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venerdì 28 febbraio 2025

Spatriati / Mario Desiati

Spatriati / Mario Desiati. Torino: Einaudi, 2021.

Comincio a pensare di non avere un particolare feeling con i vincitori del Premio Strega. A suo tempo avevo comprato e letto con grandi aspettative Il colibrì di Sandro Veronesi e ne ero rimasta profondamente delusa, al punto da decidere di non andare a vedere nemmeno il film.

Con Spatriati partivo da premesse molto più promettenti: il romanzo di uno scrittore pugliese (che viene da Martina Franca, non molto lontano da dove sono nata io) che parla di temi quali il rapporto con le origini, l'identità, la libertà, tutti temi che mi sono cari.

E però alla fine nemmeno la presenza di temi così sensibili per me è riuscita ad appassionarmi al romanzo di Desiati.

Al centro di Spatriati (termine che nel dialetto barese ha un'accezione più ampia e complessa che nell'italiano e che Desiati spiega molto bene) ci sono fondamentalmente due persone, Francesco e Claudia, e in subordine i loro genitori, Elisa e Vincenzo quelli di Francesco, ed Etta ed Enrico quelli di Claudia. L'intera vicenda, che si sviluppa in un arco temporale piuttosto lungo, si svolge sostanzialmente in due luoghi: Martina Franca e Berlino, che sono poi anche i luoghi di Desiati.

I due ragazzi si conoscono a scuola: Francesco sta tendenzialmente in disparte, mentre Claudia è esuberante e anticonformista. I loro destini si incrociano quando si scopre che Enrico ed Elisa, che lavorano insieme in ospedale, sono amanti. Questo lega indissolubilmente anche Francesco e Claudia, e rende il loro rapporto inclassificabile e a suo modo del tutto speciale.

Da qui in poi seguiremo i percorsi divergenti e convergenti dei due: Claudia che non si fa sfuggire l'occasione per andare lontano dal posto dove è nata e, dopo qualche tentativo fallito, trova una sua dimensione a Berlino, dove il suo essere una personalità non convenzionale non rappresenta un'eccezione; Francesco a lungo non si allontana dalla sua terra, per molto tempo non si permette di esprimere pienamente la propria identità, anche perché nasconde persino a sé stesso la propria natura e i propri desideri, ma quando raggiungerà Claudia a Berlino si aprirà a tutto quello che ha tenuto a lungo compresso, sebbene non saprà poi resistere al richiamo delle radici.

Immagino che ci sia parecchio di autobiografico in questo libro di Desiati e non a caso nel libro i dettagli e la verosimiglianza dei luoghi e delle situazioni sono particolarmente curati.

Eppure mentre leggo il libro di Desiati non riesco a non avere l'impressione della finzione, e forse anche, da certi punti di vista, della semplificazione.

E nemmeno posso dire che con lo scrittore pugliese c'è una vera distanza generazionale: lui è del 1977, io del 1973. Non a caso molte delle premesse del libro, del mondo che Desiati racconta li riconosco perfettamente e li conosco molto bene. Però poi il racconto va a cercare un sentire che a me non riesce a togliere la sensazione di un'artificiosità.

Non posso dire di non aver letto gradevolmente il libro - che è scritto molto bene - ma per me non è decollato e temo che mi scivolerà addosso come altre letture di cui serbo ricordi molto frammentari.

Voto: 3/5

lunedì 7 giugno 2021

Due vite / Emanuele Trevi

Due vite / Emanuele Trevi. Vicenza: Neri Pozza, 2021.

«Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l'ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.» (p. 83-84).

Tra la dozzina candidata al Premio Strega di quest'anno ero stata attirata fin da subito dal libro di Emanuele Trevi, anche perché già prima avevo sentito parlare di lui e della sua scrittura, e mi aveva incuriosita.

Ho letto soltanto dopo che il libro contiene i ritratti di due scrittori e intellettuali amici dello stesso Trevi, Pia Pera - che già in parte conoscevo avendo assistito a un reading di Maria Paiato tratto dal libro Al giardino ancora non l'ho detto - e Rocco Carbone, che invece mi era ignoto.

