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venerdì 25 ottobre 2024

Joker - Folie à deux

E ci risiamo! Esattamente come era successo quando era uscito il primo Joker – e come ormai succede in molte altre circostanze – di fronte al sequel Folie à deux, realizzato sempre da Todd Phillips, le posizioni dei sostenitori e dei detrattori tendono a polarizzarsi, in un’alternanza tra chi grida al capolavoro e chi al totale fallimento. In questo caso, visti anche i risultati al botteghino, mi pare che sia prevalente il partito dei detrattori, ma questo fa sì che i sostenitori si esprimano con toni ancora più accesi.

Come sanno quei pochi che leggono questo blog, le polarizzazioni non mi piacciono e tendenzialmente sono tra quelle persone che cercano sempre di vedere il bello in ciò che non mi è piaciuto e di riconoscere i difetti in quello che ho amato. E così – esattamente come mi era successo con il primo Joker – non riesco a schierarmi in maniera così netta. Ma ripartiamo dal principio.

Joker - Folie à deux comincia dove era finito il primo film, con Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) in carcere in attesa di processo. Però Todd Phillips ha scelto di sparigliare le carte, facendo un film molto diverso dal primo sul piano della confezione e anche su quello emotivo.

Innanzitutto, il film comincia con un cartone animato stile Looney Tunes, realizzato dal grande Sylvain Chomet, che ha come protagonisti Joker e la sua ombra, e che in qualche modo anticipa in maniera alquanto originale i temi di questo film e lo colloca già in una dimensione metacinematografica.

Arthur Fleck è in carcere, ma la sua fama e la sua storia sono conosciute grazie al film che è stato realizzato su di lui. Proprio in conseguenza della popolarità acquisita dal suo personaggio e dalla sua vicenda, Arthur viene avvicinato da Lee Quinzel (Lady Gaga), una giovane donna che esprime fin da subito non solo la sua ammirazione per Joker, ma la sua comprensione della vicenda umana di Arthur in virtù di una situazione personale simile. Tra i due inizia una relazione che accompagnerà Arthur fino al processo e che sarà costellata di situazioni reali e immaginate, spesso cantate e coreografate come fossimo in un musical.

Di fronte a questa scelta così dirompente rispetto alle atmosfere e al tono del primo film è evidente che molti ne risulteranno spiazzati. E il senso di straniamento si amplificherà nel trovarsi di fronte un personaggio la cui rabbia si è trasformata in un dolore profondo e in una solitudine che si riveleranno senza speranza. Arthur Fleck è diventato un personaggio, santo o mostro che sia, e tutti vogliono quel personaggio, che Arthur deve continuare a interpretare fino in fondo per essere amato. Nessuno ha davvero interesse per l’uomo, spezzato, solo, desideroso di comprensione, e quell'uomo è destinato a essere spazzato via da qualche altro personaggio che più di lui è in grado di muovere i sentimenti delle masse.

Joaquin Phoenix conferma la sua straordinarietà ed è ancora una volta capace di conferire ad Arthur Fleck una complessità e una tridimensionalità assolutamente non scontati. Lady Gaga canta da dio e fa bene il suo compito di attrice.

Il film riesce ad essere emotivamente violentissimo e dolorosissimo, nonostante le scene di violenza siano per lo più immaginate e non reali e le canzoni apparentemente interrompano la tensione emotiva.

Dal mio punto di vista Todd Phillips ha fatto una scelta coraggiosa, non sedendosi sugli allori del primo film, ma rischiando e dimostrando di non accontentarsi di fare un sequel di pura continuità, sebbene i numeri non gli abbiano dato ragione.

Voto: 3,5/5


lunedì 8 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Seconda parte

 (Per la prima e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui

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C’mon C’mon

Joaquin Phoenix non sbaglia un colpo. Così, dopo aver interpretato Joker nel film omonimo (che a lui deve gran parte del suo successo), torna sul grande schermo in un film dal taglio molto più intimista, ma non per questo meno interessato ai grandi temi e alla dimensione ideale.

In C'mon C'mon di Mike Mills un Phoenix decisamente più in carne interpreta Johnny, un giornalista radiofonico che sta realizzando in giro per l'America delle interviste con bambini e giovani per raccontare la loro idea di futuro.

