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venerdì 19 giugno 2026

In giro per mostre di fotografia: Fotografia europea a Reggio Emilia e Ruth Orkin a Bologna

Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.

Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.

Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.

Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.

Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.

Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.

Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.

In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.

In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.

In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.

Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.

Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.

Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.

Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).

L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.

Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.

Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.

Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.

Voto: 3,5/5

mercoledì 1 novembre 2023

Vivian Maier Anthology. Bologna, Palazzo Pallavicini, 7 ottobre 2023

Colgo l'occasione di un weekend bolognese per andare a vedere la mostra Vivian Maier Anthology, in programma a Palazzo Pallavicini.

Prima di scrivere queste brevi note, sono andata a rivedere quello che avevo scritto sei anni fa quando ero andata a visitare una delle prime grandi mostre romane dedicata alla fotografa misteriosa, dopo che John Maloof aveva portato all'attenzione del mondo il suo lavoro ignoto, facendo sviluppare i rullini trovati in una valigia comprata all'asta.

Rileggendo quel post, mi rendo conto che la mostra bolognese non è molto diversa da quella che avevo visitato a suo tempo: anche in questo caso in mostra circa 150 fotografie della Maier (la maggior parte in bianco e nero e scattate con la sua Rolleiflex - identificabili dal formato quadrato - e una parte scattate con la Leica, parte delle quali a colori) e alcuni filmini in Super8, oltre ad alcuni provini a contatto che - come dicevo nell'altro post - sono molto utili per capire il modo di scattare della Maier, che talvolta fa un'unica o poche foto della situazione che attira il suo occhio fotografico, forse perché non ha la possibilità di scattare più volte ovvero perché è molto decisa sul soggetto e sul tipo di inquadratura.

In generale passeggiando per le sale di Palazzo Pallavicini ho la sensazione di aver già visto molte delle foto in mostra - del resto la Maier è una delle fotografe più presenti nell'immaginario collettivo degli ultimi anni - però sicuramente ci sono anche fotografie che non ho mai visto e che aggiungono ulteriori elementi alla conoscenza di questa fotografa sconosciuta fino a non moltissimo tempo fa.

La mostra dunque per me non è stata una novità assoluta e non ha suscitato, per quanto mi riguarda, sorprese particolari; ciò detto, resta un percorso di scoperta e di approfondimento assolutamente gradevole e interessante.

Se posso fare un appunto, devo dire che il prezzo di ingresso è un pochino alto (probabilmente perché si tratta di una struttura privata) e che per un biglietto di ingresso così ci si aspetterebbe probabilmente un allestimento più originale e curato. Non che la mostra non sia ben organizzata, ma mi è sembrato un allestimento fin troppo semplice e senza aspetti memorabili.

Ciò detto, se non avete mai visto una mostra delle foto di Vivian Maier vi consiglio caldamente di andare a vederla.

Voto: 3/5

lunedì 13 maggio 2019

Surrealist Lee Miller. Palazzo Pallavicini, Bologna, 27 aprile 2019

Di passaggio a Bologna prima di partire per la mia vacanza canaria, accolgo molto volentieri l'invito ad andare a vedere la mostra della fotografa Lee Miller in corso fino al 7 giugno prossimo a Palazzo Pallavicini in via San Felice.

Quando arrivo alla mostra, della Miller non so praticamente nulla (né mi ricordo di aver già visto delle sue fotografie nella mostra a Roma Scatti di guerra). Ricordavo solo qualcosa di vago rispetto al fatto che è stata musa, ispiratrice e collaboratrice di Man Ray. Quindi sapevo di dovermi aspettare una mostra sulla fotografia dei primordi e sulle sperimentazioni dei surrealisti, che già avevo avuto modo di conoscere quando avevo visitato la mostra di Man Ray a Conversano.

Stante la mia ignoranza e la mia limitata memoria, la mostra di Palazzo Pallavicini mi consente - grazie alle oltre 100 fotografie esposte e ai tabelloni introduttivi (purtroppo funestati da numerosi refusi!) - di avvicinarmi a questo affascinante, tormentato e multiforme personaggio.

Lee Miller, segnata dal trauma di una violenza sessuale subita durante l'adolescenza, negli anni Venti - grazie alla conoscenza di Condé Nast - divenne una ricercata modella per le più importanti riviste di moda americane.

Ben presto però Lee manifestò il suo carattere irrequieto e insoddisfatto, sempre alla ricerca di sfide e ambienti nuovi, e così alla fine degli anni Venti si trasferì a Parigi per imparare la tecnica fotografica nello studio di Man Ray, arrivando ad aprire un proprio studio fotografico.

A questa fase appartengono le fotografie sperimentali e surrealiste, nonché i ritratti e gli scatti di moda.

Dopo qualche anno, la Miller torna a New York, ma è una breve parentesi, perché grazie al matrimonio con l'uomo d'affari egiziano Aziz Eloui Bey si trasferisce a Il Cairo e comincia a sperimentare la fotografia di reportage, genere che coltiva anche dopo la fine del matrimonio e l'avvicinamento a Roland Penrose, che diventerà il suo secondo marito e con cui viaggerà molto e scatterà anche molto.

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, Lee Miller persegue caparbiamente l'obiettivo di documentare la guerra diventando corrispondente accreditata presso le truppe americane. Questo consente alla fotografa di essere presente nei momenti cruciali del conflitto e di documentare situazioni molto significative. Di questo periodo è rimasto celebre il suo autoritratto nella vasca da bagno di Hitler.

Dopo la guerra, Lee Miller torna a New York con addosso le ferite e i traumi conseguenti, e a poco a poco si allontana dalla fotografia, rivolgendo progressivamente le sue energie alla cucina, che diventa la sua nuova passione e su cui pure ottiene numerosi riconoscimenti. In quest'ultima parte della sua vita le fotografie si fanno rare e documentano per lo più la presenza di famiglia e amici nella sua casa americana.

Al termine di questo percorso che impressiona - più che per le singole immagini (sebbene ce ne siano alcune particolarmente belle ed emozionanti) - per la varietà, la diversità e l'evoluzione dei suoi interessi e delle sue qualità fotografiche, resta di questa donna bellissima, vissuta al centro degli ambienti artistici europei e americani più significativi dagli anni Venti ai Cinquanta, la percezione di una donna fragile e forte al tempo stesso, tormentata e inquieta, desiderosa in ogni momento di vivere la vita al suo massimo grado, ma forse anche divorata da demoni interni difficili da interpretare.

Resta, su tutto, il segno delle sue fotografie che testimoniano uno sguardo lucido e attento, ma anche originale e obliquo rispetto a un mondo in profonda trasformazione come fu quello della prima metà del Novecento.

Voto: 3/5