Ho iniziato a leggere il libro un po' titubante, ma dopo le prime pagine ne sono stata letteralmente conquistata.

Due vite è il ricordo commosso e al contempo un omaggio in scrittura che Emanuele Trevi fa a due amici, con cui ha avuto la fortuna di condividere pezzi importanti di vita e di pensiero, ma che ha avuto la sfortuna di perdere troppo presto: Rocco è morto per un incidente in motorino nel 2008 e Pia nel 2016 a causa della SLA.

Ma il libro di Trevi non è solo un ritratto di Pia e Rocco tracciato con pennellate ora leggere ora ricche di materia colorata, bensì anche una riflessione sull'essenza più profonda dell'amicizia, con tutte le mille sfumature che la caratterizzano, nonché uno svelamento del modo di essere dello stesso Trevi e del suo sguardo sulla vita e sul mondo.

La citazione in apertura è tra quelle - invero numerose - che mi hanno colpito di più: Trevi riesce a esprimere con parole luminose e risolte qualcosa di cui personalmente sono convinta, e con cui secondo me ognuno di noi - se non crede in una vita oltre la morte - è costretto prima o dopo a fare i conti.

Due vite è anche una bella occasione per immergersi nella città di Roma e riattraversarne le strade con gli occhi dell'autore e dei suoi amici nei numerosi episodi, scorribande, situazioni che li hanno visti protagonisti.

In conclusione, un libro che - pur raccontando di due persone che non ci sono più - pulsa di vita e di umanità dalla prima all'ultima pagina, non avendo mai paura di mostrare debolezze, rimpianti, sensi di colpa, ma anche l'affetto traboccante di una relazione (anzi di due relazioni) che è stata determinante nel percorso di vita di ciascuno dei protagonisti.

Voto: 4/5

lunedì 19 ottobre 2020

Febbre / Jonathan Bazzi

Febbre
/ Jonathan Bazzi. Roma: Fandango Libri, 2019.

Febbre è un libro integralmente autobiografico. Il protagonista è infatti lo stesso scrittore che ci racconta di come ha scoperto di avere l’HIV e delle sue reazioni fisiche e psicologiche al fatto di essere sieropositivo. La scoperta diventa per Bazzi la lente di ingrandimento attraverso cui rileggere la sua intera esistenza e la cartina di tornasole per poterla valutare nella giusta prospettiva: in questa rilettura, oggetto di osservazione sono il rapporto con i suoi genitori, sposatisi troppo presto e separatisi altrettanto presto, la sua omosessualità, le amicizie e le non amicizie, le esperienze scolastiche, la relazione con i nonni materni e paterni e gli altri familiari, il sesso, gli amori, le ossessioni, le passioni.

Il romanzo è costruito in maniera ordinatamente simmetrica: si alternano infatti un capitolo che racconta il passato prossimo fino al presente, dall’insorgere della febbre alla scoperta della sieropositività, dalla non accettazione alla pacificazione del presente, e un capitolo di ricordi che iniziano dall’infanzia per poi dipanarsi in tutte le successive fasi della vita, fino al momento immediatamente precedente all’arrivo della febbre, che ricongiunge idealmente i ricordi con l’inizio del libro.

Quella di Bazzi è una specie di confessione a cuore aperto, un flusso di coscienza, frutto della necessità di fare pulizia dentro di sé, di liberarsi delle proprie ossessioni, di scoperchiare tutto quanto viene normalmente passato sotto silenzio. Bazzi lo fa in maniera quasi sfrontata, senza sconti per nessuno e soprattutto per sé stesso, mettendosi a nudo nelle proprie debolezze e idiosincrasie, in maniera intelligente e ironica, trasformando tutto quello che potrebbe essere oggetto di giudizio moralistico da parte dei benpensanti in parte integrante della vita di un individuo, momenti della crescita che per ognuno di noi ha sfumature e modalità differenti.

Per tutti questi motivi il libro di Bazzi appare sincero e fresco, una boccata di ossigeno in una letteratura italiana contemporanea che spesso dà la sensazione di essere molto artefatta e costruita a tavolino.