Dopo una telefonata con la sorella Viv (Gaby Hoffmann), con cui Johnny parla poco dopo alcune divergenze emerse durante la malattia della madre e in seguito alla morte di quest'ultima, Johnny decide di prendersi cura di suo nipote di nove anni, Jesse (Woody Norman) per aiutare sua sorella che invece deve occuparsi dei problemi mentali di suo marito.

Così, Johnny, che non solo non ha figli ma nemmeno una compagna, si trova a sperimentare le gioie e i dolori della genitorialità, e la complessità di un rapporto intimo con un bambino tra l'altro particolarmente consapevole e precoce (e forse è questo uno degli aspetti più deboli e meno credibili del film).

Poiché Viv è costretta a rimanere lontana da casa più a lungo del previsto, Johnny decide di portare Jesse con sé in giro per l'America per continuare le sue interviste: da Los Angeles si sposteranno dunque a New York e infine a New Orleans. Ai dialoghi e alle scene private che vedono protagonisti Johnny e Jesse si alternano i viaggi con la troupe e i momenti delle interviste con bambini e ragazzi di varia provenienza. Questi due filoni narrativi si richiamano vicendevolmente e si integrano: da un lato viene mostrato il volto privato della relazione tra adulti e bambini in una contemporaneità in cui mentre i genitori puntano sempre più sul dialogo e sulla comprensione, i bambini oscillano invece tra una consapevolezza financo eccessiva e la necessità di essere infantili e forse inevitabilmente viziati. Dall'altro lato si dà voce al punto di vista "in pubblico" di bambini e ragazzi, che pure mette in evidenza una inedita lucidità sui problemi della contemporaneità (tra cui centrale il tema del cambiamento climatico) e l'inevitabile disillusione che porta con sé, e insieme la spontaneità e le preoccupazioni più tipiche dell'età.

A fare da trait d'union tra questi due mondi narrativi, il personaggio magistralmente interpretato da Phoenix, che alla fine emerge come quello più vero, con la sua difficoltà a verbalizzare i sentimenti, le sue confessioni private al proprio microfono, le sue tenerezze, le sue arrabbiature, i suoi pentimenti, le sue incertezze e la sensazione di non essere all'altezza delle aspettative della vita.

Dentro un bianco e nero pulito e luminoso (davvero godibile alla vista), viaggiamo insieme a Johnny e Jesse, e un po' tifiamo per loro, un po' ci commuoviamo, un po' ci arrabbiamo, ma soprattutto speriamo - noi vecchi - di poter lasciare questo mondo in buone mani, e se così non sarà di potercene andare in pace con la nostra coscienza.

Un film certamente da vedere, sebbene non privo di difetti: oltre a quelli già citati, sicuramente l'essere a tratti troppo didascalico (si vedano le letture di citazioni tratti da saggi e romanzi sul tema della genitorialità) e una colonna sonora decisamente un po' troppo scontata, su cui si poteva fare molto di più.

Voto: 4/5 



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Belfast

La rassegna Alice nella città quest'anno è impreziosita dalla proiezione dell'ultimo film di Kenneth Branagh, con il quale il regista fa letteralmente un'operazione di ricostruzione della memoria, con una forte componente nostalgica.

Siamo infatti nella sua città natale, Belfast, e questa è sostanzialmente la storia di come e perché lui e la sua famiglia si sono trasferiti in Inghilterra alla fine degli anni Sessanta.

Dalla visione panoramica e a colori della città di Belfast com'è oggi - e con cui si apre il film - ci si immerge a poco a poco nelle sue strade e dietro un muro si scopre un mondo in bianco e nero e un quartiere che non c'è più. Si tratta del quartiere dove vive Buddy (Jude Hill), un ragazzino di nove anni che passa le sue giornate tra la scuola (innamorato della bionda seduta al primo banco), i giochi per strada con i vicini, le chiacchierate con i nonni (Judi Dench e Ciarán Hinds), le funzioni religiose (con le omelie terrificanti del pastore), la televisione dove guarda soprattutto film western, la vita in famiglia (in particolare con la madre e il fratello, visto che il padre lavora come carpentiere in Inghilterra).

