Quando Sinners era uscito al cinema in Italia non me ne ero nemmeno accorta e, del resto, una volta letta la trama, probabilmente ne avrei escluso la visione. Ora che il film di Ryan Coogler è diventato quello con più nominations nella storia degli Oscar, anche solo per curiosità ritengo che valga la pena vederlo, possibilmente sul grande schermo. E così, grazie al cinema Troisi che lo riporta in sala prima ancora che gli Oscar lo riportino all’attenzione collettiva, riesco infine a vederlo.
Sinners racconta una giornata nella vita di Sammie (Miles Caton), detto Preacherboy perché suo padre è il predicatore della chiesa locale. Siamo nel 1932, nella zona del Delta del Mississippi: negli Stati Uniti vigono le leggi della segregazione razziale (destinate a essere superate solo nella seconda metà degli anni Sessanta) e la popolazione nera per gran parte lavora nelle piantagioni di cotone.
Sammie, che appartiene a questa comunità, ha una grande passione per il blues, suona la chitarra e canta in modo trascinante, con una voce che smuove i cuori. Cosicché quando i suoi cugini Smoke e Stack (interpretati entrambi da Michael B. Jordan) tornano al paese natio dopo la loro carriera malavitosa a Chicago e decidono di aprire, in una segheria dismessa, un juke joint dove si fa musica e si aggrega la comunità afroamericana, Sammie è tra i primi ad essere assoldato.
Per tutta la prima parte del film, la narrazione procede seguendo i due fratelli nel loro girovagare con l’obiettivo di dotarsi di tutto il necessario per aprire il club e di promuovere il locale presso la popolazione locale.
Sebbene elementi di soprannaturale siano suggeriti fin dall’intro, richiamando la convinzione presente in molte culture che alcune persone siano in grado con la loro musica di produrre vibrazioni positive ma anche di evocare gli spiriti del male, ricongiungendo il mondo dei vivi e dei morti, è solo a un certo punto che il regista vira decisamente verso il film di genere, imboccando via via più convintamente la strada della storia di vampiri con una componente horror e splatter sempre più accentuata.
Ed evidentemente è lì che chi non ama il genere fa un po’ fatica a stare dietro al film.
Io ho provato a lasciarmi andare alla narrazione e a farmi condurre per mano per provare a entrare nello spirito del racconto, e devo dire che, in maniera abbastanza sorprendente, Sinners è riuscito ad aprirsi una breccia e a farsi apprezzare per quello che è: un film che utilizza gli stilemi di un genere a me molto lontano per parlarmi della storia di un paese in cui tutti sono immigrati e dunque stranieri, della comunità nera americana e delle sue radici culturali, del razzismo di cui è stata ed è vittima, del tentativo mai sopito di assimilazione culturale, dello scontro tra mondi e tradizioni, della religione come forza che accomuna, ma sopisce e livella, il tutto raccontato attraverso la metafora, forse un po’ didascalica, dei bianchi vampiri, ma soprattutto attraverso una vera e propria guerra musicale tra il blues malinconico delle piantagioni e il folk diversamente malinconico degli immigrati irlandesi. E tutto questo – in cui si riconosce una strampalata vena di follia e di eccesso – riesce in qualche modo a tenersi in piedi fino alla fine, facendo riflettere, sorridere e anche disgustare. Non abbandonate la poltrona fino all’ultimissima riga dei titoli di coda, perché ci sono due reprise, una che racconta uno sviluppo della storia molto più avanti nel tempo, l’altra che torna indietro al momento forse più intenso.
Voto: 3,5/5
martedì 24 febbraio 2026
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