Chimere / J. Bernlef; trad. di Stefano Musilli. Roma: Fazi editore, 2024.
Chi, come me, ha vissuto piuttosto da vicino l’Alzheimer a causa della malattia di un familiare sa che, di fronte a un malato di questa terribile malattia, non si può fare a meno di chiedersi cosa succede nella sua mente, che tipo di percorsi mentali determinino certi comportamenti e azioni.
Purtroppo, questa domanda dal punto di vista scientifico, per il momento, è senza risposta e l’unica risposta possibile nasce dall’interpretazione dei comportamenti basata sull’osservazione e sulla frequentazione del malato.
L’arte – la letteratura e il cinema in particolare – hanno provato da questo punto di vista a colmare il gap attraverso l’immaginazione, e secondo me le parole sono quelle che meglio di tutte riescono nell’impresa.
È quanto fa J. Bernlef in questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1984 e solo adesso – quarant’anni dopo – proposto in traduzione italiana dall’editore Fazi.
Protagonista di questo romanzo è Maarten, che ha una settantina d’anni e vive con la moglie Vera in un paese vicino Boston, dove i due coniugi si sono trasferiti da molti anni provenendo dai Paesi Bassi. I due vivono da soli, perché i loro due figli ormai adulti vivono altrove.
La narrazione è fatta in prima persona da Maarten e inizia quando una mattina l’uomo, guardando dalla finestra di casa sua, non vede i ragazzi che vanno a scuola e non capisce perché: si tratta del primo episodio di disorientamento temporale e dunque un primo segnale dei disturbi cognitivi che da qui in poi renderanno la percezione di Maarten sempre più sganciata dalla realtà e i suoi pensieri sempre più confusi.
Poiché si è in balia delle parole e dei pensieri del protagonista senza avere elementi di riscontro dalla realtà, se non a singhiozzo attraverso la sua interazione con la moglie, anche il lettore tende a perdere completamente le coordinate e a sperimentare una sorta di stato confusionale.
Per questo motivo, soprattutto nella prima parte, il libro si fa quasi racconto dell’orrore: il senso di angoscia e di spaesamento si impadronisce del lettore in virtù di un’inevitabile partecipazione all’alternarsi di momenti di consapevolezza e altri di obnubilamento che Maarten vive.
Man mano poi che Maarten precipita nel buco nero della malattia e la sua vita e i suoi pensieri si trasferiscono in una realtà parallela i cui contatti con quella effettiva sono sempre più labili, il senso di terrore e angoscia della prima parte del romanzo si trasforma sempre di più in uno stato di compassione nei confronti del protagonista.
La memoria a breve termine svanisce quasi completamente, mentre dal passato tornano dettagli e fantasmi che plasmano la quotidianità e danno ad essa nuove interpretazioni e nuovi significati. L’ansia non è completamente superata – e del resto è una condizione che spesso accompagna il malato di Alzheimer in tutto il percorso della malattia – però viene in un certo senso mitigata da questa forma di cosmogonia privata che ricolloca gli eventi incomprensibili dentro un orizzonte di senso totalmente avulso dalla realtà, ma accettabile a livello soggettivo.
Il romanzo di Bernlef credo sia la cosa che va più vicina di qualunque altra io abbia letto o visto a far provare quello che – probabilmente – prova un malato di Alzheimer dagli esordi della malattia alle fasi più avanzate.
Durante la mia personale esperienza a contatto con la malattia mi sono più volte chiesta come si sente un malato di Alzheimer: quello che osservavo dall’esterno erano momenti di ansia ossessiva e angosciante – che inevitabilmente si trasmette a chi sta intorno – ma anche momenti di straordinaria pace e serenità. E mi sono sempre detta che spero che il malato viva in un mondo tutto suo e con pochissimi contatti con la realtà, perché il rendersi conto sarebbe davvero la cosa peggiore in assoluto. Che è poi uno dei motivi per cui la malattia produce enormi carichi di angoscia ai caregiver e alle persone che sono legate al malato, e forse anche il motivo della vergogna e dello stigma sociale che spesso tiene i malati d’Alzheimer fuori dalla vista del mondo.
Bernlef riporta al centro della narrazione una di queste persone e ci costringe a entrare nella sua mente e a empatizzare con la sua condizione. E questa è la straordinaria forza della grande letteratura.
Voto: 4/5
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venerdì 14 novembre 2025
mercoledì 20 gennaio 2021
Il disagio della sera / Marieke Lucas Rijneveld
Il disagio della sera / Marieke Lucas Rijneveld; trad. di Stefano Musilli. Roma: Nutrimenti, 2019.
Era già un po' che avevo sentito parlare di questo romanzo e lo avevo aggiunto alla mia personale lista dei libri da leggere. Poi il mio amico M. mi scrive consigliandomene la lettura e quasi contemporaneamente scopro che il libro ha vinto l'International Booker Prize.