In questa vita tutto sommato ordinaria irrompe il conflitto religioso e il quartiere dove abita Buddy e dove convivono pacificamente da generazioni cattolici e protestanti viene preso di mira da chi non vede di buon occhio questa convivenza e decide di scegliere la strada della violenza.

Mentre per le strade divampa il conflitto, anche all'interno del nucleo familiare di Buddy si innesca una serie di eventi destinata a portare grandi cambiamenti: il nonno si ammala, mentre la madre e il padre discutono se lasciare o meno il quartiere e la città dove hanno sempre vissuto.

Sarà proprio questo cambiamento a segnare per Buddy la fine della spensieratezza dell'infanzia e il passaggio a una nuova fase della vita, che passerà attraverso addii dolorosi e a volte inevitabili per aprirsi al nuovo.

Un film quello di Branagh intriso di amarcord, che sa essere tenero, divertente e drammatico allo stesso tempo, e in cui emerge la capacità del regista di conquistare il pubblico con trovate interessanti (per esempio le scene al cinema, in cui tutto è in bianco e nero, come il resto del film, tranne quello che viene proiettato sul grande schermo).

C'è sicuramente del mestiere in questa operazione, e qualche elemento di piacioneria (a tratti si ha la sensazione di un ricordo non solo nostalgico ma anche edulcorato), però alla fine il risultato è gradevole e secondo me destinato al successo.

Voto: 3,5/5



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Mi novia es la revolución


Siamo in Messico negli anni Novanta. Sofia (Sofia Islas Herrerias) ha 15 anni e si è da poco trasferita insieme alla madre e alla sorella più piccola in una nuova città, dove non conosce nessuno e fa fatica a integrarsi. Davanti a sé ha la prospettiva della quinceañera, la festa del passaggio all'età adulta tipica del mondo sudamericano, e che la madre vuole organizzare in maniera molto tradizionale.

Sofia è una ragazza introversa e apparentemente conformista, come emerge da una delle prime sequenze del film in cui si dà lo smalto sulle unghie e balla guardando un video di musica pop.

Mentre la madre litiga al telefono con il padre per motivi economici e intanto frequenta un giro di amiche che fanno commerci spregiudicati con prodotti statunitensi, Sofia guarda al mondo con distacco e quasi repulsione, fino a quando non incontra Eva (Ana Valeria Becerril), una giovane ribelle e anticonformista, che non solo ascolta musica rock e diserta la scuola, ma si intrufola nelle case altrui per rubare.

Sofia si trova così catapultata in una dimensione completamente nuova di fronte alla quale prima si muove con timidezza e paura, e poi con sempre maggiore spregiudicatezza e al contempo consapevolezza crescente della propria identità e dei propri desideri. La ragazza dovrà fare i conti con le gioie e i dolori dell'innamoramento, e anche con la necessità di far fronte alle conseguenze delle proprie azioni. Apparentemente il suo percorso di ribellione, che passerà anche attraverso l'allontanamento da Eva, si concluderà con un ritorno alla "normalità", ma in realtà è evidente dalla conclusione del film che Sofia va incontro al futuro con uno spirito indipendente e intraprendente, ben diverso e lontano dai modelli familiari in cui è cresciuta.

Ancora un film di coming of age, con un impianto piuttosto classico, ma impreziosito da un'ambientazione interessante (a livello sia spaziale che temporale), che si lascia guardare con affetto.

Voto: 3/5


martedì 15 ottobre 2019

Joker

Joker è il film che ha vinto il Leone d'oro a Venezia e di cui tutti parlano. A conferma del fenomeno Joker, nel cinema dove sono andata a vederlo in lingua originale, al termine della proiezione è scattato l'applauso (cosa che al massimo accade ai festival e non alle proiezioni normali) e, fuori dal cinema, capannelli di ragazzi continuavano a discuterne animatamente.

Il film di Todd Phillips (regista fino a qui noto soprattutto per alcune commedie di successo, come ad esempio la serie Una notte da leoni) è certamente di quelli che non possono lasciare indifferenti e che sono fatti apposta per far discutere e per alimentare adesioni entusiastiche ovvero prese di distanze ad effetto. Da una parte e dell'altra - come spesso accade in questi casi - non mancano le iperboli che lo definiscono un capolavoro ovvero un prodotto dozzinale.

