martedì 1 settembre 2026
Dignità / Lea Ypi
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
venerdì 17 aprile 2026
Apeirogon / Colum McCann
Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.
Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.
Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.
I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.
Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.
Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.
Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.
A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.
Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.
Voto: 4/5
mercoledì 26 novembre 2025
Middle England / Jonathan Coe
In occasione di una vacanza nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, decido di immergermi nella lettura di Middle England, il romanzo scritto da Jonathan Coe dopo il referendum sulla Brexit del 2016 e le cui vicende coprono un periodo che va dal 2010 al 2017.
Coe riparte da alcuni dei personaggi del suo famoso romanzo La banda dei brocchi, in particolare i due fratelli Benjamin e Lois, per raccontare una nuova fase della storia inglese, caratterizzata da una temperie politica e sociale molto particolare.
In questo nuovo romanzo seguiamo le vicende non solo di Benjamin, che si è ritirato a vivere in una casa di campagna e sta tentando di scrivere il suo primo romanzo, e di Lois, che è sposata senza amore e avendo in parte rinunciato ai suoi sogni, ma anche quelle di numerosi altri personaggi: Doug, giornalista politico in crisi, con un rapporto complicato con sua figlia Coriander, radicalizzata a sinistra; Sophie, la figlia di Lois e nipote di Ben, che sta tentando la carriera accademica e intanto cerca la sua strada sentimentale; Charles, un amico di Benjamin, che la vita sta mettendo a dura prova; Sohan, amico gay londinese di Sophie; e molti altri.
Ognuno di loro rappresenta un punto di vista e una sfaccettatura, sul piano umano, sociale e politico, del complesso puzzle rappresentato dall’Inghilterra in quel momento storico, un paese non solo e non tanto spaccato tra conservatori e liberali, ma ostaggio di crisi economica, recriminazioni, cinismo, radicalizzazione, processi identitari, conflitti generazionali, esasperazioni da social, inconsistenza della politica.
Oltre ad essere una lettura gradevole, animata da personaggi vividi e sufficientemente complessi, resi tali anche grazie alle capacità di scrittura di Coe, la cosa sorprendente è che questo libro, scritto e pubblicato nel 2018, non solo non appare invecchiato, ma anzi oggi appare ancora più significativo in riferimento al quadro politico e sociale che si è andato delineando nel mondo occidentale nel corso degli ultimi 7-8 anni.
In fondo la vicenda inglese e il suo infausto esito con la Brexit è stato uno dei – forse tanti? – segnali che hanno prefigurato quello che si andava muovendo nelle viscere della popolazione europea (e non solo) e che avrebbe portato, nel corso degli anni successivi, alla diffusione di fenomeni quali il populismo, l’antieuropeismo, la crisi della sinistra, le presunte battaglie morali e identitarie, la rabbia sociale da un lato e l’anestetizzazione da social dall’altro.
Fa dunque una fortissima impressione leggere questo libro oggi, perché ci si accorge non solo che quella fase non è finita, ma che si è estesa temporalmente e geograficamente. E personalmente io non so bene quando e come se ne uscirà. In più, leggere questo romanzo mentre si è fisicamente in Inghilterra e intorno a sé tutto rimanda al mondo che Coe racconta non ha prezzo.
In Middle England ci sono note di speranza e c’è lo spazio per sogni individuali e collettivi. Voglio pensare – sebbene non sia facile – che sia ancora così, o quanto meno è necessario sforzarsi di pensarlo.
Voto: 3,5/5
lunedì 14 luglio 2025
L'eco della pioggia / Yu Hua
Ho comprato questo libro dopo aver scoperto che il film del cinese Wei Shujun, Il mistero corre sul fiume, che ho visto un po' di tempo fa al cinema, è tratto proprio da un racconto di Yu Hua, autore molto prolifico e i cui romanzi e racconti sono stati ampiamente tradotti in italiano.
Decido di iniziare a conoscere l'autore con questo libro perché leggo che contiene una storia familiare e che è basato anche sulle memorie personali dello scrittore, nato nel 1960.
Devo dire che quando mi approccio alla letteratura che proviene da posti culturalmente così lontani dal nostro mondo devo innanzitutto superare lo shock culturale che, durante la prima fase della lettura, mi crea una distanza e a tratti quasi mi disorienta.
Per noi che siamo abituati tendenzialmente a una narrazione piuttosto lineare e che quando parliamo di storie familiari ci aspettiamo un certo tipo di struttura, il romanzo di Yu Hua spariglia tutte le carte, perché senza alcuna premessa né spiegazione il racconto entra in medias res e prosegue dipanandosi attraverso tante piccole storie che vanno avanti e indietro nel tempo. Anche i protagonisti delle storie compaiono e scompaiono dal racconto a seconda dell'andamento della narrazione, cosicché le storie individuali si ricostruiscono solo a posteriori man mano che la lettura prosegue e che il narratore ci consente di riempire alcuni buchi, sebbene non tutti.
Anche i contenuti delle storie, nonché i modi in cui si sviluppano e i comportamenti dei personaggi appaiono a volte poco comprensibili se letti con i nostri occhi occidentali, tanto più che la narrazione di Yu Hua risale indietro nel tempo, ai tempi della sua infanzia e in alcuni casi a periodi ancora precedenti, per raccontarci le storie dei genitori e dei nonni del protagonista.
Man mano però che la lettura prosegue, il senso di empatia cresce progressivamente e si produce quasi spontaneamente un sentimento molto diverso da quello iniziale: da un lato un senso di riconoscimento dovuto al fatto che certe dinamiche, pur così lontane cronologicamente e culturalmente, risuonano con alcune storie che persone come me hanno sentito raccontate da genitori e nonni, dall'altro un disvelamento della Cina precontemporanea e una comprensione sempre più forte di alcuni suoi tratti caratteristici, che sono il frutto di complesse combinazioni di fattori e che hanno lasciato profonde tracce anche sulla contemporaneità.
Alla fine ci si affeziona al protagonista Sun Guanglin e, nonostante alcuni personaggi - come ad esempio suo padre - risultino davvero meschini e intollerabili, si entra in connessione anche con tutti gli altri personaggi che gli ruotano intorno, arrivando in molti casi a giustificarne anche i comportamenti più abietti che agli occhi del lettore finiscono per essere spiegati da un contesto di povertà e ignoranza così forti da riuscire a drenare qualunque residua umanità.
Una lettura che, come tutte quelle che aprono il nostro sguardo verso altri mondi, risulta interessante e arricchente, sebbene a tratti faticosa e spiazzante.
Voto: 3/5
venerdì 21 febbraio 2025
I cani di Riga / Henning Mankell
Della serie dell'ispettore Wallander avevo letto solo il primo giallo in occasione di una vacanza - nel 2014 - in Danimarca, che prevedeva una piccola puntatina nella Svezia meridionale, e - da quanto leggo nel post scritto a suo tempo - l'avevo trovato gradevole ma senza entusiasmi, tanto che dopo non avevo letto più nulla.
