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mercoledì 22 gennaio 2025

Amleto al quadrato /di e con Filippo Timi. Teatro Ambra Jovinelli, 8 gennaio 2025

L’Amleto shakespeariano è per Filippo Timi solo il punto di partenza – se non addirittura quasi un pretesto – per parlare del suo mondo e in particolare della fase di vita che sta vivendo, di fatto una crisi di mezza età che si manifesta come desiderio di giocare, ridere, ballare e uscire allo scoperto, in un modo che solo il teatro consente.

Non è un caso che per questo suo ultimo lavoro, Filippo Timi (che è regista e interprete dello spettacolo) si sia circondato di amici e sodali, Lucia Mascino, Elena Lietti, Marina Rocco e Gabriele Brunelli, che condividono con lui questa operazione di riadattamento in chiave pop e kitsch e si mettono completamente al servizio della vena folle che attraversa Amleto al quadrato.

L’impianto del tutto imprevedibile e schizofrenico dello spettacolo è chiaro fin dal principio, quando - dopo la voce fuori campo di Timi che, impostatissima, ci rimanda alle atmosfere shakespeariane a sipario chiuso – vede comparire sul palco davanti al sipario una moderna Marilyn Monroe (Marina Rocco) che recita appieno la sua parte di soubrette bionda, seducente e svampita.

Quando il sipario si apre, dietro una specie di cancellata che crea l’effetto di una gabbia (quella di un circo, o di un carcere?), Amleto e gli altri personaggi si muovono dentro una scenografia si colloca in un immaginario che oscilla tra De Chirico e La Chapelle, dominata da un trono e palloncini sospesi a varie altezze tutto intorno.

Timi è un Amleto annoiato e blasé, che non ha alcuna voglia di recitare il proprio ruolo, e forse in generale di recitare il ruolo che la vita stessa impone a tutti noi. E così sfugge, deborda, saltella, entrando e uscendo continuamente dal personaggio e conducendoci nei territori del suo immaginario visivo, musicale, concettuale, che sono spesso pop e kitsch, mentre chiama anche al dialogo il pubblico, che sta lì nel buio, ma non è mai silenzioso, bensì coinvolto in questa atmosfera goliardica e ridanciana.

Intorno a lui personaggi altrettanto improbabili, da una madre Gertrude sboccata e cafona (una Lucia Mascino sempre più strepitosa) a una Ofelia negletta e testardamente attaccata al suo personaggio, a dei personaggi maschili (Polonio e Laerte) anche loro triturati in questo universo queer che va oltre i confini e le buone maniere.

Se da un lato Timi/Amleto abbatte continuamente la quarta parete che lo separa dal pubblico rivelando la finzione e quasi stigmatizzandola, dall’altro la figura della soubrette interpretata – ancora una volta in maniera splendida da Lucia Mascino – che ha scelto di fare l’attrice e non la scienziata - rivela in maniera nemmeno tanto nascosta l’amore per il teatro e la recitazione che attraversa questo spettacolo, e che Timi svela esplicitamente nei saluti finali al pubblico.

In questo universo rutilante, in cui si passa da Lorella Cuccarini alla musica classica, dalle tartarughe ninja ai drammi familiari, non sono sicura che tutto si tenga: lo spettatore è frastornato dalla carica vitale di Timi e dei suoi attori e si lascia trasportare dalle parole anche quando non ne capisce il senso o il nesso. Però alla fine il teatro è proprio questo: cadere nella tana del bianconiglio dove tutto è rovesciato, ma che regala prospettive nuove su sé stessi e sul mondo.

Dopo un paio di spettacoli di Timi che non mi avevano molto convinto (Un cuore di vetro in inverno e Promenade de santé), ero un po’ prevenuta, ma questa volta l’attore perugino mi ha conquistata, e soprattutto Lucia Mascino ha dimostrato di essere una delle attrici più brave e versatili del teatro italiano sulla scena in questo momento.