Certo, come sempre accade per ogni opera prima - soprattutto nel caso in cui si tratta di un'autobiografia -, si tratta di capire che direzione prenderà la scrittura di Bazzi e se il giovane autore riuscirà a trovare altri terreni di scrittura fertili, al di là e a integrazione della propria esperienza soggettiva.

Già in questo primo lavoro osservo che gli ultimi capitoli sembrano rotolare troppo precipitosamente su un piano che si è fatto improvvisamente molto inclinato, producendo la non proprio gradevole sensazione che a un certo punto - esaurito il tema centrale del racconto e constatato il ritorno alla normalità - l'autore non sapesse come dare una degna conclusione alla sua storia e sentisse principalmente il bisogno di chiudere.

Ciò detto, tra i libri da me letti tra quelli candidati quest'anno al Premio Strega (Veronesi, Missiroli), Febbre è sicuramente quello che ho trovato più pregnante, originale e capace di andare al di là degli stilemi più abusati, aprendo un varco sincero nella vita di un individuo e - grazie a questa sincerità - parlando di temi anche scomodi a un pubblico il più ampio possibile.

Voto: 3,5/5

giovedì 18 giugno 2020

Il colibrì / Sandro Veronesi

Il colibrì / Sandro Veronesi. Milano: La nave di Teseo, 2019.

Non avevo mai letto nulla di Sandro Veronesi, ma dopo il suggerimento entusiastico del mio amico M. e la lettura di recensioni altrettanto entusiastiche (anche da parte di personaggi significativi del mondo intellettuale italiano) ho deciso di avvicinarmi al suo ultimo romanzo, Il colibrì, candidato al Premio Strega 2020.

La storia è quella di Marco Carrera, un uomo di cui il narratore ricostruisce la vita andando avanti e indietro nel tempo dall’infanzia fino alla morte, e affidando in parte questo racconto alle parole dello stesso protagonista, sia attraverso le lettere ch’egli scrive alla donna amata, Luisa Lattes, che al fratello Giacomo, sia attraverso i dialoghi con gli altri personaggi, in particolare lo psicoterapeuta Carradori.

L’arco temporale in cui si sviluppa il racconto va dagli anni Settanta fino a oltre il 2030, ma – come già detto – il racconto non è lineare, bensì - mescolando le vicende e le testimonianze - l’autore trasforma la vita di Carrera quasi in un “piccolo giallo” di cui siamo chiamati a riconoscere i momenti topici e gli snodi principali, nonché a intuire gli eventi connettendo i pezzi del racconto.

Questa storia individuale è costellata di molti dolori e perdite, ma il protagonista dimostra ogni volta una resilienza che gli permette di non crollare, fino a individuare nella sua nipotina Miraijin (letteralmente “uomo nuovo”) il vero scopo della sua vita, l’eredità genetica da tramandare a un futuro in cui le nuove generazioni sapranno superare i limiti del passato e portare a compimento le promesse mancate.

Che dire? Dal punto di vista narrativo la figura di Marco Carrera e il suo modo di interpretare la vita e di darle un significato cercandone uno scopo futuro attraverso la propria eredità genetica è quanto di più lontano ci sia dalla mia visione dell’esistenza, e quindi personalmente non sono riuscita minimamente a empatizzare con il protagonista. In generale, ho trovato la vicenda umana di Carrera tutto sommato poco realistica e a tratti scarsamente credibile e mi è rimasta addosso fortissima la sensazione che sia stata concepita totalmente a tavolino. L’ultima parte in particolare - in cui emerge l’utopia del futuro legata alla figura quasi messianica di Miaijin – mi ha addirittura quasi infastidita, perché mi sono sinceramente sentita un po’ presa in giro.

A questo si aggiunga lo stile di scrittura che alterna mimesi del parlato, anche al di fuori dei dialoghi, all’utilizzo di termini forbiti, in maniera secondo me del tutto gratuita. Il risultato è una scrittura scorrevole e piana (il libro si legge in pochissimo tempo), ma dal mio punto di vista per niente evocativa. All’ultima pagina mi sembra che il libro mi abbia lasciato addosso solo una sensazione di fastidio, per un’operazione che non sono riuscita a sentire autentica e che invece ho percepito come un po’ ruffiana e costruita.

