In chiusura della stagione teatrale 2025-2026 vado a vedere per la prima volta a teatro (in realtà lo avevo già incrociato in una regia di Anna Cappelli) un lavoro di Claudio Tolcachir, il regista e drammaturgo argentino trapiantato a Madrid che ha strette relazioni anche con il teatro italiano.
All’India sono infatti in programmazione due suoi lavori; io per questioni di incastri vari riesco a vedere solo questo, Los de ahí (Quelli di qui), che racconta di quell’umanità ai margini che spesso risulta per noi quasi invisibile.
Lo spettacolo è recitato in spagnolo, con diversi accenti, e sovratitolato in italiano e, come ormai mi accade normalmente al cinema, nonostante la piccola fatica di dover leggere i sovratitoli, considero la recitazione in lingua originale un valore aggiunto imprescindibile.
I protagonisti sono inizialmente tre: Nuno, Munir e Dani, tre immigrati – provenienti da chissà dove – che vivono in un paese probabilmente del nord Europa, dove sbarcano il lunario stando appostati vicino a una macchinetta che di tanto in tanto segnala delle consegne da fare, recapita il pacco e fornisce, tramite cellulare, le istruzioni per la consegna che loro effettueranno in bicicletta sfidando i pericoli della strada.
Nuno ha una compagna e una figlia piccola, Lumi, e per questo ha bisogno di soldi: la sua compagna, Mirja, una donna del posto che ha conosciuto durante un viaggio e che poi è rimasta incinta, parla una lingua che lui fa fatica a capire, e quando a un certo punto compare nel luogo dove si riuniscono – e si nascondono – Nuno, Munir e Dani, con la sua lingua sconosciuta e i suoi comportamenti incomprensibili porta ulteriori elementi di angoscia.
Un altro personaggio femminile che si inserisce presto nella narrazione è quello di Susan, la compagna di Dani, che ha lasciato marito e figli per stare con lui, e che ora insieme a lui vive alla giornata, ed è sempre più preoccupata delle condizioni di salute di Dani, che sembrano peggiorare rapidamente.
Infine, c’è Eduardo, o meglio il suo fantasma, visto che di lui è rimasta solo la bicicletta, ma se ne sono perse le tracce da tempo, finito chissà dove o forse morto.
È un’umanità piena di vita quella che si muove dove nessuno la vede e che cerca di sopravvivere nonostante tutto, e che riesce a sperimentare forme di solidarietà e momenti di gioia e scherzo anche se tutto intorno è squallore e le prospettive future sono molto fosche, soprattutto quando la macchinetta dei pacchi comincia a non funzionare e nella notte viene portata via.
Che fine faranno queste persone invisibili? Come riusciranno a sopravvivere senza nemmeno questa attività?
Nonostante il clima quasi scanzonato che caratterizza le relazioni tra questi personaggi, una sotterranea angoscia attraversa tutta la narrazione, fin dai primi istanti, e aumenta man mano che si va avanti, in un crescendo che attanaglia lo spettatore fino allo spegnimento delle luci.
Bravi gli attori Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan) – che ricordavo da Dieci capodanni di Sorogoyen -, Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).
Voto: 3,5/5
martedì 2 giugno 2026
domenica 31 maggio 2026
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy. Roma: 66thand2nd, 2025.
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
giovedì 28 maggio 2026
Il granchio nudo
Per una volta riesco a far convergere due delle mie grandi passioni, ossia il cinema e la fotografia. Non mi lascio così sfuggire l’occasione di partecipare alla visione sul grande schermo del documentario Il granchio nudo, che le registe Marta Erika Antonioli, Elena Padovan, coadiuvate nella sceneggiatura da Michela Fragomeni e Riccardo Caccia, hanno dedicato alla vita e all’arte di Marco Pesaresi.
Di Pesaresi avevo sentito parlare la prima volta da Stefano Mirabella, che non a caso è invitato insieme ad Angelo Raffaele Turetta a parlare del fotografo insieme ai registi al termine della proiezione.
Il film è stato realizzato con il supporto del comune di Savignano sul Rubicone che conserva l’archivio di Pesaresi, e si svolge nei luoghi e tra le persone in mezzo alle quali il fotografo è vissuto. Siamo dunque a Rimini e dintorni, e tra gli intervistati ci sono amici di infanzia, amici fotografi, e persone della sua famiglia, in particolare la madre e le sorelle.
Ne viene fuori il ritratto di un talento cristallino, capace - con tratti fortemente empatici - di raccontare la gente con cui non solo entrava in contatto ma spesso viveva forme di condivisione emotiva; spesso si trattava di persone marginali, oppure di quella varia umanità che negli anni Ottanta e Novanta popolava le discoteche e i locali riminesi. Ma il medesimo approccio Pesaresi lo tenne anche quando andò a fotografare fuori dai confini dell’Italia, ad esempio per il progetto Underground, entrando in particolare sintonia con la realtà londinese.
Il titolo del film nasce da una citazione che viene riprodotta all’inizio dello stesso, ed è chiaro che il granchio nudo, ossia il granchio che si libera del carapace nei momenti di transizione e crescita, è lo stesso Pesaresi, sicuramente personalità tormentata, senza pelle, in crescita, ma indifesa.
Il documentario aiuta a comprenderne i tormenti che non solo lo portarono alla dipendenza dalla droga e poi dall’alcol, ma alimentavano un male di vivere che lo spinse a cercare più volte il suicidio, fino a quando ci riuscì lanciandosi nel canale con la sua macchina.
Le sue fotografie restano il suo segno nel mondo, la sua eredità, e il loro valore è certamente indipendente dalle vicende che ne hanno caratterizzato la vita. Certamente, però, quando ci si addentra nei meandri oscuri della sua personalità il suo mondo fotografico acquista un significato ancora più forte, perché ne rispecchia l’irrequietudine, la ricerca di amore, il bisogno di tenerezza e la durezza al contempo.
A conferma che quello che fotografiamo va ben al di là di quello che vediamo nel mondo esterno, perché spesso è il riflesso del nostro mondo interiore che cerchiamo guardando fuori di noi attraverso l’obiettivo.
Molto bello e toccante. E Pesaresi una figura che merita di essere ricordata, studiata e approfondita.
Voto: 3,5/5
Di Pesaresi avevo sentito parlare la prima volta da Stefano Mirabella, che non a caso è invitato insieme ad Angelo Raffaele Turetta a parlare del fotografo insieme ai registi al termine della proiezione.
Il film è stato realizzato con il supporto del comune di Savignano sul Rubicone che conserva l’archivio di Pesaresi, e si svolge nei luoghi e tra le persone in mezzo alle quali il fotografo è vissuto. Siamo dunque a Rimini e dintorni, e tra gli intervistati ci sono amici di infanzia, amici fotografi, e persone della sua famiglia, in particolare la madre e le sorelle.
Ne viene fuori il ritratto di un talento cristallino, capace - con tratti fortemente empatici - di raccontare la gente con cui non solo entrava in contatto ma spesso viveva forme di condivisione emotiva; spesso si trattava di persone marginali, oppure di quella varia umanità che negli anni Ottanta e Novanta popolava le discoteche e i locali riminesi. Ma il medesimo approccio Pesaresi lo tenne anche quando andò a fotografare fuori dai confini dell’Italia, ad esempio per il progetto Underground, entrando in particolare sintonia con la realtà londinese.
Il titolo del film nasce da una citazione che viene riprodotta all’inizio dello stesso, ed è chiaro che il granchio nudo, ossia il granchio che si libera del carapace nei momenti di transizione e crescita, è lo stesso Pesaresi, sicuramente personalità tormentata, senza pelle, in crescita, ma indifesa.
Il documentario aiuta a comprenderne i tormenti che non solo lo portarono alla dipendenza dalla droga e poi dall’alcol, ma alimentavano un male di vivere che lo spinse a cercare più volte il suicidio, fino a quando ci riuscì lanciandosi nel canale con la sua macchina.
Le sue fotografie restano il suo segno nel mondo, la sua eredità, e il loro valore è certamente indipendente dalle vicende che ne hanno caratterizzato la vita. Certamente, però, quando ci si addentra nei meandri oscuri della sua personalità il suo mondo fotografico acquista un significato ancora più forte, perché ne rispecchia l’irrequietudine, la ricerca di amore, il bisogno di tenerezza e la durezza al contempo.
