Mentre voi leggete questa recensione di Eileen Jones, che dice esattamente quello che penso ma con maggiori informazioni e in modo più diretto e tranchant del mio consueto, lasciatemi qui a piangere per le sorti di Damien Chazelle, giovane regista su cui tante speranze avevo riposto.
Avevo apprezzato molto Whiplash nonostante il tema profondamente tossico, avevo amato tanto la magia di La la land e non mi era dispiaciuto First man (anche se devo dire che oggi capisco che non mi si era di certo impresso nella memoria). Così di fronte a queste tre ore di spettacolo cinematografico eccessivo, decadente, fantasmagorico e però senza senso, mi chiedo senza sosta cos'avesse in testa Chazelle e cosa ci volesse comunicare.
Man mano che guardavo il film nella mia mente si formava un'immagine che non mi ha più abbandonato: è come se Chazelle avesse lasciato La la land al sole e agli agenti atmosferici fino a farlo imputridire, e poi ce lo avesse riproposto putrefatto sotto forma di questo nuovo film. Persino la musica di Justin Hurwitz è di fatto una rielaborazione del tema di La La Land, in un autocitazionismo che sinceramente mi ha un po' lasciata perplessa. Forse il successo travolgente di La la land ha condotto Chazelle sulle montagne russe di Hollywood, facendogli sperimentare le sue vette ma anche i suoi abissi e lasciandogli addosso un sentimento ambivalente verso il mondo del cinema.
Non a caso, Babylon da un lato è una dichiarazione d'amore al cinema: Chazelle ce lo mostra attraverso una delle scene finali in cui il protagonista Manny (Diego Calva), dopo molti anni da quando ha abbandonato il mondo del cinema, torna in sala dove danno Singin' in the rain e ritrova nostalgicamente la magia della Hollywood del passato, ma anche quella del cinema del futuro (una sequenza invero molto improbabile e neanche particolarmente emozionante). Dall'altro lato, il film è uno sguardo cinico verso Hollywood, descritto - anche in quelli che vengono rappresentati come i tempi d'oro, fatti di artigianato e ingenuità, ma anche ricchi di energia vitale e di sperimentazione, ossia l'epoca del muto - come una cloaca maxima in cui tutti vengono trascinati e da cui nessuno si salva. Non si salva la star del muto, Jack Conrad (Brad Pitt), il cui successo declina con l'avvento del sonoro, non si salva l'attricetta di provincia ambiziosa e sfrenata con un passato difficile Nellie LaRoy (Margot Robbie), non si salvano tutti coloro che gli ruotano intorno, tranne forse chi - più o meno volontariamente - decide di allontanarsi da questo mondo.
Se così dobbiamo interpretare il film, fa specie che un regista così giovane (Chazelle ha solo 37 anni) abbia già sviluppato un livello di cinismo così elevato, sebbene la cosa non mi sorprenda del tutto se penso alla sua generazione.
Faccio a meno a questo punto di soffermarmi troppo a lungo sulle cose che secondo me non funzionano nel film (anche lì dove fossero delle scelte consapevoli), ma qualche accenno lo voglio fare: un film ambientato prevalentemente tra gli anni Venti e Trenta che praticamente da tutti i punti di vista appare totalmente anacronistico e fortemente moderno (acconciature, comportamenti, modi di parlare, vestiti e chi più ne ha più ne metta), citazionismi - che poi in buona parte certamente non colgo nel dettaglio ma di cui percepisco qua e là i segnali - totalmente fuori luogo se non addirittura appiccicati alla narrazione, assenza quasi totale di empatia emotiva, sgradevolezza variamente declinata in grottesco, demenzialità, eccessi, umorismo nero, sequenze secondo me totalmente nonsense, come quella di cui è protagonista Tobey Maguire ovvero quella della lotta di Nellie con il serpente a sonagli.
Ora però non voglio dire che improvvisamente Chazelle è diventato incapace di fare film. Nel film ci sono anche cose molto belle: penso per esempio alla bella e divertente sequenza in cui si mostrano le difficoltà dei primi tentativi di girare col sonoro, ovvero le scene che hanno protagonista l'interessante figura di Elinor St. John (Jean Smart) o quelle con l'attrice lesbica Fay Zhu (Lin Ju Li).
Può essere dunque che qualcuno interpreti il film in chiave diversa e ne dia una lettura positiva.
