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giovedì 16 luglio 2026

L'italiano / Shukri al-Mabkhout

L'italiano / Shukri al-Mabkhout; trad. dall'arabo di Barbara Teresi. Roma: Edizioni e/o, 2017.

Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.

L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.

La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.

Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.

Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.

Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.

In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.

Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.

Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.

Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!

Voto: 3/5

martedì 22 luglio 2025

La suite / Giovana Madalosso

La suite / Giovana Madalosso; trad. dal portoghese di Sara Cavarero. Roma: edizioni e/o, 2024.

Il romanzo della scrittrice brasiliana Giovana Madalosso mi è stato prima consigliato dalla mia amica A. e poi ne ho sentito parlare in un podcast dell’Internazionale e mi sono definitivamente convinta a comprarlo e a leggerlo.

Siamo a San Paolo. Fernanda e Cacà hanno una bambina di nome Cora. Fernanda è una donna in carriera e per poter fare un salto lavorativo offre a Maju, la bambinaia, un impegno lavorativo più lungo e una sistemazione nella suite di casa, che fa rinnovare appositamente.

Una mattina come qualunque altra, in cui Maju deve accompagnare Cora in piscina, la bambinaia decide di rapire la piccola portandola con sé nel piccolo paese al di là del confine dal quale proviene e crescerla come fosse sua figlia.

Quando scatta l’allarme, Fernanda è con la sua amante, una videomaker che ha conosciuto per lavoro e che ha risvegliato in lei la passione e la voglia di avventure che si erano completamente offuscate nel rapporto con suo marito.

Da qui in poi seguiamo, capitolo dopo capitolo, da un lato la linea narrativa che vede come protagonista Maju nel suo tentativo di fuggire via con Cora, dall’altro quella che segue i pensieri e le azioni di Fernanda, guardando il tempo non solo scorrere in avanti, ma anche risalendo agli eventi che hanno fatto precipitare la situazione nella vita di Fernanda e che hanno spinto Maju al gesto sconsiderato.

A confronto due donne che non solo appartengono a due classi sociali diverse, ma che sono agli antipodi da ogni punto di vista: Maju perfetta rappresentante di un mondo arcaico e contadino che crede nei valori tradizionali, nella religione, nelle relazioni e vive con profonda frustrazione il fatto di non essere madre, riversando sulla piccola Cora tutto il suo istinto materno; Fernanda è ambiziosa, libertina, ossessionata dal lavoro, insofferente della routine e delle regole sociali, completamente autoreferenziale e vive la sua maternità con fatica e senza entusiasmo, sebbene anche con qualche senso di colpa.

La scomparsa di Cora è l’inizio di un processo di deflagrazione nelle vite di entrambe: per Maju è un salto verso l’ignoto, una decisione rischiosa e avventata che ben presto si rivelerà in tutte le sue difficoltà e assurdità; per Fernanda è una specie di brusco risveglio alla realtà, l’occasione per fare i conti con quello che si nasconde dietro la passione per Yara, con il fallimento del suo matrimonio, con la necessità di dire la verità, ma è anche la condizione forse più dolorosa per rendersi conto del legame profondo con Cora, della sua quasi inevitabile maternità, che è una condizione che le appartiene nonostante tutto.

Il romanzo di Giovana Madalosso è un’avventura emotiva densa e stratificata, fatta di tanti registri diversi che si muovono con grazia e leggerezza tra una dimensione più ironica e una più drammatica, in cui la tensione cresce progressivamente fino allo scioglimento finale.

Per me una bellissima scoperta e uno di quei libri che periodicamente mi riconciliano con la lettura.

Voto: 3,5/5

mercoledì 11 settembre 2024

Sotto gli alberi di Udala / Chinelo Okparanta

Sotto gli alberi di Udala / Chinelo Okparanta; trad. dall'inglese di Tiziana Lo Porto. Roma: Edizioni e/o, 2023.

Subito dopo aver finito di leggere Metà di un sole giallo di Chimamanda Ngozi Adichie, continuando a seguire la mia attuale passione per gli scrittori e soprattutto le scrittrici provenienti dall'Africa, mi sono buttata a capofitto nella lettura di Sotto gli alberi di Udala.

Rimaniamo in Nigeria e in qualche modo possiamo dire che il libro di Chinelo Okparanta inizia più o meno dove finisce quello della Adichie. Siamo alla fine degli anni Sessanta e la Nigeria è devastata dalla guerra civile che metterà in ginocchio la popolazione del Biafra. È in questa situazione che il padre della giovane Ijeoma decide di lasciarsi morire sotto un bombardamento, rifiutandosi di seguire la moglie e la figlia nel bunker che hanno costruito. Da qui inizia il tormentato rapporto di Ijeoma con sua madre, segnato innanzitutto dalla scelta di quest'ultima di mandare Ijeoma a vivere da una coppia che provvederà alla sua istruzione e che Ijeoma ricambierà facendogli da donna di servizio.