A conferma che quello che fotografiamo va ben al di là di quello che vediamo nel mondo esterno, perché spesso è il riflesso del nostro mondo interiore che cerchiamo guardando fuori di noi attraverso l’obiettivo.
Molto bello e toccante. E Pesaresi una figura che merita di essere ricordata, studiata e approfondita.
Voto: 3,5/5
martedì 26 maggio 2026
La vegetariana / di e con Daria Deflorian. Teatro Vascello, 20 maggio 2026
Uno degli ultimi spettacoli che vedo a teatro per questa stagione è La vegetariana, tratto dal romanzo della scrittrice nordcoreana Premio Nobel Han Kang, di cui conosco poco la produzione avendo letto solo Atti umani, con sensazioni a dire la verità un po’ contraddittorie.
La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.
Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.
Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.
Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.
Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.
Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.
Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.
Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.
Voto: 3,5/5
La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.
Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.
Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.
Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.
Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.
Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.
Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.
Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.
Voto: 3,5/5
domenica 24 maggio 2026
Céleste / Chloé Cruchaudet
Céleste / Chloé Cruchaudet; trad. di Simona Munari e Sara D'Ippolito. Roma: Coconino Press - Fandango, 2025.
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
venerdì 22 maggio 2026
Nella carne / David Szalay
Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
mercoledì 20 maggio 2026
Tutti gli uomini che non sono / di e con Paolo Calabresi. Teatro Ambra Jovinelli, 14 maggio 2026
Vado a vedere questo spettacolo un po’ stanca e un po’ prevenuta perché quest’anno all’Ambra Jovinelli qualche “fregatura” l’ho presa. Però Paolo Calabresi è bravo e la presentazione dello spettacolo mi ha incuriosita.
Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.
La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.
Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.
Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.
Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.
Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.
Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.
Voto: 3,5/5
Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.
La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.
Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.
Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.
Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.
Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.
Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.
Voto: 3,5/5
lunedì 18 maggio 2026
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
sabato 16 maggio 2026
Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow / con Paola Minaccioni. Teatro Ambra Jovinelli, 29 aprile 2026
Convintamente compro insieme ad amici il biglietto per andare a vedere all'Ambra Jovinelli l'ultimo spettacolo con Paola Minaccioni, che avevo apprezzato molto negli ultimi anni a teatro, sia nella dimensioni propriamente comica che in quella in parte più drammatica.
La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.
Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).
Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.
Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.
Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.
In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.
C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.
Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.
Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.
Voto: 2,5/5
La mia decisione è rafforzata dalla presenza nel cast di Monica Nappo, che pure è un'attrice che mi piace molto.
Non so esattamente cosa attendermi da Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow e volontariamente non ho letto nulla in proposito per non farmi condizionare (e poi perché il tempo a disposizione è sempre meno).
Scopro solo dopo che si tratta di una dark comedy della scrittrice e drammaturga americana Julia May Jonas, che anche se a me non dice nulla ha vinto con i suoi lavori diversi premi.
Questo testo ruota in particolare intorno a Kim Sparrow, una donna con un passato da alcolista, che ora è la manager di un negozio di abbigliamento vintage, nel quale lavora anche la giovane Tussie (Valentina Spaletta Tavella). Tra le due c'è una complicità ma anche una tensione caratteriale e generazionale che rende il rapporto poco equilibrato.
Quando Kim e Tussie progettano di rubare dei costosi abiti vintage dalla casa familiare di una ricca ragazza con cui per caso Kim è venuta in contatto, nel piano si inserisce anche Blatta (Monica Nappo), amica storica di Kim, che non vede di buon occhio la relazione dell'amica con Tussie della quale non si fida.
In questo triangolo fatto di rivelazioni, confessioni, scontri verbali, nei quali Kim si trova in qualche modo tirata ora da una parte ora dall'altra, le cose a un certo punto prenderanno una piega inattesa e tragica.
C'è un po' di Thelma e Louise in questo testo, e anche un po' di Lenni e Stella, protagoniste del romanzo Benzina di Elena Stancanelli, insomma un focus su delle cattive ragazze che non ci stanno a seguire le regole e a fare quello che gli altri si aspettano da loro, però qui non c'è solo il conflitto sociale, bensì anche quello generazionale e la dinamica di un rapporto a tre con tutte le sue implicazioni.
Sulla carta ci potrebbe stare tutto e potrebbe anche essere interessante, però lo spettacolo diretto da Cristina Spina sembra rimanere per tutto il tempo allo stato di promessa senza mai decollare veramente. Non so se dipenda dal testo di partenza, dall'adattamento o dalla regia, ma tant'è. Come spettatori si fa fatica ad appassionarsi ai personaggi, a empatizzare con loro, e né la risata né il dramma riescono ad essere pienamente coinvolgenti.
Peccato dal mio punto di vista perché l'ho vissuta come un'occasione mancata.
Voto: 2,5/5
giovedì 14 maggio 2026
Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini
Il fuoco che ti porti dentro / Antonio Franchini. Venezia: Marsilio, 2024.
Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.
Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.
Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.
Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.
E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.
Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.
Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.
E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.
E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.
Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.
In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.
Voto: 3,5/5
Ricevo questo libro in regalo a Natale da S., un’amica dei cui gusti letterari mi fido molto. E dunque, nonostante ultimamente io legga pochissimi romanzi italiani, decido di fare una pausa dalle mie letture di autori provenienti da altri posti del mondo per dedicarmi a questo libro.
Non conoscevo Antonio Franchini e leggendo qua e là me ne faccio un’idea piuttosto composita, e probabilmente se ne avessi letto prima non mi sarei decisa a comprare un suo libro.
Il fuoco che ti porti dentro non è propriamente un romanzo, bensì un memoir che lo scrittore dedica alla figura di sua madre, Angela Izzo, una persona le cui caratteristiche e la cui storia ne fanno però un personaggio davvero romanzesco.
Franchini, fin dalle prime battute del libro, prende le distanze da sua madre, dicendo che “puzza”, concetto che sarà ribadito altre volte nelle pagine successive.
E questa è solo la premessa del ritratto di una persona strabordante, eccessiva e testarda, che è la madre dello scrittore. Una donna appartenente a una certa generazione e a una certa tipologia di donne del sud che chi proviene da quelle terre conosce molto bene: donne – di solito madri - che fanno della polemica e del conflitto col mondo la loro cifra distintiva, spesso altra metà di una coppia con mariti piuttosto miti o comunque mediamente molto silenziosi.
Angela Izzo ce l’ha con tutto e con tutti, è capace di profondissimi odii, ma anche di riprendere da un giorno all’altro i rapporti con persone che fino a poco prima ha ricoperto di insulti. È diffidente, sospettosa, pensa sempre che il mondo la voglia fregare, si sente vittima del tradimento di tutti, anche di quello dei suoi figli, che non sono autorizzati a fare scelte che lei non condivida.
Non ho potuto fare a meno di riconoscere in questa donna tanti tratti di mia madre, per quanto forse meno eclatanti e probabilmente meno pubblici, e mentre leggevo mi confermavo nell’idea, che in parte avevo già maturato nel corso degli anni, che probabilmente alcune caratteristiche, oltre e più che caratteriali, sono espressione di una mentalità, di una provenienza, di una generazione.
E come lo scrittore, anche io nel tempo, soprattutto dopo che sono andata a studiare fuori di casa e a poco a poco ho costruito la mia vita al di fuori della famiglia di origine, mi sono resa conto che molto di quello che avevo dato per scontato e che pensavo fosse inevitabile era solo una dei mille modi possibili di essere e che avevo la possibilità di cercare il mio modo di essere, forse per certi versi poco meridionale, e anche un po’ refrattario a una certa forma di meridionalità.
E non a caso il memoir di Franchini non è solo il racconto di una madre e del rapporto tra una madre e un figlio, ma anche del rapporto tra Sud e Nord, in senso non esclusivamente geografico, ma anche concettuale e culturale.
Cosicché quando Angela si trasferisce a vivere a Milano, dove il figlio vive da tempo (e anche sua sorella con famiglia), le parti si invertono e si capovolge il rapporto tra normalità e deviazione dalla normalità, che è poi sempre e soltanto culturale e soggettiva.