Io resto sostanzialmente della mia idea. E - vi dirò - mi inquieta il fatto che negli ultimi anni - ovviamente non a caso, visto che siamo in un momento di transizione con la crescita esponenziale delle piattaforme e la crisi delle sale cinematografiche - tantissimi registi facciano film sul cinema (penso a Branagh, a Spielberg, al prossimo di Mendes) con un approccio nostalgico relativamente ai bei tempi andati e con l'intento di redimere il valore della visione in sala. Ora, parlo io che praticamente i film li vedo solo al cinema, e che ovviamente spero che questo trend si inverta, ma so anche che la storia andrà dove deve andare. Ora, però, quelli succitati sono registi che hanno una certa età ed è normale che vivano così questa fase, ma che questa angoscia/nostalgia - seppure in modi diversi - attraversi un giovane mi preoccupa, perché mi aspetterei da lui non un'immersione nel passato, ma la costruzione del futuro.
Voto: 1,5/5
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martedì 7 febbraio 2023
mercoledì 14 novembre 2018
First man - Il primo uomo
Il nuovo film di Damien Chazelle è tratto dalla biografia di Neil Armstrong scritta da James R. Hansen e intitolata appunto First man: The life of Neal A. Armstrong, riadattata dallo sceneggiatore Josh Singer. La storia è quella dell’uomo (interpretato da Ryan Gosling) che il 20 luglio del 1969 mise per primo piede sulla luna come comandante della missione Apollo 11. Di questa storia ci hanno parlato diversi altri film, ma a Chazelle non interessa tanto il trionfalismo del successo americano, bensì le contraddizioni che vi si nascondono dietro e i prezzi pagati per raggiungere quell’obiettivo.
Apollo 11 fu infatti il punto di arrivo di un percorso lungo moltissimi anni, durante il quale – anche a causa dei limitati mezzi tecnologici allora a disposizione – molte persone persero la vita in test non andati a buon fine o altri episodi sfortunati, mentre la pressione politica e sociale rispetto a un obiettivo che costava investimenti enormi cresceva giorno dopo giorno, anche in conseguenza della competizione con l’Unione Sovietica.
Lo stesso Armstrong ci viene presentato come un antieroe triste, introverso e restio alle interviste, poco incline alla diplomazia, diviso tra una vita ritirata con la moglie e i figli e l’indesiderata ribalta di un palcoscenico mondiale. Armstrong, uno dei pochi piloti civili impegnati nelle missioni nello spazio, si presentò alle selezioni e fu assoldato nella missione Gemini 8 dopo la morte per un tumore della figlia piccola Karen, una perdita che lascia un vuoto incolmabile e che l’uomo sembra quasi voler compensare con il compimento della missione lunare.
C’è nel film di Chazelle da un lato l’ammirazione per un’umanità che non smette mai di sfidare sé stessa e che insegue costantemente il sogno di superare i propri limiti, di spingersi oltre il già conosciuto anche a costo di correre rischi enormi, dall’altro la compassione per quella stessa umanità che nonostante tutto deve inchinarsi di fronte al dolore e alla morte. La velatura di lacrime negli occhi di Armstrong mentre solca il terreno lunare mette insieme il senso di gratificazione che nasce dal compimento di un obiettivo perseguito per tutta la vita e l’inevitabile tristezza che nasce dalla consapevolezza della propria impotenza e della parziale inutilità del proprio sacrificio, una tensione a cui l’umanità non può in alcun modo sottrarsi.
Chazelle nella sua ancora brevissima ma già fulminante carriera continua a dimostrare di saper governare generi e ambiti cinematografici diversi (al punto che i suoi film sembrano appartenere a universi differenti), ma anche di saper portare avanti trasversalmente e coerentemente una poetica tutta personale che va a cercare in epoche, storie e personaggi diversi la stessa fiamma interiore che spinge l’essere umano a scelte coraggiose e talvolta dolorose che sono la fonte e il motore della propria vitalità, ma anche la radice prima di quella sottile e pervasiva malinconia che è propria della condizione umana.
Di film in film i suoi mezzi e le sue ambizioni crescono, un po’ come quelli degli esseri umani di cui racconta, cosicché in First man la vena intimista è superbamente affiancata e sostenuta da una messa in scena immersiva in cui la qualità delle riprese e dell’audio catturano lo spettatore risucchiandolo nel frastuono e nel terremoto della navicella fino al raggiungimento del silenzio e della calma irreale dello spazio.
