Remake del film sci-fi sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, l’ultimo lavoro di Yorgos Lanthimos sembra proseguire senza soluzione di continuità quanto iniziato con Kinds of kindness: ancora Emma Stone e Jesse Plemons al centro della narrazione, stesse location e stesse scelte estetiche, e per certi versi tematiche non dissimili, e comunque in linea con il suo gusto per il paradosso.
Il titolo del film, Bugonia, è una parola greca che viene da un episodio delle Georgiche di Virgilio che racconta come dalla carcassa di un bue morto nasca nuova vita sotto forma di uno sciame di api.
E non a caso, al centro del film di Lanthimos, c’è Teddy Gatz (Jesse Plemons) che vive, insieme a suo cugino autistico Don (Aidan Delbis), in una casa isolata in Georgia e con lui gestisce appunto un allevamento di api. Teddy, che ha una storia familiare e personale alle spalle non certo semplice, vive in uno stato di folle paranoia, alimentato da teorie complottiste su cui fa instancabili ricerche, secondo le quali una specie aliena, gli andromediani, si sarebbero mescolati agli umani per farli estinguere, esattamente come sta accadendo con le api.
In questa sua paranoia Teddy è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), dirigente di una grossa multinazionale, sia un’aliena e decide di rapirla per costringerla a rivelare la verità. È così che nel basement della casa inizia questo confronto a due tra Teddy e Michelle, l’uno sempre più folle ed estremo, l’altra intenzionata a usare tutte le armi manipolatorie di cui è dotata.
Ne viene fuori una narrazione dall’impianto quasi teatrale in cui i generi e i registri si mescolano e si confondono, dal grottesco al thriller psicologico, dallo splatter al dramma sociale, dallo sci-fi alla violenza improvvisa e quasi gratuita.
Non c’è dubbio che – come altri registi in questo periodo storico – anche Lanthimos abbia voluto e voglia esplorare alcune dimensioni patologiche della contemporaneità, in particolare lo scontro in atto tra visioni sempre più polarizzate e singolarmente indifendibili, ma mi pare che l’approccio del regista greco, almeno in Bugonia, sia più quello del divertissement che quello del film “impegnato” o comunque alla ricerca di un significato specifico, che è poi ciò che vado pensando e dicendo già da un po’ sulla sua cinematografia.
Lanthimos ha fatto scuola con il suo cinema paradossale e grottescamente allegorico (e anche in questo caso trovo azzeccata la straordinaria mossa ironica di nobilitare in qualche modo il complottismo), ma ormai non è più l’unico e forse nemmeno il più originale su questo piano (si veda Good boy, l’ultimo film di Komasa), e soprattutto ha perso un po’ di sostanza, spostandosi sempre di più verso un manierismo di sé stesso che finisce per non convincere più.
Secondo me Lanthimos ha bisogno di dare una sterzata alla sua cinematografia, di trovare nuovi stimoli e nuove strade, anche se potrebbero essere per lui e per il pubblico meno rassicuranti. Io lo aspetto al varco.
Voto: 3/5
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lunedì 24 novembre 2025
venerdì 28 giugno 2024
Kinds of kindness
Ora che con Povere creature! (ma in realtà già con La favorita) Yorgos Lanthimos ha messo al sicuro il suo posto nell'empireo di Hollywood, conquistando il grande pubblico, il regista greco sembra volersi permettere sia di ritornare ad alcune atmosfere proprie dei suoi primi film (e a lavorare con il suo sceneggiatore Efthymis Filippou) sia di utilizzare alcuni di quei registri a scopo di divertissement, anche sfruttando la disponibilità dei grandi attori che ha a disposizione.
E così più o meno contemporaneamente a Povere creature! con lo stesso gruppo di attori (Emma Stone, la sua ormai dichiarata musa, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley, cui qui si aggiungono Hong Chau e Mamoudou Athie) mette in piedi questo film, Kinds of kindness, che in realtà è praticamente la somma di tre mediometraggi, e infatti il tutto dura quasi tre ore.
Matteo Bordone nel suo podcast che ascolto più o meno quotidianamente dice che i tre episodi non hanno un filo conduttore e che sono ciascuno finalizzato a stigmatizzare un fenomeno della vita contemporanea: il servilismo, la paranoia e il settarismo. Pur essendo vero che le tematiche sono quelle citate, personalmente ritengo che il filo conduttore ci sia e non sia soltanto il fantomatico personaggio di R.M.F. che compare in tutti gli episodi, una specie di McGuffin che attraversa il racconto, bensì sia dichiarato fin dai primissimi minuti, quando sui titoli di testa (a partire dalla sequenza di video delle case di produzione che di solito hanno proprie musiche) parte la canzone Sweet dreams degli Eurythmics in cui l'amatissima Annie Lennox a più riprese intona:
Everybody's looking for something
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
Ebbene, secondo me questa strofa è la chiave interpretativa del film che ci mostra in fondo diverse storie di manipolazione e abuso, storie nelle quali - come sempre accade in queste derive patologiche - vittime e carnefici sono legati a doppio filo.
Gli attori che interpretano i vari personaggi nei tre episodi sono sempre gli stessi, e la loro prova attoriale è decisamente di grande livello, per la loro capacità trasformativa che li fa immedesimare in ruoli diversi e spesso opposti, senza che questo stoni agli occhi dello spettatore.
Nel primo episodio Jesse Plemons è lo schiavo di Willem Dafoe, con il quale intrattiene anche una relazione sentimentale. La sua vita ogni giorno viene letteralmente scritta dal padrone che prende tutte le decisioni e chiede al suo servo lo svolgimento di prove sempre più impegnative. Quando il padrone chiede allo schiavo di uccidere un uomo il rapporto va in crisi.
Nel secondo episodio Jesse Plemons è un poliziotto la cui moglie, Emma Stone, è dispersa in seguito a un naufragio. Quando viene ritrovata e torna a casa, il marito comincia a coltivare il dubbio che non sia realmente lei e la sottopone a "prove d'amore" sempre più crudeli ed estreme.
