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sabato 24 dicembre 2011

Istanbul: città sospesa tra passato e futuro. III parte

Non posso abbandonare il racconto del viaggio ad Istanbul senza fare anche solo un elenco di ciò che mi ha colpito - in positivo e in negativo - di questa città.

E così di Istanbul ricorderò giovani e vecchi che trasportano le cose più improbabili per strada sui loro carretti, nelle ceste sulle spalle, sui vassoi poggiati sulla testa.

Le sale da thè piene zeppe di soli uomini che chiacchierano e giocano a carte.

I numerosissimi baracchini per strada che vendono cibo di strada: dai simit (le ciambelle ricoperte di sesamo) alle banane, dalle castagne al succo di melograno, dal panino con il filetto di pesce appena pescato nel Bosforo e cotto su una griglietta agli spiedini di cozze fritte.

Le elegantissime donne di Istanbul. Quelle vestite all'occidentale, ma anche quelle con i loro veli acconciati con maestria, fino a quelle coperte di lunghi vestiti neri ma con borse bellissime e occhi truccati.

L'onnipresente Ataturk.

Gli arrotini, i lucidascarpe, i rigattieri e tutti i mestieri che non esistono più.

I bicchierini di thè portati e lasciati ovunque per strada.

La gentilezza non affettata dei turchi.

Gli asciugamani dei barbieri stesi davanti ai loro negozi.

La luce del Bosforo e i suoi riflessi sui palazzi.

Le migliaia di canne da pesca in fila sul ponte di Galata.

I negozi che producono e vendono cose che separate dall'oggetto finale non siamo più abituati a vedere: le etichette dei vestiti, le fibbie delle cinture, i bottoni a pressione, gli anelli delle catene.

I negozi di modernariato che in qualunque altro posto sarebbero radical-chic, ma qui sembrano autentici.

Gli hammam dispersi per la città (i grandi e i piccoli), dove purtroppo non abbiamo fatto in tempo ad andare.

Le scalinate ripidissime che sembrano portare nel nulla.

Le case di legno con i loro bovindi.

I mercati e i negozi organizzati geograficamente per specializzazione di vendita (tutti gli accessori per la casa, tutti gli elettrodomestici, tutti gli apparecchi radiofonici e televisivi ecc.).

Le colazioni con formaggio, olive e cetrioli.

Le onnipresenti maioliche.

Le due anziane signore musulmane che si fanno vicendevolmente le foto con il cellulare.

Il bambino che si butta davanti all'obiettivo per essere fotografato.

La folla che quasi mi calpesta per entrare nella moschea.

Gli sposi che si fanno fare le foto come se stessero su un set cinematografico.

La coppia di mezza età che litiga sul marciapiede con lei che gli si aggrappa e lui che fa volare qualche schiaffo, mentre intorno la gente - passando - li osserva e sembra controllare che la cosa non degeneri.

Il vecchietto che ci vende non-so-quanti asciugamani di cotone e tovaglie in un negozietto così piccolo che in due non ci stiamo e che parla inglese molto meglio di noi.

La donna che prega e piange mentre la luce del tramonto sul Bosforo le illumina gli occhi.

La luna piena sulla città illuminata.

Le donne vestite di bianco messe in vetrina nei ristoranti di Sultanahmet come fossero commensali.

I gettoni di plastica della metropolitana.

Le viste sul Bosforo.

I grandi cartelloni pubblicitari sui palazzi che sembrano usciti direttamente dagli anni '50.

La decadenza e lo splendore fianco a fianco.

L'antico e il moderno mescolati tra di loro.

La tradizione e l'innovazione nelle stesse strade.

Il fatto che solo stando a Istanbul si può leggere Pamuk ;-)

La sensazione che questa città e questo popolo possano andare lontano, se riescono davvero a nutrirsi di Occidente ed Oriente con intelligenza e spirito critico.

venerdì 23 dicembre 2011

Istanbul: città sospesa tra passato e futuro. II parte

Sabato mattina ritorniamo a Sultanahmet per completare la visita. Ci mancano due tappe importanti: la moschea di Santa Sofia (Ayasofya Camii) e il Topkapi (Topkapı Sarayı), il palazzo dei sultani ottomani.

La prima è ormai un museo (e dunque niente velo e niente scarpe in bustina); nata come una chiesa patriarcale (con straordinari mosaici dorati che ricordano quelli di Ravenna), è poi stata convertita in moschea e infine è diventata un museo, e queste sue diverse fasi di vita si vedono benissimo nella sua struttura che da un lato ricorda le chiese cristiane (3 navate e gallerie sovrastanti le navate laterali), dall'altro ha tutte le caratteristiche riconoscibili nelle altre moschee che abbiamo visitato. Bella e ricca, imponente e leggiadra al tempo stesso, segno inconfondibile nello skyline di Istanbul.