Voto: 3,5/5
lunedì 30 gennaio 2017
La la land
Nel mio personale immaginario cinematografico La la land si colloca in un qualche punto di mezzo tra Moulin Rouge e The artist, e - come nel caso di questi due film - l'ho guardato incantata e sicura già dopo i primi pochissimi minuti che la memoria di queste immagini mi sarebbe rimasta dentro.
La la land è il secondo film di Damien Chazelle, classe 1985, il regista di Whiplash, ed è un film-musical che racconta la storia d'amore tra Mia (Emma Stone), un'aspirante attrice, e Sebastian (Ryan Gosling), un aspirante pianista jazz. La loro vicenda è ambientata nella Los Angeles dei nostri giorni, anche se si respira un'aria di tempi passati, o forse meglio un'aria senza tempo in un luogo dove, non a caso, il trascorrere delle stagioni (che scandisce la narrazione) non produce quasi nessun cambiamento del clima e si vive dunque in quella perenne primavera che poi è in un certo senso metafora di Hollywood.
Da un punto di vista visivo, il film di Chazelle è puro godimento. La sequenza iniziale di canti e coreografie tra le macchine incolonnate su un'arteria ad alto scorrimento che porta in città sono da mandibola a terra e fanno scattare l'applauso del pubblico prima ancora che compaia sullo schermo il titolo del film. Poi la prima metà, quella che ci racconta le storie di Mia e di Sebastian e di come si incontrano e si innamorano, è un fuoco d'artificio di colori, di balletti, di canzoni e di autentici colpi di teatro che lasciano a bocca aperta, come ad esempio nella scena del balletto intorno alla piscina. La seconda parte è visivamente forse più tradizionale ed è anche meno musicale, e non è un caso perché corrisponde con le difficoltà di Mia e Sebastian di realizzare i propri sogni e anche di portare avanti la propria storia. E però non c'è mai un momento di stanchezza, perché quando il film si fa meno mirabolante e scoppiettante la storia diventa più intima ed emotivamente coinvolgente.
Da un punto di vista narrativo, quello di Chazelle è un film apparentemente semplice, quasi banale, che ad una lettura superficiale potrebbe anche deludere. Ma la verità è che dietro questa apparente semplicità c'è una stratificazione di letture possibili e di significati molto più articolata e complessa. È evidente che il film è un omaggio all'arte cinematografica ed è zeppo di citazioni, in parte esplicite ed evidenti a tutti, in parte più nascoste e accessibili solo a veri cinefili. Del resto la protagonista vuole fare l'attrice, lavora in un bar degli Studios di Hollywood, e divide casa con altre aspiranti attrici, una casa piena zeppa di locandine di film, dove nella stanza di Mia su tutto domina una gigantografia di Ingrid Bergman; al primo appuntamento Mia e Sebastian vanno a vedere Gioventù bruciata in un piccolo cinema d'essai che proietta ancora pellicole e quando la pellicola si interrompe sulla scena ambientata al Planetario di Griffith Park i due decidono di andarci in macchina e Chazelle ci regala non solo un'inquadratura perfettamente identica all'originale ma ambienta nell'osservatorio la sequenza più onirica e d'antan di tutto il film. Per il resto le riproduzioni di sequenze e modalità appartenenti all'immaginario cinematografico degli anni d'oro di Hollywood si sprecano, senza per questo risultare forzati o fastidiosi per lo spettatore.
Ma il vero omaggio alla settima arte dal mio punto di vista è la storia stessa di Mia e Sebastian, che a ben guardare è essa stessa metafora della parabola di Hollywood, dalla giocosità genuina e piena di sogni delle origini alle difficoltà di mantenersi fedele a questi sogni senza appiattirsi sulle necessità triviali fino alla definitiva realizzazione e al successo, che però hanno inevitabilmente lasciato indietro la naïveté della gioventù e quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
La la land è un film pieno di nostalgia: la nostalgia delle cose che si perdono o che non ci sono più, di quello che bisogna lasciare indietro per andare avanti. E proprio in risposta a questa nostalgia è un film pieno di speranza nel potere dell'immaginazione che è capace di raccontare e inventare mediante le immagini quello che è stato e anche quello che non sarà mai.