Nel terzo episodio Emma Stone è un'adepta di una setta a capo della quale ci sono Dafoe e Hong Chau, e insieme a Jesse Plemons, ha il compito di individuare una specie di messia donna capace di guarire e resuscitare i morti. L'incontro con il marito e la figlia che il personaggio della Stone ha abbandonato per unirsi alla setta innesca una serie di eventi non senza conseguenze.
Kinds of kindness è tutto fuorché un film gentile: la violenza unita a un'ironia macabra producono un mix a volte insostenibile per lo spettatore, ma devo dire che - abituata agli altri film realizzati da Lanthimos insieme a Filippou - la cosa non mi ha sorpreso più di tanto, anzi per certi versi non ho potuto fare a meno di pensare che Lanthimos è tornato a fare Lanthimos, non solo sul piano della narrazione ma anche delle scelte tecniche (abbandonando i fish eye e le pompose scenografie degli ultimi film, e tornando a uno stile più asciutto e minimal). Pur apprezzando il Lanthimos hollywodiano, ho salutato con favore questo ritorno alle origini, anche se - a pensarci a mente più fredda - è un ritorno solo parziale, com'è normale che sia quando si fa un viaggio in altri territori e inevitabilmente si torna cambiati.
Il vero limite di Kinds of kindness secondo me è la sua natura - nemmeno tanto celata - di divertissement registico, in cui in realtà il regista non ha cose particolarmente originali né particolarmente approfondite da comunicare allo spettatore. Anzi, per certi versi il regista si diverte quasi a spese dello spettatore, sottoposto a tre ore di sostanziale sofferenza dalla quale la risata che scatta inevitabile a più riprese non libera, anzi amplifica il disagio.
Voto: 3,5/5
E così più o meno contemporaneamente a Povere creature! con lo stesso gruppo di attori (Emma Stone, la sua ormai dichiarata musa, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley, cui qui si aggiungono Hong Chau e Mamoudou Athie) mette in piedi questo film, Kinds of kindness, che in realtà è praticamente la somma di tre mediometraggi, e infatti il tutto dura quasi tre ore.
Matteo Bordone nel suo podcast che ascolto più o meno quotidianamente dice che i tre episodi non hanno un filo conduttore e che sono ciascuno finalizzato a stigmatizzare un fenomeno della vita contemporanea: il servilismo, la paranoia e il settarismo. Pur essendo vero che le tematiche sono quelle citate, personalmente ritengo che il filo conduttore ci sia e non sia soltanto il fantomatico personaggio di R.M.F. che compare in tutti gli episodi, una specie di McGuffin che attraversa il racconto, bensì sia dichiarato fin dai primissimi minuti, quando sui titoli di testa (a partire dalla sequenza di video delle case di produzione che di solito hanno proprie musiche) parte la canzone Sweet dreams degli Eurythmics in cui l'amatissima Annie Lennox a più riprese intona:
Everybody's looking for something
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
Ebbene, secondo me questa strofa è la chiave interpretativa del film che ci mostra in fondo diverse storie di manipolazione e abuso, storie nelle quali - come sempre accade in queste derive patologiche - vittime e carnefici sono legati a doppio filo.
Gli attori che interpretano i vari personaggi nei tre episodi sono sempre gli stessi, e la loro prova attoriale è decisamente di grande livello, per la loro capacità trasformativa che li fa immedesimare in ruoli diversi e spesso opposti, senza che questo stoni agli occhi dello spettatore.
Nel primo episodio Jesse Plemons è lo schiavo di Willem Dafoe, con il quale intrattiene anche una relazione sentimentale. La sua vita ogni giorno viene letteralmente scritta dal padrone che prende tutte le decisioni e chiede al suo servo lo svolgimento di prove sempre più impegnative. Quando il padrone chiede allo schiavo di uccidere un uomo il rapporto va in crisi.
Nel secondo episodio Jesse Plemons è un poliziotto la cui moglie, Emma Stone, è dispersa in seguito a un naufragio. Quando viene ritrovata e torna a casa, il marito comincia a coltivare il dubbio che non sia realmente lei e la sottopone a "prove d'amore" sempre più crudeli ed estreme.
Nel terzo episodio Emma Stone è un'adepta di una setta a capo della quale ci sono Dafoe e Hong Chau, e insieme a Jesse Plemons, ha il compito di individuare una specie di messia donna capace di guarire e resuscitare i morti. L'incontro con il marito e la figlia che il personaggio della Stone ha abbandonato per unirsi alla setta innesca una serie di eventi non senza conseguenze.
Kinds of kindness è tutto fuorché un film gentile: la violenza unita a un'ironia macabra producono un mix a volte insostenibile per lo spettatore, ma devo dire che - abituata agli altri film realizzati da Lanthimos insieme a Filippou - la cosa non mi ha sorpreso più di tanto, anzi per certi versi non ho potuto fare a meno di pensare che Lanthimos è tornato a fare Lanthimos, non solo sul piano della narrazione ma anche delle scelte tecniche (abbandonando i fish eye e le pompose scenografie degli ultimi film, e tornando a uno stile più asciutto e minimal). Pur apprezzando il Lanthimos hollywodiano, ho salutato con favore questo ritorno alle origini, anche se - a pensarci a mente più fredda - è un ritorno solo parziale, com'è normale che sia quando si fa un viaggio in altri territori e inevitabilmente si torna cambiati.
Il vero limite di Kinds of kindness secondo me è la sua natura - nemmeno tanto celata - di divertissement registico, in cui in realtà il regista non ha cose particolarmente originali né particolarmente approfondite da comunicare allo spettatore. Anzi, per certi versi il regista si diverte quasi a spese dello spettatore, sottoposto a tre ore di sostanziale sofferenza dalla quale la risata che scatta inevitabile a più riprese non libera, anzi amplifica il disagio.
Voto: 3,5/5
mercoledì 7 febbraio 2024
Povere creature! = Poor things
Con Povere creature! Yorgos Lanthimos continua il suo originale percorso cinematografico portando in qualche modo a sintesi i tanti elementi di cui la sua filmografia è disseminata.
