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lunedì 13 maggio 2024

Cattiverie a domicilio = Wicked little letters

La regista inglese Thea Sharrock si ispira a una storia incredibilmente vera accaduta a Littlehampton nel 1922 per raccontare la condizione femminile in Inghilterra in quegli anni e parlare di riscatto femminile. E lo fa offrendo allo spettatore un'occasione di divertimento purissimo, oltre che di riflessione.

Già solo questo basterebbe a fare di questo film un must-see. Ma ci sono anche numerosi altri motivi per non perderlo (possibilmente in lingua originale). Il primo è una sceneggiatura scoppiettante che - a partire dal linguaggio divertentemente osceno delle lettere che sono al centro della narrazione - si sostanzia di dialoghi decisamente ben scritti. Non a caso il secondo motivo che rende il film imperdibile è la prova degli attori che fanno a gara di bravura, a partire da Timothy Spall e Olivia Colman, che sono delle certezze, fino ad arrivare a Jessie Buckley (che avevo già apprezzato in Fingernails) e Anjana Vasan.

La storia è presto detta: nel 1922 nel paesino di Littlehampton, nella zona di Portsmouth, Edith Swan (Olivia Colman), la figlia zitella del burbero Edward (Timothy Spall), riceve delle lettere oscene e offensive. All'ennesima lettera il padre denuncia la cosa alla polizia e i sospetti cadono immediatamente su Rose Gooding (Jessie Buckley), una giovane donna irlandese che è arrivata in paese con la figlia dopo la guerra, e che ha un comportamento anticonvenzionale e riprovevole agli occhi della comunità locale. L'accusa nei confronti di Rose viene data per certa senza grande indagini, rafforzata dal pregiudizio collettivo, ma la giovane poliziotta Gladys Moss (Anjana Vasan) ha numerosi dubbi e, non riuscendo a convincere i suoi colleghi maschi a fare indagini serie, decide di fare da sola e, con l'aiuto di alcune donne della comunità e di suo nipote, scopre qual è la vera storia che si nasconde dietro le lettere, che è una storia di oppressione e di rabbia.

Wicked little letters (che in italiano diventa Cattiverie a domicilio) è un film molto fedele alla storia vera a cui è ispirato, ma la regista Thea Sharrock aggiunge allo scheletro narrativo motivazioni e sentimenti che gli atti giudiziari non ci hanno tramandato.

Guardando il film non ho potuto fare a meno di pensare al film di Paola Cortellesi, C'è ancora domani, che da certi punti di vista ha un approccio simile: film ambientato nel passato, ispirato a vicende reali, che tratta il tema della condizione della donna, ma lo fa in maniera ironica. E in un certo senso i due film condividono il limite di una ricostruzione ambientale un po' finta e di alcuni personaggi un po' macchiettistici. La differenza principale tra i due film la fanno la sceneggiatura e gli attori, che nel caso di Cattiverie a domicilio io trovo superiori. Ma so in questo di essere decisamente in minoranza, visto il successo nazionale e internazionale della Cortellesi, di cui comunque sono contenta.

Voto: 3,5/5



mercoledì 29 marzo 2023

Empire of light

E anche Sam Mendes porta in sala il suo personale omaggio al potere salvifico e riparatore del cinema (inteso come insieme di contenitore - la sala cinematografica - e di contenuto - i film), e lo fa attraverso la figura di Hilary (una sempre straordinaria Olivia Colman, che vale molto più della metà del valore complessivo del film), una donna che lavora presso il cinema Empire, sul lungomare della cittadina di Margate, sulla costa sud dell'Inghilterra.

Siamo nei primissimi anni Ottanta. La Gran Bretagna vive una pesante fase di recessione, come contraccolpo della crisi economica della fine degli anni Settanta. Al potere è salita Margaret Thatcher, con il suo programma liberista e conservatore, mentre il malessere sociale alimenta un rigurgito razzista.

Il cinema Empire, diretto da Mr Ellis (un Colin Firth in un ruolo per lui insolito), è in declino, ma Hilary svolge il suo lavoro di manager del personale con grandissimo scrupolo e attenzione, oltre a sottostare ai desideri - anche e soprattutto sessuali - del suo capo. Nella vita privata Hilary è profondamente sola, e si porta dietro una sofferenza psichica non meglio identificata.

Un giorno entra nello staff Stephen (Micheal Ward II), un giovane ragazzo di colore che porta una ventata di freschezza e di novità nell'ambiente stantio del cinema. Presto tra Hilary e Stephen nasce una storia apparentemente impossibile, che però sarà determinante - in modi diversi - per le future scelte di entrambi.

Empire of light è un film visivamente superbo: la fotografia di Roger Deakins è straordinaria in ogni singolo fotogramma, dalle inquadrature ai colori, all'utilizzo di quella luce che fin dal titolo è protagonista di questo film, perché è l'anima pulsante del cinema (e della fotografia).

Per quanto mi riguarda l'interpretazione di Olivia Colman e la fotografia di Deakins, assolutamente pensata per il grande schermo, valgono da soli il prezzo del biglietto, e anche di più. Per il resto, il film di Mendes si guarda piacevolmente e anche con qualche commozione, soprattutto in riferimento al personaggio di Hilary, però sul piano narrativo non appare secondo me del tutto risolto, soprattutto nel tentativo - che per certi versi appare un po' forzato - di utilizzare il cinema come strumento "curativo" dei disturbi di Hilary e delle incertezze di Stephen, grazie anche al personaggio-ponte del proiezionista Norman (Toby Jones).