Quest'anno, con l'organizzazione all'ultimo minuto del viaggio in Scania, decido di ridare un'altra chance a Henning Mankell e compro il secondo libro della serie, I cani di Riga.
Questo secondo romanzo è ambientato nei primissimi anni Novanta, all'indomani della caduta del muro di Berlino e durante il processo di sgretolamento dell'impero sovietico, e proprio intorno a questi temi si sviluppa la narrazione.
Tutto comincia con un canotto che va alla deriva verso le coste svedesi con due uomini morti a bordo. Il caso viene affidato al commissario Wallander della stazione di polizia di Ystad, e ben presto si scopre che i due uomini sono lettoni e probabilmente erano coinvolti in un traffico di droga. Per questo motivo viene inviato in Svezia dalla Lettonia il comandante Liepa al fine di acquisire informazioni sull'indagine in corso e trasferirla poi a Riga. Tra Wallander e Liepa si crea una buona sintonia, cosicché quando tornato in patria il maggiore Liepa viene assassinato, Wallander viene chiamato in terra lettone per partecipare alle indagini.
Sarà per lui l'occasione di conoscere un mondo che gli è in buona parte sconosciuto, soprattutto per le dinamiche in corso dopo la dissoluzione dell'impero sovietico, i tentativi di indipendenza effettiva dei paesi baltici e le interferenze russe.
Wallander dovrà presto lasciare la Lettonia, ma ci tornerà successivamente sotto falso nome per giungere al cuore della verità sulla morte del comandante Liepa e per dare manforte alla moglie Baiba.
Come ci spiega lo stesso Mankell nella postfazione al romanzo, la scrittura di questa storia è stata particolarmente complicata, come sempre accade quando si parla di luoghi che si conoscono meno e di cui bisogna verificare i riferimenti; e tanto più in questo caso, visto che la scrittura dello stesso è coincisa con un periodo storicamente molto complesso per il mondo ex-sovietico e dunque lo scrittore ha dovuto necessariamente ricorrere a persone più interne al contesto e con maggiori conoscenze specifiche.
Devo dire che - rispetto al primo romanzo che ricordo poco e che probabilmente risultava meno appassionante - di questo ho apprezzato sia il ritmo incalzante che soprattutto da un certo momento in poi mi ha tenuta incollata alle pagine, sia il substrato storico-politico che, pur nel contesto di un'opera di finzione, è descritto in modo attento e interessante.
Poca Svezia dunque in questo libro - se non in termini comparativi - e molta Lettonia (e paesi baltici in generale), quindi una lettura che non mi ha fornito particolari suggestioni rispetto al mio viaggio in Scania, ma certamente ha rafforzato il mio desiderio di vedere i paesi baltici a distanza di ormai oltre trent'anni dal momento raccontato in questo giallo.
Voto: 3,5/5
mercoledì 7 agosto 2024
Malinverno / Domenico Dara
Era un po' che la mia amica I. mi sponsorizzava questo libro di Domenico Dara, e qualche tempo fa in occasione del mio compleanno me ne ha fatto dono, cosicché alla prima occasione buona ho deciso di prenderlo in mano e iniziarne la lettura.
La storia è quella di Astolfo Malinverno, bibliotecario della cittadina di Timpamara, zoppo dalla nascita, innamorato della letteratura, cui il sindaco del paese decide a un certo punto di affidare anche l'incarico di guardiano del cimitero.
Inizialmente perplesso, Malinverno scoprirà molti punti di connessione tra il ruolo di guardiano dei libri e quello di guardiano dei morti, e soprattutto svilupperà un interesse particolare per una tomba senza nome con la fotografia di una donna molto bella cui Astolfo attribuisce il nome di Emma, come la protagonista del romanzo di Flaubert.
Intorno a Malinverno ruota tutta la composita e originale comunità di Timpamara al centro della quale si colloca la cartiera dove arrivano vagoni di libri destinati al macero da cui il bibliotecario salva le cose più significative e gli abitanti diventano custodi e donatori di pagine. Alcuni esponenti di questa comunità sono assidui frequentatori del cimitero, per i motivi più diversi: chi perché è stato considerato morto ed è "tornato in vita", chi perché ha perso troppo presto l'amore della sua vita, chi perché ha l'hobby di registrare le presunte voci dei morti.
Tra tutti questi frequentatori del cimitero un giorno Malinverno si trova di fronte alla donna senza nome in carne e ossa. Inizia così da un lato il tentativo di ricostruire la storia di questa donna misteriosa e sfuggente da parte di Astolfo, dall'altro il suo inevitabile processo di innamoramento.
Alla fine della storia tutti i pezzi del puzzle torneranno al loro posto e la vita di Malinverso sarà cambiata per sempre.
Il libro di Domenico Dara è una strana, quasi gotica, storia d'amore, che non è però solo l'amore di un uomo per una donna, ma anche quello per i libri e la letteratura, e attraverso di essi per la memoria collettiva.
Il romanzo è intriso di richiami letterari, e del resto Timpamara e i suoi abitanti sono nel loro complesso un mondo un po' immaginario e fiabesco, ma molto reale nei sentimenti che animano le persone.
Non esattamente il genere di romanzo che preferisco, ma capisco l'interesse e l'entusiasmo ch'esso ha generato in molte persone.
Voto: 3/5
mercoledì 24 aprile 2024
Come dividere una pesca / Noor Naga
Protagonisti di questo romanzo di Noor Naga sono una ragazza e un ragazzo senza nome. Lei è di origine egiziana ma è cresciuta in America dopo che i genitori si sono trasferiti lì, lui viene da un piccolo e poverissimo villaggio che ha abbandonato per spostarsi al Cairo dove ha partecipato alle manifestazioni che hanno portato alla caduta di Mubarak.
Lei decide di trascorrere un periodo al Cairo perché vuole entrare in contatto con il suo paese d'origine, nonostante il parere contrario della madre, e ci arriva da privilegiata, con un lavoro, una bella casa a disposizione e ampie possibilità economiche. Nel frequentare il Riche Cafe conosce il ragazzo di Shubra Khit, e da qui inizia una relazione tra i due. Si tratterà di un incontro tra due mondi apparentemente vicini, ma in realtà lontanissimi e inevitabilmente destinati a entrare in collisione.
Il libro di Noor Naga è articolato in tre parti. Nella prima ogni capitolo inizia con una domanda più o meno bizzarra, cui segue il relativo punto di vista dei due protagonisti, che si alternano capitolo dopo capitolo. Nella seconda parte la storia continua senza domande, ma sempre attraverso l'alternarsi del racconto di lei e di lui, dopo che le loro strade si sono separate. L'ultima parte racconta un laboratorio di scrittura in cui un insegnante e un gruppo di persone stanno commentando il romanzo di Noor, in particolare discutono della sua terza parte, e dunque di quanto accaduto dopo gli ultimi eventi descritti nella seconda parte, e si conclude con la notizia che il romanzo verrà pubblicato.