Poi, è chiaro, io non sono nessuno, e il libro invece è un candidato al Premio Strega. Però a me non è piaciuto e se questo è il meglio che la letteratura italiana può offrire sono sinceramente preoccupata.

Voto: 2,5/5

sabato 7 marzo 2020

La ferocia / Nicola Lagioia

La ferocia / Nicola Lagioia. Torino: Einaudi, 2014.

Avevo comprato il romanzo di Nicola Lagioia diversi anni fa, non molto dopo la sua uscita e il suo trionfo al Premio Strega. Ma non era stato il successo del romanzo ad attirarmi verso di esso, bensì la mia contiguità geografica alla sua ambientazione (è ambientato nella zona di Bari e dintorni, soprattutto il sud barese) e cronologica al suo autore (Lagioia, oltre a essere barese come me, è nato come me nel 1973).

In realtà devo confessare che avevo già tentato di iniziarne la lettura poco dopo averlo comprato, ma in quel momento l’avevo trovato respingente e l’avevo abbandonato. Adesso evidentemente era arrivato il momento opportuno per affrontare questa storia nerissima, il cui titolo rende perfettamente la tensione emotiva che attraversa la narrazione e le relazioni tra i suoi personaggi.

La storia è quella della famiglia Salvemini, il cui capofamiglia Vittorio è un immobiliarista di grande successo e fortuna che nella vita ha sempre dovuto accettare molti compromessi e che si trova ad affrontare un grosso rischio per la sua impresa in relazione alla costruzione di un complesso turistico-residenziale nella zona del Gargano. Il romanzo però inizia con un altro evento dirompente: la figlia Clara che cammina nuda per la statale coperta di sangue e viene poi ritrovata morta ai piedi di un autosilo, suicida secondo il rapporto del medico legale.

Di qui si dipanano i fili della complessa vicenda di questa famiglia, che oltre a Vittorio e Clara è formata da Annamaria, la moglie di Vittorio, il figlio maggiore Ruggero, primario oncologo in una famosa clinica pugliese, il fratellastro Michele, nato da una relazione extraconiugabile di Vittorio, e la sorella più piccola Gioia.

Fin dalle prime pagine è evidente che dietro la morte di Clara si nascondono verità impronunciabili e vicende complesse che intrecciano le sorti di molte persone. Lagioia ricostruisce queste verità e vicende andando avanti e indietro nel tempo, e cambiando ripetutamente il punto di vista della narrazione, allestendo un puzzle che sta al lettore a poco a poco ricostruire. Ed esattamente come accade quando si fanno i puzzle, quando ci si avvicina alla fine e mancano pochi pezzi a comporre la figura intera ci si fa prendere da una febbre che spinge a continuare fino a mettere la parola fine.

Tutto questo accade anche se attraversare le pagine de La ferocia è doloroso ed emotivamente molto impegnativo, perché le miserie, le colpe, le omissioni di cui straripa questo romanzo sembrano non lasciare scampo e tracimare al di fuori delle sue pagine inondando anche la nostra vita.

Al centro di questa storia c’è il rapporto speciale e a suo modo esclusivo tra Clara e il suo fratellastro Michele: quest’ultimo, la cui madre è morta dandolo alla luce e che non si è mai sentito veramente accolto dai Salvemini, è un ragazzo dotato e disturbato al contempo; lei, Clara, è una ragazza molto bella e magnetica, non le manca nulla e può avere tutti ai suoi piedi, ma un giorno – come una rivelazione – percepisce il dolore di Michele e lo fa proprio, o meglio ne fa la cassa di risonanza del proprio.

I due vivono un momento di straordinaria connessione emotiva, quasi di amore, ma verranno separati: Michele andrà prima a fare il militare ad Avellino, poi ricoverato in una clinica psichiatrica, poi mandato a vivere a Roma, Clara dovrà gestire il vuoto e lo riempirà trasformandosi in una specie di femme fatale dolente e quasi inconsapevole, fino a imboccare una china autodistruttiva che la porterà alla morte.