In definitiva, non mi aspettavo molto e invece l’ho trovato un gran libro, innanzitutto per una scrittura di alto profilo, in secondo luogo perché è riuscito ad entusiasmarmi senza farmi empatizzare del tutto né con la protagonista né con la voce narrante, in terzo luogo perché è riuscito a far passare il concetto che il rapporto con le nostre madri è imprescindibile e un legame profondo è inevitabile anche se si nasconde nelle pieghe del disprezzo e talvolta dell’odio.
Voto: 3,5/5
martedì 12 maggio 2026
La torta del presidente
Finalmente riesco a recuperare l’opera prima di Hasan Hadi, La torta del presidente, ambientata in Iraq alla fine di aprile del 1990, a due giorni dal compleanno dell’allora presidente Saddam Hussein.
In questi due giorni seguiremo le avventure e disavventure di una ragazzina di nove anni, Lamia (Banin Ahmad Nayef), che vive nella zona paludosa alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, in una capanna di giunchi, insieme alla sua amatissima nonna Bibi.
Quando Lamia viene sorteggiata a scuola per preparare la torta per i festeggiamenti del compleanno del presidente, insieme alla nonna e al gallo Hindi, che lei tratta come un amico, la bambina si mette in viaggio per la città alla ricerca degli ingredienti, che in un Iraq ridotto alla povertà sono praticamente introvabili e, se lo sono, hanno costi inaffrontabili.
Durante questa avventura, Lamia e Bibi incontreranno persone disposte ad aiutarle e altre che si approfitteranno di loro, saranno separate dagli eventi, e infine si rincontreranno in circostanze che metteranno Lamia di fronte a nuove responsabilità.
Un coming of age che da un lato sa di fiaba (le traversie di Lamia fanno pensare tantissimo a quelle di Pinocchio, e sembra quasi di poter riconoscere i personaggi e le situazioni, da Mangiafuoco alla fatina, da Lucignolo al gatto e la volpe), ma dall’altro risulta profondamente realistico nel tratteggiare un paese in cui l’immagine del presidente dittatore è onnipresente, mentre il paese è allo sbando e la corruzione e la povertà dilagano.
Il tutto accentuato dal contrasto tra l’ambiente da cui Lamia proviene, fotografato in un modo che ne trasmette la bellezza, la poesia e la fragilità, e il caos cittadino che tutto inghiotte e alla fine risputa, proprio come la balena di Pinocchio.
La chiusura del film con le immagini vere di Saddam Hussein che taglia una enorme torta per i suoi 50 anni è il giusto corollario a un'opera che parla della storia complessa di un paese, ma lo fa attraverso la piccola storia di una bambina che va imparando il bene e il male, ma anche il valore dell’amicizia e l’importanza dell’eredità familiare, e che attraverso queste esperienze entra in una nuova fase della vita.
Un piccolo gioiellino da non perdere.
Voto: 3,5/5
In questi due giorni seguiremo le avventure e disavventure di una ragazzina di nove anni, Lamia (Banin Ahmad Nayef), che vive nella zona paludosa alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, in una capanna di giunchi, insieme alla sua amatissima nonna Bibi.
Quando Lamia viene sorteggiata a scuola per preparare la torta per i festeggiamenti del compleanno del presidente, insieme alla nonna e al gallo Hindi, che lei tratta come un amico, la bambina si mette in viaggio per la città alla ricerca degli ingredienti, che in un Iraq ridotto alla povertà sono praticamente introvabili e, se lo sono, hanno costi inaffrontabili.
Durante questa avventura, Lamia e Bibi incontreranno persone disposte ad aiutarle e altre che si approfitteranno di loro, saranno separate dagli eventi, e infine si rincontreranno in circostanze che metteranno Lamia di fronte a nuove responsabilità.
Un coming of age che da un lato sa di fiaba (le traversie di Lamia fanno pensare tantissimo a quelle di Pinocchio, e sembra quasi di poter riconoscere i personaggi e le situazioni, da Mangiafuoco alla fatina, da Lucignolo al gatto e la volpe), ma dall’altro risulta profondamente realistico nel tratteggiare un paese in cui l’immagine del presidente dittatore è onnipresente, mentre il paese è allo sbando e la corruzione e la povertà dilagano.
Il tutto accentuato dal contrasto tra l’ambiente da cui Lamia proviene, fotografato in un modo che ne trasmette la bellezza, la poesia e la fragilità, e il caos cittadino che tutto inghiotte e alla fine risputa, proprio come la balena di Pinocchio.
La chiusura del film con le immagini vere di Saddam Hussein che taglia una enorme torta per i suoi 50 anni è il giusto corollario a un'opera che parla della storia complessa di un paese, ma lo fa attraverso la piccola storia di una bambina che va imparando il bene e il male, ma anche il valore dell’amicizia e l’importanza dell’eredità familiare, e che attraverso queste esperienze entra in una nuova fase della vita.
Un piccolo gioiellino da non perdere.
Voto: 3,5/5
domenica 10 maggio 2026
Il caso 137
Avevo già apprezzato molto lo stile asciutto ed efficace del regista Dominik Moll con il suo film precedente La notte del 12, che raccontava con grande accuratezza e complessità l’indagine su un caso di cronaca, ossia la morte di una ragazza, cosicché la mia aspettativa su questo nuovo film era parecchio alta.
Siamo in Francia, a Parigi, nel 2018, durante la fase più calda delle proteste dei gilet gialli. Stéphanie (una bravissima Léa Drucker), una donna single che vive con il figlio adolescente dopo la separazione dall’ex marito poliziotto, è anche lei una poliziotta, ma all’interno del corpo di polizia ha un ruolo molto particolare: lavora infatti nel Dipartimento che si occupa di investigare su casi che riguardano altri poliziotti e che ha il compito di verificare se l’azione compiuta dagli stessi sia stata necessaria e proporzionata.
Con l’escalation delle proteste, la tensione tra polizia e manifestanti si fa sempre più forte, e le denunce che arrivano sulle scrivanie del Dipartimento in cui lavora Stéphanie sono sempre di più.
Il caso 137 cui si riferisce il titolo è uno dei casi che viene affidato a Stéphanie e che riguarda un ragazzo della banlieue parigina, Guillaume, che durante una manifestazione cui partecipava insieme alla sorella e al fidanzato di lei, nonché insieme alla madre e al padre, viene colpito alla testa dai proiettili di gomma dei poliziotti, riportando ferite gravi e invalidanti.
Stéphanie conduce le indagini in maniera rigorosa e attenta, non trascurando alcun dettaglio né testimone, e riuscirà a poco a poco non solo a individuare il gruppo di poliziotti coinvolti nell’episodio ma anche a comprendere la dinamica dell’evento.
Durante questo percorso farà i conti con la reticenza e le menzogne dei colleghi poliziotti, ma anche con la totale mancanza di fiducia della società civile nei confronti della polizia nonché del lavoro che lei stessa sta svolgendo.
Come il precedente, Il caso 137 è un film che non spreca un passaggio e che, nelle sue oltre due ore di durata, non contiene una sequenza di troppo e tiene lo spettatore incollato ai personaggi e alla storia fino all’ultimo fotogramma. Esattamente come ne La notte del 12, all’interno di una confezione da cinema di genere, quello del polar che in Francia ha una solidissima tradizione cinematografica e letteraria, Dominik Moll riesce a convogliare significati e contenuti più complessi di quelli che di solito il genere riesce a esprimere.
In questo caso, di fronte a vicende che hanno segnato profondamente la storia recente della Francia, paese in cui le proteste dei gilet gialli sono diventati spesso guerriglia urbana e hanno rischiato di trasformarsi in guerra civile, con un governo centrale sempre più in difficoltà e costretto a dispiegare le proprie forze dell’ordine sempre più estesamente, lo sguardo di Moll riesce a non essere semplicisticamente di parte e a non sfuggire alla complessità e alle sfumature, pur restando rigoroso nel riconoscere le responsabilità.
Ma soprattutto mi ha toccato nel profondo la posizione della protagonista, che, nello svolgere il suo lavoro in maniera competente e meticolosa, e con un alto senso etico e di responsabilità individuale, si trova alfine a fare i conti con un sistema che è vittima della polarizzazione e che di fronte ai rischi che comporta difende sé stesso e inevitabilmente non rende giustizia alle vittime.
Quella di Moll non è una denuncia, ma una constatazione del fatto che la complessità dei tempi in cui viviamo inghiotte tutto, anche chi nel suo lavoro cerca di seguire una strada di razionalità e di correttezza, quella difficile strada mediana oggi disconosciuta, e spesso si trova a soccombere di fronte a tutte le parti in causa e a cercare sollievo alla frustrazione nell’anestetizzazione dominante.