Il Topkapi è un posto immenso, tre giardini che si aprono uno nell'altro, disseminati di palazzetti, residenze, spazi di servizio, luoghi di preghiera, biblioteca, poiché l'estro dei sultani che si sono succeduti lo ha nel tempo ingrandito e arricchito. Occupa una posizione straordinaria, l'estrema punta del Corno d'Oro da cui la vista spazia sia verso la costa europea sia verso quella asiatica. Non possiamo perdere la visita (con ingresso separato) alle residenze private dei sultani, quello che noi conosciamo come harem, un luogo affascinante soprattutto per l'organizzazione della vita al suo interno e il racconto degli intrighi che lo caratterizzavano, nonché per la ricchezza delle decorazioni maiolicate con cui ciascun sultano provava a superare per originalità e sfarzo il precedente.

È tempo di lasciare Sultanahmet. Istanbul è anche altro. E io sono curiosissima di visitare i quartieri di Fatih e Fener, che i blogger di Scoprire Istanbul raccomandano caldamente. È il quartiere dei musulmani ortodossi, per gran parte immigrati dall'Est della Turchia, un dedalo di viuzze di cui neppure le mappe più aggiornate della città riescono a tenere esattamente traccia, rendendo l'impresa di visitare da soli questi quartieri non facile.

Noi ci arriviamo costeggiando l'acquedotto romano di Valente (Bozdoğan Kemeri, "Acquedotto del falco grigio") e imboccando l'Itfaiye Caddesi. Superato l'arco dell'acquedotto, ci ritroviamo in una strada/piazza dove sembra essere giornata di mercato. Intorno a noi prevalentemente uomini e poche donne coperte di nero dalla testa ai piedi. I negozi che si sviluppano lungo la strada traboccano di merci, soprattutto gastronomiche: formaggi, frutta secca, carne e teste di capretto in bella mostra. È ora di pranzo.

C'è l'imbarazzo della scelta, ma non riusciamo a individuare immediatamente il posto suggerito da Scoprire Istanbul così entriamo da Ziyafet (con il promettente sottotitolo Büryan e Kebap). C'è una cappa a vista, un banchetto come cassa. Due tavoli sono occupati da uomini che mangiano e parlano. Il menu è su carta plastificata, solo in turco. Per fortuna c'è qualche foto e qualche termine l'abbiamo imparato. Non osiamo troppo; alla fine prendiamo un piatto di içli köfte (polpette in pastella ripiene di carne speziata) e un kebap di pollo al piatto. Ci accompagna sia durante il pasto sia alla fine il thè turco. Temiamo che i contanti che abbiamo non bastino. Ma niente paura. 25 lire turche (10 euro) in due! :-)

Giro per il mercato e poi ci inoltriamo in una stradina da cui arriva un'intera famiglia di musulmani ortodossi (due uomini con sottane lunghe sopra i pantaloni larghi e 3-4 donne completamente coperte), ma non siamo sicure di poterci addentrare senza perderci. Ci sono bambini che giocano a pallone e che quando passi tirano fuori il loro pacchetto di fazzoletti da venderti a una lira. C'è una signora anziana che accende un fuoco per strada mentre i bambini le saltellano intorno. Ci sono due ragazzetti che aggiustano un motorino. Ci sono i panni stesi per strada. Mi ricorda un po' la Bari vecchia della mia infanzia.

Non sappiamo quali strade seguire verso Fener, così rinunciamo e imboccando uno stradone di quelli che si attraversano solo con i sottopassaggi (gli stessi sottopassaggi che si trasformano di giorno in altrettanti mercati coperti organizzati di solito per tipologia di merce: c'è il sottopassaggio dei piccoli elettrodomestici; c'è quello delle vernici e delle carte da parati e così via...) ritorniamo verso Eminönü (quanto mi piace pronunciarlo così: Emignognù).

Io voglio assolutamente comprare delle cose al Mısır Çarşısı, in particolare una tenda separatrice sbrilluccicante per la casa nuova. Compriamo anche dei portabottiglie di paglia, dei mestoli da cucina, mangiamo un Künefe, uno strano dolce che al centro ha del formaggio fuso (buonissimo!) e poi torniamo verso l'albergo. Questa volta troviamo l'ingresso della funicolare a Tünel, ma non capiamo se con lo stesso biglietto possiamo salire anche sul tram che - passando in mezzo alla folla - attraversa la Istiklal Caddesi. Così anche questa volta ce la facciamo a piedi.