Sul piano della struttura narrativa, come si vede, si tratta di un romanzo molto originale che spariglia un po' le carte della narrazione e, in particolare nell'ultima sezione, svela la finzione, facendosi meta-narrativo, e portando direttamente nel romanzo alcune possibili obiezioni del lettore. E già questo lo rende piuttosto interessante.
A me personalmente ha però intrigato particolarmente lo sguardo all'interno della cultura e della società egiziane, soprattutto in relazione al rapporto con il mondo femminile. Il fatto che la protagonista sia una egiziana (e non una straniera), ma una egiziana di cultura occidentale, rende questo sguardo estremamente sfaccettato e complesso, pieno di contraddizioni, e costringe il lettore a riflettere sul tema delle distanze culturali, sulle moltissime forme ancora esistenti di colonialismo, sulle disparità interne alla stessa società egiziana, sulla profonda delusione di un popolo rispetto al sogno di riscattarsi, e su molto altro che il nostro punto di vista occidentale non solo ci rende difficile comprendere ma talvolta persino riconoscere.
Una lettura non facile e a tratti persino respingente, per la violenza psicologica strisciante che la attraversa, ma estremamente stimolante.
Voto: 3,5/5
mercoledì 27 marzo 2024
Libera. Diventare grandi alla fine della storia / Lea Ypi
Non ricordo più in quale podcast avevo sentito parlare di questo libro di Lea Ypi, ma non finirò mai di ringraziare chiunque sia stato a ispirarmi questa lettura perché Libera è un libro bello e importante.
Lea Ypi è è una filosofa albanese, nata a Tirana nel 1979, che attualmente insegna filosofia politica alla London School of Economics di Londra.
Il libro - scritto originariamente in inglese e che in Gran Bretagna ha vinto il Premio Ondaatje - è un memoir nel quale la Ypi racconta gli anni del suo passaggio dall'infanzia all'adolescenza e infine all'età adulta, ossia gli anni che vanno dal 1990-91 al 1997-98. Attraverso la propria storia personale, la Ypi ci conduce all'interno delle pieghe delle vicende storiche che hanno caratterizzato l'Albania di quegli anni, dall'eredità difficile del dittatore Enver Hoxha, alla fine della dittatura con le prime elezioni democratiche e l'avvio della transizione, fino alla fase della cosiddetta "anarchia albanese" del 1997. In quell'anno Lea Ypi terminava la scuola superiore e decideva di andare a studiare in Italia, alla Sapienza di Roma, con una borsa di studio.
Il libro comincia nel 1990 con Lea undicenne che di ritorno da scuola, per nascondersi dalle proteste di piazza in corso, si nasconde dietro la statua di Stalin, abbracciandone una gamba. Si tratta di un'immagine fortemente simbolica che riflette i sentimenti della protagonista in quel momento. Lea è cresciuta in un paese guidato da Hoxha (al potere per oltre 40 anni) secondo le più ferree regole del socialismo reale, di impronta marxista-stalinista, un paese che proprio per le idee radicali di Hoxha non solo è lontano dal mondo occidentale, ma è uscito dal Patto di Varsavia dopo la svolta di Kruschev. Lea vive con i genitori, il fratello e la nonna Nini, che le ha insegnato fin da piccola il francese, lingua che la bambina non ama perché la rende diversa da tutti i suoi compagni. Lea non sa - perché i genitori e la nonna glielo nascondono - che sua nonna proviene da una famiglia aristocratica musulmana dell'impero ottomano, e che anche per questo la sua famiglia non è particolarmente ben vista dal regime di Hoxha e ha subito nel tempo anche alcune forme di persecuzione. Ignara di tutto ciò, Lea è invece un'entusiasta di Enver Hoxha e del mondo nel quale vive che - come a tutti i bambini - le appare il miglior mondo possibile, nonostante tutte le sue contraddizioni. L'inizio delle proteste di piazza e le crepe sempre più ampie che si aprono nel regime e nella società albanese mettono Lea di fronte a domande sempre più complesse e parzialmente senza risposta.
In pochi anni, dopo la fine del regime comunista e l'avvio della transizione sul piano politico ed economico, Lea intraprende il suo percorso di crescita, dovendo fare i conti con verità di cui non sospettava l'esistenza e una realtà sempre più confusa e complessa: l'attivismo politico della madre a favore di una società liberista, il socialismo incerto del padre e la sua imprevista e difficile carriera nel partito, le rivelazioni della nonna anche grazie a un viaggio a Parigi con Lea, i tantissimi amici e conoscenti emigrati in Italia o comunque scappati dall'Albania che in parte vengono rimpatriati e in parte fanno perdere le loro tracce, i cambiamenti sociali repentini e la difficoltà a dare un senso al passato e al presente. Intanto Lea diventa una giovane donna chiamata a costruire la propria visione del mondo, mentre l'Albania all'inizio del 1997 finisce nel caos - tra proteste e guerriglia armata nelle strade - a causa della rabbia collettiva esplosa dopo il fallimento delle imprese finanziarie nate alla fine del comunismo e la conseguente perdita di tutti i risparmi di oltre un terzo della popolazione. Mentre in Albania arrivavano le truppe italiane che capeggiavano l'Operazione Alba sotto l'egida dell'ONU allo scopo di riportare l'ordine e l'Italia di Romano Prodi attuava un blocco navale nell'Adriatico che determinò un grave incidente e la morte di 81 persone, Lea vive mesi difficilissimi chiusa in casa per paura di essere ammazzata per strada, con la madre e il fratello saliti al volo su una nave che li avrebbe portati in Italia, e il resto della famiglia (padre e nonna) rimasti in Albania, mentre lei si trova a decidere cosa fare del suo futuro.
Un libro scritto con grande maestria, appassionante più di un romanzo, che getta luce su un paese per noi vicinissimo e le cui vicende hanno avuto riflessi anche sulla storia italiana, ma di cui alla fine sappiamo poco (parlo per me ovviamente!) e quello che sappiamo non sempre corrisponde perfettamente alla prospettiva delle persone che quelle cose le hanno vissute. Lea Ypi non pretende di esaurire i punti di vista e le interpretazioni della storia albanese di quegli anni, però certamente offre numerosi spunti di riflessione sul concetto di libertà, oggetto di appropriazione di ideologie contrapposte, caratterizzato da numerose sfaccettature e ambiguità, le stesse che la piccola Lea si trovò ad affrontare a cavallo tra il socialismo reale del passato e la svolta liberista degli anni Novanta.
Un libro che fa venire mille curiosità e ci conferma ancora una volta - se ce ne fosse bisogno - quanto siamo chiusi nei nostri piccoli mondi e quanto facciamo fatica a capire le "vite degli altri", anche quelli con cui per una serie di circostanze incrociamo le nostre esistenze.
Consigliatissimo.