Voto: 4/5
Siamo in Francia, a Parigi, nel 2018, durante la fase più calda delle proteste dei gilet gialli. Stéphanie (una bravissima Léa Drucker), una donna single che vive con il figlio adolescente dopo la separazione dall’ex marito poliziotto, è anche lei una poliziotta, ma all’interno del corpo di polizia ha un ruolo molto particolare: lavora infatti nel Dipartimento che si occupa di investigare su casi che riguardano altri poliziotti e che ha il compito di verificare se l’azione compiuta dagli stessi sia stata necessaria e proporzionata.
Con l’escalation delle proteste, la tensione tra polizia e manifestanti si fa sempre più forte, e le denunce che arrivano sulle scrivanie del Dipartimento in cui lavora Stéphanie sono sempre di più.
Il caso 137 cui si riferisce il titolo è uno dei casi che viene affidato a Stéphanie e che riguarda un ragazzo della banlieue parigina, Guillaume, che durante una manifestazione cui partecipava insieme alla sorella e al fidanzato di lei, nonché insieme alla madre e al padre, viene colpito alla testa dai proiettili di gomma dei poliziotti, riportando ferite gravi e invalidanti.
Stéphanie conduce le indagini in maniera rigorosa e attenta, non trascurando alcun dettaglio né testimone, e riuscirà a poco a poco non solo a individuare il gruppo di poliziotti coinvolti nell’episodio ma anche a comprendere la dinamica dell’evento.
Durante questo percorso farà i conti con la reticenza e le menzogne dei colleghi poliziotti, ma anche con la totale mancanza di fiducia della società civile nei confronti della polizia nonché del lavoro che lei stessa sta svolgendo.
Come il precedente, Il caso 137 è un film che non spreca un passaggio e che, nelle sue oltre due ore di durata, non contiene una sequenza di troppo e tiene lo spettatore incollato ai personaggi e alla storia fino all’ultimo fotogramma. Esattamente come ne La notte del 12, all’interno di una confezione da cinema di genere, quello del polar che in Francia ha una solidissima tradizione cinematografica e letteraria, Dominik Moll riesce a convogliare significati e contenuti più complessi di quelli che di solito il genere riesce a esprimere.
In questo caso, di fronte a vicende che hanno segnato profondamente la storia recente della Francia, paese in cui le proteste dei gilet gialli sono diventati spesso guerriglia urbana e hanno rischiato di trasformarsi in guerra civile, con un governo centrale sempre più in difficoltà e costretto a dispiegare le proprie forze dell’ordine sempre più estesamente, lo sguardo di Moll riesce a non essere semplicisticamente di parte e a non sfuggire alla complessità e alle sfumature, pur restando rigoroso nel riconoscere le responsabilità.
Ma soprattutto mi ha toccato nel profondo la posizione della protagonista, che, nello svolgere il suo lavoro in maniera competente e meticolosa, e con un alto senso etico e di responsabilità individuale, si trova alfine a fare i conti con un sistema che è vittima della polarizzazione e che di fronte ai rischi che comporta difende sé stesso e inevitabilmente non rende giustizia alle vittime.
Quella di Moll non è una denuncia, ma una constatazione del fatto che la complessità dei tempi in cui viviamo inghiotte tutto, anche chi nel suo lavoro cerca di seguire una strada di razionalità e di correttezza, quella difficile strada mediana oggi disconosciuta, e spesso si trova a soccombere di fronte a tutte le parti in causa e a cercare sollievo alla frustrazione nell’anestetizzazione dominante.
Voto: 4/5
venerdì 8 maggio 2026
Mr nobody against Putin – Il film contro tutte le guerre
Mr nobody against Putin è il documentario vincitore dell’Oscar all’ultima kermesse.
Dopo aver avuto fugaci passaggi in sala, finalmente lo trovo in programmazione al Cinema delle provincie e non perdo l’occasione di andare a vederlo.
Il film è stato realizzato da Pavel Talankin e da David Borenstein, e capiremo durante la visione in che modo si è realizzata questa collaborazione. Pavel Talankin nel 2022 lavorava in una grande scuola della piccola cittadina di Karabaš, negli Urali, distante quasi 2.000 chilometri da Mosca. Pavel, detto Pasha, non era solo insegnante, bensì anche incaricato della scuola nel documentare eventi e vita quotidiana attraverso la sua videocamera.
Quando Putin decide di avviare l’”operazione militare speciale” in Ucraina, molto rapidamente, anche in un posto sperduto e lontano come la scuola di Karabaš, la campagna di propaganda putiniana si fa sempre più invasiva: gli eventi sono tutti orientati a celebrare la patria, insegnanti e allievi sono chiamati a introdurre contenuti a favore della campagna militare nelle lezioni, le scuole vengono progressivamente sempre più militarizzate e diventano uno dei principali bacini a cui attingere per il fronte.
Pasha si ritrova, in un certo senso suo malgrado, a documentare questo cambiamento attraverso i suoi filmati, e - man mano che cresce la sua consapevolezza di quanto sta accadendo e il suo rifiuto di diventare un ingranaggio del sistema - decide di utilizzare questa sua posizione privilegiata e in un certo senso invisibile per raccogliere documentazione e testimonianze.
Quando si accorge che bastano questi suoi contenuti – senza alcun commento e interpretazione – a togliere il velo da una situazione pericolosa e destinata a degenerare, cerca dei contatti fuori dal suo paese e qualcuno, probabilmente lo stesso Borenstein, si interessa al materiale che sta producendo.
Pasha continua dunque a filmare tutto il filmabile e anche sé stesso fino a quando, dopo aver tenuto un commovente discorso di fine anno scolastico per i suoi studenti, decide di scappare dalla Russia portando con sé i suoi filmati, che adeguatamente montati diventeranno il film che vediamo.
La forza del documentario di Talankin sta nello specifico angolo di visuale che adotta, ossia quello della scuola, peraltro una scuola primariamente elementare, che sembrerebbe essere qualcosa di lontanissimo dalla guerra, e invece il programma putiniano di lavorare sul tessuto scolastico del paese è una classica operazione che i regimi autoritari e con una forte spinta belligerante utilizzano per preparare il terreno, rafforzando un patriottismo tossico, abituando a un’organizzazione militaresca e all’uso delle armi, e lavorando dunque sul modellare il pensiero dei futuri cittadini e combattenti.
Pasha, pur essendo profondamente innamorato della Russia e persino del suo piccolo paesino ai confini del mondo, rimane sempre lucido di fronte a questo tentativo, e in qualche modo non ne viene mai contagiato.
Qualcuno, nelle recensioni che ho letto, parla di una presa di posizione mai esplicita e piuttosto sottotraccia: io però sfido chiunque ad avere anche solo la metà del coraggio e della lucidità di questo giovane uomo nelle scelte che compie e che lo hanno portato alla realizzazione di questo documentario.
Viene da dire: non abbassiamo mai la guardia, restiamo vigili, restiamo critici, perché l’acquiescenza è il primo passo verso un percorso che può portare in direzioni davvero inquietanti e alfine incontrollabili.
Voto: 3,5/5
Dopo aver avuto fugaci passaggi in sala, finalmente lo trovo in programmazione al Cinema delle provincie e non perdo l’occasione di andare a vederlo.
Il film è stato realizzato da Pavel Talankin e da David Borenstein, e capiremo durante la visione in che modo si è realizzata questa collaborazione. Pavel Talankin nel 2022 lavorava in una grande scuola della piccola cittadina di Karabaš, negli Urali, distante quasi 2.000 chilometri da Mosca. Pavel, detto Pasha, non era solo insegnante, bensì anche incaricato della scuola nel documentare eventi e vita quotidiana attraverso la sua videocamera.
Quando Putin decide di avviare l’”operazione militare speciale” in Ucraina, molto rapidamente, anche in un posto sperduto e lontano come la scuola di Karabaš, la campagna di propaganda putiniana si fa sempre più invasiva: gli eventi sono tutti orientati a celebrare la patria, insegnanti e allievi sono chiamati a introdurre contenuti a favore della campagna militare nelle lezioni, le scuole vengono progressivamente sempre più militarizzate e diventano uno dei principali bacini a cui attingere per il fronte.