Dal mio personale punto di vista la grandezza di Joker è Joaquin Phoenix, che non solo si trasforma fisicamente per aderire alla sofferenza e alla psicosi del suo personaggio, ma con la estesissima gamma delle sue espressioni veicola la molteplicità, la diversità e la contraddittorietà dei sentimenti che lo attraversano. Phoenix si fa tutt'uno con questo personaggio, già di per sé iconico (anche grazie alle interpretazioni passate di Jack Nicholson e del compianto Heath Ledger), conferendogli una varietà di sfumature impensabili. Le scene in cui Joker/Pheonix balla sinuosamente, quasi eseguisse delle figure di tai chi, sono destinate a imprimersi a lungo nella memoria degli spettatori, molto di più probabilmente delle scene in cui esplode la sua rabbia in atti di profonda violenza.

Se dunque Phoenix conferma in Joker di essere un gigante, il mio parere sul film è invece molto più sfumato e controverso. Non ho dubbi sul fatto che si tratti di un film "piacione", costruito appositamente per piacere a tutti, sia a quelli che amano i cinecomics (e in particolare quelli della serie DC) e che in esso ritroveranno le atmosfere e lo spirito che anima questo tipo di film, sia ai cinefili dai gusti più raffinati che al cinema cercano un senso oltre che un divertissment e che qui troveranno riferimenti e citazioni importanti, come ad esempio a Taxi driver.

In questo tentativo - tutto sommato riuscito - di accontentare tutti i palati, io però non riesco a trovare elementi di effettiva eccezionalità. La regia di Phillips è certamente accurata e dimostra un ottimo mestiere senza però guizzi di originalità e semmai con qualche espediente un po' semplicistico (vedi la scena in flashback della madre giovane che parla con lo psichiatra a cui assiste Arthur adulto).

Sul piano poi dei contenuti l'uso di Gotham City come metafora di una società in piena decadenza nella quale tramontano i valori morali, la follia dilaga e il divario tra ricchi e poveri, tra élite e base sociale, si allarga sempre di più non solo non è nuova, ma viene tratteggiata con un approccio quasi fastidiosamente didascalico, lasciando pochissimo spazio alla fantasia, all'intuizione e all'intelligenza dello spettatore. In sostanza, uno "spiegone". Per non parlare della banalità della storia individuale di Joker costruita secondo gli stereotipi più abusati della figura dello psicopatico omicida.

Nella vicenda di questo Joker che diventa eroe - quasi suo malgrado - di un movimento di rivolta dal basso che vede i poveri, i diseredati, i giovani e tutti coloro che la società ha lasciato indietro ribellarsi contro le élites responsabili del disastro economico e sociale, Todd Phillips mescola bene gli ingredienti, senza dimenticare nulla, quasi seguisse una ricetta dalla sicura riuscita: dal populismo dilagante al ruolo dei media, dalla crisi economica al taglio dei servizi pubblici, dal disastro ambientale all'irresponsabile mercato delle armi.

Insomma, ha buon gioco Michael Moore nel dire che la storia raccontata in Joker è necessaria per aiutarci ad aprire gli occhi di fronte al mondo in cui viviamo, ma - mi chiedo - davvero non ce ne siamo accorti indipendentemente da Joker? E, soprattutto, chi non se n'è accorto fin qui pensiamo davvero che abbia bisogno dello "spiegone" di Phillips, o non si tratta piuttosto di un problema di percezione distorta?

Voto: 3,5/5 (4,5/5 a Joaquin Phoenix)

mercoledì 19 settembre 2018

Don't worry

L'ultimo film di Gus Van Sant ha alle spalle una vicenda di realizzazione piuttosto lunga e travagliata.

Don't worry è la storia vera di John Callahan, da lui stesso affidata a un libro autobiografico pubblicato prima della sua morte avvenuta nel 2010. La proposta della trasposizione cinematografica era stata fatta a Van Sant da Robin Williams, che si era fatto conquistare dalla storia di Callahan ed era desideroso di portarla sul grande schermo, fors'anche per una parziale identificazione con la vita di questo personaggio diviso tra un immenso dolore e uno straordinario umorismo riversato nella sua attività di vignettista.