Ma nel libro di Lagioia non esiste una linea netta di demarcazione tra buoni e cattivi, tra colpevoli e innocenti, bensì solo gradi diversi di colpevolezza all’interno di un universo familiare e sociale in cui l’umanità stessa sembra venuta meno, e l’unico modo per sopravvivere è diventare impermeabili al dolore e a qualunque sentimento di compassione.

Persino l’estremo gesto di Michele che vorrebbe vendicare la morte di sua sorella in fondo non è altro che il tentativo estremo di togliere quel mattone portante che fa crollare l’edificio su di lui e su tutti gli altri, sperando di segnare un punto zero di rinascita, ma sapendo anche che dal male e dal marciume non può che nascere altro male e altro marciume in una spirale infinita.

Un romanzo disperato e disperante, in cui l’angoscia è il principale compagno di viaggio, ma che forse proprio in questo mostra i suoi limiti, ossia nel trasformare il mondo esterno in una proiezione di un pessimismo interiore e di una visione negativa del mondo, che nel loro essere estremi finiscono per risultare a tratti eccessivi. Ciò però non ridimensiona l’effetto devastantemente potente che la scrittura di Lagioia è in grado di produrre nel lettore ignaro che spera di incontrare qualche elemento di luce e di ottimismo, ma che in questa speranza è destinato a essere costantemente deluso, picconato dal cuore nero di questo romanzo.

Voto: 3,5/5

lunedì 18 marzo 2019

Fedeltà / Marco Missiroli

Fedeltà / Marco Missiroli. Torino: Einaudi, 2019.

Ho comprato il libro di Marco Missiroli praticamente appena uscito e ho iniziato a leggerlo poco dopo. Di lui mi era piaciuto moltissimo Atti osceni in luogo privato e avevo apprezzato anche Senza coda, cosicché ero impaziente di tuffarmi in questa nuova storia, che da più parti avevo letto essere il suo romanzo della maturità, e scopro l'altro ieri già finalista al Premio Strega.

Ebbene, sarà sempre perché le aspettative fanno brutti scherzi, ma il romanzo mi ha deluso. E qui provo a spiegare anche perché, tanto più che in giro si leggono diverse critiche molto positive (il che potrebbe anche voler dire che la mia lettura è stata in qualche modo condizionata).

I protagonisti di Fedeltà sono principalmente due, Carlo e Margherita, che sono marito e moglie: il primo è uno scrittore mancato, un professore giunto alla cattedra grazie al padre, e un redattore di guide turistiche per sbarcare il lunario; la seconda è un'architetta che però si è trovata infine a gestire un'agenzia immobiliare. La loro storia funziona e l'intesa ancora dura dopo diversi anni insieme, anche se Missiroli li mette sotto la lente di ingrandimento in un momento in cui entrambi sono inquieti e sentono affiorare un desiderio di apertura a qualcosa di diverso.

Carlo è stato sorpreso nel bagno con una sua studentessa, Sofia, ma i due hanno detto a tutti che si è trattato di un malinteso e che il professore stava solo soccorrendo l'allieva che si era sentita male.

Margherita si sta facendo curare una pubalgia da Andrea e non può fare a meno di sentire il desiderio che le mani del giovane vadano oltre la fisioterapia.

La figura che in qualche modo supervisiona su tutto questo e di cui sia Carlo che Margherita cercano la confidenza è Anna, la mamma di quest'ultima, che ha fatto la sarta per tutta la vita ed è rimasta vedova dopo la morte di suo marito ferroviere. Una donna di un'altra generazione, che anche di fronte al dubbio è in grado di attingere alle proprie risorse emotive e al proprio bagaglio di convincimenti.

Come ha detto qualcuno, Anna è il personaggio più intenso del romanzo di Missiroli, e nella seconda parte del libro, quella che si svolge nove anni dopo, quando Carlo e Margherita si sono trasferiti in una nuova casa e hanno un figlio, Lorenzo, diventa la vera protagonista, il motore immobile del racconto.

E, personalmente, se devo salvare il libro lo salvo principalmente per il personaggio di Anna.