Pasha si ritrova, in un certo senso suo malgrado, a documentare questo cambiamento attraverso i suoi filmati, e - man mano che cresce la sua consapevolezza di quanto sta accadendo e il suo rifiuto di diventare un ingranaggio del sistema - decide di utilizzare questa sua posizione privilegiata e in un certo senso invisibile per raccogliere documentazione e testimonianze.
Quando si accorge che bastano questi suoi contenuti – senza alcun commento e interpretazione – a togliere il velo da una situazione pericolosa e destinata a degenerare, cerca dei contatti fuori dal suo paese e qualcuno, probabilmente lo stesso Borenstein, si interessa al materiale che sta producendo.
Pasha continua dunque a filmare tutto il filmabile e anche sé stesso fino a quando, dopo aver tenuto un commovente discorso di fine anno scolastico per i suoi studenti, decide di scappare dalla Russia portando con sé i suoi filmati, che adeguatamente montati diventeranno il film che vediamo.
La forza del documentario di Talankin sta nello specifico angolo di visuale che adotta, ossia quello della scuola, peraltro una scuola primariamente elementare, che sembrerebbe essere qualcosa di lontanissimo dalla guerra, e invece il programma putiniano di lavorare sul tessuto scolastico del paese è una classica operazione che i regimi autoritari e con una forte spinta belligerante utilizzano per preparare il terreno, rafforzando un patriottismo tossico, abituando a un’organizzazione militaresca e all’uso delle armi, e lavorando dunque sul modellare il pensiero dei futuri cittadini e combattenti.
Pasha, pur essendo profondamente innamorato della Russia e persino del suo piccolo paesino ai confini del mondo, rimane sempre lucido di fronte a questo tentativo, e in qualche modo non ne viene mai contagiato.
Qualcuno, nelle recensioni che ho letto, parla di una presa di posizione mai esplicita e piuttosto sottotraccia: io però sfido chiunque ad avere anche solo la metà del coraggio e della lucidità di questo giovane uomo nelle scelte che compie e che lo hanno portato alla realizzazione di questo documentario.
Viene da dire: non abbassiamo mai la guardia, restiamo vigili, restiamo critici, perché l’acquiescenza è il primo passo verso un percorso che può portare in direzioni davvero inquietanti e alfine incontrollabili.
Voto: 3,5/5
mercoledì 6 maggio 2026
Le false confidenze / Marivaux; regia di Arturo Cirillo. Teatro Argentina, 22 aprile 2026
Che Arturo Cirillo sia una delle figure più interessanti del teatro italiano contemporaneo non lo scopro certo oggi. Lo seguo da tempo, prima soprattutto come attore, poi sempre più impegnato sul piano della riscoperta di testi da riportare a teatro e nella regia degli stessi.
Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.
L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.
Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.
In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.
Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.
Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.
Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.
Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.
Voto: 4/5
Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.
L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.
Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.
In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.
Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.
Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.
Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.
Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.
Voto: 4/5
lunedì 4 maggio 2026
La più piccola = La petite dernière
Vado a vedere in anteprima il film di Hafsia Herzi La più piccola, che è la sua opera prima nata dall’adattamento del romanzo omonimo e autobiografico di Fatima Daas uscito nel 2020.
Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes e l’attrice, Nadia Melliti, ha vinto da esordiente il Premio per la migliore interpretazione femminile ed è in collegamento streaming per questa anteprima.
La più piccola racconta di Fatima, una giovane donna, terza e ultima figlia di una famiglia di origine algerina e di religione musulmana, che nel passaggio dal liceo all’università affronta un momento delicato della sua crescita, quello della consapevolezza della sua omosessualità e dei modi per poterla vivere, conciliandola con le aspettative della famiglia e con i suoi convincimenti personali e religiosi.
Tra incontri tramite app, nuove amicizie, feste, esperienze sessuali e un primo amore tormentato, Fatima comprenderà di non potersi nascondere per sempre, e che il coming out dovrà essere un passaggio obbligato della sua esistenza e della sua felicità futura.
Sicuramente l’interpretazione di Nadia Melliti è profondamente convincente, con quell’aria imbronciata e quella corazza di paura ma anche di fragilità che si porta dietro; è chiaro che la Melliti ha sentito una profonda sintonia con il personaggio di Fatima ed è riuscita a esprimerne la natura più intima attraverso la sua interpretazione.
Dal punto di vista cinematografico il film della Herzi mi ha ricordato molto del modo di fare cinema di Abdellatif Kechiche – penso in particolare a La vita di Adèle o a Mektoub, my love o a Cous cous – con cui del resto la Herzi ha lavorato diverse volte come attrice, probabilmente assorbendone metodo e in parte anche sguardo. La Herzi sta molto addosso ai suoi personaggi e ai dettagli dei visi e dei corpi, cercando in questo modo un’identificazione dello spettatore con la protagonista.
Devo però dire che, nonostante questo stile così coinvolgente, personalmente non sono riuscita a emozionarmi particolarmente, forse a causa di una linea narrativa non particolarmente nuova, o per uno stile già in parte visto (sebbene lo sguardo femminile lo ingentilisca non poco), o ancora per una chimica tra le attrici che personalmente non ho trovato particolarmente riuscita.
Al contempo, credo che ogni epoca e generazione abbia bisogno della sua storia di liberazione sessuale e identitaria, e poiché nessuna società si può dire del tutto immune da rischi di regressioni e conservatorismi, è giusto continuare a raccontare queste storie, perché ci ricordano – tanto più in tempi bui come quelli che viviamo – che libertà individuale e diritti non sono mai scontati.
Il fatto che in Italia la visione del film sia stata stabilita solo per un pubblico di età superiore ai 14 anni non fa che confermare e rafforzare questa convinzione.
Voto: 3,5/5
Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes e l’attrice, Nadia Melliti, ha vinto da esordiente il Premio per la migliore interpretazione femminile ed è in collegamento streaming per questa anteprima.
La più piccola racconta di Fatima, una giovane donna, terza e ultima figlia di una famiglia di origine algerina e di religione musulmana, che nel passaggio dal liceo all’università affronta un momento delicato della sua crescita, quello della consapevolezza della sua omosessualità e dei modi per poterla vivere, conciliandola con le aspettative della famiglia e con i suoi convincimenti personali e religiosi.
Tra incontri tramite app, nuove amicizie, feste, esperienze sessuali e un primo amore tormentato, Fatima comprenderà di non potersi nascondere per sempre, e che il coming out dovrà essere un passaggio obbligato della sua esistenza e della sua felicità futura.
Sicuramente l’interpretazione di Nadia Melliti è profondamente convincente, con quell’aria imbronciata e quella corazza di paura ma anche di fragilità che si porta dietro; è chiaro che la Melliti ha sentito una profonda sintonia con il personaggio di Fatima ed è riuscita a esprimerne la natura più intima attraverso la sua interpretazione.
Dal punto di vista cinematografico il film della Herzi mi ha ricordato molto del modo di fare cinema di Abdellatif Kechiche – penso in particolare a La vita di Adèle o a Mektoub, my love o a Cous cous – con cui del resto la Herzi ha lavorato diverse volte come attrice, probabilmente assorbendone metodo e in parte anche sguardo. La Herzi sta molto addosso ai suoi personaggi e ai dettagli dei visi e dei corpi, cercando in questo modo un’identificazione dello spettatore con la protagonista.
Devo però dire che, nonostante questo stile così coinvolgente, personalmente non sono riuscita a emozionarmi particolarmente, forse a causa di una linea narrativa non particolarmente nuova, o per uno stile già in parte visto (sebbene lo sguardo femminile lo ingentilisca non poco), o ancora per una chimica tra le attrici che personalmente non ho trovato particolarmente riuscita.
Al contempo, credo che ogni epoca e generazione abbia bisogno della sua storia di liberazione sessuale e identitaria, e poiché nessuna società si può dire del tutto immune da rischi di regressioni e conservatorismi, è giusto continuare a raccontare queste storie, perché ci ricordano – tanto più in tempi bui come quelli che viviamo – che libertà individuale e diritti non sono mai scontati.
Il fatto che in Italia la visione del film sia stata stabilita solo per un pubblico di età superiore ai 14 anni non fa che confermare e rafforzare questa convinzione.
Voto: 3,5/5
giovedì 30 aprile 2026
È l’ultima battuta? = Is this thing on?
