Middle England / Jonathan Coe; trad. di Mariagiulia Castagnone. Milano: Feltrinelli, 2018.
In occasione di una vacanza nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, decido di immergermi nella lettura di Middle England, il romanzo scritto da Jonathan Coe dopo il referendum sulla Brexit del 2016 e le cui vicende coprono un periodo che va dal 2010 al 2017.
Coe riparte da alcuni dei personaggi del suo famoso romanzo La banda dei brocchi, in particolare i due fratelli Benjamin e Lois, per raccontare una nuova fase della storia inglese, caratterizzata da una temperie politica e sociale molto particolare.
In questo nuovo romanzo seguiamo le vicende non solo di Benjamin, che si è ritirato a vivere in una casa di campagna e sta tentando di scrivere il suo primo romanzo, e di Lois, che è sposata senza amore e avendo in parte rinunciato ai suoi sogni, ma anche quelle di numerosi altri personaggi: Doug, giornalista politico in crisi, con un rapporto complicato con sua figlia Coriander, radicalizzata a sinistra; Sophie, la figlia di Lois e nipote di Ben, che sta tentando la carriera accademica e intanto cerca la sua strada sentimentale; Charles, un amico di Benjamin, che la vita sta mettendo a dura prova; Sohan, amico gay londinese di Sophie; e molti altri.
Ognuno di loro rappresenta un punto di vista e una sfaccettatura, sul piano umano, sociale e politico, del complesso puzzle rappresentato dall’Inghilterra in quel momento storico, un paese non solo e non tanto spaccato tra conservatori e liberali, ma ostaggio di crisi economica, recriminazioni, cinismo, radicalizzazione, processi identitari, conflitti generazionali, esasperazioni da social, inconsistenza della politica.
Oltre ad essere una lettura gradevole, animata da personaggi vividi e sufficientemente complessi, resi tali anche grazie alle capacità di scrittura di Coe, la cosa sorprendente è che questo libro, scritto e pubblicato nel 2018, non solo non appare invecchiato, ma anzi oggi appare ancora più significativo in riferimento al quadro politico e sociale che si è andato delineando nel mondo occidentale nel corso degli ultimi 7-8 anni.
In fondo la vicenda inglese e il suo infausto esito con la Brexit è stato uno dei – forse tanti? – segnali che hanno prefigurato quello che si andava muovendo nelle viscere della popolazione europea (e non solo) e che avrebbe portato, nel corso degli anni successivi, alla diffusione di fenomeni quali il populismo, l’antieuropeismo, la crisi della sinistra, le presunte battaglie morali e identitarie, la rabbia sociale da un lato e l’anestetizzazione da social dall’altro.
Fa dunque una fortissima impressione leggere questo libro oggi, perché ci si accorge non solo che quella fase non è finita, ma che si è estesa temporalmente e geograficamente. E personalmente io non so bene quando e come se ne uscirà. In più, leggere questo romanzo mentre si è fisicamente in Inghilterra e intorno a sé tutto rimanda al mondo che Coe racconta non ha prezzo.
In Middle England ci sono note di speranza e c’è lo spazio per sogni individuali e collettivi. Voglio pensare – sebbene non sia facile – che sia ancora così, o quanto meno è necessario sforzarsi di pensarlo.
Voto: 3,5/5
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mercoledì 26 novembre 2025
domenica 2 agosto 2009
La famiglia Winshaw / Jonathan Coe
La famiglia Winshaw / Jonathan Coe; trad. di Alberto Rollo. Milano, Feltrinelli, 1996.Approfittando della mia ultima vacanza ho ripreso in mano un libro che mi è stato regalato circa una decina di anni fa, ma che non avevo mai avuto voglia di cominciare a leggere, nonostante Jonathan Coe mi piaccia e abbia adorato il suo libro La casa del sonno.
Mi ha convinto il sentore che si trattasse di una saga familiare e invece nel libro ci ho trovato molto molto di più.
In realtà, La famiglia Winshaw è, infatti, il ritratto di un paese, la Gran Bretagna, durante il periodo thatcheriano, e del suo processo di decadimento sociale e morale, ritratto che non riconosciamo come desueto, ma assolutamente e tristemente attuale.
Sul piano letterario, il romanzo riesce a tenere il lettore incollato alle pagine, grazie a una struttura narrativa in cui si intersecano passato e presente, e in cui i ritratti dei personaggi e gli eventi sono messi in connessione da indizi che l'autore lascia qua e là consentendo al lettore di riallacciare i pezzi della storia. Anche dal punto di vista dei generi, il romanzo ne propone diversi, presentandosi a tratti come romanzo biografico, a tratti storico, nonché thriller, horror e saga di costume.
Numerosissime le citazioni letterarie e cinematografiche: è la scena di un film a fare da filo conduttore alla storia e il titolo originale What a carve up! non è altro che il titolo di quel film (in italiano Sette allegri cadaveri).
Le invenzioni non mancano e il quadro complessivo tiene fino in fondo.
E Coe riesce a rappresentare, attraverso i Winshaw, che nel giro di un paio di generazioni conquistano tutte le posizioni di potere (politica, economia, media, sistema bancario ecc.), la degradazione di ogni valore, l'avidità e la ricerca del successo senza alcun tipo di scrupolo, la cui follia sarà il germe dell'autodistruzione.
Durante la lettura del romanzo si ride (e anche molto!), ci si commuove, ci si indigna e, infine, si teme - condotti per mano dall'autore - che non ci sia salvezza né riscatto per alcuno.
Non c'è ottimismo nel libro di Coe, solo catarsi senza gioia. Del resto, il libro non è solo il ritratto dell'epoca thatcheriana, ma quello di una generazione disillusa e disorientata e di un'età, l'età adulta (Coe aveva 34 anni quando pubblicò il romanzo), che segna la fine degli ideali, dei facili entusiasmi e della speranza di futuro.
Peccato che questo libro abbia avuto poco successo in Italia. Credo potrebbe essere ora di riscoprirlo e di riconoscerlo a tutti gli effetti come un grande romanzo.
Voto: 4/5
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