Voto: 4,5/5
giovedì 8 giugno 2023
Passaggio in ombra / Mariateresa Di Lascia
La mia amica S. - che ha letto da poco Spatriati di Desiati - proprio attraverso questo libro e grazie ai relativi richiami è pervenuta a un altro libro di qualche decennio fa che aveva nelle sue liste di lettura ma non aveva ancora letto. Dopo averlo finalmente terminato, me lo ha molto sponsorizzato e così l’ho comprato anche io e mi sono decisa a leggerlo.
Personalmente non sapevo niente della storia di Mariateresa Di Lascia, attivista e politica radicale morta prematuramente e che ha al suo attivo questo unico romanzo, diventato un cult di nicchia e ora riportato all’attenzione collettiva appunto da Desiati (al punto da convincere Feltrinelli a una ristampa).
È chiaro che la storia personale della Di Lascia è un elemento che contribuisce in maniera significativa a questo piccolo culto, ma in fondo se anche non avessi saputo niente su di lei credo che sarei comunque qui a parlare molto bene del suo romanzo.
Siamo a cavallo tra il dopoguerra e gli anni Cinquanta in Puglia, e la protagonista principale, il fil rouge di questa storia è Chiara, figlia di Anita e di Francesco. I due non sono sposati (uno scandalo per l’epoca) e Francesco è anche partito per la guerra e al suo ritorno il riavvicinamento ad Anita e alla figlia che non ha mai visto non è né immediato né scontato, e avviene quando Chiara ha già almeno quattro anni.
Chiara sta al centro non solo delle storie dei suoi genitori, ma anche di altre due storie familiari: quella della famiglia della madre, e soprattutto quella della famiglia del padre, nella quale sono centrali le figure di Tripoli, il padre di Francesco, donna Peppina, la sorella di Tripoli, e zia Giuppina, la sorella di Francesco. E tutte queste storie esercitano la loro influenza più o meno direttamente e/o inconsciamente sulla vita di Chiara e sulle scelte che farà nella vita adulta.
In realtà, nel libro incontriamo Chiara adulta che vive nella casa di donna Peppina, e che sembra trascinarsi in una vita senza contenuto e senza scopo. Una specie di inerzia depressa che l’ha collocata ai margini della comunità, a un passo dalla patologia. Da qui la Di Lascia ci guida indietro nel tempo a scoprire quale eredità familiare e personale Chiara si porta dietro e quali sono stati i passaggi in ombra che l’hanno preceduta e quello che ha riguardato lei stessa e l’ha portata alla vita da adulta che vive.
Di Lascia dunque ci offre una ‘classica’ saga familiare (incentrata primariamente sui D’Auria, ossia la famiglia del padre di Chiara) in un contesto storico e sociale ben determinato. Di per sé non sarebbe nulla di particolarmente originale, se non fosse che la lingua utilizzata dalla Di Lascia risulta fin dalle prime pagine sorprendente e ammaliante nel suo essere estremamente raffinata, evocativa e suggestiva, conquistandoci persino al di là dei contenuti della narrazione, e trasformando le vicende dei D’Auria in un racconto quasi visivo e fortemente vivido.
Al termine della lettura non si dimenticano facilmente i personaggi che ci hanno accompagnato attraverso le pagine e resta molto netta la percezione linguistica e visiva di questa storia e delle sue sfumature.
Voto: 3,5/5
venerdì 3 settembre 2021
Chiaroscuro / Raven Leilani
Edith, la protagonista del romanzo, è una giovane afroamericana che lavora in una casa editrice, ma in realtà vorrebbe fare la pittrice. Nelle prime pagine del romanzo la incontriamo che chatta con Eric, un uomo sposato che ha il doppio dei suoi anni.
Edith arriva da esperienze e storie di amore e sesso più o meno sfortunate e/o non convenzionali, Eric è in crisi matrimoniale e ha sostanzialmente ottenuto da sua moglie Rebecca un lasciapassare per una relazione extraconiugale, purché il marito rispetti le regole che lei detta.
Il mondo di Edith e quello di Rebecca dovrebbero rimanere separati e indipendenti, ma per una serie di circostanze non solo Edith incontra e conosce Rebecca, ma quando la prima viene licenziata dal lavoro e resta senza soldi e senza casa la seconda le consente di stare a casa sua, apparentemente per aiutarla con Akila, la tredicenne di colore che Eric e Rebecca hanno adottato (o forse preso in affidamento).
Tutto questo avviene mentre Eric è fuori per lavoro, e non sospetta nulla di quello che sua moglie ha deciso di fare.
Il rapporto tra Edith e Rebecca è fatto di un alternarsi continuo di momenti di freddezza e distacco e altri di empatia e quasi intimità. Edith è una donna indurita dal suo lavoro (si occupa di autopsie) ed è costantemente impegnata a mantenere un controllo rigoroso sulla sua vita; Edith fa invece i conti con la difficoltà di essere afroamericana e senza soldi, pur vivendo all'interno di un contesto socialmente evoluto, e in quel caos che è la sua esistenza cerca di capire cosa vuole diventare e che vuole fare della sua vita.
Nel libro di Raven Leilani convergono e si intrecciano molti temi e molti dei filoni letterari più recenti. Da un lato siamo dalle parti dei romanzi generazionali del mondo dei venti-trentenni che negli ultimi anni hanno conquistato una fetta importante del mercato letterario, dall'altro lato ci muoviamo sul terreno delle disuguaglianze razziali, sociali e di genere.
Ne viene fuori un romanzo decisamente sui generis, che a me conferma ancora una volta la differenza sostanziale che allontana gli scrittori di questa generazione da ciò che li ha preceduti, rendendomeli inevitabilmente un po' più estranei e un po' meno comprensibili.
Come in altri libri che appartengono a questo filone, il non detto e l'implicito, il trattenuto e l'irrisolto la fanno da padroni, cosa che a me rende la comprensione del significato della narrazione per niente scontata e mi trascina verso la conclusione del racconto lasciandomi inevitabilmente insoddisfatta.
Nel libro della Leilani ci sono dei guizzi interessanti e delle pagine spiazzanti per la loro imprevedibilità, ma alla fine faccio fatica a superare il senso di estraneità e di distanza. Sarà la vecchiaia ;-)
Voto: 3/5
lunedì 12 luglio 2021
La casa tonda / Louise Erdrich
Questi romanzi di formazione, racconti di coming of age, mi attirano sempre. In questo caso leggendo la trama mi erano venuti in mente due romanzi che mi erano piaciuti molto, Il buio oltre la siepe e La sottile linea scura. Anche in questo caso siamo infatti nel cuore degli Stati Uniti d’America, il protagonista è una ragazzino tredicenne, Joe, che in un’estate vede cambiare la propria vita, anche qui si parla di una minoranza discriminata (i nativi americani) e di un caso giudiziario (lo stupro della madre di Joe, probabilmente da parte di un bianco).
Le premesse ci sarebbero tutte per una lettura appassionante, tanto più che l’autrice, Louise Erdrich, sembra conoscere molto bene la cultura indiana e infarcisce il racconto non solo di riferimenti ad essa, ma anche di componenti narrative che in essa affondano le radici (per esempio, le storie surreali che il vecchio Mooshum racconta mentre dorme).