Fino a qualche anno fa sulla carriera da regista di quel belloccio di Bradley Cooper forse non avremmo scommesso un centesimo, e invece Cooper dimostra non solo di essere ambizioso (sebbene l’ambizione a volte gli faccia fare passi falsi come in Maestro), ma anche di avere del mestiere e delle cose da dire.
Con il suo ultimo film, pur mantenendosi coerente con una specie di sua personale poetica, torna a un’atmosfera più intima e a un film più piccolo, e forse proprio per questo coglie maggiormente nel segno.
È l’ultima battuta? è la storia di una coppia formata da Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern). I due stanno insieme da venticinque anni e hanno due bambini di una decina di anni. Il loro rapporto è in crisi, e Alex si è trasferito in un altro appartamento. Una sera, mentre è alla ricerca di un locale dove bere un drink, per poter entrare si iscrive a un “open mic”, ossia a una specie di maratona di stand-up comedy per principianti. Scopre così, praticamente per caso, che la stand up gli piace e che lo aiuta ad elaborare la separazione.
Seguiamo così la coppia negli alti e bassi di allontanamenti e riavvicinamenti, litigi e ritorni di fiamma, con tutto il portato del rapporto con i genitori, con i figli e con gli amici.
Ne viene fuori – almeno fino a un certo punto – il racconto delle difficoltà di una coppia di lungo termine: la stanchezza, le recriminazioni, le rinunce e le frustrazioni, le fatiche della comunicazione.
In questo senso, Cooper gioca anche su un elemento già presente nei suoi film precedenti, ossia sul fatto che gli esseri umani spesso sono meglio e più capaci di esprimersi nella performance che nella vita quotidiana, e non a caso in questo film la stand up comedy svolge un ruolo fondamentale.
Dopo un inizio per me un po’ faticoso, il film a poco a poco decolla e si fa sempre più coinvolgente, fino a un finale che appare un po’ troppo consolatorio rispetto agli elementi di complessità disseminati sul percorso.
Ottime le interpretazioni di Will Arnett e di Laura Dern, e molto divertente nel ruolo dell’amico strafatto Balls lo stesso Bradley Cooper.
Voto: 3/5
Con il suo ultimo film, pur mantenendosi coerente con una specie di sua personale poetica, torna a un’atmosfera più intima e a un film più piccolo, e forse proprio per questo coglie maggiormente nel segno.
È l’ultima battuta? è la storia di una coppia formata da Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern). I due stanno insieme da venticinque anni e hanno due bambini di una decina di anni. Il loro rapporto è in crisi, e Alex si è trasferito in un altro appartamento. Una sera, mentre è alla ricerca di un locale dove bere un drink, per poter entrare si iscrive a un “open mic”, ossia a una specie di maratona di stand-up comedy per principianti. Scopre così, praticamente per caso, che la stand up gli piace e che lo aiuta ad elaborare la separazione.
Seguiamo così la coppia negli alti e bassi di allontanamenti e riavvicinamenti, litigi e ritorni di fiamma, con tutto il portato del rapporto con i genitori, con i figli e con gli amici.
Ne viene fuori – almeno fino a un certo punto – il racconto delle difficoltà di una coppia di lungo termine: la stanchezza, le recriminazioni, le rinunce e le frustrazioni, le fatiche della comunicazione.
In questo senso, Cooper gioca anche su un elemento già presente nei suoi film precedenti, ossia sul fatto che gli esseri umani spesso sono meglio e più capaci di esprimersi nella performance che nella vita quotidiana, e non a caso in questo film la stand up comedy svolge un ruolo fondamentale.
Dopo un inizio per me un po’ faticoso, il film a poco a poco decolla e si fa sempre più coinvolgente, fino a un finale che appare un po’ troppo consolatorio rispetto agli elementi di complessità disseminati sul percorso.
Ottime le interpretazioni di Will Arnett e di Laura Dern, e molto divertente nel ruolo dell’amico strafatto Balls lo stesso Bradley Cooper.
Voto: 3/5
martedì 28 aprile 2026
Un anno di scuola
A partire dalla propria esperienza personale (la Samani si è diplomata a Trieste proprio nell’anno in cui è ambientato il film) e dal romanzo omonimo di Giani Stuparich, Laura Samani, insieme alla cosceneggiatrice Elisa Dondi, racconta l’anno scolastico 2007-2008 in una scuola di Trieste.
Per adattare l’idea di Stuparich alla quasi contemporaneità, la scuola prescelta è un ITIS, dove a inizio anno arriva una studentessa svedese, Frederika (Stella Wendick), detta Fred, trasferitasi in Italia al seguito del padre, unica studentessa in una classe completamente maschile.
Fred si troverà a fare i conti non solo con il gap linguistico – all’inizio si esprime soltanto in inglese, mentre molti dei suoi compagni di classe parlano addirittura in dialetto, rendendo difficile se non impossibile la comprensione reciproca -, ma anche e soprattutto con lo sguardo maschile, anzi meglio adolescenziale, su di lei, tra l’altro nutrito di tutti gli stereotipi che l’italiano medio si porta dietro rispetto alle ragazze svedesi.
All’inizio Fred subisce e incassa, poi a poco a poco si avvicina a un gruppetto di compagni di classe, il tormentato e apparentemente fanfarone Pasini, il compagnone ancora un po’ infantile Mitis e il silenzioso e un po’ solitario Antero (Giacomo Covi, vincitore del premio Orizzonti come miglior attore). A poco a poco Fred conquista la loro fiducia e riesce a diventare parte integrante del loro gruppetto, mentre comincia a imparare la lingua e il mondo che la circonda.
L’inevitabile gioco delle attrazioni incrociate finirà per far deflagrare il gruppo, ma anche per far sbocciare la personalità di Fred e avviarla sulla strada della crescita e del futuro.
È un classico coming of age inserito nel genere dell’high school movie quello raccontato da Laura Samani, eppure Un anno di scuola ha una freschezza e una naturalezza che conquistano, anche grazie ad una scrittura attenta e ad attori non professionisti molto ben selezionati.
Non so se Samani e Dondi con questo film parlino specificamente ai giovani di oggi, anzi direi di no, al di là del fatto che alcune dinamiche sono talmente universali che persino io che sono molto più avanti negli anni non ho fatto fatica a riconoscermi. Quello di Un anno di scuola è un mondo pre-social (Facebook non esisteva ancora, almeno in Italia) e con telefonini che servivano a telefonare e a mandare messaggi, e quindi un mondo abbastanza diverso da quello in cui gli adolescenti sono oggi immersi, senza contare che nel frattempo è intervenuto il grande trauma della pandemia che ha certamente segnato un’intera generazione.
Del resto, i film con protagonisti gli adolescenti quasi mai parlano davvero agli adolescenti stessi, perché come in un famoso detto attribuito a Kierkegaard «La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti», dunque probabilmente film come questi parlano più a chi quell’età della vita l’ha già superata e può oggi cogliere una serie di dinamiche che, finché ci era immerso, si limitava semplicemente a vivere.
Nel film di Samani c’è però anche altro, la tematica di genere, quella dell’identità e dell’appartenenza, e tutto questo è racchiuso sotto la grande metafora-ombrello della soglia e del confine: non solo questi giovani si trovano al limitare di una soglia importante della vita, ma vivono in una città di confine, dove si parla anche lo sloveno, e nel momento storico in cui la Slovenia entra a far parte di Schengen e cade un’altra frontiera in Europa. A questa idea del superare una soglia è anche sotteso il tema del lasciar andare, chi non c’è più, quello che non sarà più, e alla fine un’età della vita.
Non ho visto Piccolo corpo (che a questo punto vorrei recuperare), ma forse è a registe come Laura Samani o Maura Delpero su cui ha senso riporre un po’ di fiducia per il futuro di un cinema italiano capace di non ripetere all’infinito e stancamente sé stesso.
Voto: 3,5/5
Per adattare l’idea di Stuparich alla quasi contemporaneità, la scuola prescelta è un ITIS, dove a inizio anno arriva una studentessa svedese, Frederika (Stella Wendick), detta Fred, trasferitasi in Italia al seguito del padre, unica studentessa in una classe completamente maschile.
