Questo film del regista ungherese György Pálfi era stato presentato all’ultima Festa del cinema di Roma (2025), ma nella mia programmazione non era riuscito a rientrare.
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5

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