Dopo gli esordi di lingua e ambientazione greca (Kinetta, Dogtooth e Alps) e poi i film di transizione verso il mainstream ma ancora caratterizzati da alcune atmosfere e modalità narrative dei precedenti (The lobster, Il sacrificio del cervo sacro), con La favorita Lanthimos cambia sceneggiatore (Tony McNamara, che è anche lo sceneggiatore di Povere creature!) e volge lo sguardo al passato storico, pur non rinunciando - mutatis mutandis - a indagare con il suo sguardo obliquo le dinamiche contorte e distorte delle relazioni umani e sociali.
Molto de La favorita transita anche in Povere creature!: non solo lo sceneggiatore, ma anche una delle attrici che qui diventa protagonista (Emma Stone), nonché una narrazione che mette al centro figure e punti di vista primariamente femminili, mentre gli uomini vanno a formare un catalogo di tipi umani, non necessariamente negativi, ma certamente ancillari rispetto alla centralità della protagonista, Bella Baxter.
Continua infine con questo film l'uso, qui forse a tratti anche un po' eccessivo, di grandangoli e fisheye, a dare l'impressione di guardare la vita di Bella dallo spioncino di una porta o di stare guardando comunque una realtà deformata e dunque fantastica.
In quest'ultimo film Lanthimos recupera anche l'ambientazione sospesa e indecifrabile della sua prima produzione: in realtà in questo caso siamo ancora di fronte a un film in costume, ma la cui collocazione più che storica è letteraria, in quanto attinge all'universo e all'immaginario steampunk. Abbiamo dunque luoghi in teoria reali (Londra, Lisbona, Parigi), ma scenografie che pur prendendo spunto dall'età vittoriana la ricostruiscono in una maniera che oscilla tra il retrò e il fantascientifico.
Tutto ciò premesso, il vero motore del film di Lanthimos è Bella Baxter (una straordinaria Emma Stone), cervello di bambina impiantato in un corpo di donna dal chirurgo-scienziato un po' matto Godwin (Willem Dafoe), impara e sperimenta la vita senza alcun condizionamento sociale e preconcetto, scegliendo di volta in volta quello che desidera fare e sottraendosi a ogni tentativo di possesso e a ogni limitazione che gli uomini tentano di imporle. Una pura storia di emancipazione femminile, un percorso di affrancamento individuale che passa per il corpo e arriva alla mente, e che ci offre una spudorata e giocosa riflessione sulla libertà individuale.
Il mai sopito interesse di Lanthimos per le dinamiche relazionali tra gli esseri umani e per le storture che le strutture sociali (a partire dalla famiglia) impongono agli individui incontra l'universo strampalato e immaginifico di Alasdair Gray (autore del libro da cui è tratto Povere creature!) e si incarna nel corpo di Bella e nello stupore continuo dei suoi occhi durante una scoperta della realtà senza sovrastrutture.
Il film mi è piaciuto e ne condivido appieno il successo e gli elogi. Però - se posso esprimere un però - il primo Lanthimos, quello di pochi mezzi e tante idee, era forse per me più stupefacente, perché ha rappresentato davvero una rottura che io per prima ho fatto fatica a comprendere.
Quando uscì The lobster - il primo film che ho visto del regista greco - non l'ho apprezzato quanto avrei dovuto perché non avevo gli strumenti per farlo (eppure eravamo già nella fase di avvio del suo cinema mainstream), ma quando ho visto (pochi anni fa) Dogtooth - meritoriamente riportato al cinema - avevo ormai tutti gli elementi e gli strumenti per riconoscere nel suo mondo capovolto e un po' disturbante il segno di un regista che avrebbe fatto scuola e cambiato anche le nostre aspettative sul cinema.
Molti secondo me dei registi più in voga oggi - stranieri e italiani - devono molto a Lanthimos e al suo modo innovativo di raccontare le relazioni umane.
Voto: 3,5/5
Dopo gli esordi di lingua e ambientazione greca (Kinetta, Dogtooth e Alps) e poi i film di transizione verso il mainstream ma ancora caratterizzati da alcune atmosfere e modalità narrative dei precedenti (The lobster, Il sacrificio del cervo sacro), con La favorita Lanthimos cambia sceneggiatore (Tony McNamara, che è anche lo sceneggiatore di Povere creature!) e volge lo sguardo al passato storico, pur non rinunciando - mutatis mutandis - a indagare con il suo sguardo obliquo le dinamiche contorte e distorte delle relazioni umani e sociali.
Molto de La favorita transita anche in Povere creature!: non solo lo sceneggiatore, ma anche una delle attrici che qui diventa protagonista (Emma Stone), nonché una narrazione che mette al centro figure e punti di vista primariamente femminili, mentre gli uomini vanno a formare un catalogo di tipi umani, non necessariamente negativi, ma certamente ancillari rispetto alla centralità della protagonista, Bella Baxter.
Continua infine con questo film l'uso, qui forse a tratti anche un po' eccessivo, di grandangoli e fisheye, a dare l'impressione di guardare la vita di Bella dallo spioncino di una porta o di stare guardando comunque una realtà deformata e dunque fantastica.
In quest'ultimo film Lanthimos recupera anche l'ambientazione sospesa e indecifrabile della sua prima produzione: in realtà in questo caso siamo ancora di fronte a un film in costume, ma la cui collocazione più che storica è letteraria, in quanto attinge all'universo e all'immaginario steampunk. Abbiamo dunque luoghi in teoria reali (Londra, Lisbona, Parigi), ma scenografie che pur prendendo spunto dall'età vittoriana la ricostruiscono in una maniera che oscilla tra il retrò e il fantascientifico.
Tutto ciò premesso, il vero motore del film di Lanthimos è Bella Baxter (una straordinaria Emma Stone), cervello di bambina impiantato in un corpo di donna dal chirurgo-scienziato un po' matto Godwin (Willem Dafoe), impara e sperimenta la vita senza alcun condizionamento sociale e preconcetto, scegliendo di volta in volta quello che desidera fare e sottraendosi a ogni tentativo di possesso e a ogni limitazione che gli uomini tentano di imporle. Una pura storia di emancipazione femminile, un percorso di affrancamento individuale che passa per il corpo e arriva alla mente, e che ci offre una spudorata e giocosa riflessione sulla libertà individuale.
