giovedì 5 febbraio 2026
Sentimental value
Con questo film Joachim Trier, un regista danese naturalizzato norvegese (tanto che alla città di Oslo ha dedicato una trilogia, come un altro regista norvegese, Dag Johan Haugerud), espande le potenzialità del suo cinema, guardando in moltissime direzioni, ma restando fedele al suo stile e alla sua poetica, che è caratterizzata da un particolare mix di dramma e commedia e da un’attenzione speciale per i sentimenti fini e contraddittori.
In questo caso, protagonista è una famiglia e la casa che ha abitato. Le due sorelle Nora (la sempre strepitosa Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) tornano nella casa di famiglia per il funerale della madre, psicoterapeuta, separata da tempo dal padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista di fama ormai in declino. Quando il padre si ripresenta alla porta di casa per il funerale della ex moglie sarà inevitabile fare i conti con il rapporto decisamente complicato che ha con le sue figlie, in particolare Nora, tanto più che Gustav intende fare un film sulla storia di sua madre (o almeno questo è in apparenza) e vuole che Nora, attrice - soprattutto di teatro - affermata, sia la protagonista. Peccato che Nora opponga un secco rifiuto, cosicché Gustav, in occasione di un festival cinematografico francese che gli dedica una retrospettiva, decide di coinvolgere nel progetto e affidare il ruolo a una giovane attrice americana molto famosa, Rachel Kemp (Elle Fanning).
Non andrò oltre nel racconto della trama, anche perché Sentimental value è un film praticamente impossibile da raccontare, per quanti piani – temporali, narrativi e tematici – si addensano nelle sue oltre due ore di sviluppo: la storia della casa di famiglia nel corso del tempo, casa che è un personaggio del film a tutti gli effetti, dotato di un punto di vista e di “sentimenti” propri, com’è chiaro fin dall’intro (bellissima tra l’altro); la storia della famiglia di origine di Gustav, in particolare della madre Karin, incarcerata e torturata dai nazisti; l’infanzia di Nora e Agnes nella casa dove abitavano prima con entrambi i genitori e poi solo con la madre; il rapporto di Nora con il suo mestiere di attrice e i suoi attacchi di panico prima di andare in scena; le dinamiche della famiglia di Agnes; il rapporto di Gustav con il mondo del cinema e con i suoi cambiamenti; la sfaccettata figura di Rachel, meno superficiale di quanto si possa pensare; il rapporto tra arte e vita; quello tra cinema e teatro; e poi qua e là altre microstorie e altri temi più o meno accennati.
Considerata la sua natura estremamente composita e densa, quante ascendenze si possono riconoscere in questo film? E quanti livelli di lettura sono possibili? Direi tantissime e tantissimi, come è testimoniato dalle molte recensioni che ho letto qua e là. L’attenzione alla casa e agli abitanti che l’hanno vissuta e modificata nel tempo fa pensare a Here di Zemeckis; diversi ci vedono un tocco alla Woody Allen; tantissimi non mancano di far notare il forte legame con il teatro e il cinema scandinavo, richiamandosi a Ibsen, Strindberg, e soprattutto Bergman.
Pur nella mia parziale ignoranza sui grandi classici scandinavi, di cui ho letto e visto al teatro e al cinema poche cose, la sensazione di questa ascendenza diretta ce l’ho fortissima all’uscita del film; lì per lì, continuo a pensare soprattutto alla trilogia di Haugerud (che ho visto per i due terzi), che ho trovato più o meno respingente sul piano emotivo, pur riconoscendone il valore.
Non è il caso di Trier, il cui cinema sento decisamente più empatico e i cui personaggi riesco a “vedere”, però non v’è dubbio che, molto di più che ne La persona peggiore del mondo, qui ho sentito - anche per il tipo di montaggio fatto per quadri chiusi da una schermata nera - una compressione e una rigidità (che poi forse sono il tema del film), che si sono sciolte solo in pochissimi momenti, senza mai riuscire a commuovermi. E dire che tanto avrei voluto e potuto piangere visto il tema, anzi i temi; invece li ho vissuti in maniera intellettualistica per quasi tutto il film. E nemmeno il finale – riconciliante o no? Mah – è riuscito a sciogliere i miei sentimenti.