Non si può dire che il romanzo non abbia meriti, ma – sarà anche perché non l’ho letto con la continuità che sarebbe stata necessaria – la sensazione di rimanere un po’ estranei al racconto è forte, così come quella di una narrazione un po’ discontinua e di un intreccio non proprio riuscitissimo in termini di credibilità.
Insomma, il libro avrà pure vinto uno dei più prestigiosi premi americani nel settore letterario (il National Book Award), ma a me non ha convinto, forse perché non ha saputo sfruttare al meglio i suoi elementi di originalità che probabilmente gli avrebbero permesso di staccarsi dai suoi illustri predecessori.
Personalmente non ne ritengo fondamentalmente la lettura.
Voto: 2,5/5
martedì 1 giugno 2021
L'amante / Marguerite Duras
L'amante / Marguerite Duras; trad. di Leonella Prato Caruso. Milano: Feltrinelli, 1988.
L'amante è uno di quei libri che ho più volte preso in considerazione per la lettura, ma non ho mai letto fino a quando - dopo aver terminato Atti osceni in luogo privato - mi è venuta voglia di leggere alcuni dei romanzi che scandiscono il percorso di crescita e formazione del protagonista. E L'amante è uno di questi.
Non so cosa è stato: forse avevo aspettative troppo alte, o forse ero tesa e distratta, fatto sta che la storia della quindicenne francese che vive in Indocina in virtù del lavoro dei genitori e diventa l'amante di un ricco cinese, dei suoi rapporti complessi con la madre e i fratelli, della sua decisione di diventare una scrittrice, mi è rimasta quasi totalmente estranea.
Mi sono chiesta se un libro come questo poteva fare un effetto diverso quando è uscito, circa 30 anni fa, a una generazione che veniva da altre battaglie politiche e sociali, ma sinceramente non ho trovato la chiave giusta di lettura e certamente per mia incapacità. Ma, poiché - per quanto mi riguarda - ciò che leggo deve in qualche modo parlarmi (cioè risuonare con quello che sono io e con la mia sensibilità), alla fine sono rimasta delusa perché non mi sono emozionata.
Ovviamente ben vengano tutte le opinioni diverse e se qualcuno ha voglia di suggerirmi una chiave di lettura di quello che ho letto senza partecipazione gliene sarò eternamente grata ;-)
Voto: 2,5/5
lunedì 29 marzo 2021
La meccanica del cuore / Mathias Malzieu
Era un pezzo che il libro di Mathias Malzieu soggiornava sugli scaffali della mia libreria dopo essere stato comprato in libreria attirata principalmente dalla copertina ;-)
In una estate di letture matte e disordinate, l'occhio mi cade su questo libro e finalmente è il momento giusto per leggerlo!
Quella di Mathias Malzieu è una favola che ricorda un po' le atmosfere dei film di Tim Burton (e anche la copertina ci rimanda a quel mondo), con il suo protagonista Jack che fin dalla nascita vive con un orologio a cucù impiantato nel petto per consentire al suo cuore di funzionare.
A fare questo intervento è stata Madeleine, una donna che oltre ad aiutare altre donne a partorire figli non voluti, ripara i corpi con strane protesi che li trasformano in buffi androidi. Jack, abbandonato da sua madre e non voluto da altre famiglie in adozione, viene preso sotto l'ala protettrice di Madeleine che sul letto gli appende una lavagnetta con le regole che deve seguire per garantirsi la sopravvivenza: "Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai".
Ma - come si sa - al cuor non si comanda. E così un giorno Jack si innamora di una piccola cantante spagnola che rifiutandosi di portare gli occhiali sbatte spesso qui e là. Per questa ragazza Jack sarà disposto a fare qualunque cosa, inseguendola fino in Spagna a bordo di un monopattino, insieme all'amico George Méliès, l'illusionista e inventore della fotografia in movimento.
Alla fine l'amore sboccerà, ma Jack non sa che esso porta con sé non solo grandi emozioni e una straordinaria vitalità, bensì anche sentimenti di gelosia e paura dell'abbandono, fino a condurre il nostro protagonista a mettere a rischio la sua stessa vita pur di salvare la sua storia d'amore.
Il romanzo di Mathias Malzieu è un'affascinante per quanto semplice storia di formazione che racconta il passaggio dai sogni dell'infanzia e adolescenza alla inevitabile necessità di confrontarsi con la realtà che è propria dell'età adulta. Ma è anche una efficace metafora del modo in cui funzionano i sentimenti, in particolare l'amore, e dell'impossibilità di sfuggire alle sue ineluttabili, inebrianti e dolorose leggi.
Una scrittura molto visiva che attinge creativamente a generi diversi e si puntella su personaggi e luoghi in parte reali, all'interno di una costruzione che più fantastica non si può.
Una lettura gradevole che a me però è rimasta un po' in superficie.
Voto: 3/5
domenica 17 gennaio 2021
Il sale della terra / Jeanine Cummins
Il libro di Jeanine Cummins mi aveva attirato fin da quando avevo letto per la prima volta la trama. Così è stato - fin dalla sua uscita - nella mia lista dei desideri e molto presto sul mio scaffale.
Questa estate è entrato nella pila dei libri da portare in vacanza e complice qualche giorno di malattia settembrina sono riuscita a terminarlo.
Devo dire che se avessi scritto questa recensione dopo aver letto il primo terzo del libro, il mio giudizio sarebbe stato molto differente. La parte iniziale racconta come Lydia e suo figlio Luca restano gli unici sopravvissuti della strage della loro famiglia ad Acapulco per mano di una gang di narcotrafficanti, Los Jardineros, e decidono – per sfuggire a morte certa – di mettersi in viaggio sul percorso dei migranti verso il norte, ossia verso gli Stati Uniti d’America.
In questa prima parte sono un po’ infastidita dalla presenza di una narratrice onnisciente che ci racconta i pensieri di tutti i protagonisti e ci svela i retroscena, a volte mettendo all’interno di alcuni di questi personaggi, penso al piccolo Luca che ha solo 9 anni, pensieri e riflessioni un po’ troppo adulte. Trovo inoltre la narrazione un po’ troppo didascalica, diciamo quasi “sceneggiata” (anche se so che il termine non è corretto), in quella maniera un po’ tanto americana che mi fa un po’ venire l’orticaria. Per un po’ sento quasi il desiderio di abbandonare la lettura. E dire che non avevo letto ancora nulla del dibattito suscitato dalla pubblicazione di questo romanzo e delle critiche dei messicani alla Cummins per il fatto che parla di cose che non conosce direttamente e forse ancora di più perché ha ricevuto un anticipo importante dalla casa editrice prima di iniziare a scrivere il libro.