Il mai sopito interesse di Lanthimos per le dinamiche relazionali tra gli esseri umani e per le storture che le strutture sociali (a partire dalla famiglia) impongono agli individui incontra l'universo strampalato e immaginifico di Alasdair Gray (autore del libro da cui è tratto Povere creature!) e si incarna nel corpo di Bella e nello stupore continuo dei suoi occhi durante una scoperta della realtà senza sovrastrutture.
Il film mi è piaciuto e ne condivido appieno il successo e gli elogi. Però - se posso esprimere un però - il primo Lanthimos, quello di pochi mezzi e tante idee, era forse per me più stupefacente, perché ha rappresentato davvero una rottura che io per prima ho fatto fatica a comprendere.
Quando uscì The lobster - il primo film che ho visto del regista greco - non l'ho apprezzato quanto avrei dovuto perché non avevo gli strumenti per farlo (eppure eravamo già nella fase di avvio del suo cinema mainstream), ma quando ho visto (pochi anni fa) Dogtooth - meritoriamente riportato al cinema - avevo ormai tutti gli elementi e gli strumenti per riconoscere nel suo mondo capovolto e un po' disturbante il segno di un regista che avrebbe fatto scuola e cambiato anche le nostre aspettative sul cinema.
Molti secondo me dei registi più in voga oggi - stranieri e italiani - devono molto a Lanthimos e al suo modo innovativo di raccontare le relazioni umane.
Voto: 3,5/5
mercoledì 6 febbraio 2019
La favorita = The favourite
Il regista Yorgos Lanthimos con i suoi tutto sommato ancora pochi film all'attivo (di cui io ho visto solo The lobster) ha già acquisito, all'interno del panorama cinematografico, un'identità molto peculiare, che potremmo sintetizzare in una visione caustica dell'umanità, interessata a esplorare i lati oscuri delle nostre personalità e del nostro vivere sociale. È per questo che i suoi film risultano inquietanti e/o destabilizzanti e lasciano generalmente lo spettatore con molte domande senza risposta.
Con La favorita (che ho voluto vedere in lingua originale) Lanthimos - pur fedele alla sua visione del mondo - si inoltra in un terreno per lui nuovo: oltre a essere il primo film di cui non scrive la sceneggiatura (ne sono autori Deborah Davis e Tony McNamara), il regista sceglie di girare un film in costume, ispirato a personaggi reali e a vicende storiche.
Il film è ambientato nella corte inglese della Regina Anna Stuart (Olivia Colman) all'inizio del Settecento, nella fase in cui il regno inglese è in guerra (tanto per cambiare!) con quello francese, e si tratta di decidere - dopo una battaglia vinta - se firmare la pace oppure continuare la guerra fino a una vittoria schiacciante che consentirebbe di imporre condizioni più dure ai francesi.
La regina Anna è una donna fragile e bisognosa di affetto, segnata dalla perdita di numerosi figli e da una serie di acciacchi che le rendono faticoso persino camminare, una donna costantemente alla ricerca di qualcuno che la ami, la rassicuri e soddisfi i suoi desideri, anche sessuali.
La favorita e consigliera di Anna è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), una donna sicura di sé e volitiva cui di fatto la regina - in cambio dell'accudimento - demanda il governo del paese.
Quando a corte arriva Abigail Masham (Emma Stone), la donna - che ha un passato di rango ma è caduta in disgrazia a causa dei comportamenti irresponsabili del padre - comincia la sua manovra di avvicinamento prima alla duchessa e poi alla regina, puntando - con tutti i mezzi leciti e meno leciti - a sostituire Sarah nel ruolo di favorita.
Intorno a loro un mondo di uomini con le facce dipinte di trucchi improbabili e con in testa parrucchoni inguardabili, rappresentati come bambinoni per i quali tutto è un gioco: la corsa delle anatre, il tiro al bersaglio di un uomo di corte con le arance, la conquista di una donna, il ruolo di primo ministro, il governo del paese.
Questi uomini ridotti a caricature di sé stessi sono manipolati e sovrastati dalla perfida astuzia, ma anche dall'intelligenza delle due donne, Sarah e Abigail, che rapidamente diventano le uniche protagoniste della scena e si sfidano in una competizione senza esclusione di colpi. Ne risulta una narrazione godibile, a tratti esilarante, che si alterna - creando un forte contrasto - a una sensazione di strisciante angoscia.
Una colonna sonora molto ben congegnata e le inquadrature tipicamente alla Lanthimos (qui si fa un ampio uso del grandangolo e del fish eye creando un effetto paradossalmente claustrofobico) definiscono i confini di un ambiente malato e decadente, che nonostante le apparenze non è forse poi tanto lontano dalla nostra contemporaneità.
Che Lanthimos ci parli dell'esercizio del potere anche attraverso l'uso del sesso e della manipolazione in un'inedita chiave tutta al femminile è evidente, ma personalmente vedo ulteriori livelli di lettura, meno palesi e forse anche meno definiti. Se la regina Anna suscita una forma di compassione per le sue sofferenze e follie, le motivazioni che spingono Sarah e Abigail a giocare la loro partita - a volte anche crudele - sono completamente diverse: Abigail punta a ripristinare il suo status perduto, ad affrancarsi definitivamente dalla situazione di povertà e minorità nella quale è caduta per colpe altrui, e una volta garantitasi una condizione di benessere e tranquillità non mostra forme vere di affezione; Sarah è un personaggio più difficile da inquadrare: a tratti sembra quasi che la sua affezione per la regina sia sincera e che il suo atteggiamento verso di lei sia genuinamente protettivo, al contempo però è evidente che la duchessa utilizza l'ascendente esercitato sulla regina per svolgere un ruolo di potere che non le spetterebbe e per il quale forza - non sappiamo se in buona o in cattiva fede - persino il volere di Anna, né è chiaro se Sarah abbia in qualche modo anche approfittato economicamente della sua posizione di forza.