È durante la permanenza nella casa del professore e della moglie che Ijeoma conoscerà Amina, una ragazza musulmana hausa che durante la guerra ha perso i contatti con la famiglia. In maniera naturale le due ragazze si innamorano, ma dopo essere state casualmente scoperte vengono separate. Da quel momento la madre di Ijeoma inizierà un'azione di "educazione religiosa e sentimentale" per ricondurre Ijeoma su quella che ritiene essere la retta via. Sulla strada di Ijeoma ci sarà però ancora una donna, Ndidi: ma la società nigeriana con la sua profonda omofobia, che in buona parte discende dalla pervasiva educazione cattolica, rende la scelta di Ijeoma difficile se non impossibile e la spinge verso la normalizzazione, un marito e poi un'amatissima figlia, fino al momento della consapevolezza definitiva, di non poter vivere per sempre nella menzogna e di avere diritto a un po' di felicità.

Il libro di Chinelo Okparanta getta luce su un altro aspetto della società nigeriana e introduce un tema che - se già nel mondo occidentale non è ancora del tutto scontato e pacifico - in un paese africano in cui la religione ha un ruolo importante è dirompente e rivoluzionario.

E di questo le va dato certamente merito. La storia è appassionante e con trasporto si seguono le vicende e i sentimenti di Ijeoma nell'arco di diversi decenni, e attraverso le sue numerose vicissitudini.

Io personalmente continuo a imparare delle cose della Nigeria, dei popoli che la abitano, delle sue tradizioni, del suo cibo e tanto altro, e questo non può che farmi piacere, e - anche grazie alla storia raccontata - ancora una volta, nonostante la distanza culturale non faccio fatica a empatizzare con la protagonista e a percepire pienamente i suoi sentimenti, che evidentemente sono dell'essere umano in quanto tale.

Devo però ammettere che siamo lontani anni luce dalla scrittura di Chimamanda Adichie. La Okparanta scrive bene e si legge gradevolmente, ma i romanzi della Adichie sono secondo me di un altro livello di raffinatezza e di complessità, linguistica e concettuale. Ciò detto, ben vengano le scrittrici e gli scrittori africani tradotti e distribuiti in Italia, perché abbiamo bisogno di conoscere altri punti di vista e altri mondi, e in questo la letteratura è forse uno dei pochi strumenti che davvero sono alla portata di tutti.

Voto: 3/5

giovedì 8 aprile 2021

Seni e uova / Mieko Kawakami

Seni e uova / Mieko Kawakami; trad. dal giapponese di Gianluca Coci. Roma: edizioni e/o, 2020.

Un libro di oltre 600 pagine deve conquistarti davvero per spingerti a proseguire nella lettura e ad arrivare in fondo, ovvero deve fornirti delle motivazioni forti e tenere alta l'aspettativa fino alla fine per non rischiare di essere abbandonato.

Ma questo è il nostro punto di vista occidentale che niente ha a che vedere con l'approccio narrativo dei giapponesi, cosicché se decidete di affrontare la lettura di Seni e uova, acclamato romanzo di Mieko Kawakami, siate consapevoli di entrare in un modo di raccontare e vivere i sentimenti strutturalmente diverso dal nostro.

Il libro della Kawakami si articola in due parti, quasi due racconti: uno relativamente breve, il primo, uno molto lungo, il secondo. Protagonista, nonché voce narratrice e trait d'union tra queste due narrazioni è Natsuko, una giovane donna che vive a Tokyo, pur essendo originaria di Osaka dove vivono ancora sua sorella Makiko e la nipote Midoriko.

Il primo racconto si riferisce all'estate del 2008, durante la quale Makiko e Midoriko (che allora aveva 12 anni) vanno in visita di Natsuko a Tokyo. Makiko è mossa dal desiderio di rifarsi il seno in una clinica di Tokyo, mentre Midoriko, che sta per fare il salto nell'adolescenza, rifiuta di crescere e guarda con orrore al desiderio della madre, al punto che si è chiusa in un incomprensibile mutismo. Natsuko dovrà fare i conti con entrambe, fino alla straordinaria scena di scioglimento della tensione prima della loro ripartenza.

La seconda parte del libro è ambientata circa dieci anni dopo, nel periodo tra l'estate del 2016 e quella del 2019: Natsuko è diventata effettivamente una scrittrice (ha un libro all'attivo e ne sta faticosamente scrivendo un altro), ha un'agente di cui è diventata anche amica, e vive ancora a Tokyo. Natsuko non ha una relazione ma a un certo punto sviluppa il desiderio di avere un figlio e comincia a informarsi sul tema della fecondazione artificiale, anche entrando in contatto con un'associazione di persone che sono nate in questo modo e non conoscono il proprio padre biologico.

Attraversiamo così i pensieri di Natsuko, le altalene emotive, le sue contraddizioni, i ricordi del passato, in particolare quelli relativi alla madre e alla nonna, e la accompagniamo nelle sue passeggiate attraverso le strade e i quartieri di Tokyo, nei suoi incontri con amiche e colleghe, nella sua conoscenza con Aizawa, che diventerà più che un amico, non un partner, ma certamente un alleato nel progetto che Natsuko porta avanti con convinzione e testardaggine.