Il film di Chazelle è un film sull'amore e sui sogni, essenza dell'umanità, che solo al cinema possono davvero sopravvivere per sempre.
La la land ha già vinto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Oscar; le recensioni negative sono infinitesimali a confronto della pioggia di apprezzamenti che arrivano da pubblico e critica. E normalmente in questi casi lo snobismo è lì dietro l'angolo ad attenderci e spingerci ad essere fuori dal coro. Stavolta però voglio essere e sarò mainstream. La la land è un film che, secondo me, rimarrà a lungo nella memoria cinematografica e forse Chazelle doveva approdare al cinema anche solo per regalarci questo piccolo gioiello.
Ah! Dimenticavo... se potete, andatelo a vedere in lingua originale!
Voto: 4/5
La la land è il secondo film di Damien Chazelle, classe 1985, il regista di Whiplash, ed è un film-musical che racconta la storia d'amore tra Mia (Emma Stone), un'aspirante attrice, e Sebastian (Ryan Gosling), un aspirante pianista jazz. La loro vicenda è ambientata nella Los Angeles dei nostri giorni, anche se si respira un'aria di tempi passati, o forse meglio un'aria senza tempo in un luogo dove, non a caso, il trascorrere delle stagioni (che scandisce la narrazione) non produce quasi nessun cambiamento del clima e si vive dunque in quella perenne primavera che poi è in un certo senso metafora di Hollywood.
Da un punto di vista visivo, il film di Chazelle è puro godimento. La sequenza iniziale di canti e coreografie tra le macchine incolonnate su un'arteria ad alto scorrimento che porta in città sono da mandibola a terra e fanno scattare l'applauso del pubblico prima ancora che compaia sullo schermo il titolo del film. Poi la prima metà, quella che ci racconta le storie di Mia e di Sebastian e di come si incontrano e si innamorano, è un fuoco d'artificio di colori, di balletti, di canzoni e di autentici colpi di teatro che lasciano a bocca aperta, come ad esempio nella scena del balletto intorno alla piscina. La seconda parte è visivamente forse più tradizionale ed è anche meno musicale, e non è un caso perché corrisponde con le difficoltà di Mia e Sebastian di realizzare i propri sogni e anche di portare avanti la propria storia. E però non c'è mai un momento di stanchezza, perché quando il film si fa meno mirabolante e scoppiettante la storia diventa più intima ed emotivamente coinvolgente.
Da un punto di vista narrativo, quello di Chazelle è un film apparentemente semplice, quasi banale, che ad una lettura superficiale potrebbe anche deludere. Ma la verità è che dietro questa apparente semplicità c'è una stratificazione di letture possibili e di significati molto più articolata e complessa. È evidente che il film è un omaggio all'arte cinematografica ed è zeppo di citazioni, in parte esplicite ed evidenti a tutti, in parte più nascoste e accessibili solo a veri cinefili. Del resto la protagonista vuole fare l'attrice, lavora in un bar degli Studios di Hollywood, e divide casa con altre aspiranti attrici, una casa piena zeppa di locandine di film, dove nella stanza di Mia su tutto domina una gigantografia di Ingrid Bergman; al primo appuntamento Mia e Sebastian vanno a vedere Gioventù bruciata in un piccolo cinema d'essai che proietta ancora pellicole e quando la pellicola si interrompe sulla scena ambientata al Planetario di Griffith Park i due decidono di andarci in macchina e Chazelle ci regala non solo un'inquadratura perfettamente identica all'originale ma ambienta nell'osservatorio la sequenza più onirica e d'antan di tutto il film. Per il resto le riproduzioni di sequenze e modalità appartenenti all'immaginario cinematografico degli anni d'oro di Hollywood si sprecano, senza per questo risultare forzati o fastidiosi per lo spettatore.
Ma il vero omaggio alla settima arte dal mio punto di vista è la storia stessa di Mia e Sebastian, che a ben guardare è essa stessa metafora della parabola di Hollywood, dalla giocosità genuina e piena di sogni delle origini alle difficoltà di mantenersi fedele a questi sogni senza appiattirsi sulle necessità triviali fino alla definitiva realizzazione e al successo, che però hanno inevitabilmente lasciato indietro la naïveté della gioventù e quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
La la land è un film pieno di nostalgia: la nostalgia delle cose che si perdono o che non ci sono più, di quello che bisogna lasciare indietro per andare avanti. E proprio in risposta a questa nostalgia è un film pieno di speranza nel potere dell'immaginazione che è capace di raccontare e inventare mediante le immagini quello che è stato e anche quello che non sarà mai.