Poi la morte di Williams nel 2014 interruppe il progetto e cambiò le carte in tavola.

Gus Van Sant ci è poi ritornato su, decidendo di concentrarsi in particolare sull'alcolismo di Callahan, quello che l'aveva portato sulla sedia a rotelle, e scegliendo Joaquin Phoenix per interpretare il personaggio principale. La storia di Callahan diventa dunque l'occasione per raccontare un faticoso processo di acquisizione di consapevolezza e in qualche modo di redenzione.

John Callahan, originario di un paesino dell'Oregon, era un alcolista incallito fin dall'adolescenza: una sera, un amico con cui andava in giro per feste, completamente sbronzo come lui, si addormentò al volante provocando un tremendo incidente che costrinse Callahan su una sedia a rotelle a vita.

Questa "disgrazia" fu però l'inizio di una nuova vita, anche grazie a un gruppo autogestito di alcolisti anonimi, guidato da Donnie (Jonah Hill), un gay ricchissimo e molto new age, nonché alla vicinanza e all'amore di una donna, Annu (Rooney Mara). Callahan dovette fare i conti con sé stesso e le proprie scelte, e trovò nel disegno di vignette umoristiche un nuovo senso alla sua vita e un'occasione di riscatto.

Joaquin Pheonix è molto bravo nell'interpretare questo personaggio, non certo monodimensionale, in maniera complessa e sfaccettata evitando di farne un santino, rischio che inevitabilmente una storia di questo genere avrebbe potuto portare con sé. A questo tentativo di aggiungere originalità e spessore contribuiscono anche alcuni personaggi che ruotano intorno a Callahan, tra cui il già citato Donnie con il suo strano universo teologico autocostruito in cui compare anche Chucky.

Nonostante l'ottima prova attoriale e le qualità registiche di Van Sant che articola la vicenda intrecciando sapientemente piani temporali diversi, il film resta un po' convenzionale nella sua retorica - molto americana ma non solo - di una vita apparentemente rovinata da un evento tragico e invece ricostruita, nonostante tutto, su basi nuove e più solide verso quanto di più vicino a una vita felice si possa concepire.

Un film che prende durante la visione, ma che temo scivoli addosso piuttosto in fretta una volta usciti dalla sala cinematografica.

Voto: 3/5

lunedì 4 gennaio 2016

Irrational man

Ormai non c'è Natale senza un film di Woody Allen (o con Woody Allen a seconda dei casi) al cinema. E non c'è Natale senza che io e R. andiamo al Metropolis di Mola a prenderci l'ennesima fregatura natalizia ;-)))

No, scusate, in realtà sto un po' esagerando. L'ultimo film di Woody Allen, Irrational man, ha un suo interesse e si guarda anche gradevolmente, ma al riaccendersi delle luci in sala non ho potuto fare a meno di pensare che si tratta dell'ennesima pi**a mentale del caro ottantenne (e non me ne vogliano i suoi fans).

Un film che – ancora più di tanti altri suoi – sembra totalmente costruito a tavolino e trasmette dall'inizio alla fine la sensazione di essere stato tutto pensato e scritto intorno a una tesi, che ha a che fare con il confine sottile tra un'azione giusta e un'azione morale.

Il tutto – come sempre per me succede nei film di Woody Allen – appare non solo e non tanto poco realistico, quanto soprattutto innaturale; persino attori del calibro di Joaquin Phoenix ed Emma Stone appaiono forzati, soprattutto nelle svolte che ne determinano cambiamenti personali e nella narrazione.

La storia è quella di un professore di filosofia, Abe Lucas (un Joaquin Phoenix con una pancia inguardabile), il quale si trasferisce in una nuova università in una fase delicata della sua vita: alcolista, disilluso, depresso, cinico e ormai incapace di trovare un senso alla propria esistenza. Di lui – che è comunque un personaggio enigmatico e affascinante – si innamorano la collega Rita Richards (Parker Posey) e l'allieva Jill Pollard (Emma Stone).

