Dopo l’annuncio delle nominations agli Oscar non potevo non andare a vedere il film di Josh Safdie (ormai più che avviato alla carriera solitaria, come il fratello Benny), che ha conquistato ben 9 candidature, direi nelle categorie più importanti. E poi a me Timothée Chalamet – checché se ne dica – piace e credo stia dimostrando di saper fare il suo mestiere, attraversando ruoli molto diversi tra di loro.
Nel film di Safdie, Chalamet è Marty Mauser, ispirato al personaggio realmente esistito di Marty Reisman, un giovane di umili origini e di ascendenza ebraica, aspirante campione di tennistavolo in un’epoca – quella del secondo dopoguerra - in cui questo sport non aveva praticamente alcun seguito in America. Marty vive con la madre e lavora nel negozio di scarpe dello zio, ed è capace con la sua parlantina di vendere a chiunque anche ciò che non desidera. Ma Marty, che sta cercando di convincere un amico che è figlio di un imprenditore a realizzare delle palline da ping pong arancioni marcate Marty Supreme, vuole utilizzare le sue doti di affabulatore per mettere insieme i soldi per perseguire il suo sogno che è quello di diventare un campione di tennistavolo. Ed è proprio così che riesce a volare a Londra e a partecipare ai British Open, dove sconfigge il campione in carica (ma anche amico) e arriva inaspettatamente in finale, dove però deve cedere al campione giapponese Koto Endo.
Da questo momento in poi, Marty è letteralmente ossessionato dall’idea di partecipare ai campionati mondiali in Giappone per prendersi la rivincita nei confronti di Endo. Tra la partecipazione al torneo londinese e il viaggio in Giappone succede praticamente di tutto, e più o meno tutti quelli che entrano in contatto con Marty vengono al contempo affascinati, ma anche manipolati, raggirati e traditi dal giovane, che sacrifica tutto in nome della sua scalata nell’Olimpo di questo sport. In particolare, le due donne con cui Marty ha una relazione, Rachel (Odessa A'zion), un’amica d’infanzia sposata che è incinta di un figlio suo, e Kay Stone (Gwyneth Paltrow), un’attrice ormai in declino, sposata con un riccone, si fanno prendere e lasciare più volte, senza mai mandarlo davvero a quel paese.
Ma fin qui ancora tutto bene: il fatto è che, pur accettando il principio di mettere da parte la logica durante la visione (cosa che il cinema spesso richiede), le vicende, le situazioni e i colpi di scena cui assistiamo sono davvero al di là di ogni immaginazione, oltre a essere montate a un ritmo talmente forsennato che sembra di essere la pallina da ping pong di Marty Supreme (e probabilmente l’intenzione è proprio quella).
Un ritmo che non ti molla un istante, sostenuto anche da un audio e da una colonna sonora davvero molto ingombrante (sarà che l’ho visto in una sala Atmos), che con le sue scelte anacronistiche (vi dico solo che il film comincia con Forever young degli Alphaville) contribuisce alla distonia del racconto.
Un film di cui certo non si possono negare le qualità cinematografiche e la perizia realizzativa, e certo non si può passare sotto silenzio la grande interpretazione di Chalamet (qui insopportabile a livelli stratosferici), però arrivati in fondo a questa galoppata che a me è sembrata durare un’eternità, è inevitabile chiedersi: e dunque? Come ha giustamente fatto notare la mia amica G., non si riesce ad affezionarsi nemmeno a un personaggio, e Chalamet non assomiglia affatto a un antieroe, che poverino non ne imbrocca una e contro cui il mondo trama per non fargli fare la scalata sociale, bensì a un furfante a cui interessa solo sé stesso e tutti gli altri sono solo strumenti al servizio del suo sogno. E così di fronte a un finale in cui Marty passa dall’esaltazione alla lacrima, personalmente mi è proprio “salita la carogna” per il modo in cui questi americani continuano fregarci con la loro cinematografia, esattamente come Marty fa con tutte le persone che conosce.
E so che ora ci sarà la levata di scudi di chi il film invece l’ha amato e lo ritiene un capolavoro (per fortuna ho 4 lettori in tutto), ma – come era già accaduto con Babylon – a mio sostegno ho Eileen Jones che nella sua recensione, tradotta su Internazionale, la pensa quasi esattamente come me. E dunque quanto meno non sono sola.
Voto: 3/5
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martedì 10 febbraio 2026
lunedì 30 marzo 2009
Two lovers
Joaquin Phoenix in quella che, a suo dire, è la sua ultima prova da attore prima di dedicarsi esclusivamente alla musica.L'attore americano, in Two lovers, mette la sua dirompente fisicità di nuovo (dopo il film dell'anno scorso I padroni della notte) al servizio di un regista poco conosciuto, il quarantenne newyorkese James Gray, che si sta ritagliando uno spazio di rispetto nel cinema americano indipendente.
Ambientato nel sobborgo newyorkese di Brighton Beach (con brevi incursioni a Manhattan), il film racconta la storia di Leonard, un ragazzo che, dopo essere stato lasciato dalla donna con la quale stava per sposarsi, è tornato a vivere con i suoi genitori psicologicamente distrutto.
Tra un malriuscito tentativo di suicidio e la grigia quotidianità del lavoro presso la lavanderia del padre, conosce due donne, la bruna Sandra (Vinessa Shaw), figlia di partner in affari di suo padre, e la bionda Michelle (Gwyneth Paltrow), sentimentalmente confusa da una storia con un uomo sposato.
E il tema del film è proprio questo, la confusione dei sentimenti e l'incapacità di farci i conti.
Leonard, benissimo interpretato da Phoenix, è un personaggio tragico e triste al contempo, stretto tra l'affetto un po' soffocante dei genitori, il ricordo di un dolore insanabile, il desiderio di amare ed essere amato e la necessità di sentirsi vivo.
Leonard è sinceramente amato da Sandra, che per lui rappresenta la via semplice che non richiede scelte radicali e di rottura, ma in realtà ama Michelle, instabile, problematica, dipendente, incapace di amarlo davvero.
Anche l'ambientazione del film, che si muove tra la squallida e un po' triste umanità di Brooklyn, e il trionfo di luci e vitalità di Manhattan, trasmette l'idea di uno sdoppiamento che non trova soluzione.
È quella giostra dei sentimenti in cui ci inseguiamo senza trovarci mai, in cui forse inseguiamo una inevitabile e autocompiaciuta solitudine.
Ci incontriamo e ci cerchiamo probabilmente per cercare solo noi stessi in una rincorsa infinita destinata a rimanere inappagata e a reiterare una frustrazione del desiderio, interrotta solo da brevi momenti di presunta felicità.
Scegliamo alla fine spesso la strada meno faticosa o più a portata di mano, ma che ci corrisponde di meno, perché non abbiamo forza a sufficienza per trovare quella terza via che sta in mezzo tra l'infinita ricerca e la triste rinuncia.
Sarà perché solo l'altro ieri avevo visto Ponyo, ma fatalmente ne ho riconosciuto una "assurda" forma di continuità. Esiste una possibilità di composizione tra il nostro io infantile e ingenuo e quello adulto e razionale, che ci permetta realmente di entrare in contatto con noi stessi? O siamo destinati come genere umano a una continua altalena di sentimenti, ad un'oscillazione schizofrenica tra dominanti opposte e inconciliabili?
Io dentro di me so esattamente quale vorrei fosse la risposta. Ma preferisco non esplicitarla per non toglierle forza.
Voto: 3,5/5
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