In definitiva, anche Sam Mendes ci propone la sua personale versione di una lettera d'amore al cinema, riportandoci agli anni della sua adolescenza e celebrando i suoi miti del passato, nonché il suo amore per un luogo, la sala cinematografica, che già allora mostrava i segni della crisi.

In Mendes non c'è trionfalismo né proiezione verso il futuro, bensì un sentimento dolceamaro che non fornisce risposte né indica strade da percorrere.

Voto: 3/5 (ma darei molto di più a Olivia Colman e al direttore della fotografia)


mercoledì 6 febbraio 2019

La favorita = The favourite

Il regista Yorgos Lanthimos con i suoi tutto sommato ancora pochi film all'attivo (di cui io ho visto solo The lobster) ha già acquisito, all'interno del panorama cinematografico, un'identità molto peculiare, che potremmo sintetizzare in una visione caustica dell'umanità, interessata a esplorare i lati oscuri delle nostre personalità e del nostro vivere sociale. È per questo che i suoi film risultano inquietanti e/o destabilizzanti e lasciano generalmente lo spettatore con molte domande senza risposta.

Con La favorita (che ho voluto vedere in lingua originale) Lanthimos - pur fedele alla sua visione del mondo - si inoltra in un terreno per lui nuovo: oltre a essere il primo film di cui non scrive la sceneggiatura (ne sono autori Deborah Davis e Tony McNamara), il regista sceglie di girare un film in costume, ispirato a personaggi reali e a vicende storiche.

Il film è ambientato nella corte inglese della Regina Anna Stuart (Olivia Colman) all'inizio del Settecento, nella fase in cui il regno inglese è in guerra (tanto per cambiare!) con quello francese, e si tratta di decidere - dopo una battaglia vinta - se firmare la pace oppure continuare la guerra fino a una vittoria schiacciante che consentirebbe di imporre condizioni più dure ai francesi.

La regina Anna è una donna fragile e bisognosa di affetto, segnata dalla perdita di numerosi figli e da una serie di acciacchi che le rendono faticoso persino camminare, una donna costantemente alla ricerca di qualcuno che la ami, la rassicuri e soddisfi i suoi desideri, anche sessuali.

La favorita e consigliera di Anna è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), una donna sicura di sé e volitiva cui di fatto la regina - in cambio dell'accudimento - demanda il governo del paese.

Quando a corte arriva Abigail Masham (Emma Stone), la donna - che ha un passato di rango ma è caduta in disgrazia a causa dei comportamenti irresponsabili del padre - comincia la sua manovra di avvicinamento prima alla duchessa e poi alla regina, puntando - con tutti i mezzi leciti e meno leciti - a sostituire Sarah nel ruolo di favorita.

Intorno a loro un mondo di uomini con le facce dipinte di trucchi improbabili e con in testa parrucchoni inguardabili, rappresentati come bambinoni per i quali tutto è un gioco: la corsa delle anatre, il tiro al bersaglio di un uomo di corte con le arance, la conquista di una donna, il ruolo di primo ministro, il governo del paese.

Questi uomini ridotti a caricature di sé stessi sono manipolati e sovrastati dalla perfida astuzia, ma anche dall'intelligenza delle due donne, Sarah e Abigail, che rapidamente diventano le uniche protagoniste della scena e si sfidano in una competizione senza esclusione di colpi. Ne risulta una narrazione godibile, a tratti esilarante, che si alterna - creando un forte contrasto - a una sensazione di strisciante angoscia.

Una colonna sonora molto ben congegnata e le inquadrature tipicamente alla Lanthimos (qui si fa un ampio uso del grandangolo e del fish eye creando un effetto paradossalmente claustrofobico) definiscono i confini di un ambiente malato e decadente, che nonostante le apparenze non è forse poi tanto lontano dalla nostra contemporaneità.

Che Lanthimos ci parli dell'esercizio del potere anche attraverso l'uso del sesso e della manipolazione in un'inedita chiave tutta al femminile è evidente, ma personalmente vedo ulteriori livelli di lettura, meno palesi e forse anche meno definiti. Se la regina Anna suscita una forma di compassione per le sue sofferenze e follie, le motivazioni che spingono Sarah e Abigail a giocare la loro partita - a volte anche crudele - sono completamente diverse: Abigail punta a ripristinare il suo status perduto, ad affrancarsi definitivamente dalla situazione di povertà e minorità nella quale è caduta per colpe altrui, e una volta garantitasi una condizione di benessere e tranquillità non mostra forme vere di affezione; Sarah è un personaggio più difficile da inquadrare: a tratti sembra quasi che la sua affezione per la regina sia sincera e che il suo atteggiamento verso di lei sia genuinamente protettivo, al contempo però è evidente che la duchessa utilizza l'ascendente esercitato sulla regina per svolgere un ruolo di potere che non le spetterebbe e per il quale forza - non sappiamo se in buona o in cattiva fede - persino il volere di Anna, né è chiaro se Sarah abbia in qualche modo anche approfittato economicamente della sua posizione di forza.

Con La favorita lo sguardo obliquo del regista si sposta dall'universo quasi metafisico cui ci ha abituati a un mondo storicamente determinato e caratterizzato da una carnalità quasi sovrabbondante, e in questo passaggio al registro surreale si sostituisce una non meno spietata ironia.

Voto: 3,5/5