Un evento del tutto fortuito – ossia l'ascolto della conversazione di vicini di tavola – cambierà il corso degli eventi e convincerà il professor Lucas a passare dalle parole, per lui ormai vuote, all'azione. Questo evento darà un significato nuovo alla vita di Abe, ma innescherà una catena reattiva inevitabilmente drammatica.

Personalmente ho trovato il film ingessato e parecchio “telefonato”. I pensieri dei protagonisti sotto forma di voci fuori campo mi sono sembrati fastidiosi e un po' forzati, nonché il gran parlare filosofico e pseudofilosofico.

C'è poco da fare. Io e Woody Allen non andiamo d'accordo e man mano che invecchia è sempre più chiaro che tra noi non scatterà mai alcuna scintilla.

Voto: 2,5/5


giovedì 14 novembre 2013

Her


Vedere un film di Spike Jonze è un'esperienza che non può lasciare indifferenti. E il suo ultimo lavoro presentato al Festival del film di Roma, Her, non smentisce questa affermazione.

Partiamo innanzitutto dalla confezione del film, perché Jonze ambienta la sua storia in una Los Angeles del futuro prossimo venturo, una realtà che riconosciamo in tutte le sue caratteristiche perché è in buona parte identica a quella nella quale viviamo, ma dove alcuni tratti hanno subito una significativa accelerazione tecnologica. Un mondo nel quale la comunicazione visuale è predominante, la tecnologia è pervasiva, l'interazione con le macchine è vocale e basata sul linguaggio naturale. Un mondo nel quale gli appartamenti sono bellissimi, con grandi vetrate a dominare queste enormi città di vetro e cemento che sono un monumento all'opera dell'uomo, ma dove gli edifici sono anonimi come degli alberghi. Un mondo dove le persone vivono perennemente connesse e interagiscono in maniera fluida con le tecnologie, ma vestono in maniera "vintage" e si circondano di pezzi di arredamento che li rimandano a un passato pre-tecnologico. Un mondo popolato di un'umanità sempre più affastellata (la scena sulla spiaggia è straordinaria), ma nel quale i singoli sono sempre più soli e isolati dal contesto, causa e conseguenza dell'essere sempre impegnati in conversazioni virtuali.

Una specie di futuro distopico, ma non del tutto improbabile.

Theodore Twombly (un maestoso Joaquin Phoenix) è un moderno Cyrano, uno che per lavoro scrive lettere (a dire la verità le detta a un computer che le traduce nella scrittura della persona che l'ha richiesta) per conto di chi non ha le parole per esprimere i propri sentimenti.

Theodore è un uomo dotato di una spiccata sensibilità, che soffre della separazione in corso con la moglie amatissima, Catherine (Rooney Mara), e cerca - come tutti - la propria personale via d'uscita alla solitudine, trovandola in Samantha (la sensualissima voce di Scarlett Johansson), il sistema operativo basato sull'intelligenza artificiale che apprende dalla relazione con l'essere umano diventando a sua volta sempre più "umana".

Ed eccoci al cuore del film. Le parole e i sentimenti. La solitudine e le relazioni. Il mistero inesauribile ed inestricabile della nostra dimensione affettiva.

Se - come dice Theodore - innamorarsi è una forma di follia socialmente accettabile, resta da chiedersi perché ci innamoriamo e di cosa ci innamoriamo per arrivare a capire chi siamo. E Theodore di fronte a una personalità senza fisicità com'è quella di Samantha è costretto a mettersi a nudo.

Esiste una separazione tra le parole che veicolano i sentimenti e la fisicità nella quale si incarnano? E le parole sono in grado di tradurre qualunque moto interiore?

Oppure di un legame vero con una persona restano principalmente le sensazioni fisiche, la condivisione di esperienze, il contatto, ovvero tutto ciò che l'interiorità di Theodore continuamente porta a galla del rapporto con la sua ex moglie?

E anche ammettendo che la fisicità sia un dato complementare, ma non indispensabile, le parole che accendono le nostre emozioni provengono realmente dall'esterno, o sono piuttosto la proiezione del nostro io composito, l'esplicitazione e l'esternalizzazione della nostra conversazione interiore, quella attraverso la quale cresciamo come persone e ci evolviamo nel tempo?