Nel libro della Kawakami il tema predominante - come del resto preannuncia il titolo - è certamente quello del corpo femminile, della possibilità per la donna - soprattutto per quella giapponese, ingabbiata dai pregiudizi e dalle rigidità della società di appartenenza - di autodeterminarsi in alcune importanti decisioni che hanno a che fare con il proprio aspetto esteriore, con il sesso, con la possibilità di procreare.

La cosa incredibile di questo libro - che poi è forse una caratteristica tipica della cultura giapponese - è che se da un lato affronta e parla (attraverso il flusso di pensieri di Natsuko) di temi piuttosto delicati in maniera estremamente schietta e fisica, praticamente senza alcun imbarazzo, dall'altro i sentimenti e le relazioni tra le persone risultano quasi ovattati, in sordina, compressi dentro i corpi e le menti dei protagonisti. Accade così che pensieri e azioni appaiano scollate e quasi mai riescano ad allinearsi. Il pudore e la ritrosia giapponese nelle relazioni sociali è un condizionamento potente dietro i quali monta il mare in tempesta dei pensieri e dei desideri profondi che agitano le menti di qualunque essere umano.

Anche la scrittura della Kawakami rispecchia questa tensione compressa e in parte irrisolta: l'andamento non è infatti sinusoidale, tra fasi ascendenti, picchi e discese, ma si muove su una linea più tendente all'orizzontalità, e se mai si dirama per vie secondarie, parentesi e digressioni, che aggiungono elementi senza alzare i toni.

Se amate il modo di essere e la cultura giapponesi, ovvero volete fare una lunga immersione al loro interno senza la pretesa di poter fare necessariamente proprio il loro punto di vista, Seni e uova potrebbe essere il libro per voi. Altrimenti direi che potete anche lasciar perdere.

Considerata la mia curiosità sul Giappone, per me si è trattato di una lettura interessante, ma se fosse terminata 200 pagine prima non ne avrei sofferto.

Voto: 3/5

lunedì 16 novembre 2020

La trilogia di Fabio Montale / Jean-Claude Izzo

La trilogia di Fabio Montale: 1. Casino totale; 2. Chourmo; 3. Solea / Jean-Claude Izzo; con una biografia inedita di Jean-Claude Izzo a cura di Nadia Dhoukar. Roma: edizioni e/o, 2011.

Dopo la vacanza marsigliese di inizio 2020 e soprattutto dopo la gita finale a Les Goudes, il piccolo villaggio di pescatori poco fuori Marsiglia ai piedi della riserva di calanchi, mi è venuta voglia di leggere La trilogia di Fabio Montale di Jean-Claude Izzo.

Il protagonista di questi tre noir, Casino totale, Chourmo e Solea, che si chiama appunto Fabio Montale, ed è un poliziotto di origine italiana ma profondamente legato alla sua Marsiglia, vive in una casetta ereditata dal padre che si trova a Les Goudes, dove ha per vicini di casa la vecchia Honorine e il gestore di un bar-osteria che si chiama Fonfon. Da qui Montale esce in barca per pescare e soprattutto per perdersi nei suoi pensieri e per coltivare la solitudine.

Fabio Montale è un personaggio dolente, un poliziotto anomalo, innamorato profondamente della sua città, ma preoccupato per le derive razziste e per il peso crescente della mafia nelle vicende urbane e non solo.

Leggendo i tre romanzi di seguito come ho fatto io, grazie all’edizione integrale realizzata da e/o, impariamo a conoscere a poco a poco quest’uomo e la sua storia travagliata: l’amicizia durante l’infanzia e la gioventù con Manu e Ugo, la discesa verso l’abisso dell’illegalità, la separazione delle strade nel momento in cui Fabio prima si arruola e poi diventa poliziotto, l’amore per la stessa donna, Lole, la morte prima di Manu e poi di Ugo a seguito di alcuni regolamenti di conti mafiosi, i tentativi di Fabio di ricostruirsi una vita, l’impossibilità di sfuggire a quello che sembra un destino già segnato.

Sicuramente Montale con il suo carattere ombroso, il suo desiderio di giustizia, il bisogno di amare e di essere amato senza riuscire mai a lasciarsi andare del tutto è il protagonista centrale della narrazione di Izzo, che si articola in storie singole per ciascun romanzo, ognuna delle quali però si inserisce nella cornice complessiva del percorso di vita di Montale.

Ma, oltre a Fabio Montale, protagonista indiscussa dei romanzi di Izzo è la città di Marsiglia che lo scrittore ci fa attraversare in lungo e in largo, raccontandocene la storia, i cambiamenti, le bellezze, i difetti, una città che come lui stesso dice non ha vere attrazioni turistiche ma è una città che non può non entrare nel cuore se si entra in sintonia con il suo spirito e con la luce incredibile che la illumina.