Gli altri personaggi intorno infatti mi sono sembrati decisamente meno convincenti: pochissimo convincenti personaggi in certa misura secondari, come Sofia, che torna a Rimini a lavorare nella ferramenta del padre, e Andrea, che è pericolosamente attirato dai combattimenti dei cani e dai fight club e, dopo alcune relazioni più o meno passeggere o fallimentari, sceglie di vivere la propria omosessualità con Giorgio. Non so se è perché appartengono a una generazione che conosco meno, ma a me sono sembrati poco approfonditi dal punto di vista psicologico e nel complesso poco credibili.

Alla fine anche con Carlo e Margherita ci sono entrata pochissimo in sintonia, e in questo loro perenne senso di precarietà e incertezza, bisogno di altro senza capire bene di cosa, inquietudine e ricerca incessante, non sono riuscita a volergli bene. Intuisco che Missiroli voglia rappresentare attraverso di loro una specifica generazione (i personaggi hanno circa 35 anni nella prima metà del romanzo e 44 nella seconda metà), ma non mi è chiaro se questa generazione non è la mia o se sono io che in qualche modo le sono in parte estranea. A me durante la lettura - più che sentir parlare di una generazione - mi è sembrato di vedere rappresentata una specie di crisi di mezza età il cui esito mi è risultato peraltro consolatorio: sperimentare e cercare spiragli di novità e di libertà per poi ripristinare gli equilibri, come se gli equilibri fossero la normalità e non fosse invece vero esattamente il contrario.

Anche i numerosi riferimenti alla nostra contemporaneità social - soprattutto se sommati a questi per me improbabili richiami ad ambienti marginali come quelli dei fight club e dei combattimenti dei cani - mi sono sembrati più un modo di apparire contemporanei che il prodotto naturale della narrazione.

In generale, e forse è questo l'aspetto che mi ha infastidito e turbato di più, è quella forte sensazione di artificiosità che secondo me - a parte che per il personaggio di Anna - pervade il romanzo, in cui vicende e personaggi appaiono un po' scritti a tavolino.

Ne risente secondo me anche la scrittura di Missiroli, una scrittura che resta di qualità e letterariamente di spessore, ma che - nel tentativo di mantenere fede alla scelta di creare delle transizioni morbide e delle forme di continuità tra i personaggi slittando la narrazione dall'uno all'altro grazie a degli elementi di connessione (un gesto, una parola che si ripetono) - si fa un po' costruita e poco spontanea. Personalmente ho poco gradito anche gli inserti che descrivono amplessi e atti sessuali vissuti o immaginati e che utilizzano un linguaggio esplicito, al limite del volgare; e il punto per me non è certo l'imbarazzo o il moralismo, che su questo fronte non mi appartengono, ma la sostanziale gratuità - a mio modesto parere - di questa scelta.

Poi magari Fedeltà vincerà il Premio Strega e tutti lo elogeranno, mentre io rimarrò la dilettante che non ha capito nulla, ma alla fine non me ne preoccupo. Proprio il fatto di non essere una professionista della critica letteraria mi consente delle libertà e magari anche delle figuracce che altri non potrebbero permettersi.

Voto: 2,5/5

mercoledì 2 agosto 2017

La più amata / Teresa Ciabatti

La più amata / Teresa Ciabatti. Milano: Mondadori, 2017.

Non avevo intenzione di leggere La più amata, il romanzo di Teresa Ciabatti candidato al Premio Strega, perché tutto quello che è sulla bocca di tutti mi determina una snobistica presa di distanza. Almeno per un po'.

In questo caso però quando A. mi consiglia di leggerlo e mi dice che probabilmente mi piacerà, decido che ci provo perché di lei mi fido.

Ed eccomi qua, in una giornata di mezza vacanza in cui sono su un treno che mi porterà in Toscana per il weekend, inizio a leggere questo libro e la stessa sera, prima di spegnere la luce e andare a dormire, l'avrò finito.

Questo già dice una cosa. La lettura del libro di Teresa Ciabatti è decisamente appassionante. C'è qualcosa nel suo modo di scrivere e raccontare, la forma della scrittura e il suo andamento, che conquista e tiene incollati alle pagine.