Distrutte, decidiamo di andare a cena in un posto praticamente sotto l'albergo, nella Vidinli Tevfik Paşa Caddesi. Qualche turco c'è, ma il target è straniero. Arriva il cameriere che ci chiede se vogliamo vedere gli antipasti. Noi capiamo che dobbiamo seguirlo, ma quando vediamo che si infila in cucina ci viene il dubbio di aver capito male. In realtà ne esce con un vassoio che contiene una porzione di tutti gli antipasti disponibili, da cui scegliere a vista cosa vogliamo. Segue una buonissima carne alla griglia accompagnata da bulgur al pomodoro. Abbiamo ancora voglia di un giretto. Nella stessa strada abbiamo visto un bar molto carino dove l'altra sera non c'era posto. Questa sera riusciamo a sederci. Atmosfera molto molto fashion, arredamento di modernariato che crea un'atmosfera molto rilassata e familiare. Beviamo un bicchiere di raki (sì, è proprio uguale all'ouzo) e poi una tisana alle erbe buonissima e servita in un modo spettacolare accompagna un cheesecake così buono che sembra di stare a New York.

L'ultimo giorno (domenica) abbiamo in programma una gita sulla sponda asiatica, anche perché tutte le guide dicono che bisogna prendere il traghetto sul Bosforo e bisogna vedere Istanbul da lì. Effettivamente lo spettacolo di Istanbul dal Bosforo è straordinario per i numerosi palazzi che sorgono sulle sue rive, come l'enorme Palazzo Dolmabahçe.

Scendiamo a Üsküdar e intanto ci avviamo verso il quartiere di Kuzguncuk, zona residenziale apparentemente piuttosto ricca e ben abitata (sebbene a Istanbul ricchezza e povertà, bellezza e bruttezza spesso convivono a distanze ravvicinate), tanti localini, case di legno, e grandi salite e discese che sembra di stare a San Francisco (sebbene non ci sia mai stata!). Raggiungiamo il cucuzzolo di un colle dove c'è - che te lo dico a fare - una moschea e da lì si vede il Bosforo e il grande ponte che collega la sponda asiatica e quella europea.

Il tempo di scendere di nuovo a riva ed è ora di pranzo. Perché non provare il ristorante Ismet Baba, consigliato da Scoprire Istanbul? Non ce ne pentiamo... Pesce salato, pesto di fave, anelli di calamaro fritti a puntino, un pesce alla griglia buonissimo. Non lontano da noi c'è un tavolo di italiani, accompagnati da una coppia italo-turca. Mi faccio il film che sono la coppia di Scoprire Istanbul; peccato che in questo caso il turco è lui e non lei... ;-)

Prendiamo al volo un autobus dove non sappiamo come pagare il biglietto e scendiamo di nuovo al porto per esplorare a sud del porto. Sosta in un supermercato a fare scorta di spezie, visita a un bellissimo mercato gastronomico e poi lungomare fino alla Kızkulesi, l'isola con la torre che guarda verso il Corno d'oro. È quasi ora del tramonto. Amiche, coppiette, uomini e donne stanno seduti sui tappeti stesi sui gradoni del lungomare e serviti dai baracchini lì vicini, bevono thè, si scambiano effusioni, chiacchierano di fronte allo spettacolo inimitabile della silhouette della città che si staglia nella luce soffusa e un po' malinconica del tramonto di Istanbul. È ora di tornare a Beyoglu.

Che facciamo la nostra ultima sera a Istanbul? Dopo aver girato in tondo per il quartiere di Cucurkuma e aver dato un occhio alla scalinata di Cezaiyr, che qualche guida definisce una specie di Trastevere di Istanbul (in realtà è solo un posto altrettanto finto e pieno di ristoranti), decidiamo che il caffè-ristorante dove abbiamo preso il cheesecake l'altra sera andrà benissimo. E così mangiamo un antipasto, un tortino di verdure al forno e un'altra fetta di cheesecake, beviamo un bicchiere di raki e due tisane e anche per stasera siamo soddisfatte. Domani si parte. Sigh.

lunedì 19 dicembre 2011

Istanbul: città sospesa tra passato e futuro. I parte

Mi accorgo ora che è il primo post che scrivo a dicembre. Non credo sia mai accaduto nella storia di questo blog ;-) Ma - capirete - con lavori in casa e un trasloco in corso sono stata un po' presa. Ho trovato però il tempo di viaggiare seppure soltanto per un fine settimana.

Sono riuscita finalmente ad utilizzare i punti Millemiglia che in parte avevo accumulato durante i sei mesi di lavoro a Bruxelles, in parte avevo ottenuto convertendo i punti Vodafone. In realtà, questi punti Millemiglia sono una mezza sòla (come dicono a Roma), perché devi prenotare con mesi e mesi di anticipo se vuoi sperare di trovare posto su un volo decente e perché devi comunque pagare le tasse aeroportuali che rappresentano una parte significativa del biglietto.
In ogni caso, questi due soffertissimi biglietti Millemiglia Roma-Istanbul AR ci hanno portato a Istanbul durante i 4 giorni del ponte dell'Immacolata e così abbiamo potuto tener fede alla promessa che avevamo fatto dopo il nostro assaggio estivo di Turchia.