A quel punto comincio anche a documentarmi su Marieke Lucas Rijneveld, giovanissimɘ - è natɘ nel 1991 -, vive e lavora in una fattoria, preferisce che si utilizzi nei suoi confronti il pronome "loro", perché rifiuta il binarismo dei generi, scrive poesie (per le quali ha già vinto diversi premi), e per questo libro si ispira alla propria storia.
In pochi giorni compro il libro e inizio a leggere voracemente la storia di Jas, la ragazzina decenne protagonista di questa narrazione. Siamo in quella parte del Paesi Bassi dove regna l'ortodossia cristiana della Chiesa Riformata e Jas vive in una fattoria con i suoi genitori e i tre fratelli, due maschi e una femmina.
Un giorno Mathijes va a pattinare sul ghiaccio sull'altra riva e non torna più, inghiottito dal ghiaccio e dall'acqua gelida. Questo evento tragico manda in frantumi gli equilibri già precari della famiglia Mulder.
I genitori si chiudono in un mutismo inscalfibile: il padre si occupa a tempo pieno delle sue mucche e degli animali della fattoria, mentre la madre progressivamente smette di mangiare fino quasi a sparire. I tre fratelli reagiscono al lutto ciascuno a suo modo, abbandonati completamente a sé stessi. Jas - che si sente in colpa in quanto pensa che suo fratello sia morto perché lei ha pregato di non sacrificare il suo amato coniglio - mette addosso un giaccone e non lo toglie più, mentre la sua fervida immaginazione costruisce storie fantasiose per dare delle risposte alle sue inquietudini.
In un contesto caratterizzato dall'assenza di parole che non siano quelle della Bibbia, Jas e i suoi fratelli si trovano nella difficile condizione di elaborare il lutto in una condizione di vuoto affettivo e di povertà emotiva. I tre hanno età differenti che in parte ne giustificano risposte differenti: Obbe, il più grande, sceglie la strada della ribellione, Hanna, la più piccola, gode ancora di un'aura di ingenuità e spensieratezza.
Jas ha un'età difficile, in cui per certi versi si è ancora bambini e non si hanno gli strumenti per comprendere questioni complesse, ma per altri ci si sta già affacciando all'adolescenza con tutti i turbamenti e gli interrogativi che porta con sé.
Il libro di Marieke Lucas Rijneveld è la negazione di tutti i libri che hanno come protagonisti bambini felici, innocenti e zuccherosi. La sua visione dell'infanzia e dell'adolescenza è spietata e a tratti disturbante: le prime fantasiose esperienze sessuali, vissute tra l'altro tra fratelli, la promiscuità di una vita a stretto contatto con gli animali, i pensieri violenti e lugubri, le piccole e grandi meschinità, il rapporto irrisolto con la morte. Si è a tratti inorriditi dai pensieri e dalle azioni di questi bambini, e al contempo essi appaiono meno spaventosi proprio perché appartengono a ragazzini che non ne sono pienamente consapevoli o che non ne comprendono i significati e la portata "culturale".
Marieke Lucas Rijneveld ci mette di fronte a un'infanzia e a un'adolescenza non mitizzate ed edulcorate, come spesso la letteratura tende a fare, bensì scava nei meandri di menti attraversate da mille pensieri e turbamenti. E chiunque dei lettori provi a ricordare quell'età con onestà intellettuale non potrà che concluderne che Jas e i suoi fratelli non si possono derubricare come espressione di un mondo ignorante e rurale, ma rappresentano - seppure a volte in una forma estrema - il conflitto tra filtri culturali e istinto che appartiene a quell'età della vita, ma che molti fanno fatica ad ammettere.
Non per niente mi era piaciuto il libro di Amelie Nothomb, Sabotaggio d'amore, che pure offriva uno sguardo sulla "cattiveria" dei bambini, sdoganando un tema che temo sia uno dei più grandi tabù della nostra società.
Nel caso di Rijneveld questa verità ti arriva come un pugno nello stomaco, addolcito solo da un linguaggio poetico e fiorito di immagini e metafore ardite, spesso provenienti direttamente dal mondo rurale e naturalistico, che toglie alla narrazione parte di una crudezza che sarebbe altrimenti insostenibile. D'altra parte non si legge da nessuna parte del libro, nemmeno tra le righe, un giudizio nei confronti dei protagonisti di questa storia, prodotti quasi naturalistici di un processo che Rijneveld sembra constatare in fondo pacificamente e con mente aperta.
Il disagio della sera è un libro potente e probabilmente non adatto a tutti. Ma chi ci si accosta con la mente sgombra da pregiudizi e prosegue nella lettura senza giudicare troverà in questa storia e in questa scrittura una purezza espressiva davvero inusuale.
Voto: 4/5
Era già un po' che avevo sentito parlare di questo romanzo e lo avevo aggiunto alla mia personale lista dei libri da leggere. Poi il mio amico M. mi scrive consigliandomene la lettura e quasi contemporaneamente scopro che il libro ha vinto l'International Booker Prize.