Con La favorita lo sguardo obliquo del regista si sposta dall'universo quasi metafisico cui ci ha abituati a un mondo storicamente determinato e caratterizzato da una carnalità quasi sovrabbondante, e in questo passaggio al registro surreale si sostituisce una non meno spietata ironia.
Voto: 3,5/5
Con La favorita (che ho voluto vedere in lingua originale) Lanthimos - pur fedele alla sua visione del mondo - si inoltra in un terreno per lui nuovo: oltre a essere il primo film di cui non scrive la sceneggiatura (ne sono autori Deborah Davis e Tony McNamara), il regista sceglie di girare un film in costume, ispirato a personaggi reali e a vicende storiche.
Il film è ambientato nella corte inglese della Regina Anna Stuart (Olivia Colman) all'inizio del Settecento, nella fase in cui il regno inglese è in guerra (tanto per cambiare!) con quello francese, e si tratta di decidere - dopo una battaglia vinta - se firmare la pace oppure continuare la guerra fino a una vittoria schiacciante che consentirebbe di imporre condizioni più dure ai francesi.
La regina Anna è una donna fragile e bisognosa di affetto, segnata dalla perdita di numerosi figli e da una serie di acciacchi che le rendono faticoso persino camminare, una donna costantemente alla ricerca di qualcuno che la ami, la rassicuri e soddisfi i suoi desideri, anche sessuali.
La favorita e consigliera di Anna è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), una donna sicura di sé e volitiva cui di fatto la regina - in cambio dell'accudimento - demanda il governo del paese.
Quando a corte arriva Abigail Masham (Emma Stone), la donna - che ha un passato di rango ma è caduta in disgrazia a causa dei comportamenti irresponsabili del padre - comincia la sua manovra di avvicinamento prima alla duchessa e poi alla regina, puntando - con tutti i mezzi leciti e meno leciti - a sostituire Sarah nel ruolo di favorita.
Intorno a loro un mondo di uomini con le facce dipinte di trucchi improbabili e con in testa parrucchoni inguardabili, rappresentati come bambinoni per i quali tutto è un gioco: la corsa delle anatre, il tiro al bersaglio di un uomo di corte con le arance, la conquista di una donna, il ruolo di primo ministro, il governo del paese.
Questi uomini ridotti a caricature di sé stessi sono manipolati e sovrastati dalla perfida astuzia, ma anche dall'intelligenza delle due donne, Sarah e Abigail, che rapidamente diventano le uniche protagoniste della scena e si sfidano in una competizione senza esclusione di colpi. Ne risulta una narrazione godibile, a tratti esilarante, che si alterna - creando un forte contrasto - a una sensazione di strisciante angoscia.
Una colonna sonora molto ben congegnata e le inquadrature tipicamente alla Lanthimos (qui si fa un ampio uso del grandangolo e del fish eye creando un effetto paradossalmente claustrofobico) definiscono i confini di un ambiente malato e decadente, che nonostante le apparenze non è forse poi tanto lontano dalla nostra contemporaneità.
Che Lanthimos ci parli dell'esercizio del potere anche attraverso l'uso del sesso e della manipolazione in un'inedita chiave tutta al femminile è evidente, ma personalmente vedo ulteriori livelli di lettura, meno palesi e forse anche meno definiti. Se la regina Anna suscita una forma di compassione per le sue sofferenze e follie, le motivazioni che spingono Sarah e Abigail a giocare la loro partita - a volte anche crudele - sono completamente diverse: Abigail punta a ripristinare il suo status perduto, ad affrancarsi definitivamente dalla situazione di povertà e minorità nella quale è caduta per colpe altrui, e una volta garantitasi una condizione di benessere e tranquillità non mostra forme vere di affezione; Sarah è un personaggio più difficile da inquadrare: a tratti sembra quasi che la sua affezione per la regina sia sincera e che il suo atteggiamento verso di lei sia genuinamente protettivo, al contempo però è evidente che la duchessa utilizza l'ascendente esercitato sulla regina per svolgere un ruolo di potere che non le spetterebbe e per il quale forza - non sappiamo se in buona o in cattiva fede - persino il volere di Anna, né è chiaro se Sarah abbia in qualche modo anche approfittato economicamente della sua posizione di forza.
Con La favorita lo sguardo obliquo del regista si sposta dall'universo quasi metafisico cui ci ha abituati a un mondo storicamente determinato e caratterizzato da una carnalità quasi sovrabbondante, e in questo passaggio al registro surreale si sostituisce una non meno spietata ironia.
Voto: 3,5/5
lunedì 30 gennaio 2017
La la land
Nel mio personale immaginario cinematografico La la land si colloca in un qualche punto di mezzo tra Moulin Rouge e The artist, e - come nel caso di questi due film - l'ho guardato incantata e sicura già dopo i primi pochissimi minuti che la memoria di queste immagini mi sarebbe rimasta dentro.
La la land è il secondo film di Damien Chazelle, classe 1985, il regista di Whiplash, ed è un film-musical che racconta la storia d'amore tra Mia (Emma Stone), un'aspirante attrice, e Sebastian (Ryan Gosling), un aspirante pianista jazz. La loro vicenda è ambientata nella Los Angeles dei nostri giorni, anche se si respira un'aria di tempi passati, o forse meglio un'aria senza tempo in un luogo dove, non a caso, il trascorrere delle stagioni (che scandisce la narrazione) non produce quasi nessun cambiamento del clima e si vive dunque in quella perenne primavera che poi è in un certo senso metafora di Hollywood.
