François Ozon è un regista che seguo da tempo, ed essendo molto prolifico ho visto tanto ma non tutto. Soprattutto c'è stato un momento in cui, dopo un inizio di carriera secondo me scoppiettante, aveva avuto una fase di minore creatività. Pur restando un po' discontinuo come tutti i registi che girano molti film, negli ultimi anni mi pare che viva una nuova fase interessante.
In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.
E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.
L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.
Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.
Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.
Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.
Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.
Voto: 3,5/5
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giovedì 23 aprile 2026
lunedì 4 agosto 2014
Lo straniero / Albert Camus
Lo straniero / Albert Camus; trad. di Alberto Zevi; con una nota di Silvio Perrella. Milano: Bompiani, 2013. Ogni tanto qualcuno ci prova ad elevarmi dal mio “essere intellettuale solo per finta”, mettendomi di fronte alla mia infinita ignoranza. ;-)
Del resto, devo dire che più passano gli anni e accumulo letture (di saggi, di romanzi, di attualità, di curiosità, di fesserie e di cose importanti) e più mi sento ignorante, o meglio mi sento insicura. Mi rendo conto che, per quanto si possa conoscere e leggere, in molte circostanze è difficile saperne abbastanza per farsi un’opinione precisa delle cose e delle situazioni, soprattutto quelle che sono al di fuori della sfera relazionale ed esperienziale con cui siamo a più stretto contatto, così come per quanto si possa recuperare quanto non è entrato nel nostro bagaglio culturale nella fase della formazione non sarà probabilmente sufficiente a comporre dei quadri coerenti, perché i pezzi mancanti lasciano vuoti quasi incolmabili.
La premessa dunque è che so di non sapere e che probabilmente non avrei mai letto nulla di Camus se non mi fosse stato regalato questo libro. Diciamo che ho dalla mia – e speriamo ancora a lungo - la curiosità che mi spinge a interessarmi di tutto, a buttarmi a capofitto nelle cose, anche e soprattutto quelle che non conosco.
E così di fronte a Lo straniero sono rimasta interdetta, e lì per lì ho pensato di non avere gli strumenti per capire la scrittura di Camus. Poi però mi sono anche resa conto che probabilmente la mia sensazione non è molto lontana da quello che l’autore pensava di trasmettere e di ottenere dal suo lettore.
Meursault, il protagonista del romanzo, è decisamente un personaggio spiazzante. Un uomo senza sentimenti né preferenze. Estraneo, straniero al mondo e al suo agitarsi. Il suo rapporto con la vita (naturale e sociale) che lo circonda è fatto non di passioni, semmai di sensazioni, e il messaggio principale che Meurseult sembra trasmettere è l’assenza di senso, o meglio l’insensatezza di qualunque progettualità, la quale inevitabilmente va a scontrarsi con la fatalità del caso.
Meurseult non si interroga sul destino ultimo, non lotta contro l’insensatezza. L’accetta nella quasi totale indifferenza. Gli episodi che occupano la prima parte del romanzo, la morte della madre, il rapporto con Maria, l’amicizia con Raimondo, fino all’omicidio dell’arabo sulla spiaggia, non sono oggetto di alcun tipo di riflessione morale o metafisica da parte del protagonista, così come – nella seconda parte – il carcere e il processo che lo porterà alla condanna a morte sono vissuti da Meurseult come dall’interno di una bolla che non comunica con il mondo esterno. Per tutto il romanzo attendiamo lo scatto d’ira che il protagonista riserva, nelle ultime pagine, al prete che va a visitarlo in cella, ma tale reazione è solo l’occasione per liberarsi definitivamente di qualunque possibile e ingannevole speranza.
E scusate, ma di fronte a Camus, su cui pagine e pagine sono state scritte, e rispetto al quale molti critici di rango non hanno disdegnato complesse letture filosofiche, mi sentirei di bestemmiare se mettessi un voto. Semmai mi congedo con l'impegno di provarci una seconda volta con La peste.
giovedì 19 settembre 2013
L'arbitro
In questi ultimissimi anni sembra che si stia assistendo a una specie di rinascita (o nascita?) del cinema sardo, grazie ad autori e registi che finalmente riescono a uscire da nicchie di produzione e di distribuzione per arrivare al grande cinema. Uno di questi è certamente Paolo Zucca, che dopo un certo numero di cortometraggi approda al grande schermo con L'arbitro, che affonda le proprie radici proprio in uno dei suoi cortometraggi.
La struttura narrativa si articola su due vicende parallele. Da un lato quella di Cruciani (Stefano Accorsi), un arbitro internazionale integralmente votato al suo lavoro con l’ambizione di arrivare a dirigere la finale degli Europei. Dall’altro, quella di due squadre scalcinate del Nord Est della Sardegna, il Montecristu e l’Atletico Pabarile, impegnate in una competizione senza esclusione di colpi che coinvolge l’intera cittadinanza dei due paesini.
Mentre per Cruciani le cose non vanno esattamente come aveva sperato, le due squadre locali arrivano alla sfida finale, anche grazie al fatto che il Pabarile si rafforza per il ritorno a casa di un emigrato sardo in Argentina, Matzutzi (Jacopo Cullin). In questo percorso a ostacoli, le storie dell’arbitro Cruciani e quella delle due squadre sarde si incroceranno in un esito del tutto inaspettato.
L’intero film è girato in bianco e nero, scelta che – come è naturale – conferisce un sapore epico e al contempo malinconico alla storia. Il registro narrativo – che si avvale parzialmente dell’uso del dialetto sardo – si muove tra uno stile quasi da fotoromanzo e uno da neorealismo, tra una dimensione epica e una prosaica, tra una linea drammatica e una comica. Il tutto declinato in modo tale da risultare costantemente sopra le righe, tanto da ricordare a tratti lo stile di Ciprì e Maresco.
Ne viene fuori un ritratto sostanzialmente impietoso non solo del calcio, ma dell’umanità tutta, rispetto alla quale il calcio rappresenta solo uno specchio amplificato. Ecco perché Paolo Zucca sceglie di aprire il suo film con una citazione di Albert Camus che recita: “Tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio”.
Il tono per certi versi da operetta ridimensiona l’amarezza di fondo che questa vicenda ci trasmette, ma non nasconde nulla della meschinità e dell’immoralità umana, pur mitigata dallo sguardo affettuoso e comprensivo con cui il regista guarda ai suoi personaggi, che in fondo hanno una genuina aspirazione all’idealità.
Il film ne risulta complessivamente dotato di originalità e freschezza (grazie anche al contributo della spumeggiante Geppi Cucciari), pur non avendo particolari pretese. E di questo credo che il cinema italiano abbia profondamente bisogno.
Voto: 3,5/5
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