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lunedì 20 novembre 2023

Ferdinando / Annibale Ruccello; regia di Arturo Cirillo. Teatro Parioli, 2 novembre 2023

Ferdinando è lo spettacolo con cui ho conosciuto il teatro di Annibale Ruccello quando ancora ero convinta che si trattasse di un autore ottocentesco. Da lì in poi è stata tutta una scoperta dell'opera di Ruccello e della straordinaria vitalità del teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta. Poco dopo aver visto Ferdinando, e proprio grazie a Ruccello ho scoperto anche Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, e anche in questo caso è stato amore a prima vista. Di lì in poi credo di non essermi persa quasi niente sia del teatro di Ruccello che delle cose portate un scena da Cirillo.

Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.

Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.

La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.

Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.

Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.

Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).

Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.

Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.

Voto: 4,5/5

mercoledì 8 novembre 2017

Ferdinando / Annibale Ruccello. Teatro Piccolo Eliseo, 31 ottobre 2017

Un po’ insperatamente riesco ad andare a vedere questo spettacolo teatrale che mi era stato caldamente suggerito da diverse parti. Come al solito, arrivo al Teatro Piccolo Eliseo senza sapere assolutamente nulla e convinta –nella mia infinita ignoranza – di assistere alla messa in scena di un testo scritto alla fine dell’Ottocento. Del resto, il nome antico dell’autore, Annibale Ruccello, e l’ambientazione della storia nel 1870 mi danno motivo per crederlo.

Invece quando sono lì e dopo che ho già assistito al primo atto, F. mi dice che Annibale Ruccello è un giovane drammaturgo napoletano morto a soli 30 anni in un incidente stradale nel 1986. A quel punto una visione che già consideravo interessante mi conquista definitivamente.

Ferdinando è una pièce teatrale in due atti che il talentuoso, ma sfortunato autore napoletano scrive nel 1985. Siamo – come dicevo – nel 1871, nella campagna napoletana, in una vecchia dimora dove vivono donna Clotilde, una nobildonna decaduta, petulante e pettegola, borbonica fin nel midollo, e Gesualda, una parente povera e di umili origini che le fa sostanzialmente da cameriera. Donna Clotilde è a letto, presuntamente malata, Gesualda la assiste, ma tra le due è uno scambio verbale al fulmicotone in napoletano stretto, l’unica lingua che donna Clotilde riconosce come tale. Tra le due donne si intromette di tanto in tanto don Catello, il parroco del luogo che Clotilde bistratta in tutti i modi e con cui Gesualda ha una tresca “amorosa”. Il primo atto – frizzante e divertente – si conclude con l’arrivo del giovane Ferdinando, il figlio di un parente alla lontana che è rimasto solo dopo la morte dei genitori.

Nel secondo atto in casa è tutto cambiato. Ferdinando ha mandato sottosopra tutti gli equilibri con la sua aria innocente e il suo fare mellifluo. Donna Clotilde non solo non sta più perennemente a letto, ma vive una rinnovata giovinezza, don Catello è affascinato dal giovane e tenta di sedurlo in ogni modo, Gesualda ha perso l’amore di don Catello, l’esclusività del rapporto con Clotilde e non può avvicinarsi a Ferdinando senza provocare le ire di Clotilde. Progressivamente gli animi si scaldano e i rapporti si incrinano, mentre a poco a poco si capisce che il comportamento di Ferdinando è tutt’altro che ingenuo e sincero.

A questo punto tutti i fili della trama giungono alla loro tragica conclusione: le gelosie incrociate dei protagonisti e il doppio gioco del giovane innescano una catena di avvenimenti e svelano infine l’inganno.

Dentro questa storia – dal sapore e dall’impianto antichi – si nasconde, secondo me, una interessante metafora del rapporto tra i tempi passati e quelli nuovi. Donna Clotilde è una fiera conservatrice, difende a spada tratta la bontà degli equilibri del regno borbonico, e nel dispotismo tirannico e malevolo che esercita sul mondo circostante svela le meschinerie proprie e altrui, e l’ingiustizia che caratterizza questo mondo. Il suo fastidio se non addirittura odio per il nuovo stato italiano e la nuova lingua appare l’ultimo tentativo di conservazione di un mondo che – forse per fortuna - non c’è più. Lo svelamento finale dimostrerà però che il “mondo nuovo” non solo non rappresenta il superamento delle ingiustizie e delle meschinità del passato, ma da quelle trae linfa per farsi ancora più avido e senza scrupoli, perdendo perfino l’ironia sagace di cui donna Clotilde si fa interprete.

Dunque, un’amara riflessione sul passare del tempo e il cambiare delle epoche la cui speranza di progresso è destinata a essere continuamente fiaccata dal riemergere dei tratti deteriori della natura umana, che dimenticano anche la ricchezza e l’eredità del passato.

Questo Annibale Ruccello si è rivelato una bellissima scoperta tutta da approfondire.

Interessante la regia di Nadia Baldi, brava Gea Martire nel ruolo di donna Clotilde, particolari alcune scelte recitative e interpretative forse intese a rappresentare la meccanicità – e con questo l’universalità - di certe dinamiche.

Peccato solo perché al teatro c’è sempre meno gente.

Voto: 4/5