Da un punto di vista visivo, il film di Chazelle è puro godimento. La sequenza iniziale di canti e coreografie tra le macchine incolonnate su un'arteria ad alto scorrimento che porta in città sono da mandibola a terra e fanno scattare l'applauso del pubblico prima ancora che compaia sullo schermo il titolo del film. Poi la prima metà, quella che ci racconta le storie di Mia e di Sebastian e di come si incontrano e si innamorano, è un fuoco d'artificio di colori, di balletti, di canzoni e di autentici colpi di teatro che lasciano a bocca aperta, come ad esempio nella scena del balletto intorno alla piscina. La seconda parte è visivamente forse più tradizionale ed è anche meno musicale, e non è un caso perché corrisponde con le difficoltà di Mia e Sebastian di realizzare i propri sogni e anche di portare avanti la propria storia. E però non c'è mai un momento di stanchezza, perché quando il film si fa meno mirabolante e scoppiettante la storia diventa più intima ed emotivamente coinvolgente.
Da un punto di vista narrativo, quello di Chazelle è un film apparentemente semplice, quasi banale, che ad una lettura superficiale potrebbe anche deludere. Ma la verità è che dietro questa apparente semplicità c'è una stratificazione di letture possibili e di significati molto più articolata e complessa. È evidente che il film è un omaggio all'arte cinematografica ed è zeppo di citazioni, in parte esplicite ed evidenti a tutti, in parte più nascoste e accessibili solo a veri cinefili. Del resto la protagonista vuole fare l'attrice, lavora in un bar degli Studios di Hollywood, e divide casa con altre aspiranti attrici, una casa piena zeppa di locandine di film, dove nella stanza di Mia su tutto domina una gigantografia di Ingrid Bergman; al primo appuntamento Mia e Sebastian vanno a vedere Gioventù bruciata in un piccolo cinema d'essai che proietta ancora pellicole e quando la pellicola si interrompe sulla scena ambientata al Planetario di Griffith Park i due decidono di andarci in macchina e Chazelle ci regala non solo un'inquadratura perfettamente identica all'originale ma ambienta nell'osservatorio la sequenza più onirica e d'antan di tutto il film. Per il resto le riproduzioni di sequenze e modalità appartenenti all'immaginario cinematografico degli anni d'oro di Hollywood si sprecano, senza per questo risultare forzati o fastidiosi per lo spettatore.
Ma il vero omaggio alla settima arte dal mio punto di vista è la storia stessa di Mia e Sebastian, che a ben guardare è essa stessa metafora della parabola di Hollywood, dalla giocosità genuina e piena di sogni delle origini alle difficoltà di mantenersi fedele a questi sogni senza appiattirsi sulle necessità triviali fino alla definitiva realizzazione e al successo, che però hanno inevitabilmente lasciato indietro la naïveté della gioventù e quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
La la land è un film pieno di nostalgia: la nostalgia delle cose che si perdono o che non ci sono più, di quello che bisogna lasciare indietro per andare avanti. E proprio in risposta a questa nostalgia è un film pieno di speranza nel potere dell'immaginazione che è capace di raccontare e inventare mediante le immagini quello che è stato e anche quello che non sarà mai.
Il film di Chazelle è un film sull'amore e sui sogni, essenza dell'umanità, che solo al cinema possono davvero sopravvivere per sempre.
La la land ha già vinto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Oscar; le recensioni negative sono infinitesimali a confronto della pioggia di apprezzamenti che arrivano da pubblico e critica. E normalmente in questi casi lo snobismo è lì dietro l'angolo ad attenderci e spingerci ad essere fuori dal coro. Stavolta però voglio essere e sarò mainstream. La la land è un film che, secondo me, rimarrà a lungo nella memoria cinematografica e forse Chazelle doveva approdare al cinema anche solo per regalarci questo piccolo gioiello.
Ah! Dimenticavo... se potete, andatelo a vedere in lingua originale!
Voto: 4/5
La la land è il secondo film di Damien Chazelle, classe 1985, il regista di Whiplash, ed è un film-musical che racconta la storia d'amore tra Mia (Emma Stone), un'aspirante attrice, e Sebastian (Ryan Gosling), un aspirante pianista jazz. La loro vicenda è ambientata nella Los Angeles dei nostri giorni, anche se si respira un'aria di tempi passati, o forse meglio un'aria senza tempo in un luogo dove, non a caso, il trascorrere delle stagioni (che scandisce la narrazione) non produce quasi nessun cambiamento del clima e si vive dunque in quella perenne primavera che poi è in un certo senso metafora di Hollywood.
Da un punto di vista visivo, il film di Chazelle è puro godimento. La sequenza iniziale di canti e coreografie tra le macchine incolonnate su un'arteria ad alto scorrimento che porta in città sono da mandibola a terra e fanno scattare l'applauso del pubblico prima ancora che compaia sullo schermo il titolo del film. Poi la prima metà, quella che ci racconta le storie di Mia e di Sebastian e di come si incontrano e si innamorano, è un fuoco d'artificio di colori, di balletti, di canzoni e di autentici colpi di teatro che lasciano a bocca aperta, come ad esempio nella scena del balletto intorno alla piscina. La seconda parte è visivamente forse più tradizionale ed è anche meno musicale, e non è un caso perché corrisponde con le difficoltà di Mia e Sebastian di realizzare i propri sogni e anche di portare avanti la propria storia. E però non c'è mai un momento di stanchezza, perché quando il film si fa meno mirabolante e scoppiettante la storia diventa più intima ed emotivamente coinvolgente.
Da un punto di vista narrativo, quello di Chazelle è un film apparentemente semplice, quasi banale, che ad una lettura superficiale potrebbe anche deludere. Ma la verità è che dietro questa apparente semplicità c'è una stratificazione di letture possibili e di significati molto più articolata e complessa. È evidente che il film è un omaggio all'arte cinematografica ed è zeppo di citazioni, in parte esplicite ed evidenti a tutti, in parte più nascoste e accessibili solo a veri cinefili. Del resto la protagonista vuole fare l'attrice, lavora in un bar degli Studios di Hollywood, e divide casa con altre aspiranti attrici, una casa piena zeppa di locandine di film, dove nella stanza di Mia su tutto domina una gigantografia di Ingrid Bergman; al primo appuntamento Mia e Sebastian vanno a vedere Gioventù bruciata in un piccolo cinema d'essai che proietta ancora pellicole e quando la pellicola si interrompe sulla scena ambientata al Planetario di Griffith Park i due decidono di andarci in macchina e Chazelle ci regala non solo un'inquadratura perfettamente identica all'originale ma ambienta nell'osservatorio la sequenza più onirica e d'antan di tutto il film. Per il resto le riproduzioni di sequenze e modalità appartenenti all'immaginario cinematografico degli anni d'oro di Hollywood si sprecano, senza per questo risultare forzati o fastidiosi per lo spettatore.