Bello attraversare insieme a Montale (e a Izzo) le stradine del Panier, la Corniche, il Vieux Port, la Canébiére, i quartieri nord, l’Estaque, la Belle de Mai, Les Goudes, scoprendo tutte le anime di una città piena di contraddizioni ma proprio per questo anche ricca di significati e di cose da scoprire.

Quello che Izzo ci fa fare è anche un viaggio attraverso i bar e i ristoranti di Marsiglia, quelli che Fabio Montale frequenta e ama, e di conseguenza anche un percorso nella cucina marsigliese, sempre accompagnata dall’immancabile pastis e da ottimi vini, soprattutto rosati, i preferiti di Montale.

Personalmente non ho fatto fatica a identificarmi con questo personaggio che ama i piaceri della vita e ad essa è attaccato con tutte le sue forze, ma al contempo ne è spaventato per le sofferenze e il dolore che porta con sé, e che lo spingono – soprattutto nei sentimenti – a non esporsi mai troppo. Non a caso così si esprime in Chourmo: "Mi piaceva questa immagine della clessidra. Del tempo che scorre. Si vive la vita in quel lasso di tempo. Fin quando nessuno viene più a girare la clessidra. Perché si è perso il piacere di vivere." (Chourmo, p. 457)

Fa tenerezza Montale per la trasparenza cristallina delle sue idee e della sua visione del mondo, per quel mix di forza e di fragilità che lo caratterizzano, per l’amore e l’orrore al contempo che esprime verso l’umanità.

I romanzi sono dei noir, con una forte componente poliziesca, ma alla fine a prevalere su tutto è sempre l’umanità dei personaggi raccontati. Letti in sequenza costituiscono quasi un romanzo unico, anche se personalmente esprimo una preferenza per Chourmo, che è quello che ho preferito e che ho trovato maggiormente ispirato.

Voto: 4/5

giovedì 2 luglio 2020

La vita bugiarda degli adulti / Elena Ferrante

La vita bugiarda degli adulti / Elena Ferrante. Roma: Edizioni e/o, 2019.

Dopo il grande successo della tetralogia de L'amica geniale, ora anche al cinema e su Netflix per la regia di Saverio Costanzo, si aspettava con ansia il ritorno alla scrittura di Elena Ferrante, che è tornata in libreria nel 2019 con La vita bugiarda degli adulti.

La protagonista della storia è Giovanna, una ragazzina alle soglie dell'adolescenza, che vive nei quartieri alti di Napoli con il padre Andrea e la madre Nella, entrambi insegnanti di scuola.

Un giorno una frase infelice del padre che paragona Giovanna alla zia Vittoria, una specie di fantasma innominabile nella famiglia, apre uno squarcio in questa vita ordinata e avvia la ragazza su quel percorso che la porterà al passaggio alla vita adulta.

La conoscenza di Vittoria e del mondo che ruota intorno a lei e che appartiene alla Napoli dei bassifondi, da cui del resto anche Andrea proviene pur avendolo rinnegato, rappresenterà per Giovanna l'occasione di guardare con occhi diversi la realtà e di capire cosa si muove sotto la superficie ben confezionata della vita degli adulti.

La scoperta dell'onnipresenza della menzogna e del fatto che poco è come appare in superficie sarà il primo segnale della fine dell'infanzia, ma anche il detonatore degli equilibri familiari destinati a esplodere sotto gli occhi di Giovanna.

E così a poco a poco non solo Nella e Andrea perderanno quell'aura intoccabile e perfetta che hanno avuto fino a quel momento agli occhi di Giovanna, ma tutte le persone si riveleranno per quello che sono, ossia esseri complessi e contraddittori, difficilmente classificabili e categorizzabili, a tratti meschini, a tratti generosi, e tutto ciò indipendentemente dalle loro origini e provenienze.

In questo disvelamento del mondo circostante, Giovanna di troverà a fare i conti anche con i propri cambiamenti, fisici e psicologici, e con la ricerca del proprio posto nel mondo, mentre i primi turbamenti si affacciano all'orizzonte della sua esistenza.

In sostanza, La vita bugiarda degli adulti rientra perfettamente nel filone dei libri dedicati al coming of age, anche se in questo caso il passaggio non avviene - come spesso accade in questi libri - durante un'estate o in conseguenza di un evento specifico, bensì si configura come un percorso lungo e accidentato che copre diversi anni e che attraversa la città di Napoli da Posillipo a Pascone.

La scrittura della Ferrante è magnetica e affascinante e trascina il lettore in un mondo che pur essendo quello normale in cui viviamo tutti appare però misterioso e magico. Le pagine scorrono veloci, la narrazione incatena a sé creando aspettative crescenti.

E forse alla fine è proprio questo il limite del libro: farsi leggere quasi come fosse un thriller per poi non mantenere tutte le promesse e sgonfiarsi mentre ci si avvicina al finale, lasciando alcuni personaggi in parte incompiuti o non del tutto credibili, sebbene tali personaggi (penso ad esempio a Roberto) vadano valutati attraverso il filtro dello sguardo di una ragazza di 16 anni, intelligente ma ancora non solida.