Nondimeno, alcuni passaggi, devo dire primariamente quelli più ironici e da commedia, rimarranno nella mia memoria. Cosicché il valore vero del film per me non è tanto sentimentale, come dice il titolo, ma piuttosto intellettuale.
Voto: 3,5/5
venerdì 3 dicembre 2021
La persona peggiore del mondo
La persona peggiore del mondo parla della vita di Julie e lo fa in 12 capitoli più un prologo e un epilogo, con il supporto di una voce femminile narrante che nel prologo riassume le puntate precedenti e poi ricompare nei momenti topici, senza però risultare eccessivamente invadente.
Julie è una quasi trentenne e vive una condizione che possiamo considerare tipica di questa generazione: ha tutta la vita e tutte le possibilità davanti a sé, partecipa di una libertà di scelta e di un’ampiezza di vedute individuale e sociale che sulla carta potrebbero garantirle un percorso verso una vita soddisfacente. E invece Julie sembra non sapere cosa vuole. O forse, sarebbe meglio dire che non si accontenta mai, o meglio ancora che si scontenta facilmente. Fondamentalmente vive con irrequietezza la necessità di scegliere in via più o meno definitiva qualcosa, che porta con sé l'inevitabile corollario di dover rinunciare a qualcos'altro.
Bombardata da mille stimoli e informazioni, consapevole in maniera anche eccessiva di tutto quello che le accade intorno, Julie oscilla tra confusione e decisionismo, tra cinismo e leggerezza, tra indipendenza e narcisismo. Il condizionamento sociale che un tempo segnava la vita degli individui, in modo particolare delle donne, lascia il posto a un non meno faticoso riconoscimento della propria identità, indipendentemente dallo sguardo altrui, e a un frequente autosabotaggio di fronte alla complessità e alla banalità del reale.
Nel mondo della letteratura, questo sguardo generazionale nei confronti della vita è ampiamente rappresentato da un sempre più folto gruppo di scrittori: penso per esempio a Sally Rooney o a Naoise Dolan. Come sa chi legge questo mio blog, è un tipo di approccio che a me quarantottenne un po’ irrita e un po’ suscita compassione.
In questo caso, invece, il film mi conquista favorendo un senso di empatia che funziona sia nei momenti di leggerezza che in quelli drammatici. Questo perché Julie è sì una donna del suo tempo (quello del post-femminismo e del #metoo), ma prima ancora è una persona nel suo farsi e in quel processo di crescita personale e sentimentale che tutt* abbiamo attraversato o attraversiamo più o meno faticosamente, indipendentemente dalla generazione a cui apparteniamo.
Non a caso il film di Trier oscilla tra ispirazioni molto lontane cronologicamente, da Woody Allen alla Greta Gerwig di Frances Ha. In più Trier ha il merito – pur mettendo al centro della narrazione Julie – di non trascurare i comprimari, che si svelano sullo schermo altrettanto vividi e umanamente intensi (penso ad Aksel, il personaggio in cui forse mi sono riconosciuta di più, e anche a Eivind).
A parte il titolo secondo me poco appropriato (ma per il quale non possiamo nemmeno dare la colpa alla distribuzione italiana visto che è la traduzione esatta di quello originale), che - combinato alla locandina - fa pensare a una commedia leggera e divertita, e a parte qualche scelta musicale un po’ troppo banale, il film di Trier non sbaglia quasi un colpo, riuscendo anche nella difficilissima impresa di dribblare tutti i tentativi di incasellamento in un genere: non è propriamente una commedia, né un film drammatico, bensì mescola insieme ironia, leggerezza, commozione, sentimenti, dramma, questioni sociali, realismo e surrealismo onirico o fantastico, riuscendo a risultare sempre credibile.
Un’occasione preziosa per innamorarsi del cinema ancora una volta.
Voto: 4/5