Ma il vero omaggio alla settima arte dal mio punto di vista è la storia stessa di Mia e Sebastian, che a ben guardare è essa stessa metafora della parabola di Hollywood, dalla giocosità genuina e piena di sogni delle origini alle difficoltà di mantenersi fedele a questi sogni senza appiattirsi sulle necessità triviali fino alla definitiva realizzazione e al successo, che però hanno inevitabilmente lasciato indietro la naïveté della gioventù e quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
La la land è un film pieno di nostalgia: la nostalgia delle cose che si perdono o che non ci sono più, di quello che bisogna lasciare indietro per andare avanti. E proprio in risposta a questa nostalgia è un film pieno di speranza nel potere dell'immaginazione che è capace di raccontare e inventare mediante le immagini quello che è stato e anche quello che non sarà mai.
Il film di Chazelle è un film sull'amore e sui sogni, essenza dell'umanità, che solo al cinema possono davvero sopravvivere per sempre.
La la land ha già vinto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Oscar; le recensioni negative sono infinitesimali a confronto della pioggia di apprezzamenti che arrivano da pubblico e critica. E normalmente in questi casi lo snobismo è lì dietro l'angolo ad attenderci e spingerci ad essere fuori dal coro. Stavolta però voglio essere e sarò mainstream. La la land è un film che, secondo me, rimarrà a lungo nella memoria cinematografica e forse Chazelle doveva approdare al cinema anche solo per regalarci questo piccolo gioiello.
Ah! Dimenticavo... se potete, andatelo a vedere in lingua originale!
Voto: 4/5
lunedì 4 gennaio 2016
Irrational man
Ormai non c'è Natale senza un film di Woody Allen (o con Woody Allen a seconda dei casi) al cinema. E non c'è Natale senza che io e R. andiamo al Metropolis di Mola a prenderci l'ennesima fregatura natalizia ;-)))
No, scusate, in realtà sto un po' esagerando. L'ultimo film di Woody Allen, Irrational man, ha un suo interesse e si guarda anche gradevolmente, ma al riaccendersi delle luci in sala non ho potuto fare a meno di pensare che si tratta dell'ennesima pi**a mentale del caro ottantenne (e non me ne vogliano i suoi fans).
Un film che – ancora più di tanti altri suoi – sembra totalmente costruito a tavolino e trasmette dall'inizio alla fine la sensazione di essere stato tutto pensato e scritto intorno a una tesi, che ha a che fare con il confine sottile tra un'azione giusta e un'azione morale.
Il tutto – come sempre per me succede nei film di Woody Allen – appare non solo e non tanto poco realistico, quanto soprattutto innaturale; persino attori del calibro di Joaquin Phoenix ed Emma Stone appaiono forzati, soprattutto nelle svolte che ne determinano cambiamenti personali e nella narrazione.
La storia è quella di un professore di filosofia, Abe Lucas (un Joaquin Phoenix con una pancia inguardabile), il quale si trasferisce in una nuova università in una fase delicata della sua vita: alcolista, disilluso, depresso, cinico e ormai incapace di trovare un senso alla propria esistenza. Di lui – che è comunque un personaggio enigmatico e affascinante – si innamorano la collega Rita Richards (Parker Posey) e l'allieva Jill Pollard (Emma Stone).
Un evento del tutto fortuito – ossia l'ascolto della conversazione di vicini di tavola – cambierà il corso degli eventi e convincerà il professor Lucas a passare dalle parole, per lui ormai vuote, all'azione. Questo evento darà un significato nuovo alla vita di Abe, ma innescherà una catena reattiva inevitabilmente drammatica.
Personalmente ho trovato il film ingessato e parecchio “telefonato”. I pensieri dei protagonisti sotto forma di voci fuori campo mi sono sembrati fastidiosi e un po' forzati, nonché il gran parlare filosofico e pseudofilosofico.
C'è poco da fare. Io e Woody Allen non andiamo d'accordo e man mano che invecchia è sempre più chiaro che tra noi non scatterà mai alcuna scintilla.
Voto: 2,5/5
No, scusate, in realtà sto un po' esagerando. L'ultimo film di Woody Allen, Irrational man, ha un suo interesse e si guarda anche gradevolmente, ma al riaccendersi delle luci in sala non ho potuto fare a meno di pensare che si tratta dell'ennesima pi**a mentale del caro ottantenne (e non me ne vogliano i suoi fans).
Un film che – ancora più di tanti altri suoi – sembra totalmente costruito a tavolino e trasmette dall'inizio alla fine la sensazione di essere stato tutto pensato e scritto intorno a una tesi, che ha a che fare con il confine sottile tra un'azione giusta e un'azione morale.
Il tutto – come sempre per me succede nei film di Woody Allen – appare non solo e non tanto poco realistico, quanto soprattutto innaturale; persino attori del calibro di Joaquin Phoenix ed Emma Stone appaiono forzati, soprattutto nelle svolte che ne determinano cambiamenti personali e nella narrazione.
La storia è quella di un professore di filosofia, Abe Lucas (un Joaquin Phoenix con una pancia inguardabile), il quale si trasferisce in una nuova università in una fase delicata della sua vita: alcolista, disilluso, depresso, cinico e ormai incapace di trovare un senso alla propria esistenza. Di lui – che è comunque un personaggio enigmatico e affascinante – si innamorano la collega Rita Richards (Parker Posey) e l'allieva Jill Pollard (Emma Stone).
Un evento del tutto fortuito – ossia l'ascolto della conversazione di vicini di tavola – cambierà il corso degli eventi e convincerà il professor Lucas a passare dalle parole, per lui ormai vuote, all'azione. Questo evento darà un significato nuovo alla vita di Abe, ma innescherà una catena reattiva inevitabilmente drammatica.