Il finale - che non rivelerò per non togliere la sorpresa - resta comunque a mio parere piuttosto fiacco e convenzionale, e anzi per certi versi persino conservatore a fronte di un romanzo che punta certamente alla modernità.

Voto: 3/5

mercoledì 18 marzo 2020

Amabili resti / Alice Sebold

Amabili resti / Alice Sebold; trad. dall'inglese di Chiara Belliti. Roma: Edizioni e/o, 2002.

Mi sono finalmente decisa a leggere il best seller di Alice Sebold, Amabili resti, da cui è stato tratto anche un film per la regia di Peter Jackson. La storia è presto detta: Susie Salmon è una normalissima ragazzina di 13 anni che vive con la famiglia composta da madre, padre, sorella e fratellino, va a scuola come tutti e da poco si è scoperta innamorata di un compagno di classe, Ray Singh. Un giorno tornando verso casa lo strano vicino di casa, il signor Harvey stuzzica la sua curiosità parlandole di una stanza sotterranea da lui stesso realizzata. Purtroppo si tratterà di un tranello di cui il signor Harvey, che poi si scoprirà essere un pedofilo e un serial killer, approfitterà per stuprare Susie, ammazzarla e farla a pezzi, per poi buttare il suo corpo in una discarica non lontana. Ma questa è solo la premessa del libro, che è narrato in prima persona dalla stessa Susie la quale dunque ci racconta i dettagli della sua morte e poi, dal posto nel quale si trova, un paradiso dove fa nuove amicizie e vecchi incontri, osserva e racconta quanto accade sulla terra.

Le vite di tutti sono sconvolte da questo evento, innanzitutto quelle dei componenti della famiglia di Susie: il padre Jack intuisce - pur in assenza di qualunque prova - che il responsabile è il signor Harvey e sviluppa quella che agli altri appare come una vera e propria ossessione, la madre si fa sempre più assente e distaccata, si direbbe quasi impermeabile al dolore, fino a scegliere di allontanarsi emotivamente e poi anche fisicamente dalla sua famiglia, la sorella Lindsey che ha sempre avuto una specie di competizione con Susie deve superare il risentimento e imboccare decisa la strada che la porterà a diventare adulta e autonoma, il fratellino Buckley dovrà dare un senso a questo terremoto emotivo e sopravvivere ai disequilibri familiari.

Ma oltre alla famiglia, anche Ray Singh - tra l'altro inizialmente sospettato - dovrà fare i conti con la morte di Susie e questo lo avvicinerà a Ruth, una ragazza che - pur non essendo particolarmente amica di Susie in vita - viene sfiorata dal suo fantasma nel momento in cui Susie lascia la terra e acquisisce perciò una sensibilità particolare e la capacità di fare da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Al centro del racconto ci sono l'elaborazione del lutto e la fatica del distacco, non solo da parte dei vivi nei confronti di chi non c'è più, ma anche da parte di chi non è più su questa terra e non può più agire su quanto qui avviene.

Il tono del romanzo della Sebold - pur raccontando vicende e situazioni emotivamente forti - riesce a essere sempre amorevole e la scrittura scorre lungo le pagine posandosi sui personaggi come una carezza quasi a perdonare gli errori e le scelte sbagliate in un atteggiamento compassionevole che lambisce persino l'omicida.

Nel frattempo - mentre Susie è ormai cristallizzata in un eterno presente - i ragazzi sulla terra crescono, gli adulti invecchiano, alcune persone muoiono, e intanto si costruiscono nuovi equilibri e la vita va avanti, senza dimenticare nulla, ma facendo tesoro del dolore, non lasciando però che esso prenda il sopravvento e impedisca nuova felicità.

A Marta: non lascerò che il dolore prenda il sopravvento. Perché è questo che mi hai insegnato.

Voto: 3,5/5

venerdì 25 gennaio 2019

Il sole dei morenti / Jean-Claude Izzo

Il sole dei morenti / Jean-Claude Izzo; trad. dal francese di Franca Doriguzzi. Roma: edizioni e/o, 2004.

Su suggerimento di un amico ho comprato e letto Il sole dei morenti, l'ultimo romanzo scritto da Jean-Claude Izzo prima della sua morte prematura.

La storia è quella di Rico, un senzatetto che vive per le strade di Parigi. Quando l'amico Titì muore a causa del freddo e tra l'indifferenza generale in una stazione della metropolitana, Rico - già sofferente - decide che non vuole morire nel freddo di Parigi e dunque inizia un fortunoso viaggio verso Marsiglia, città alla quale sono legati i ricordi di un amore di gioventù, quello per Lèa, e che almeno può regalargli caldo e sole. Il viaggio di Rico inizia insieme a Dédé che però si ferma ad Avignone prima di raggiungerlo nuovamente a Marsiglia, ed è costellato di numerosi incontri con altre persone che la vita in qualche modo ha messo in un angolo, e che a questo destino hanno reagito ciascuna a proprio modo, con rabbia, con tristezza, con umanità, con affetto o compassione, tra cui spiccano le figure di Felix e di Mirjana. Questo viaggio è anche l'occasione per raccontare la storia di Rico e di come la vita di una persona normale, con una famiglia, una casa e un lavoro, abbia a un certo punto deragliato iniziando quella discesa agli inferi che l'ha portato prima verso l'alcol, poi sulla strada a vivere di espedienti.