Non sarà forse che da sempre e per sempre siamo e saremo impegnati a cercare una persona al di fuori di noi che dia linfa a questo dialogo e che ci crei l'illusione di poter entrare in una connessione profonda con qualcuno che non siamo noi stessi?

Non sarà forse che innamorarsi significa riconoscere in un'altra persona una parte di sé ancora non esplicita e percorrere un pezzo di strada insieme? E che la fine di un amore coincida con la naturale evoluzione del proprio sé attraverso le esperienze che abbiamo vissuto e che inevitabilmente ci hanno cambiato?

Queste domande, in buona parte senza risposta, attraversano tutto il film di Jonze, declinandosi in tutta la gamma possibile di sfumature che va dall'esilarante al malinconico.

Riferendosi alla storia con Catherine e alle proprie prospettive emotive, Theodore dice: "Mi sembra di aver già vissuto tutto con la massima intensità. E che ogni emozione che proverò di qui in avanti sarà solo una copia sbiadita di ciò che ho già vissuto". Ma la storia che Jonze ci racconta sembra dimostrare che non è così. La coazione a ripetere quel processo che si chiama innamoramento nasce dalla novità del proprio sé all'interno del percorso che in ogni istante ci fa essere differenti dall'istante precedente.

Accettare che ogni persona che abbiamo amato è una parte di noi e del nostro cammino significa fare dolorosamente - e al contempo serenamente - pace con i propri sentimenti e con l'inafferrabilità della nostra complessità.

Sceneggiatura quasi senza sbavature. Merita persino una seconda visione.

Menzione speciale per la colonna sonora degli Arcade Fire.

Voto: 4/5

mercoledì 9 gennaio 2013

The master


Si tratta del classico film destinato a dividere sia la critica sia il pubblico su posizioni piuttosto distanti. C’è infatti chi grida al capolavoro e chi esprime delusione rispetto alle aspettative e nel confronto con i film precedenti del regista.

Per quanto mi riguarda, non posso negare che si tratti di un film di altissimo livello cinematografico. E questo è vero innanzitutto per le superbe interpretazioni dei protagonisti, sia Joaquin Phoenix nei panni del reduce di guerra Freddie Quell, sia Philip Seymour Hoffman nei panni del guru Lancaster Dodd, sia Amy Adams nei panni della giovane moglie di quest’ultimo.

Lo stesso dicasi per la confezione del film che è di altissima qualità dal punto di vista visivo e sonoro. Del resto da Paul Thomas Anderson non ci si poteva aspettare di meno.

Ciò che personalmente ho trovato un po’ debole è l’impianto narrativo e una sceneggiatura a volte volutamente ambigua se non addirittura insensata. La memoria di alcuni dei precedenti film di Anderson, in particolare Magnolia e Il petroliere, è vivida e certamente si ravviva ulteriormente durante la visione di The master, dal momento che l’attenzione del regista torna a esplorare i rapporti umani in particolare quelli a due, e le complesse e talvolta inconsapevoli manipolazioni che inevitabilmente comportano.

Il rapporto tra Freddie e Lancaster (e di riflesso quello tra quest’ultimo e la moglie) è sfaccettato e difficilmente etichettabile. Lancaster è l’ispiratore di una setta che promette - attraverso metodi non convenzionali - il contatto con le proprie vite passate alla ricerca dei propri traumi e nel tentativo di superarli. Freddie ha una personalità disturbata in conseguenza della terribile esperienza della guerra e trova in Lancaster Dodd e nel suo mondo una prospettiva di riscatto. Lancaster a sua volta è – nonostante le apparenze – un personaggio fragile, vittima del proprio ego, incapace di gestire le critiche, profondamente solo e a sua volta in un rapporto di forza non ben definibile con il suo universo circostante, in particolare con sua moglie.

Il maestro, il dominatore della scena, il sommo manipolatore è facilmente identificabile sulla carta in Lancaster Dodd. Ma il film insinua numerosi dubbi in questa facile interpretazione. Il rapporto che si instaura tra Lancaster e Freddie è chiaramente di co-dipendenza; Freddie ha bisogno di Lancaster per sentirsi accettato e per questo si sottopone a tutti i suoi esperimenti, ma anche Lancaster ha bisogno della sudditanza e della riconoscenza di Freddie.