Ignara di tutto ciò, decido di andare avanti perché il percorso dei migranti che dal sud e dal centro America cercano di superare il confine verso gli Stati Uniti carichi di sogni e di speranze, tra mille pericoli e orrori, è qualcosa che mi interessa molto e su cui voglio saperne di più.
E così nel prosieguo della lettura la mia attenzione cresce e anche la narrazione ho la sensazione che divenga più empatica, meno costruita a tavolino, che i personaggi acquisiscano una propria rotondità fino a trascinarci sui treni merci che prendono al volo, negli sgabuzzini dove si nascondono, nei deserti che attraversano, di fronte alle violenze e alle morti cui devono assistere o che devono subire.
Il racconto della Cummings non risparmia tutti gli orrori e le tragedie che questa traversata porta con sé, ma sceglie la strada della speranza e dell’ottimismo per riscattare almeno sulla carta tutti coloro che non ce l’hanno fatta.
È impossibile rimanere indifferenti di fronte a queste persone che seguiamo nel loro tentativo legittimo e in alcuni casi inevitabile di abbandonare la loro terra e cercare un futuro migliore e – come ci dice la scrittrice nella nota di lettura finale – per una volta vediamo i migranti non come una massa indistinta accomunata solo dal tentativo di raggiungere un posto dove sperano di trovare fortuna, ma come singole persone con la propria storia, i propri caratteri e desideri, la loro umanità o disumanità. Buttiamo lo sguardo anche dietro alcune etichette, per esempio quella di coyote, il termine con cui vengono identificati coloro che aiutano a pagamento i migranti ad attraversare il confine.
E capiamo che tutto è molto più complesso di quello che immaginiamo o di quello che vorremmo che fosse, e che questa non è una storia che possiamo far finta che non ci riguardi, perché ci riguarda tutti nella misura in cui è necessario cominciare a denunciare e a cambiare l’insensatezza di alcune leggi e costruire una visione e una possibilità diverse per il futuro.
«La mente ha i poteri magici. Gli esseri umani hanno i poteri magici». E gli esseri umani non si dividono in migranti e non. Non ce lo dimentichiamo.
Comprendo le critiche al romanzo e in parte le condivido (è evidente che questo romanzo è scritto da qualcuno di estraneo alle vicende raccontate), però il fatto che esso sia in grado di suscitare empatia vero persone ed esperienze così lontane da noi credo sia un valore che non vada sottovalutato.
Voto: 3/5
lunedì 9 novembre 2020
Il mio anno di riposo e oblio / Ottessa Moshfegh
Il mio anno di riposo e oblio / Ottessa Moshfegh; trad. di Gioia Guerzoni. Milano: Feltrinelli, 2019.
Visto il periodo di tempo sospeso che abbiamo vissuto, sono stata irrimediabilmente attirata dal titolo di questo romanzo della giovane scrittrice statunitense Ottessa Moshfegh (di cui tra l'altro avevo letto qua e là commenti positivi di alcune amiche).
Siamo a New York e la storia si svolge nell'arco di circa un anno, a cavallo tra il 2000 e il 2001. La protagonista - di cui non sapremo mai il nome - ha 27 anni, è orfana di entrambi i genitori (suo padre è morto di cancro e sua madre si è suicidata con un mix letale di farmaci), ha ereditato soldi a sufficienza per poter vivere di rendita e infatti si è licenziata dalla Galleria d'arte dove lavorava. Ha un ex fidanzato, Trevor, da cui non riesce a prendere le distanze nonostante lui la usi senza alcun rispetto per i suoi sentimenti, e un'unica amica, Reva, una ragazza di estrazione sociale certamente inferiore, fragile e insicura, rispetto alla quale la protagonista ha sentimenti ambivalenti.
La ragazza ci racconta della sua decisione di andare in una specie di "letargo farmacologico" per circa un anno, allo scopo di fare piazza pulita del suo passato e di tutti i pensieri che l'hanno attraversata fino a quel momento e rinascere come persona nuova.
Per realizzare il suo obiettivo, la nostra protagonista si serve della complicità inconsapevole della dottoressa Tuttle, una psichiatra trovata sulle Pagine Gialle, che è l'unica che risponde a una sua chiamata alle 23 e che - con il suo approccio antiscientifico e alternativo - le prescrive una quantità esorbitante di psicofarmaci, oltre a riempirla dei campioni di farmaci che ha nel suo studio.
Inizia così una fase in cui la ragazza alterna lunghe dormite a poche altri attività: brevi chiacchiere con la sua amica Reva che la va a trovare regolarmente per sfogarsi con lei della malattia della madre e della relazione fallimentare con il suo capo sposato, Ken; la visione di film più o meno dozzinali degli anni Ottanta e Novanta, soprattutto quelli con Whoopi Goldberg che è la sua attrice preferita; le visite al negozio gestito da egiziani dove compra caffè e altro o al Rite Aid per acquistare i medicinali.
A un certo punto la nostra protagonista scopre un farmaco, l'Infermiterol, che le provoca tre giorni di blackout totale; in pratica perde coscienza di quello che fa e la ritrova dopo tre giorni senza ricordarsi di nulla. Decide a quel punto di procurarsi - sempre grazie alla dottoressa Tuttle - un quantitativo sufficiente di compresse per trascorrere gli ultimi quattro mesi di riposo e oblio, rimanendo sveglia e cosciente solo per un numero limitato di giorni. Il tutto grazie anche alla complicità di un artista che l'aiuta in questa impresa ottenendone in cambio la possibilità di trasformare questo periodo in un'opera/performance da mettere in mostra.
In questo tentativo di annientamento della coscienza, attraverso i pensieri spesso caustici e respingenti della narratrice, via via scopriamo alcuni nodi irrisolti della sua vita, legati in particolare ai suoi genitori, due persone completamente diverse tra di loro e senza alcun tipo di connessione, l'uno - il padre - completamente votato alla sua missione di insegnante ma assente rispetto alla famiglia, l'altra - la madre - una donna dipendente dall'alcol e anaffettiva, incapace di prendersi cura della figlia e dei suoi bisogni. Si spiega così anche la dipendenza affettiva da Trevor e l'assenza di empatia verso Reva.
Il malessere esistenziale della protagonista e il suo tentativo di annegare la sua infelicità in un cocktail di psicofarmaci che le impediscano di pensare sono in realtà il sintomo dell'incapacità o impossibilità di attraversare ed elaborare il lutto e la perdita.
Il libro viene presentato come un racconto tragicomico e caratterizzato da uno stile ironico e divertente; a me sinceramente non ha mai fatto né ridere né sorridere. Mi ha solo trasmesso una profonda angoscia di vivere e una forte irritazione verso una protagonista che non si può fare a meno di interpretare come ragazza ricca e viziata, sebbene - man mano che le pagine scorrono - questi sentimenti tendano a trasformarsi in compassione per il congelamento emotivo che vive e che è palese nel momento in cui si capisce che la sua parte migliore emerge nelle fasi di assenza di coscienza, ossia sotto l'effetto dell'Infermiterol.