Voto: 4/5

lunedì 10 dicembre 2018

Un cuore di vetro in inverno / di e con Filippo Timi. Teatro Ambra Jovinelli, 1 dicembre 2018

Dalla tenda che chiude il palco si affaccia una donna in abito da sposa; ah no, non è una donna, è lo stesso Timi, che si guarda intorno e poi scompare. Dopo poco, ricompare – sempre in abito da sposa – portando con sé una sedia e una chitarra, e comincia a suonare una canzone d’amore un po’ strampalata. Poi di nuovo scompare dietro la tenda.

Quando la tenda si apre, sulla scena, a sinistra la silhouette di cartone di una nuvola, a destra una casa sul cui ingresso campeggia la parola BAR fatta di lettere luminose. Lo spettacolo inizia raccontando dell’impresa che ha spinto l’uomo a esplorare la luna e poi a raggiungerla, il sogno tutto umano di superare i propri limiti, di sfidare continuamente sé stesso per raggiungere sempre nuovi obiettivi.

Poi sul palco c’è lui: Filippo Timi, scanzonato e picaresco, che parla con un curioso accento umbro, circondato da personaggi altrettanto buffi e stralunati: un menestrello triste che porta palloncini (Andrea Soffiantini), uno scudiero napoletano, ingenuo e malfidato (Michele Capuano), una prostituta sguaiata che parla con accento romagnolo (Elena Lietti), infine un angelo che vive su un trabiccolo che porta in giro una luna illuminata e che assomiglia e si atteggia un po’ come Marilyn Monroe (Marina Rocco).

In questo universo improbabile, il nostro antieroe si trova a un bivio della sua esistenza, quei momenti della vita in cui si fa un bilancio e ci si ritrova insicuri e in crisi, terrorizzati dal futuro, assaliti dai dubbi, paralizzati dalla paura. Che fare? Tocca partire per affrontare i propri mostri e sconfiggerli.

Ma quello di Timi è un viaggio donchisciottesco venato di follia e di nonsense, in cui ciascuno dei personaggi in scena incarna una sfaccettatura di un io multidimensionale, in cui convivono tante componenti, quella intellettuale, quella carnale, quella triviale, quella infantile, quella ridicola, quella seria, quella depressa, quella stupidamente allegra.

Ne viene fuori una narrazione che molte parentele ha col teatro dell’assurdo, sia per la totale destrutturazione della coerenza narrativa e spazio-temporale, sia per il modo in cui, in diversi momenti dello spettacolo, viene infranta la barriera invisibile tra gli attori e il pubblico, e quest’ultimo viene coinvolto e chiamato a partecipare ai pensieri del protagonista dello spettacolo, e persino alle difficoltà di chi sta dietro il personaggio, lo stesso Timi. Non è chiaro se, durante il momento di lungo silenzio in cui Timi dice di non ricordare la battuta, tutto ciò faccia parte dello spettacolo in una sofisticata operazione di destabilizzazione dello spettatore, ovvero stia accadendo nella realtà giustificando l’imbarazzo che si coglie nell’aria.

Lo spettacolo di Timi sembra fatto apposta per togliere all’uditorio qualunque certezza e aspettativa, costringendolo a lasciarsi andare a un nonsense in cui tutto si mescola: Lucio Battisti e Gigi D’Alessio, le barzellette e la poesia, i riferimenti colti e quelli popolari.

Lo spettacolo sembra dirci che, mentre noi tutti ci prendiamo sul serio in questi nostri percorsi di autoanalisi, la verità è che quello che possiamo fare è solo ridere di noi stessi, perché forse è la stessa vita umana a essere un pazzesco scherzo del destino, di cui accanto al lato profondo e tragico dovremmo cogliere anche quello ridicolo e leggero.

Non posso dire che lo spettacolo di Timi lì per lì abbia risuonato con il mio modo di essere. Sono uscita alquanto perplessa e ho cercato nelle ore successive di razionalizzare il senso di quello che ho visto, senza riuscirci mai del tutto.

Però in qualche modo qualcosa mi è rimasto dentro e ha agito su un piano che non è razionale e non è neanche emotivo, ma che ha lasciato qualche sedimento indecifrabile in angoli sconosciuti del mio cervello.

Voto: 3/5