Non prestate attenzione a quelle recensioni che si concentrano sulla presunta ispirazione del film a Ron Hubbard, fondatore di Scientology e autore di Dianetics, perché è evidente che questo è per Anderson solo un pretesto per parlare di un rapporto esclusivo in cui due uomini – entrambi carnali, aggressivi, irrisolti, dipendenti – si guardano allo specchio e si riconoscono.

Questo è certamente il punto di forza del film, quello che mantiene alta l’attenzione per le circa due ore di durata dello stesso. Il contorno, però, spesso si sfilaccia, scivola nel vuoto, le parole si perdono nel loro stesso suono, i gesti si svuotano di significato.

Il ritratto è potente, ma un messaggio - se non chiaro almeno intuibile - non c’è, il senso sfugge. E questo può lasciare perplessi o addirittura disturbare.

Personalmente mi è mancata la catarsi che in altri film di Anderson gettava luce sull’insensatezza.

Voto: 3/5

lunedì 30 marzo 2009

Two lovers

Joaquin Phoenix in quella che, a suo dire, è la sua ultima prova da attore prima di dedicarsi esclusivamente alla musica.
L'attore americano, in Two lovers, mette la sua dirompente fisicità di nuovo (dopo il film dell'anno scorso I padroni della notte) al servizio di un regista poco conosciuto, il quarantenne newyorkese James Gray, che si sta ritagliando uno spazio di rispetto nel cinema americano indipendente.
Ambientato nel sobborgo newyorkese di Brighton Beach (con brevi incursioni a Manhattan), il film racconta la storia di Leonard, un ragazzo che, dopo essere stato lasciato dalla donna con la quale stava per sposarsi, è tornato a vivere con i suoi genitori psicologicamente distrutto.
Tra un malriuscito tentativo di suicidio e la grigia quotidianità del lavoro presso la lavanderia del padre, conosce due donne, la bruna Sandra (Vinessa Shaw), figlia di partner in affari di suo padre, e la bionda Michelle (Gwyneth Paltrow), sentimentalmente confusa da una storia con un uomo sposato.
E il tema del film è proprio questo, la confusione dei sentimenti e l'incapacità di farci i conti.
Leonard, benissimo interpretato da Phoenix, è un personaggio tragico e triste al contempo, stretto tra l'affetto un po' soffocante dei genitori, il ricordo di un dolore insanabile, il desiderio di amare ed essere amato e la necessità di sentirsi vivo.
Leonard è sinceramente amato da Sandra, che per lui rappresenta la via semplice che non richiede scelte radicali e di rottura, ma in realtà ama Michelle, instabile, problematica, dipendente, incapace di amarlo davvero.
Anche l'ambientazione del film, che si muove tra la squallida e un po' triste umanità di Brooklyn, e il trionfo di luci e vitalità di Manhattan, trasmette l'idea di uno sdoppiamento che non trova soluzione.
È quella giostra dei sentimenti in cui ci inseguiamo senza trovarci mai, in cui forse inseguiamo una inevitabile e autocompiaciuta solitudine.
Ci incontriamo e ci cerchiamo probabilmente per cercare solo noi stessi in una rincorsa infinita destinata a rimanere inappagata e a reiterare una frustrazione del desiderio, interrotta solo da brevi momenti di presunta felicità.
Scegliamo alla fine spesso la strada meno faticosa o più a portata di mano, ma che ci corrisponde di meno, perché non abbiamo forza a sufficienza per trovare quella terza via che sta in mezzo tra l'infinita ricerca e la triste rinuncia.
Sarà perché solo l'altro ieri avevo visto Ponyo, ma fatalmente ne ho riconosciuto una "assurda" forma di continuità. Esiste una possibilità di composizione tra il nostro io infantile e ingenuo e quello adulto e razionale, che ci permetta realmente di entrare in contatto con noi stessi? O siamo destinati come genere umano a una continua altalena di sentimenti, ad un'oscillazione schizofrenica tra dominanti opposte e inconciliabili?
Io dentro di me so esattamente quale vorrei fosse la risposta. Ma preferisco non esplicitarla per non toglierle forza.
Voto: 3,5/5