Non so se sono io che ormai mi sono fissata, ma per me queste scrittrici tra i trenta e i quarantanni hanno in comune uno sguardo sul mondo che si sostanzia in pratica in una forma di immaturità/tardoadolescenzialità accompagnata da un malessere in parte immotivato ovvero sovradimensionato, uno sguardo che mi è profondamente estraneo e mi risulta respingente.
Qui la Moshfegh parla di una quasi trentenne dei primissimi anni Duemila, in sostanza una mia coetanea (perché oggi avrebbe esattamente la mia età). Ma secondo me sta semplicemente proiettando nel passato il punto di vista di una quasi trentenne degli anni Duemilaventi perché è con i trentenni di oggi che la protagonista ha molte più cose in comune.
Voto: 2,5/5
venerdì 27 settembre 2019
Asimmetria / Lisa Halliday
Avevo affrontato la lettura di questo libro con entusiasmo e grandi aspettative, avendone letto ovunque elogi e meraviglie. L'opera prima di Lisa Halliday è infatti considerata quasi unanimemente uno dei casi letterari del 2018 e la sua autrice una vera e propria rivelazione.
Faccio dunque fatica a scriverne qui in maniera meno che entusiastica. Devo però confessare che Asimmetria non mi è piaciuto granché e ho fatto una fatica enorme ad arrivare all'ultima pagina, complice il fatto che non sono riuscita a entrare in sintonia con i personaggi e la lettura non mi ha comunicato emozioni particolari.
Il libro si articola in tre parti. La prima, Follia, vede protagonisti un vecchio scrittore blasonatissimo, Ezra Blazer, vincitore del Pulitzer, e Alice, una giovane redattrice di una casa editrice che forse aspira a diventare scrittrice, ma intanto non ha ancora le idee chiare su quello che vuole fare della sua vita.
I due si incontrano sulla panchina di un parco e iniziano una relazione, certo una relazione anomala, vista la differenza di età - e non solo - ma pur sempre una relazione che, oltre alla passione condivisa per il baseball, sembra avere un significato più profondo per entrambi.
Questa parte del libro è stata la più chiacchierata perché pare sia ispirata all'autobiografia della scrittrice, che ha avuto, quand'era molto giovane, una storia con il grande scrittore Philip Roth.
La seconda parte si intitola Pazzia e ha come protagonista Amar Jafaari, un economista di origine irachena che è di passaggio all'aeroporto di Heathrow a Londra, ma viene qui fermato per una serie di controlli più approfonditi. Tra un controllo e l'altro Amar ci racconta pezzi della sua storia, di come la sua famiglia si sia trasferita in America, suo fratello abbia deciso di tornare in Iraq e alcune altre vicende che hanno segnato la sua vita.
L'ultima parte, Desert island discs, vede di nuovo protagonista Ezra Blazer, questa volta ospite della nota trasmissione radiofonica in cui si devono scegliere i dischi che si porterebbero con sé sull'isola deserta. Nel corso dell'intervista c'è un breve accenno, non del tutto esplicito, ad Alice e al fatto che possa essere lei l'autrice del racconto Pazzia.
I critici si sono scatenati nel trovare correlazioni tra quanto letto e il titolo scelto dalla Halliday, riconoscendo le molteplici 'asimmetrie' presenti nel romanzo: tra vecchiaia e giovinezza, salute e malattia, fama e ordinarietà, Oriente e Occidente ecc. Ma a me sembra un po' pochino per parlare di un grande romanzo.
Ciò che, dal mio punto di vista, va invece certamente riconosciuto alla Halliday è la qualità della scrittura, che forse rappresenta il principale motivo che mi ha spinto ad andare avanti nella lettura pur non essendo particolare presa dalla narrazione. Il che poi non vuol dire che non abbia trovato alcuni spunti interessanti e talvolta persino illuminanti, ma sono abbastanza sicura che - a parte queste poche cose - quello che ho letto scivolerà via dalla mia memoria in un battito di ciglia.
Voto: 2,5/5
mercoledì 7 agosto 2019
La misteriosa morte della compagna Guan / Qiu Xiaolong
Dopo aver scoperto Qiu Xialong con la lettura di Di sangue e di seta e averlo molto apprezzato ho deciso di ripartire dal principio (lo stesso mi era capitato a suo tempo con i libri di Fred Vargas con protagonista Adamsberg). E così ho comprato la prima inchiesta del commissario Chen Cao nella recente edizione all'interno della collana Universale Economica di Feltrinelli, pubblicata in collaborazione con Marsilio, l'editore storico di Xiaolong.
La misteriosa morte della compagna Guan mi ha accompagnata per un'intera settimana di vacanza e si è rivelato una lettura impegnativa, tanto che non ho fatto in tempo a leggere nient'altro. Però questo primo appuntamento con Chen Cao, il suo assistente Yu e sua moglie Peiqin, il segretario di partito Li, e tutti gli altri personaggi del mondo creato da Xiaolong mi ha confermato le qualità narrative dell'autore cinese e mi ha aiutato a delineare meglio il personaggio principale.
I libri di Xiaolong si confermano dei "diesel". Partono sempre piuttosto lentamente e per un po' sembrano trascinarsi, poi il ritmo e l'intensità crescono trasportando il lettore nei meandri di una società cinese per noi non facilissima da interpretare.
Del resto, proprio questo è forse l'aspetto più interessante dei gialli di Xiaolong, che sono sostanzialmente un pretesto per raccontare i cambiamenti della Cina negli ultimi decenni, per parlare del passato di questo paese e per approfondirne i modi di vivere, la cultura, le abitudini sociali, la letteratura.
Personalmente trovo alcune parti illuminanti e i racconti di Xiaolong mi aiutano a comprendere meglio un mondo che, pur essendo ormai sempre più vicino al nostro, da certi punti di vista ci è invece totalmente estraneo, soprattutto per la forte eredità - in positivo e in negativo - che il passato continua a esercitare sulla Cina contemporanea.
In questo caso il romanzo è ambientato alla fine degli anni Novanta, a due anni dal noto episodio di piazza Tienanmen, e si focalizza particolarmente sulle difficoltà del governo cinese di gestire una transizione che non metta in discussione la posizione del Partito.
L'omicidio con cui si apre il libro è quello di una giovane donna ritrovata in un canale a diversi chilometri dalla città. La donna si rivela essere Guan Hongying, una Lavoratrice Modello della Nazione, della cui morte è sospettato Wu Xiaoming, un fotografo figlio di un alto quadro del partito. Il caso diventa dunque ben presto politico, mentre per il Commissario Chen è l'occasione di una riflessione anche molto personale sulla propria vita e sulle sue prospettive, nonché di un confronto con alcune figure che hanno avuto un significato nel suo passato.