Fred si troverà a fare i conti non solo con il gap linguistico – all’inizio si esprime soltanto in inglese, mentre molti dei suoi compagni di classe parlano addirittura in dialetto, rendendo difficile se non impossibile la comprensione reciproca -, ma anche e soprattutto con lo sguardo maschile, anzi meglio adolescenziale, su di lei, tra l’altro nutrito di tutti gli stereotipi che l’italiano medio si porta dietro rispetto alle ragazze svedesi.
All’inizio Fred subisce e incassa, poi a poco a poco si avvicina a un gruppetto di compagni di classe, il tormentato e apparentemente fanfarone Pasini, il compagnone ancora un po’ infantile Mitis e il silenzioso e un po’ solitario Antero (Giacomo Covi, vincitore del premio Orizzonti come miglior attore). A poco a poco Fred conquista la loro fiducia e riesce a diventare parte integrante del loro gruppetto, mentre comincia a imparare la lingua e il mondo che la circonda.
L’inevitabile gioco delle attrazioni incrociate finirà per far deflagrare il gruppo, ma anche per far sbocciare la personalità di Fred e avviarla sulla strada della crescita e del futuro.
È un classico coming of age inserito nel genere dell’high school movie quello raccontato da Laura Samani, eppure Un anno di scuola ha una freschezza e una naturalezza che conquistano, anche grazie ad una scrittura attenta e ad attori non professionisti molto ben selezionati.
Non so se Samani e Dondi con questo film parlino specificamente ai giovani di oggi, anzi direi di no, al di là del fatto che alcune dinamiche sono talmente universali che persino io che sono molto più avanti negli anni non ho fatto fatica a riconoscermi. Quello di Un anno di scuola è un mondo pre-social (Facebook non esisteva ancora, almeno in Italia) e con telefonini che servivano a telefonare e a mandare messaggi, e quindi un mondo abbastanza diverso da quello in cui gli adolescenti sono oggi immersi, senza contare che nel frattempo è intervenuto il grande trauma della pandemia che ha certamente segnato un’intera generazione.
Del resto, i film con protagonisti gli adolescenti quasi mai parlano davvero agli adolescenti stessi, perché come in un famoso detto attribuito a Kierkegaard «La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti», dunque probabilmente film come questi parlano più a chi quell’età della vita l’ha già superata e può oggi cogliere una serie di dinamiche che, finché ci era immerso, si limitava semplicemente a vivere.
Nel film di Samani c’è però anche altro, la tematica di genere, quella dell’identità e dell’appartenenza, e tutto questo è racchiuso sotto la grande metafora-ombrello della soglia e del confine: non solo questi giovani si trovano al limitare di una soglia importante della vita, ma vivono in una città di confine, dove si parla anche lo sloveno, e nel momento storico in cui la Slovenia entra a far parte di Schengen e cade un’altra frontiera in Europa. A questa idea del superare una soglia è anche sotteso il tema del lasciar andare, chi non c’è più, quello che non sarà più, e alla fine un’età della vita.
Non ho visto Piccolo corpo (che a questo punto vorrei recuperare), ma forse è a registe come Laura Samani o Maura Delpero su cui ha senso riporre un po’ di fiducia per il futuro di un cinema italiano capace di non ripetere all’infinito e stancamente sé stesso.
Voto: 3,5/5
domenica 26 aprile 2026
Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo / regia di Mario Martone. Teatro Vascello, 15 aprile 2026
Arrivo a questo spettacolo senza saperne praticamente nulla, richiamata dalla regia di Mario Martone e dalla presenza di Lino Musella che apprezzo moltissimo a teatro.
Scopro solo dopo che c’è una qualche ragione sentimentale dietro la scelta di Martone di portare in scena questo testo. Si tratta infatti di un lavoro inedito di Fabrizia Ramondino che aveva scritto insieme a Martone la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, ed era della Ramondino anche la drammaturgia Terremoto con madre e figlia portato in scena sempre da Martone.
A incarnare il protagonista di questo testo, il compositore nominato nel titolo, è Lino Musella, magnetico e poliedrico nella sua interpretazione di un uomo la cui vita ruota tutta intorno alla musica e alle sue composizioni, e che attraversa una chiara fase di crisi esistenziale e di frustrazione rispetto al modo in cui la propria arte è accolta, nonché rispetto alla propria famiglia: la madre (Iaia Forte), che non accetta la sua vecchiaia e ha un rapporto ambiguo con il figlio, la moglie un po’ anaffettiva (Tania Garribba), l’esuberante figlia (India Santella) e il suo amico (Matteo De Luca). Mentre il compositore paragona queste persone ai vari strumenti che compongono un quartetto d’archi e interagisce con ciascuna di loro in modi più o meno cinici, la casa dove il compositore vive e che mostra i segni di un passato nobiliare si svuota progressivamente, man mano che a causa di non meglio precisati debiti tutte le cose più preziose vengono portate via.
Allora, non è tanto una questione di messa in scena, di allestimento, di regia e di interpretazioni (come già detto, Musella riesce a essere magnetico nel portare in scena un personaggio non certo simpatico); per me è proprio una questione di testo. Personalmente non l’ho trovato particolarmente stimolante e in qualche modo non sono riuscita a coglierne il senso.
Non conosco la produzione letteraria della Ramondino, e quindi forse – anzi sicuramente – mi sfugge qualcosa, ma credo che quando un testo non arriva, indipendentemente dagli elementi conoscitivi pregressi, evidentemente non si è creata una particolare sintonia.
Peccato.
Voto: 3/5
Scopro solo dopo che c’è una qualche ragione sentimentale dietro la scelta di Martone di portare in scena questo testo. Si tratta infatti di un lavoro inedito di Fabrizia Ramondino che aveva scritto insieme a Martone la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, ed era della Ramondino anche la drammaturgia Terremoto con madre e figlia portato in scena sempre da Martone.
A incarnare il protagonista di questo testo, il compositore nominato nel titolo, è Lino Musella, magnetico e poliedrico nella sua interpretazione di un uomo la cui vita ruota tutta intorno alla musica e alle sue composizioni, e che attraversa una chiara fase di crisi esistenziale e di frustrazione rispetto al modo in cui la propria arte è accolta, nonché rispetto alla propria famiglia: la madre (Iaia Forte), che non accetta la sua vecchiaia e ha un rapporto ambiguo con il figlio, la moglie un po’ anaffettiva (Tania Garribba), l’esuberante figlia (India Santella) e il suo amico (Matteo De Luca). Mentre il compositore paragona queste persone ai vari strumenti che compongono un quartetto d’archi e interagisce con ciascuna di loro in modi più o meno cinici, la casa dove il compositore vive e che mostra i segni di un passato nobiliare si svuota progressivamente, man mano che a causa di non meglio precisati debiti tutte le cose più preziose vengono portate via.
Allora, non è tanto una questione di messa in scena, di allestimento, di regia e di interpretazioni (come già detto, Musella riesce a essere magnetico nel portare in scena un personaggio non certo simpatico); per me è proprio una questione di testo. Personalmente non l’ho trovato particolarmente stimolante e in qualche modo non sono riuscita a coglierne il senso.
Non conosco la produzione letteraria della Ramondino, e quindi forse – anzi sicuramente – mi sfugge qualcosa, ma credo che quando un testo non arriva, indipendentemente dagli elementi conoscitivi pregressi, evidentemente non si è creata una particolare sintonia.
Peccato.
Voto: 3/5
giovedì 23 aprile 2026
Lo straniero = L’étranger
François Ozon è un regista che seguo da tempo, ed essendo molto prolifico ho visto tanto ma non tutto. Soprattutto c'è stato un momento in cui, dopo un inizio di carriera secondo me scoppiettante, aveva avuto una fase di minore creatività. Pur restando un po' discontinuo come tutti i registi che girano molti film, negli ultimi anni mi pare che viva una nuova fase interessante.
In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.
E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.
L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.
Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.
Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.
Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.
Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.
Voto: 3,5/5
In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.
E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.
L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.
Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.
Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.
Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.
Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.
Voto: 3,5/5
martedì 21 aprile 2026
Il dio dell’amore
Per le festività pasquali in Puglia, essendo praticamente impossibile trovare film stranieri in lingua originale, decido di andare a vedere il film di Francesco Lagi, di cui ho sentito parlare bene.
Il dio dell’amore è un film che guarda a modelli provenienti da oltreoceano, ma non dimentica la lezione della commedia sentimentale italiana.