Il film di Chazelle è un film sull'amore e sui sogni, essenza dell'umanità, che solo al cinema possono davvero sopravvivere per sempre.
La la land ha già vinto 7 Golden Globe ed è candidato a 14 Oscar; le recensioni negative sono infinitesimali a confronto della pioggia di apprezzamenti che arrivano da pubblico e critica. E normalmente in questi casi lo snobismo è lì dietro l'angolo ad attenderci e spingerci ad essere fuori dal coro. Stavolta però voglio essere e sarò mainstream. La la land è un film che, secondo me, rimarrà a lungo nella memoria cinematografica e forse Chazelle doveva approdare al cinema anche solo per regalarci questo piccolo gioiello.
Ah! Dimenticavo... se potete, andatelo a vedere in lingua originale!
Voto: 4/5
lunedì 23 febbraio 2015
Whiplash
Un tempo sarei letteralmente andata in visibilio per un film come questo, che mi pare si collochi perfettamente al punto di intersezione tra Saranno famosi e Rocky, ossia tra le storie di giovani talenti in campo artistico (e musicale) durante il periodo della loro formazione e della lotta per affermare la propria arte e quelle di personaggi (di solito sportivi) che si sottopongono a prove fisiche e psicologiche massacranti per raggiungere un obiettivo.
Qui il protagonista è Andrew (Miles Teller), un ragazzo di diciannove anni che frequenta la Shaffer, la più importante scuola di musica di New York, dove suona la batteria. Andrew si è appassionato alla batteria fin da piccolo e ha un unico sogno, quello di diventare un grande musicista come il suo idolo Buddy Rich e di lasciare il segno nel mondo della musica. E fin qui non siamo molto lontani da tutti i film nati sulla falsa riga di Saranno famosi.
Durante delle prove in solitaria, Andrew viene notato da Terence Fletcher (un J. K. Simmons da Oscar), un insegnante temutissimo ma anche capace di tirare fuori il meglio dai suoi allievi. Da questo incontro tra un giovane totalmente focalizzato sul proprio obiettivo e sulla propria ambizione e un maestro terribile che lo sottoporrà a ogni tipo di umiliazione e di prova per testarne la determinazione e per tirarne fuori il meglio deriva una vera e propria guerra che Andrew combatte innanzitutto contro i propri limiti, puntualmente amplificati da Fletcher. E a questo punto entriamo nel mondo di Rocky e dei suoi epigoni.
L’esito è meno scontato di quanto si potrebbe immaginare e passa per il definitivo affrancarsi di Andrew da Fletcher e per l’imposizione di se stesso e della propria personalità.
Come accennavo, un tempo sarei stata conquistata da un film così, che ti tiene alta la tensione fino all’ultimo e ti fa trattenere il respiro insieme al protagonista fino al liberatorio atto finale. Un tempo mi sarei identificata in questa forma di passione assoluta che oscura qualunque altro aspetto di sé e della propria vita, in questo desiderio di perfezione, in questo tentativo sovrumano di lasciare il segno nella storia.
E invece oggi in fondo capisco che questo modo di percepirsi e di percepire il mondo circostante è fortemente legato a un’età della vita. Non a caso il protagonista ha 19 anni e il regista Damien Chazelle ne ha poco più di 31. Non si può concepire e – nello stesso tempo – entusiasmarsi per una passione così totalizzante e in parte autodistruttiva come quella raccontata nel film se non fino a quando si è "giovani". Il limite tra la dedizione estrema che sola può forgiare il capolavoro della perfezione e l’annichilimento della persona che nutre talento e ambizione è sottile e quasi impossibile da tracciare; ed Andrew per primo ne farà le spese e ne diventerà consapevole sulla propria pelle.
Due ore di musica jazz suonata ad altissimi livelli (con un assolo finale da brividi), capace di entrare nelle orecchie e nel cuore anche del meno musicale degli spettatori (anche di chi come me ha un orecchio musicale e un senso del tempo quasi inesistenti), due ore di un girato che non ha niente da invidiare a un film d’azione ad alta tensione, sebbene qui il massimo dell’azione sia quella del batterista che si esercita a sangue alla batteria. Quindi, tanto di cappello a Whiplash.