Il romanzo di Izzo si articola in due parti: nella prima parte qualcuno - ancora non sappiamo chi - racconta a noi lettori la storia di Rico, quella del suo viaggio da Parigi a Marsiglia, ma anche le storie del suo passato, raccontategli dallo stesso Rico; nella seconda parte il narratore si rivela essere Abdou, un giovane algerino emigrato in Francia, che ha incontrato Rico a Marsiglia diventandogli amico e confidente, e dunque depositario della sua storia fino alla morte. La prima persona utilizzata nella narrazione in questa seconda parte ci avvicina ancora di più a Rico, facendosi vivere "in diretta" e con straziante tristezza i suoi ultimi giorni.

Il racconto - come ci dice lo stesso Izzo nella nota alla fine del libro - pur essendo di fantasia si basa su storie reali e su notizie raccolte dall'autore attraverso giornali e interviste e si propone di dare voce a chi una voce non ha, agli invisibili da cui siamo circondati e che facciamo finta di non vedere.

La storia di Rico è una rappresentazione realistica e fedele dei sentimenti e degli stati d'animo di chi a un certo punto della vita si perde e non riesce più a tornare indietro. Izzo riesce nel non facile tentativo di farci immedesimare in un personaggio che nella vita reale, per superficialità e scarsa conoscenza, consideriamo qualcosa di altro e di lontano da noi, instillandoci il dubbio che a chiunque può capitare di perdersi perché quando si imbocca la china è quasi inevitabile scivolare giù e lasciarsi andare e praticamente impossibile risalirla. Non solo dunque comprendiamo il dramma e la sofferenza di quest'uomo, ma siamo chiamati in causa in quanto colpevoli di quell'indifferenza e di quel giudizio che con troppa superficialità dispensiamo al mondo intorno a noi e che contribuiscono a relegare queste persone ai margini della società.

Izzo ci fa scoprire la ricchezza, l'umanità e la profondità che popolano il mondo dei reietti della società, ma anche la cattiveria, l'opportunismo e la brutalità di cui essi sono soggetti sia attivi che passivi. E certamente punta l'attenzione sul fatto che l'unica solidarietà verso Rico arriva da altre persone marginali come lui, Mirjana e Abdou, mentre il mondo cosiddetto "normale" preferisce dimenticarsi della sua esistenza e rimuoverlo dalla propria vista e dalla propria mente.

Voto: 3/5

lunedì 23 marzo 2015

L'amore molesto / Elena Ferrante

L'amore molesto / Elena Ferrante. Roma: Edizioni e/o, 1992.

Dopo aver finito di leggere la quadrilogia de L'amica geniale, sono voluta tornare alle origini del fenomeno Elena Ferrante, ossia al suo primo libro, L'amore molesto, che non avevo mai letto.

Si tratta - al contrario degli ultimi - di un libricino piccolo, concentrato e compatto, che racconta la storia di Amalia, una donna trovata annegata con la sola biancheria intima indosso, attraverso le parole e la ricostruzione della figlia Delia.

L'aspetto che questo primo libro della Ferrante ha certamente in comune con i più recenti è un'angoscia strisciante, un senso di sconfitta e di dolore inevitabile. Mi ha colpito che vent'anni prima de L'amica geniale la disgregazione di sé, la "smarginatura", che diventerà uno dei tratti caratterizzanti di Lila, sia già un aspetto forte dei personaggi della Ferrante.

Ma - se possibile - L'amore molesto è persino più claustrofobico e soffocante di quanto non riescano a essere alcuni passaggi della recente quadrilogia, dove forse il contrappunto dialettico tra Elena e Lila consente in qualche modo di aprire spiragli nell'atmosfera densa in cui a volte si fa fatica a respirare.

La stessa cosa si può dire per la scrittura: alcuni tratti e caratteristiche si riconoscono in nuce in questo primo romanzo; però quella scrittura che - pur mantenendo intensità e complessità - ne L'amica geniale si fa più distesa, direi più accessibile (qualcuno ha parlato addirittura di stile da romanzo di appendice), ne L'amore molesto è ostica, spigolosa, dura, per niente compiacente, forse per effetto di un'immaturità linguistica o forse per una durezza intrinseca che si è andata sciogliendo con gli anni.

La storia, poi, è un viaggio nelle viscere di un legame madre-figlia, che si gioca sulla dinamica continuità/discontinuità.

Una figlia, Delia, che vuole segnare la propria distanza e alterità fisica ed emotiva da una madre, Amalia, dotata di una naturale sensualità di cui al contempo è vittima e anche manovratrice. Una figlia che vorrebbe disconoscere il legame affettivo e di sangue, ma che dovrà fare un viaggio interiore negli abissi della propria memoria e del proprio essere fino a ritrovarci il segno indelebile delle proprie origini e anche di una colpa incancellabile e inconfessabile, persino a se stessa.