La struttura narrativa vede un redivivo Ovidio, il grande poeta romano dell’amore, aggirarsi in abiti contemporanei per le vie della città per raccontare le storie di una serie di coppie, i cui destini sono intrecciati. Ada (Isabella Ragonese) annuncia a Filippo (Vinicio Marchioni) di aspettare un figlio da lui dopo molti tentativi falliti, ma in realtà il figlio è frutto della relazione con una vecchia fiamma dei tempi della scuola, Pietro (Corrado Fortuna). In realtà anche Filippo ha una storia extraconiugale con una sua giovane studentessa, Silvia (Chiara Ferrara), la quale a sua volta per una serie di combinazioni intercetterà il percorso di Arianna (Anna Bellato), in crisi con sua moglie Ester (Vanessa Scalera). Quest’ultima, che è una psicoterapeuta, ha tra i suoi pazienti Jacopo (Enrico Borello, sempre straordinario), che è ossessionato dalla fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), maestra elementare che ha iniziato una storia con Pietro. E così via.
Il film di Lagi è divertente senza essere superficiale, e riesce perfettamente nel suo intento, ossia quello di parlare di amore in maniera contemporanea, perché gli amori di cui parla Lagi (che ha scritto la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino) non sono amori lineari e tradizionali, ma amori che vanno e vengono e che passano da una persona all’altra, anche tra persone dello stesso sesso, in una fluidità che riconosciamo come parte del nostro mondo attuale. Inoltre, il film utilizza molto bene la città di Roma non solo come sfondo perfetto, ma come ulteriore personaggio della narrazione, esattamente come molte commedie sentimentali americane hanno fatto con città come New York.
Nel complesso, una visione gradevole e che lascia in qualche modo il cuore contento, anche se a mente fredda la sensazione che il film non ci abbia detto molto di nuovo sull’amore e soprattutto che abbia taciuto il dolore che ne è naturale complemento è forte.
Ma è evidente che l’intento del film non è quello di diventare un trattato filosofico, e la presenza di Ovidio è quella di un nume tutelare più che di uno strumento di comprensione e di approfondimento della natura dell’amore, che rimane sfuggente e soggettiva. Il che alla fine resta una grande verità, di cui siamo vittime piuttosto che artefici.
Voto: 3/5
Il dio dell’amore è un film che guarda a modelli provenienti da oltreoceano, ma non dimentica la lezione della commedia sentimentale italiana.
La struttura narrativa vede un redivivo Ovidio, il grande poeta romano dell’amore, aggirarsi in abiti contemporanei per le vie della città per raccontare le storie di una serie di coppie, i cui destini sono intrecciati. Ada (Isabella Ragonese) annuncia a Filippo (Vinicio Marchioni) di aspettare un figlio da lui dopo molti tentativi falliti, ma in realtà il figlio è frutto della relazione con una vecchia fiamma dei tempi della scuola, Pietro (Corrado Fortuna). In realtà anche Filippo ha una storia extraconiugale con una sua giovane studentessa, Silvia (Chiara Ferrara), la quale a sua volta per una serie di combinazioni intercetterà il percorso di Arianna (Anna Bellato), in crisi con sua moglie Ester (Vanessa Scalera). Quest’ultima, che è una psicoterapeuta, ha tra i suoi pazienti Jacopo (Enrico Borello, sempre straordinario), che è ossessionato dalla fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), maestra elementare che ha iniziato una storia con Pietro. E così via.
Il film di Lagi è divertente senza essere superficiale, e riesce perfettamente nel suo intento, ossia quello di parlare di amore in maniera contemporanea, perché gli amori di cui parla Lagi (che ha scritto la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino) non sono amori lineari e tradizionali, ma amori che vanno e vengono e che passano da una persona all’altra, anche tra persone dello stesso sesso, in una fluidità che riconosciamo come parte del nostro mondo attuale. Inoltre, il film utilizza molto bene la città di Roma non solo come sfondo perfetto, ma come ulteriore personaggio della narrazione, esattamente come molte commedie sentimentali americane hanno fatto con città come New York.
Nel complesso, una visione gradevole e che lascia in qualche modo il cuore contento, anche se a mente fredda la sensazione che il film non ci abbia detto molto di nuovo sull’amore e soprattutto che abbia taciuto il dolore che ne è naturale complemento è forte.
Ma è evidente che l’intento del film non è quello di diventare un trattato filosofico, e la presenza di Ovidio è quella di un nume tutelare più che di uno strumento di comprensione e di approfondimento della natura dell’amore, che rimane sfuggente e soggettiva. Il che alla fine resta una grande verità, di cui siamo vittime piuttosto che artefici.
Voto: 3/5
domenica 19 aprile 2026
Crazy Love
Nell’ambito dell’Irish film festa, uno dei tanti festival di film provenienti da altri paesi di cui la primavera romana è ampiamente popolata, riesco a vedere quest’unico film, Crazy love, diretto dai registi Jason Byrne e Kevin Treacy.
Protagonista è Clayton (John Connors), giovane con una sindrome maniaco-depressiva, il quale dopo aver tentato il suicidio, sceglie volontariamente di trasferirsi in un ospedale psichiatrico per poter recuperare uno stato di equilibrio. In questo contesto farà amicizia con le altre persone ricoverate, ciascuna con le proprie stramberie e demoni interiori. Tra queste si innamorerà di Anna, una ragazza schizofrenica che, a differenza sua, è destinata a rimanere tutta la vita nella struttura psichiatrica, cui si aggiunge la complicazione che il personale medico – o almeno una parte di esso – non vede di buon occhio questa relazione.
Il film di Byrne e Treacy sceglie un registro in bilico tra il dramma e la commedia, e un andamento narrativo che è volutamente favolistico e a tratti onirico, mescolando spesso realtà e percezione, il cui confine, in un ambiente di persone con malattie mentali, si fa sfumato. Stile, narrazione, montaggio non a caso contribuiscono a confondere lo spettatore, a sparigliare le carte, anziché a chiarire i fatti, forse perché quello che interessa al film sono le emozioni dei protagonisti.
È evidente che Byrne e Treacy non intendono scrivere un trattato di psichiatria né essere aderenti alla realtà, e non a caso il modo in cui l’ambiente dell’ospedale psichiatrico, i medici, il personale ausiliario e gli stessi malati sono rappresentati ha del semplicistico, e talvolta persino del parodistico.
Ne viene fuori un film scombinato, di cui non sarebbe facile raccontare i dettagli narrativi e che su vari fronti lascia perplessi, ma che si fa apprezzare perché non pretende di essere quello che non è, e in qualche modo si nutre della sua stessa semplicità e della freschezza degli attori.
Voto: 3/5
Protagonista è Clayton (John Connors), giovane con una sindrome maniaco-depressiva, il quale dopo aver tentato il suicidio, sceglie volontariamente di trasferirsi in un ospedale psichiatrico per poter recuperare uno stato di equilibrio. In questo contesto farà amicizia con le altre persone ricoverate, ciascuna con le proprie stramberie e demoni interiori. Tra queste si innamorerà di Anna, una ragazza schizofrenica che, a differenza sua, è destinata a rimanere tutta la vita nella struttura psichiatrica, cui si aggiunge la complicazione che il personale medico – o almeno una parte di esso – non vede di buon occhio questa relazione.
Il film di Byrne e Treacy sceglie un registro in bilico tra il dramma e la commedia, e un andamento narrativo che è volutamente favolistico e a tratti onirico, mescolando spesso realtà e percezione, il cui confine, in un ambiente di persone con malattie mentali, si fa sfumato. Stile, narrazione, montaggio non a caso contribuiscono a confondere lo spettatore, a sparigliare le carte, anziché a chiarire i fatti, forse perché quello che interessa al film sono le emozioni dei protagonisti.
È evidente che Byrne e Treacy non intendono scrivere un trattato di psichiatria né essere aderenti alla realtà, e non a caso il modo in cui l’ambiente dell’ospedale psichiatrico, i medici, il personale ausiliario e gli stessi malati sono rappresentati ha del semplicistico, e talvolta persino del parodistico.
Ne viene fuori un film scombinato, di cui non sarebbe facile raccontare i dettagli narrativi e che su vari fronti lascia perplessi, ma che si fa apprezzare perché non pretende di essere quello che non è, e in qualche modo si nutre della sua stessa semplicità e della freschezza degli attori.
Voto: 3/5




