Come ci dice il risguardo di copertina, quella che leggiamo è una auto fiction, e probabilmente è proprio questo a creare un gioco stimolante tra autrice e lettore. La protagonista è Teresa Ciabatti, una donna ormai quarantaquattrenne che ha deciso di scoprire la storia della sua famiglia e soprattutto cosa si nasconde dietro la figura di suo padre, il Professore, primario potente e riverito all'Ospedale di Orbetello.

Teresa ci fornisce una serie di dati e dettagli che collocano ciascuno dei personaggi raccontati dentro i confini della realtà e della storia con la S maiuscola. A questi dati si mescolano però i ricordi e le ricostruzioni di Teresa nel suo tentativo di dare un senso ai punti oscuri della vicenda della sua famiglia e anche per comprendere meglio se stessa.

Il racconto si fa dunque più appassionante di un giallo man mano che dietro la vita di una famiglia benestante ma normale emerge la rete dei legami del Professore con il mondo della massoneria e della politica. A casa Ciabatti sfilano molti dei personaggio che hanno fatto - nel bene e nel male - la storia dell'Italia nella seconda metà del Novecento. O almeno questo è quanto sembra emergere dalla memoria e dalle indagini di Teresa.

Ma cosa è vero e cosa romanzato o totalmente inventato della storia dei Ciabatti? E Teresa è davvero la ragazzina viziatissima, piena di sé e alla fine disadattata e anaffettiva che emerge dalle pagine del romanzo? Se accade spesso durante la lettura di un romanzo di chiedersi quanto c'è di autobiografico nella narrazione, qui - e per volontà della stessa scrittrice - la domanda è opposta: cosa c'è di falso in quello che leggiamo e che appare fortemente verosimile e realistico?

A dire la verità, Teresa Ciabatti mentre scrive in prima persona, è molto attenta a non dare certezze su tutto quello per cui certezze non ce ne sono.

Cosicché il mistero della vita del Professore e della storia della sua famiglia rimarrà parzialmente un mistero anche per Teresa, e noi lettori al termine dell'ultima pagina non potremo fare a meno di chiederci se e quanto ci siamo fatti prendere in giro da questa donna capricciosa e abituata a ottenere tutto. Anche la nostra completa attenzione.

Voto: 3,5/5

lunedì 14 luglio 2014

La vita in tempo di pace / Francesco Pecoraro

La vita in tempo di pace / Francesco Pecoraro. Milano: Ponte alle Grazie, 2013.

Tutto cominciò il giorno in cui G. mise davanti a me e a V. due libri finalisti del Premio Strega (quello di Catozzella e quello appunto di Pecoraro) e ci disse: “decidete tra voi quale prendervi”. Data una rapida occhiata alla quarta di copertina entrambe volevamo quello di Pecoraro, fino a che – dopo un po’ di simpatico battibecco – la più mite V. si risolse a prendere quello di Catozzella (che poi ha vinto il Premio Strega Giovani e che alla fine pare le sia piaciuto molto).

Io ci ho messo un po’ di più a decidermi a prendere in mano questo voluminoso libro, ma alla fine – grazie alla vacanza in bicicletta – l’ho divorato in meno di una decina di giorni.

Solo quando stavo ormai per concluderne la lettura mi sono accorta che il romanzo di Pecoraro ha suscitato un acceso dibattito. Molti critici l’hanno accolto con grande favore, qualcuno ha gridato al capolavoro, ma non sono ovviamente mancate neppure le voci critiche (si veda a titolo esemplificativo qui e qui).

E tutto sommato è stato meglio evitare qualunque tipo di condizionamento. Perché a leggere certe critiche coltissime e capaci di fare appello all’intera storia della letteratura per spiegare il fenomeno Pecoraro avrei poi avuto delle difficoltà a formulare i miei pensieri certamente troppo semplici e banali in merito al volume.

