (con una menzione particolare per Christoph Waltz, davvero superlativo), ma con la sensazione che in fondo sarebbe bastato molto meno di Roman Polanski per ottenere lo stesso risultato. E che si tratti di Brooklyn o della periferia di una città italiana resta una lettura universale dei rapporti sociali in una società occidentale satura di perbenismo e di una conflittualità sotterranea, che aspetta solo di essere portata alla superficie.
Per gli attori - che pure offrono una straordinaria prova (e per questo direi che sarebbe stato meglio andarlo a vedere in lingua originale) - mi pare che ormai questo testo stia diventando un moderno classico con cui confrontarsi per dimostrare la propria bravura, un po' come un tempo poteva essere recitare Macbeth.
È vero però che un classico è tale se - visto anche un elevato numero di volte - continua a conquistare lo spettatore rinnovandosi ad ogni visione. In questo caso invece io personalmente ne ho avvertito di più la ripetizione.
Dunque, se non l'avete visto a teatro, andatelo a vedere e sono sicura che vi piacerà. Se l'avete visto a teatro e decidete di andarlo a rivedere fatemi sapere cosa ne pensate.
Voto: 3/5
Iscriviti a:
Post (Atom)