E però, alla fine, di questo film non posso non percepire il profondo maschilismo e solipsismo in cui sono immersi entrambi i protagonisti e che pervade tutto il mondo circostante, e mi chiedo quanto ancora alla mia età (e più avanti) un tale punto di vista sul mondo possa risultare motivante e identificante e quanto invece finisca irrimediabilmente vittima del cinismo e dell’inevitabile disillusione che la vita porta con sé.
Qualcuno l’ha definito l’anti-favola di Hollywood, ma non c’è niente di più simile al mito hollywoodiano di questo film.
Voto: 3,5/5
Qui il protagonista è Andrew (Miles Teller), un ragazzo di diciannove anni che frequenta la Shaffer, la più importante scuola di musica di New York, dove suona la batteria. Andrew si è appassionato alla batteria fin da piccolo e ha un unico sogno, quello di diventare un grande musicista come il suo idolo Buddy Rich e di lasciare il segno nel mondo della musica. E fin qui non siamo molto lontani da tutti i film nati sulla falsa riga di Saranno famosi.
Durante delle prove in solitaria, Andrew viene notato da Terence Fletcher (un J. K. Simmons da Oscar), un insegnante temutissimo ma anche capace di tirare fuori il meglio dai suoi allievi. Da questo incontro tra un giovane totalmente focalizzato sul proprio obiettivo e sulla propria ambizione e un maestro terribile che lo sottoporrà a ogni tipo di umiliazione e di prova per testarne la determinazione e per tirarne fuori il meglio deriva una vera e propria guerra che Andrew combatte innanzitutto contro i propri limiti, puntualmente amplificati da Fletcher. E a questo punto entriamo nel mondo di Rocky e dei suoi epigoni.
L’esito è meno scontato di quanto si potrebbe immaginare e passa per il definitivo affrancarsi di Andrew da Fletcher e per l’imposizione di se stesso e della propria personalità.
Come accennavo, un tempo sarei stata conquistata da un film così, che ti tiene alta la tensione fino all’ultimo e ti fa trattenere il respiro insieme al protagonista fino al liberatorio atto finale. Un tempo mi sarei identificata in questa forma di passione assoluta che oscura qualunque altro aspetto di sé e della propria vita, in questo desiderio di perfezione, in questo tentativo sovrumano di lasciare il segno nella storia.
E invece oggi in fondo capisco che questo modo di percepirsi e di percepire il mondo circostante è fortemente legato a un’età della vita. Non a caso il protagonista ha 19 anni e il regista Damien Chazelle ne ha poco più di 31. Non si può concepire e – nello stesso tempo – entusiasmarsi per una passione così totalizzante e in parte autodistruttiva come quella raccontata nel film se non fino a quando si è "giovani". Il limite tra la dedizione estrema che sola può forgiare il capolavoro della perfezione e l’annichilimento della persona che nutre talento e ambizione è sottile e quasi impossibile da tracciare; ed Andrew per primo ne farà le spese e ne diventerà consapevole sulla propria pelle.
Due ore di musica jazz suonata ad altissimi livelli (con un assolo finale da brividi), capace di entrare nelle orecchie e nel cuore anche del meno musicale degli spettatori (anche di chi come me ha un orecchio musicale e un senso del tempo quasi inesistenti), due ore di un girato che non ha niente da invidiare a un film d’azione ad alta tensione, sebbene qui il massimo dell’azione sia quella del batterista che si esercita a sangue alla batteria. Quindi, tanto di cappello a Whiplash.
E però, alla fine, di questo film non posso non percepire il profondo maschilismo e solipsismo in cui sono immersi entrambi i protagonisti e che pervade tutto il mondo circostante, e mi chiedo quanto ancora alla mia età (e più avanti) un tale punto di vista sul mondo possa risultare motivante e identificante e quanto invece finisca irrimediabilmente vittima del cinismo e dell’inevitabile disillusione che la vita porta con sé.
Qualcuno l’ha definito l’anti-favola di Hollywood, ma non c’è niente di più simile al mito hollywoodiano di questo film.
Voto: 3,5/5
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