Il primo impatto con questo romanzo non è stato affatto facile; l’ho trovato infatti fortemente respingente dal punto di vista stilistico, cosicché prima di poter seriamente concentrarmi sui contenuti ho dovuto superare un certo fastidio per lo stile. Un uso sovrabbondante di puntini di sospensione, il vezzo di utilizzare in certi casi la & commerciale per unire due concetti, o addirittura la et latina, la presenza di un numero esagerato di maiuscole legato anche alla scelta di non nominare persone o luoghi che in qualche modo si configurino come istituzioni con i loro nomi propri ma con il termine astratto in maiuscolo (Padre, Madre, Città di Dio, Sorella Grande, Storia del Mondo, Peccato Mortale, Città di Mare ecc.).

Una volta accettate – seppure non di buon grado – queste scelte stilistiche, finalmente mi sono fatta trascinare nell’universo profondamente nichilista di Pecoraro. La struttura narrativa del romanzo è accattivante: esso racconta infatti una giornata decisiva della vita di Ivo Brandani (il protagonista ormai quasi settantenne) all’aeroporto di Sharm El-Shaik, in attesa dell’aereo che lo riporterà a Roma. Questa giornata scandita in capitoli i cui titoli fanno riferimento all’ora da cui il racconto riprende è inframmezzata da altri capitoli che raccontano – senza alcun rispetto per l’ordine cronologico – fasi, episodi, situazioni passate della vita di Ivo che a poco a poco ci consentono di farci un’idea di questo personaggio e di ricostruire il puzzle della sua esistenza, senza riuscire veramente a completarlo del tutto.

Sul piano narrativo mi è tornata alla mente La versione di Barney, un flusso di pensieri, di ricordi, di coscienza che inonda le pagine del volume. Rispetto al personaggio di Richler, però, quello di Pecoraro manca di quell’ironia, di quell’approccio scanzonato alla vita che ne illumina anche le pagine più tristi e si prende gioco del politicamente corretto.

La “versione” di Ivo è profondamente cupa, senza via d’uscita per sé, per la società, per l’universo intero, tutti “inesorabilmente” (come Ivo ripete in continuazione quando da ragazzino scopre il significato di questa parola) destinati al declino, alla sconfitta, se non addirittura alla catastrofe.

Ivo è un perdente, sia che provi a ribellarsi al suo destino e ad affrontare le avversità finendone schiacciato e sopraffatto, sia che ne assecondi il flusso rimanendone travolto. Ma la sconfitta di Ivo non è altro che la sconfitta di un’intera generazione che non ha avuto una guerra da combattere e che è cresciuta immatura e contraddittoria. E forse è la sconfitta dell’umanità intera che ha fatto scempio della bellezza, della natura, dell’ordine naturale delle cose nel nome della ricchezza e di un presunto progresso.

In questo percorso di autodistruzione, di cui – come Ivo si rammarica – la sua generazione non vedrà neppure la conclusione, ma solo un logorarsi più o meno rapido del mondo circostante, una parte significativa l’ha svolto il pretestuoso tentativo di dare un significato politico e filosofico alle azioni personali e collettive.

Il racconto degli anni dell’università in pieno Sessantotto richiama alla mente certe pagine del volume vincitore dello Strega, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, contiene certe stesse componenti di critica e di autocritica relative a una stagione che ha segnato tale generazione. Ma mentre Piccolo tratteggia la possibilità di chiudere con un certo passato e di superare lo snobismo e l’autoreferenzialità di certe forme di pensiero, Pecoraro attraverso Ivo Brandani non lascia spazio ad alcuna illusione, mettendo in connessione i fallimenti di una stagione, di un gruppo di persone, di un certo approccio ideologico con l’immutabilità e la ripetitività della natura umana che in qualche modo produce inevitabilmente determinati esiti nefasti, che si accumulano l’uno sull’altro in una folle corsa verso il baratro.

L’Estate come utopia piuttosto che come stagione - cui Ivo si aggrappa fin da piccolo sperando nella possibilità di un’esistenza alternativa - è solo una parentesi che sta lì a ricordarci che tutto ha una fine.

Un libro potente quello di Pecoraro, illuminante in alcuni passaggi, certamente meno consolatorio di quello di Piccolo, ma assolutamente sconsigliato a chi ha bisogno di un po’ di ottimismo e di speranza per continuare a dare un senso al proprio agire quotidiano.

Voto: 3,5/5