A quel punto comincio anche a documentarmi su Marieke Lucas Rijneveld, giovanissimɘ - è natɘ nel 1991 -, vive e lavora in una fattoria, preferisce che si utilizzi nei suoi confronti il pronome "loro", perché rifiuta il binarismo dei generi, scrive poesie (per le quali ha già vinto diversi premi), e per questo libro si ispira alla propria storia.
In pochi giorni compro il libro e inizio a leggere voracemente la storia di Jas, la ragazzina decenne protagonista di questa narrazione. Siamo in quella parte del Paesi Bassi dove regna l'ortodossia cristiana della Chiesa Riformata e Jas vive in una fattoria con i suoi genitori e i tre fratelli, due maschi e una femmina.
Un giorno Mathijes va a pattinare sul ghiaccio sull'altra riva e non torna più, inghiottito dal ghiaccio e dall'acqua gelida. Questo evento tragico manda in frantumi gli equilibri già precari della famiglia Mulder.
I genitori si chiudono in un mutismo inscalfibile: il padre si occupa a tempo pieno delle sue mucche e degli animali della fattoria, mentre la madre progressivamente smette di mangiare fino quasi a sparire. I tre fratelli reagiscono al lutto ciascuno a suo modo, abbandonati completamente a sé stessi. Jas - che si sente in colpa in quanto pensa che suo fratello sia morto perché lei ha pregato di non sacrificare il suo amato coniglio - mette addosso un giaccone e non lo toglie più, mentre la sua fervida immaginazione costruisce storie fantasiose per dare delle risposte alle sue inquietudini.
In un contesto caratterizzato dall'assenza di parole che non siano quelle della Bibbia, Jas e i suoi fratelli si trovano nella difficile condizione di elaborare il lutto in una condizione di vuoto affettivo e di povertà emotiva. I tre hanno età differenti che in parte ne giustificano risposte differenti: Obbe, il più grande, sceglie la strada della ribellione, Hanna, la più piccola, gode ancora di un'aura di ingenuità e spensieratezza.
Jas ha un'età difficile, in cui per certi versi si è ancora bambini e non si hanno gli strumenti per comprendere questioni complesse, ma per altri ci si sta già affacciando all'adolescenza con tutti i turbamenti e gli interrogativi che porta con sé.
Il libro di Marieke Lucas Rijneveld è la negazione di tutti i libri che hanno come protagonisti bambini felici, innocenti e zuccherosi. La sua visione dell'infanzia e dell'adolescenza è spietata e a tratti disturbante: le prime fantasiose esperienze sessuali, vissute tra l'altro tra fratelli, la promiscuità di una vita a stretto contatto con gli animali, i pensieri violenti e lugubri, le piccole e grandi meschinità, il rapporto irrisolto con la morte. Si è a tratti inorriditi dai pensieri e dalle azioni di questi bambini, e al contempo essi appaiono meno spaventosi proprio perché appartengono a ragazzini che non ne sono pienamente consapevoli o che non ne comprendono i significati e la portata "culturale".
Marieke Lucas Rijneveld ci mette di fronte a un'infanzia e a un'adolescenza non mitizzate ed edulcorate, come spesso la letteratura tende a fare, bensì scava nei meandri di menti attraversate da mille pensieri e turbamenti. E chiunque dei lettori provi a ricordare quell'età con onestà intellettuale non potrà che concluderne che Jas e i suoi fratelli non si possono derubricare come espressione di un mondo ignorante e rurale, ma rappresentano - seppure a volte in una forma estrema - il conflitto tra filtri culturali e istinto che appartiene a quell'età della vita, ma che molti fanno fatica ad ammettere.
Non per niente mi era piaciuto il libro di Amelie Nothomb, Sabotaggio d'amore, che pure offriva uno sguardo sulla "cattiveria" dei bambini, sdoganando un tema che temo sia uno dei più grandi tabù della nostra società.
Nel caso di Rijneveld questa verità ti arriva come un pugno nello stomaco, addolcito solo da un linguaggio poetico e fiorito di immagini e metafore ardite, spesso provenienti direttamente dal mondo rurale e naturalistico, che toglie alla narrazione parte di una crudezza che sarebbe altrimenti insostenibile. D'altra parte non si legge da nessuna parte del libro, nemmeno tra le righe, un giudizio nei confronti dei protagonisti di questa storia, prodotti quasi naturalistici di un processo che Rijneveld sembra constatare in fondo pacificamente e con mente aperta.
Il disagio della sera è un libro potente e probabilmente non adatto a tutti. Ma chi ci si accosta con la mente sgombra da pregiudizi e prosegue nella lettura senza giudicare troverà in questa storia e in questa scrittura una purezza espressiva davvero inusuale.
Voto: 4/5
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