Per le festività pasquali in Puglia, essendo praticamente impossibile trovare film stranieri in lingua originale, decido di andare a vedere il film di Francesco Lagi, di cui ho sentito parlare bene.
Il dio dell’amore è un film che guarda a modelli provenienti da oltreoceano, ma non dimentica la lezione della commedia sentimentale italiana.
La struttura narrativa vede un redivivo Ovidio, il grande poeta romano dell’amore, aggirarsi in abiti contemporanei per le vie della città per raccontare le storie di una serie di coppie, i cui destini sono intrecciati. Ada (Isabella Ragonese) annuncia a Filippo (Vinicio Marchioni) di aspettare un figlio da lui dopo molti tentativi falliti, ma in realtà il figlio è frutto della relazione con una vecchia fiamma dei tempi della scuola, Pietro (Corrado Fortuna). In realtà anche Filippo ha una storia extraconiugale con una sua giovane studentessa, Silvia (Chiara Ferrara), la quale a sua volta per una serie di combinazioni intercetterà il percorso di Arianna (Anna Bellato), in crisi con sua moglie Ester (Vanessa Scalera). Quest’ultima, che è una psicoterapeuta, ha tra i suoi pazienti Jacopo (Enrico Borello, sempre straordinario), che è ossessionato dalla fine della storia con Linda (Benedetta Cimatti), maestra elementare che ha iniziato una storia con Pietro. E così via.
Il film di Lagi è divertente senza essere superficiale, e riesce perfettamente nel suo intento, ossia quello di parlare di amore in maniera contemporanea, perché gli amori di cui parla Lagi (che ha scritto la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino) non sono amori lineari e tradizionali, ma amori che vanno e vengono e che passano da una persona all’altra, anche tra persone dello stesso sesso, in una fluidità che riconosciamo come parte del nostro mondo attuale. Inoltre, il film utilizza molto bene la città di Roma non solo come sfondo perfetto, ma come ulteriore personaggio della narrazione, esattamente come molte commedie sentimentali americane hanno fatto con città come New York.
Nel complesso, una visione gradevole e che lascia in qualche modo il cuore contento, anche se a mente fredda la sensazione che il film non ci abbia detto molto di nuovo sull’amore e soprattutto che abbia taciuto il dolore che ne è naturale complemento è forte.
Ma è evidente che l’intento del film non è quello di diventare un trattato filosofico, e la presenza di Ovidio è quella di un nume tutelare più che di uno strumento di comprensione e di approfondimento della natura dell’amore, che rimane sfuggente e soggettiva. Il che alla fine resta una grande verità, di cui siamo vittime piuttosto che artefici.
Voto: 3/5
martedì 21 aprile 2026
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