Personalmente ho trovato il film ingessato e parecchio “telefonato”. I pensieri dei protagonisti sotto forma di voci fuori campo mi sono sembrati fastidiosi e un po' forzati, nonché il gran parlare filosofico e pseudofilosofico.
C'è poco da fare. Io e Woody Allen non andiamo d'accordo e man mano che invecchia è sempre più chiaro che tra noi non scatterà mai alcuna scintilla.
Voto: 2,5/5
giovedì 2 agosto 2012
The amazing spiderman
In una caldissima sera d'estate non ho saputo resistere alla tentazione di andare a vedere l'ennesima trasposizione cinematografica di Spiderman in una sala cinematografica dove c'è stato bisogno del maglioncino per non morire congelati dall'aria condizionata.
Devo ammettere di non poter vantare una conoscenza filologica del fumetto della Marvel, dunque il mio giudizio non riguarderà minimamente la correttezza della lettura cinematografica rispetto al fumetto nei caratteri dei personaggi e nella storia, ma solo la resa cinematografica.
Le origini del personaggio dovrebbero essere ormai note a tutti: Peter Parker viene affidato da bambino agli zii mentre i genitori sono costretti alla fuga per motivi inizialmente non chiari. Il giovane Peter (Andrew Garfield) trascorre una vita normale, tra il bullismo dei suoi compagni di scuola, l'innamoramento segreto per la compagna di scuola Gwen Stacy (Emma Stone) e l'affetto dei suoi zii. Tutto fino a quando durante una visita al laboratorio della Oscorp viene punto da un ragno e acquista quelle capacità e quei poteri che ne faranno l'uomo ragno.
La morte dello zio e la scoperta dei segreti che avevano portato alla fuga dei genitori lo convincono ad accettare la responsabilità che la nuova condizione gli offre, fino a trovarsi di fronte al lucertolone Lizard, risultato di esperimenti genetici condotti su se stesso dallo scienziato Connors (Rhys Ifans), che aveva lavorato insieme al padre di Peter.
Insomma, tutto torna...
Però, per quanto mi riguarda il confronto con la serie cinematografica precedente, quella per la regia di Sam Raimi, è inevitabile. E il risultato di questo confronto mi vede molto favorevole al nuovo protagonista: Andrew Garfield ha la faccia più scanzonata, simpatica ed espressiva rispetto a Tobey Maguire, che ogni tanto fa proprio pesce lesso.
Invece voto decisamente Kirsten Dunst rispetto a Emma Stone nei panni dell'innamorata di Spiderman, quest'ultima troppo ragazzona americana un po' effetto silicone per poter essere davvero credibile.
Sul piano della resa complessiva ho preferito di gran lunga il primo film della serie di Raimi, capace di costruire delle atmosfere più coinvolgenti e credibili (nonostante si tratti di un fumetto) e di giocare ironicamente con le semplificazioni che un personaggio di questo genere implica.
Certo, sono passati ormai dieci anni dal primo film di Raimi e dunque sul piano tecnologico e della qualità cinematografica il salto si vede (anche se io ho scelto il tradizionale 2D), però questo non è sufficiente al film di Marc Webb per oscurare o far dimenticare la trilogia realizzata da Sam Raimi.
Capisco però che il mio può essere considerato un giudizio un po' da quarantenne nostalgica, sempre più affascinata dal vintage in ogni ambito. Anche al cinema.
Voto: 3/5
Devo ammettere di non poter vantare una conoscenza filologica del fumetto della Marvel, dunque il mio giudizio non riguarderà minimamente la correttezza della lettura cinematografica rispetto al fumetto nei caratteri dei personaggi e nella storia, ma solo la resa cinematografica.
Le origini del personaggio dovrebbero essere ormai note a tutti: Peter Parker viene affidato da bambino agli zii mentre i genitori sono costretti alla fuga per motivi inizialmente non chiari. Il giovane Peter (Andrew Garfield) trascorre una vita normale, tra il bullismo dei suoi compagni di scuola, l'innamoramento segreto per la compagna di scuola Gwen Stacy (Emma Stone) e l'affetto dei suoi zii. Tutto fino a quando durante una visita al laboratorio della Oscorp viene punto da un ragno e acquista quelle capacità e quei poteri che ne faranno l'uomo ragno.
La morte dello zio e la scoperta dei segreti che avevano portato alla fuga dei genitori lo convincono ad accettare la responsabilità che la nuova condizione gli offre, fino a trovarsi di fronte al lucertolone Lizard, risultato di esperimenti genetici condotti su se stesso dallo scienziato Connors (Rhys Ifans), che aveva lavorato insieme al padre di Peter.
Insomma, tutto torna...
Però, per quanto mi riguarda il confronto con la serie cinematografica precedente, quella per la regia di Sam Raimi, è inevitabile. E il risultato di questo confronto mi vede molto favorevole al nuovo protagonista: Andrew Garfield ha la faccia più scanzonata, simpatica ed espressiva rispetto a Tobey Maguire, che ogni tanto fa proprio pesce lesso.
Invece voto decisamente Kirsten Dunst rispetto a Emma Stone nei panni dell'innamorata di Spiderman, quest'ultima troppo ragazzona americana un po' effetto silicone per poter essere davvero credibile.
Sul piano della resa complessiva ho preferito di gran lunga il primo film della serie di Raimi, capace di costruire delle atmosfere più coinvolgenti e credibili (nonostante si tratti di un fumetto) e di giocare ironicamente con le semplificazioni che un personaggio di questo genere implica.
Certo, sono passati ormai dieci anni dal primo film di Raimi e dunque sul piano tecnologico e della qualità cinematografica il salto si vede (anche se io ho scelto il tradizionale 2D), però questo non è sufficiente al film di Marc Webb per oscurare o far dimenticare la trilogia realizzata da Sam Raimi.
Capisco però che il mio può essere considerato un giudizio un po' da quarantenne nostalgica, sempre più affascinata dal vintage in ogni ambito. Anche al cinema.
Voto: 3/5
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