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lunedì 5 gennaio 2026

Teresa la notte / di Paola Galassi; con Lucia Mascino. Flautissimo, Teatro Torlonia, 11 dicembre 2025

Ed eccomi al secondo – e ultimo per me – appuntamento con la rassegna Flautissimo: si tratta del monologo interpretato da Lucia Mascino sul testo di Paola Galassi, per la regia di Giampiero Solari e con le musiche di Stefano Fresi.

Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.

Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.

Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.

Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.

Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.

La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.

Voto: 3,5/5

lunedì 22 dicembre 2025

Stare meglio / di Giacomo Ciarrapico; con Carlo De Ruggieri. Flautissimo, Teatro Torlonia, 4 dicembre 2025

Nell’ambito della rassegna Flautissimo che ogni anno fa proposte molto interessanti, non mi lascio sfuggire il monologo di Carlo De Ruggieri – già molto apprezzato in diverse altre circostanze – il cui testo è di Giacomo Ciarrapico, il quale insieme a Luca Vendruscolo e al compianto Mattia Torre ha scritto alcune delle cose più belle degli ultimi decenni.

Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.

Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.

Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.

Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.

Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.

Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.

Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).

Voto: 3,5/5

lunedì 8 gennaio 2024

Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta / con Valerio Aprea. Teatro India, 15 dicembre 2023

Valerio Aprea, più volte attore per Mattia Torre e da me attenzionato proprio per questo, mi piace molto e ormai da parecchio tempo.

Di Sandro Bonvissuto, invece, non ne conoscevo l'esistenza fino a un po' di mesi fa, quando la mia amica e collega L. mi ha regalato il libro La gioia fa parecchio rumore. E lì ho scoperto questo cameriere/scrittore che incarna in qualche modo la parte migliore della romanità. Il romanzo, che racconta il coming of age di un ragazzino che cresce in una famiglia di romanisti sfegatati, è un condensato di romanità, ma - come dicevo - quella buona, che fa sorridere ma anche riflettere.

Quando ho visto che nell'ambito del festival Flautissimo era previsto lo spettacolo Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, tratto appunto da un racconto di Sandro Bonvissuto e interpretato da Valerio Aprea non me lo sono fatto sfuggire.

Si tratta sostanzialmente di un reading in cui tutto è affidato alla bontà del testo di Bonvissuto e alla qualità della recitazione di Aprea.

È il racconto di alcuni giorni di un'estate di molti anni prima, quella in cui il narratore era ancora bambino ed era uno dei pochi del gruppetto di ragazzini con cui giocava a non saper ancora andare in bicicletta. Nelle parole di Bonvissuto si respira l'aria di quei giorni, si visualizzano le situazioni come guardando un film, e si percepiscono chiaramente sentimenti, pensieri e sensazioni che attraversano il protagonista.

Questa seconda esperienza con un testo di Bonvissuto mi conferma la capacità dello scrittore di restituire in particolare il vissuto dell'infanzia, rendendo vividi stati d'animo che per tutti noi sono ormai lontani nel tempo.

A questa dote specifica dell'autore si unisce, amplificando il risultato, la recitazione di Valerio Aprea, che con la voce e i gesti conferisce alle parole una tridimensionalità tale da rendere ancora più forte la sensazione di stare osservando la scena, e non solo di ascoltarla.

L'esperienza è nel complesso molto interessante e apprezzabile, in un panorama in cui per gente come me che vede tantissimo a teatro è sempre più difficile uscire dalla sala davvero soddisfatti.

Voto: 3,5/5

venerdì 17 dicembre 2021

La strada che va in città / Natalia Ginzburg; regia di Iaia Forte; con Valentina Cervi. Teatro Palladium, 27 novembre 2021

Nell'ambito della manifestazione Flautissimo, organizzata dall'Accademia Italiana del Flauto e scoperta per caso da un manifesto per strada, vengo attratta dallo spettacolo tratto dal racconto/romanzo breve di Natalia Ginzburg, La strada che va in città, uscito nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte (per sfuggire alle leggi razziali). Lo spettacolo, in programma al Teatro Palladium della Garbatella, è diretto da Iaia Forte e interpretato da Valentina Cervi.

Si tratta, come prevedibile, di un monologo, nel quale la Cervi interpreta innanzitutto la protagonista del racconto, ma anche gli altri personaggi che le ruotano intorno.

Al centro della narrazione Delia, una giovane di 17 anni, che oltre a una sorella già sposata, Azalea, e altri tre fratelli, è cresciuta con Nini, figlio di un cugino del padre rimasto orfano.

In casa sono in troppi, e troppo poveri, per cui Delia, così come i suoi fratelli, non appena può scappa verso la città per chiacchierare con le amiche, incontrare persone, guardare le vetrine, e soprattutto per non pensare alla sua famiglia. Delia sogna una vita migliore e soprattutto lontana dalla casa di origine, ma l'unico esempio che ha è quello della sorella che si è sposata a 17 anni, vive in città e conduce una vita oziosa (sta a letto tutto il giorno, litiga con il marito e l'amante, non si occupa dei figli, e affida tutte le incombenze alla cameriera).

Anche a Delia sembra dunque che l'unica vera occasione di sfuggire al suo destino sia quella di sposarsi presto, cosicché cede al corteggiamento di Giulio, un giovane che studia medicina, e finisce incinta, sebbene i suoi sentimenti vadano nella direzione di Nini.

Il desiderio spasmodico di sfuggire alla povertà da un lato e la condizione di minorità determinata da una società fortemente patriarcale dall'altro conducono la ragazza verso una vita che certamente le garantisce un maggior benessere materiale, ma che sarà costellata da rimpianti e da una strisciante, se non palese, infelicità.

L'impossibilità di scegliere la propria vita liberamente e di autodeterminarsi, nonché le limitatissime opportunità a propria disposizione, anche e soprattutto perché donna, costituiscono per Delia un fardello insostenibile e una condanna cui è impossibile sottrarsi.

A livello di spettacolo teatrale, ho apprezzato molto la compostezza e la qualità interpretativa di Valentina Cervi, mentre la messa in scena e le scelte musicali mi sono sembrate piuttosto superflue, o comunque poco capaci di valorizzare il testo. Nel complesso però l'ho trovata un'operazione interessante, e sono contenta di essere tornata al Palladium dopo tanto tempo e di aver scoperto questo testo della Ginzburg che non conoscevo.

Voto: 3,5/5