L'amore molesto
è un libro per nulla compiacente e compiaciuto, a cui non ci si affeziona, ma che scava in profondità, senza lasciare vie di fuga. Delia e Amalia (e gli uomini che le circondano) sono personaggi ruvidi (a tratti detestabili), in cui non vogliamo identificarci e da cui - come la stessa Delia - cerchiamo di prendere le distanze, ma che alla fine ci rivelano il lato oscuro di noi stessi, quello con il quale inevitabilmente dobbiamo confrontarci.

Voto: 3,5/5

giovedì 11 dicembre 2014

Storia della bambina perduta / Elena Ferrante

Storia della bambina perduta / Elena Ferrante. Roma: Edizioni e/o, 2014.

Ed eccoci qua, al momento tanto atteso e tanto temuto.

La fine della saga di Lena e Lila. Il quarto e ultimo capitolo della storia della loro vita e della loro amicizia, il periodo che va dai quarant'anni fino alla vecchiaia.

Non so dire che sentimenti provo. Direi di svuotamento, come se improvvisamente tutto il sangue fosse fluito via dalle vene producendo una forma di atarassia, di assenza di emozioni.

Forse è la sensazione che si prova quando persone che hanno avuto una parte importante nella nostra vita vanno via. Segue un senso di impotenza, di vuoto, che sarà successivamente riempito da una valanga di ricordi.

Questo quarto capitolo del lungo racconto di Elena Greco è denso di avvenimenti e in qualche modo più compresso degli altri, foss'anche soltanto perché ci sono voluti tre volumi per raccontare i primi 40 anni della vita di Elena e Lila mentre in quest'unico libro si racconta della loro vita tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila.

Molte cose accadono in questi anni e riassumerle non solo sarebbe difficile ma toglierebbe parte del piacere alla lettura.

Su due cose mi preme soffermarmi alla fine di questa lettura così coinvolgente: innanzitutto il rapporto tra la storia personale delle due donne e dell'universo umano che le circonda e la storia più ampia della loro città e soprattutto dell'Italia; in secondo luogo, la sensazione di familiarità e quasi di ripetitività che nel prosieguo della saga sembra caratterizzare l'andamento della storia.

Sul primo aspetto, mi pare estremamente interessante osservare che - rispetto ai decenni precedenti in cui la storia del contesto aveva un peso significativo e si incrociava fortemente con le vite individuali, coinvolgendo più o meno diffusamente tutti i protagonisti del mondo di Lila ed Elena - in quest'ultimo capitolo (a parte alcuni avvenimenti particolarmente significativi, come ad esempio il terremoto in Irpinia del 1980 e le conseguenze politiche e sociali determinate da Tangentopoli) la storia politica, economica e sociale scorre sullo sfondo.

Questa diversa proporzione tra il peso della vita privata e quello del contesto sociale credo rifletta perfettamente un cambiamento effettivo intervenuto nella società e nella vita delle persone nel passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta. E io che sono sostanzialmente figlia degli anni Ottanta l'ho vissuto sulla mia pelle. È anche vero, d’altronde, come dice V., che il fallimento di quell’ideale rivoluzionario, il minor impegno politico si salda al passaggio verso la maturità, che fa scivolare i protagonisti verso una sorta di ripiegamento interiore.

Riguardo al secondo aspetto, arrivati a questo quarto capitolo, riconosciamo tutte le dinamiche del rapporto tra Elena e Lila, nonché i meccanismi psicologici con cui Elena gestisce le sue insicurezze, in un andamento ciclico che può apparire a tratti scontato. In realtà, ciò che apparentemente è una inutile ripetizione ci racconta le nostre stesse debolezze e il percorso che ciascuno di noi compie nel tentativo di affermare la propria identità tra qualche passo avanti e numerosi passi indietro.

La vita è così, ciclica, ricorsiva, e proprio quando pensiamo di aver superato il nostro vecchio io eccoci lì che siamo di nuovo al punto di partenza.

E perciò, ancora di più di quanto non fosse già avvenuto per i volumi precedenti, la mia sensazione di comprendere perfettamente gli stati d'animo di Elena e la mia identificazione con il suo personaggio sono forti. Comprendo perfettamente il rapporto ambivalente con le sue origini, il desiderio di scappare e poi quello di tornare, comprendo la sua dipendenza (in positivo e in negativo) da Lila, suo termine di rispecchiamento e di paragone ideale, e anche in quali casi l'elastico emotivo a volte l'avvicina fortemente all'amica e altre volte gliela fa rifiutare; comprendo il senso di precarietà degli affetti a cui né gli uomini che ha amato, né le figlie che ha cresciuto, né l'amica di una vita possono completamente rimediare; comprendo la sensazione di pienezza e di forza che a volta la vita ti dà e che altre volte e altrettanto imprevedibilmente ti toglie, rendendoti insicuro e in balia degli eventi; comprendo anche la percezione di inevitabilità che il passare della vita porta con sé, mentre il mondo intorno a te - così come ti si era andato configurando fin dall'infanzia - si va sfaldando man mano che il tempo passa, perdendo sempre più i contorni netti che in tutti i modi abbiamo cercato di conferirgli. Quello "smarginarsi" che nella vita di Lila è stata invece caratteristica intrinseca fin dall'infanzia.

