Che Arturo Cirillo sia una delle figure più interessanti del teatro italiano contemporaneo non lo scopro certo oggi. Lo seguo da tempo, prima soprattutto come attore, poi sempre più impegnato sul piano della riscoperta di testi da riportare a teatro e nella regia degli stessi.
Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.
L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.
Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.
In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.
Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.
Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.
Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.
Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.
Voto: 4/5
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mercoledì 6 maggio 2026
venerdì 14 marzo 2025
Don Giovanni / Molière; con Arturo Cirillo. Bologna, Teatro Arena del Sole, 14 febbraio 2025
Approfitto di un weekend bolognese per andare a vedere l’ultimo spettacolo di Arturo Cirillo che nel suo tour – almeno per questa stagione – non tocca i teatri di Roma.
Che Cirillo avesse una passione per Molière lo sapevo da quando, un po’ di anni fa, avevo visto il suo adattamento de La scuola delle mogli.
A questo giro il regista e attore napoletano si cimenta con un’opera classica di Molière, il Don Giovanni, personaggio presente in diverse tradizioni culturali e che ha ispirato prodotti culturali diversi, tra questi particolarmente famosa è l’opera di Mozart, musicata a partire dal libretto di Lorenzo Da Ponte.
Cirillo, dunque, tenta una specie di operazione impossibile, ossia mette in scena un Don Giovanni in cui si fondono i tratti dell’opera di Molière con le caratteristiche del libretto di Da Ponte, senza dimenticare il cantato e la musica di Mozart.
Ne viene fuori uno spettacolo che sulle prime potrebbe lasciare perplesso lo spettatore, soprattutto quello che conosce il Don Giovanni nella sua versione operistica e che dunque si ritroverà ad ascoltare le parti cantate in forma recitata o in una forma intermedia tra il recitato e il cantato su una partitura minimale che arriva direttamente da Mozart.
Io che l’opera di Mozart la conosco solo nell’adattamento dell’Orchestra di Piazza Vittorio e ricordo a malapena le arie più famose non ho particolari aspettative e sostanzialmente mi godo la storia di Don Giovanni, quest’uomo che ama il gioco della seduzione e che sull’altare della seduzione sacrifica qualunque remora religiosa e morale, fino a sfidare la morte.
Il suo alter ego è rappresentato dal servo Sganarello, che - pur obbedendo ai suoi ordini e pur manifestando di tanto in tanto le stesse debolezze - cerca di richiamare continuamente il suo padrone ai dettami sociali e religiosi.
Ne viene fuori una storia che ai miei occhi – come spesso mi accade di fronte alle opere musicali – mi appare un pastiche, in cui la narrazione è totalmente al servizio dell’intrattenimento, ma che – nella rilettura di Cirillo – riesce a mescolare sapientemente tragedia e commedia, dando spazio ad alcune forme ossessive che lo stesso regista riconduce addirittura a certo teatro dell’assurdo.
Personalmente – ma chi sono io per dirlo? – l’operazione appare pienamente riuscita e anche quel fastidio iniziale per una drammaturgia che mescola codici e linguaggi diversi via via si attutisce fino a risultare interessante e divertente.
Bravissimi gli attori, lo stesso Cirillo – che però per me non è una sorpresa – e soprattutto Giacomo Vigentini nei panni di Sganarello che si rivela una vera forza della natura.
Voto: 3,5/5
Che Cirillo avesse una passione per Molière lo sapevo da quando, un po’ di anni fa, avevo visto il suo adattamento de La scuola delle mogli.
A questo giro il regista e attore napoletano si cimenta con un’opera classica di Molière, il Don Giovanni, personaggio presente in diverse tradizioni culturali e che ha ispirato prodotti culturali diversi, tra questi particolarmente famosa è l’opera di Mozart, musicata a partire dal libretto di Lorenzo Da Ponte.
Cirillo, dunque, tenta una specie di operazione impossibile, ossia mette in scena un Don Giovanni in cui si fondono i tratti dell’opera di Molière con le caratteristiche del libretto di Da Ponte, senza dimenticare il cantato e la musica di Mozart.
Ne viene fuori uno spettacolo che sulle prime potrebbe lasciare perplesso lo spettatore, soprattutto quello che conosce il Don Giovanni nella sua versione operistica e che dunque si ritroverà ad ascoltare le parti cantate in forma recitata o in una forma intermedia tra il recitato e il cantato su una partitura minimale che arriva direttamente da Mozart.
Io che l’opera di Mozart la conosco solo nell’adattamento dell’Orchestra di Piazza Vittorio e ricordo a malapena le arie più famose non ho particolari aspettative e sostanzialmente mi godo la storia di Don Giovanni, quest’uomo che ama il gioco della seduzione e che sull’altare della seduzione sacrifica qualunque remora religiosa e morale, fino a sfidare la morte.
Il suo alter ego è rappresentato dal servo Sganarello, che - pur obbedendo ai suoi ordini e pur manifestando di tanto in tanto le stesse debolezze - cerca di richiamare continuamente il suo padrone ai dettami sociali e religiosi.
Ne viene fuori una storia che ai miei occhi – come spesso mi accade di fronte alle opere musicali – mi appare un pastiche, in cui la narrazione è totalmente al servizio dell’intrattenimento, ma che – nella rilettura di Cirillo – riesce a mescolare sapientemente tragedia e commedia, dando spazio ad alcune forme ossessive che lo stesso regista riconduce addirittura a certo teatro dell’assurdo.
Personalmente – ma chi sono io per dirlo? – l’operazione appare pienamente riuscita e anche quel fastidio iniziale per una drammaturgia che mescola codici e linguaggi diversi via via si attutisce fino a risultare interessante e divertente.
Bravissimi gli attori, lo stesso Cirillo – che però per me non è una sorpresa – e soprattutto Giacomo Vigentini nei panni di Sganarello che si rivela una vera forza della natura.
Voto: 3,5/5
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