Questo primo romanzo di Xiaolong ci racconta anche le origini dell'amicizia con l'assistente Yu, inizialmente ostile nei confronti di Chen che lo ha scavalcato nell'ottenere un alloggio, e ci introduce alle passioni del commissario, principalmente la poesia (Chen è anche un poeta modernista) e il cibo (il commissario è anche un buongustaio). In questo libro veniamo anche a conoscenza delle passioni private di Chen Cao e della sua sensibilità al fascino femminile che però - con grande disappunto della madre - non si traduce in una relazione stabile e dunque in un matrimonio.
Come nell'altro romanzo che avevo letto, il giallo - pure interessante - non è l'aspetto di punta dei libri di Xiaolong, che piaceranno soprattutto a chi ha curiosità per la società cinese e vuole davvero capirne di più di questo mondo così affascinante e inquietante al contempo.
Voto: 4/5
domenica 16 settembre 2018
Corniche Kennedy / Maylis de Kerangal
Non siamo alle vette di Riparare i viventi, romanzo che consiglio a tutti di leggere. Però Maylis de Kerangal si conferma una scrittrice di grandi qualità e talento.
Qui siamo sulla Corniche Kennedy, la strada che si snoda, costeggiando i calanchi, tra la città di Marsiglia e le rocce che scendono a picco sul mare. Su una piattaforma che si apre tra le rocce sotto la Corniche si dà appuntamento ogni giorno un gruppo di ragazzi dai 13 ai 17 anni, che trascorre qui il suo tempo tra chiacchiere, giochi di seduzioni e sfide nei tuffi dai punti più alti della scogliera.
Questi ragazzi arrivano quasi tutti dalle case a nord di Marsiglia, quelle dove abitano i ceti più bassi e gli immigrati algerini di prima e seconda generazione, mentre alle spalle della Corniche, lungo i costoni della collina si ergono le ville dei ricchi circondate da muri e giardini. Su questo versante si trova anche il commissariato di polizia, dove il commissario Sylvestre Opéra osserva i ragazzi con un binocolo.
Alla banda della Corniche si aggrega ben presto Suzanne, una ragazza benestante, che però è attirata da questi ragazzi e soprattutto dalle prospettive di libertà che promettono rispetto all'educazione rigida dalla quale proviene. Ben presto Eddy, il capetto della banda, Mario, il più piccolo e intraprendente, e Suzanne formeranno un trio inseparabile che non ha timore di saltare dal punto più alto del promontorio, quello che i ragazzi chiamano il Face to Face.
La storia di questo gruppo di adolescenti che ama il rischio e si prende gioco di chiunque si intreccerà con quella del commissario che ha un nodo irrisolto nel suo passato e al contempo deve fronteggiare il traffico di droga sulle coste di Marsiglia.
Il libro della de Kerangal è stilisticamente molto affascinante: sebbene la scrittura sia complessivamente piuttosto enfatica e sovrabbondante, la capacità dell'autrice di rappresentare in forma quasi visiva attraverso le parole le situazioni che racconta (bellissima ad esempio la scena del tuffo notturno) è davvero notevole.
Sul piano invece strettamente narrativo mi sembra che Corniche Kennedy sia un libro eminentemente corale, in cui l'approfondimento della storia, della personalità e delle motivazioni dei singoli resti un po' in secondo piano. Persino i personaggi principali, Eddy, Mario, Suzanne e il Commissario ci restano in qualche modo estranei, perché non ne comprendiamo perfettamente i caratteri e le spinte più profonde.
Sarà anche per questo che il finale del libro - dopo l'attesa creata dal ritmo incalzante della prosa della de Kerangal - risulta un po' deludente e non del tutto congruo.
Certamente però l'immagine complessiva di questa adolescenza selvaggia e confusa che butta l'occhio sul mondo adulto resta abbacinante e fascinosa.
Voto: 3,5/5
lunedì 23 luglio 2018
La canzone del ritorno/ David Trueba
L'idea di leggere questo libro è nata quando ero andata al festival del cinema spagnolo a vedere il film di maggior successo di Trueba, Vivir es facil con los ojos cerrados. E lì c'era Trueba in persona venuto a presentare il suo libro da poco uscito in Italia, La canzone del ritorno, che in originale si chiama Tierra de Campos (e chi legge il libro capirà perché).
Trueba mi aveva incuriosito e affascinato per il suo modo di parlare e così avevo messo il libro in cima alla mia lista dei desideri. Quando stavo per partire per la mia vacanza in bicicletta ho deciso che era il libro perfetto da portare con me. E non mi sbagliavo.
Il libro di Trueba racconta la storia di Dani Mosca - nome d'arte di un cantante di mezza età, separato da Kei, una donna giapponese, padre di due figli, con un discreto successo alle spalle - il quale decide, a un anno dalla morte del padre, di portare la sua salma al paese natale per seppellirla lì.
Il viaggio verso il paese del padre (dove lui ha trascorso solo qualche estate) e la festa organizzata dai compaesani per il suo arrivo saranno l'occasione di numerosi flashback sulla sua vita, non necessariamente raccontati in ordine cronologico ma seguendo il flusso dei ricordi.
Vedremo così la vita di quest'uomo e delle persone che lo hanno circondato scorrerci davanti agli occhi: la storia di suo padre e sua madre, il suo rapporto con i genitori, la passione per la musica e il modo in cui la musica è diventata un lavoro, gli amici - da quelli storici come Gus e Animal con cui mette su la band a quelli arrivati più avanti nella vita -, gli amori, da quelli infantili a quelli della giovinezza e dell'età adulta, in particolare Oliva e Kei, i tradimenti, le delusioni, le rivelazioni. La vita insomma con tutto quello che porta con sé e tutte le riflessioni che accompagnano le sue varie età.
Non a caso la narrazione si articola come un disco 45 giri, in un lato A e un lato B che sostanzialmente corrispondono alle fasi diciamo così ascendente e discendente dell'esistenza, senza però che ciò abbia una connotazione necessariamente negativa perché l'esperienza e il suo corso aiutano a ridimensionare molte cose e dunque anche a prendere la quotidianità con maggiore filosofia.
Nel libro di Trueba si respira un acutissimo amore per la vita, non solo per la felicità che porta con sé ma anche e soprattutto per la sorprendente varietà dell'esistenza con tutto quello che di positivo e negativo implica.
Dani Mosca non pretende di raccontare una storia universale, bensì la propria storia che in quanto tale è unica. E però in essa a più riprese riconosciamo i tratti comuni dell'umanità, quelli che per tutti diventano più chiari e riconoscibili soprattutto nel lato B della vita.
In questo senso La canzone del ritorno è probabilmente un libro soprattutto da 40-50enni, un libro di bilanci, quelli tipici del momento in cui si è superata la metà della propria esistenza.
E però quello di Trueba - pur essendo inevitabilmente venato di malinconia - è soprattutto un racconto ironico e autoironico, finalizzato a celebrare la bellezza della vita anche nella sua instabilità e nelle sue tristezze. Una specie di immenso grazie per aver avuto la possibilità di fare questo passaggio chiamato vita su questa terra.
Voto: 4/5



