Di Lila (e di Napoli) meglio di me parla V. quando dice che la deuteragonista di questo straordinario romanzo corale resta per tutta la quadrilogia un fortissimo alter ego, l’altra voce, l’altra possibilità, l’intelligenza mai messa a frutto e anzi "sperperata come una gran signora, per la quale tutte le ricchezze del mondo sono solo un segno di volgarità" e perché in fondo "al mondo non c'era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell'una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell'altra". Lila che mostra il percorso e vede le cose prima che accadano. E non è casuale il legame, fortissimo, di Lila con la sua città, città dove "tutto si costruisce tutto si scassa", città dove le cose che accadono e le contraddizioni si vedono prima che altrove, città che, come Lila, "con naturalezza non si piega a nessun addestramento, a nessun uso e a nessun fine".

Elena e Lila mi mancheranno, ma ricorderò che mi hanno mostrato che la vita è un'esperienza incredibile, e non per l'eccezionalità delle cose che facciamo, ma per la complessità intrinseca che il flusso degli eventi porta con sé e a cui è umano talvolta abbandonarsi e altre volte opporsi.

Quella di Elena Ferrante (chiunque sia) non sarà alta letteratura, quella che piace ai grandi intellettuali; certamente però è letteratura capace di toccare con semplicità la verità dei sentimenti e delle cose con tale forza da spalancare spazi di emotività e di comprensione al contempo familiari e inediti.

Voto: 3,5/5

mercoledì 23 ottobre 2013

Storia del nuovo cognome / Elena Ferrante


Storia del nuovo cognome / Elena Ferrante. Roma: Edizioni e/o, 2012.

Da quando avevo finito di leggere L’amica geniale il mio unico pensiero era stato quello di comprare il secondo volume della trilogia (in realtà ho scoperto solo dopo che i libri sono quattro!), Storia del nuovo cognome, per immergermi nuovamente nella storia di Elena e Lila. Ed infatti appena ho avuto una libreria a portata di mano il libro è entrato in mio possesso e io sono entrata nel suo.

Questa seconda parte della vicenda si caratterizza per il fatto che le strade di Elena e Lila si dividono. Elena continua a studiare, mentre Lila affonda in un matrimonio senza amore con Stefano. Infine, Elena fa il grande passo e abbandona il rione per andare a studiare all’Università a Pisa, mentre Lila rinnega il rione per inseguire un amore impossibile ritrovandosi a vivere in povertà.

Periodi di grande distanza – non solo fisica m anche mentale – si alternano a momenti di vicinanza che non sempre però riescono a colmare la distanza che si è creata tra le due amiche. La loro resta un’amicizia sublime e crudele al contempo, in cui non c’è salvezza per nessuna delle due senza il senso di completezza che arriva dal rapporto con l’altra.

In questo secondo volume, sempre narrato in prima persona da Elena – e dunque filtrato dalla sua sensibilità e dall’insicurezza che da sempre l’hanno resa fragile ai colpi di testa di Lila – ci viene regalata a volte anche la versione dei fatti di Lila. Certo, sempre attraverso le parole di Elena, ma come resoconto della lettura dei quaderni (una specie di diario) che Lila ha tenuto per buona parte della sua vita e che ella decide di affidare all’amica per sottrarli agli sguardi indiscreti. In questi quaderni si sgrana l’esistenza di Lila e sempre più viene a galla la sua personalità multiforme ma non per questo immune ai veleni del mondo circostante, nonché la sua profonda dipendenza dall’amicizia con Lena che è linfa e motore della sua vitalità.

Questa seconda fase della vita di Elena e Lila si compendia nel tentativo di mettere in discussione i due legami che – nel bene e nel male – hanno dato forma alla loro infanzia e adolescenza, quello tra di loro e quello con il rione.

L’esperienza del distacco metterà ognuna di loro di fronte a se stesse e a quello che vogliono fare della vita e – al contempo – farà loro comprendere che non è possibile negare quello che sono, non è possibile recidere le radici che - per quanto ingombranti - sono il legame tra qualunque cosa decidiamo di essere e ciò da cui veniamo.

La negazione è parte del percorso formativo e di crescita di ciascuno, ma non può che concludersi – prima o dopo – con la riconciliazione, che in fondo è riconciliazione con noi stessi. La conquista della propria libertà, della propria indipendenza come persone mature e bastevoli a se stesse passa per un’inevitabile rottura, ma non può che concludersi con il ritrovare il proprio se antico in quello nuovo e dar loro una composizione.

Non vedo l’ora di leggere il terzo romanzo. Spero che Elena Ferrante non mi faccia aspettare troppo.

Voto: 4,5/5