Il nostro albergo sta nella zona di Cihangir, nella parte più europea della città. Abbiamo seguito il consiglio della coppia italo-turca che cura il blog Scoprire Istanbul e abbiamo evitato gli alberghi costosi e non sempre all'altezza che stanno nella zona cosiddetta "storica" di Sultanahmet, una zona ormai troppo turistica, sostanzialmente estranea alla vita vera della città e che tende a svuotarsi di sera.
La zona di Cihangir confina con i quartieri di Cucurkuma e Beyoglu, che sono tra i quartieri più vitali e in più rapida evoluzione della città. Siamo su uno dei sette colli su cui si sviluppa Istanbul (preparatevi a salite e discese piuttosto impegnative!), più o meno a metà strada tra la torre di Galata (quella costruita dai genovesi e ora diventata sede di un ristorante di lusso e principale punto di osservazione sulla città) e piazza Taksim.

In quest'area della città passa la Istiklal Caddesi, la strada dello struscio e dei negozi occidentali, dove milioni di persone si riversano ogni giorno dal pomeriggio fino a tarda notte e dove obiettivamente è difficile realizzare di essere a Istanbul piuttosto che a Londra o a Berlino. Anche noi l'abbiamo attraversata in lungo e in largo più volte, di solito prima di imboccare o sbucando dalla Turnacibaşi Caddesi, che, passando attraverso il quartiere dei negozi di modernariato e oggetti vintage e dei locali alla moda, ci portava dritti dritti al nostro albergo.

Ma andiamo per ordine. Atterrate all'aeroporto di Ataturk, la prima cosa che ci colpisce è il sistema dei gettoni per i mezzi pubblici. Avete presenti i gettoni delle giostre? Con un euro ti danno un gettone di plastica che quando infili nell'apposito spazio della macchina da scontro, quella si attiva per un po'. Qui il gettone lo prendi (al costo di 1 o 2 lire) e magicamente fa aprire i tornelli che regolano l'accesso sia alla metropolitana che ai tram e agli autobus! Prendiamo così la comodissima metropolitana per Aksaray e da qui - dopo un po' di strada a piedi - siamo alla fermata del T1 (l'unico mezzo che unisce il Corno d'oro all'altra sponda, attraverso il ponte di Galata).

Dalla fermata la prima sosta è a una lokantasi, una trattoria con i piatti esposti in vetrina, dove il personale sta mangiando perché è quasi ora di chiusura, ma mangiamo abbondante e ci trattano benissimo. Poi ci perdiamo nel dedalo di stradine in salita, ma alla fine siamo in albergo (dove la reception è parcheggiata su una microscrivania in una stanza vuota con i lavori in corso :-D).

Sistemate le valigie, è già ora di cena. Ci siamo dirette alla Nevizade Sokak, la strada ad altissima concentrazione di ristoranti, bar e tavolini dove gli stessi abitanti di Istanbul vanno a trascorrere le loro serate. Si fa fatica a farsi largo tra persone e tavolini, così decidiamo che tutta questa vita sociale la prima sera ad Istanbul non fa per noi e dunque torniamo sui nostri passi verso un ristorante che avevamo notato lungo la strada, Şehir Meyhanesi. In realtà siamo a lungo indecise tra questo e il ristorante vicino, la cui sala - come accade per molti ristoranti di Istanbul - è seminterrata e dove ci sono moltissimi turchi che mangiano. Alla fine decidiamo per l'altro (ma ci è rimasto il dubbio che il primo fosse meglio). Il ristorante ha due sale, una un po' meno fashion al piano rialzato (ovviamente quella dove finiamo noi!) e una molto trendy al piano superiore, dove ci sono stranieri e turchi.

I nostri primi contatti con la gente sono molto positivi. Come dice C., gli abitanti di Istanbul hanno un'aria rilassata, ma attenta che ci mette francamente a nostro agio. Il nostro cameriere ci porta a guardare gli antipasti esposti in vetrina e ce li spiega ad uno ad uno. Scegliamo un po' di cose che avevamo imparato a conoscere durante il nostro viaggio estivo in Grecia e altre il cui aspetto ci attira proprio! Tutto buonissimo. E siamo già sazie. Decidiamo di concludere con delle alicette fritte, ma forse non è la scelta più indovinata. La frittura è un po' moscia e non ci soddisfa molto. L'ouzo che beviamo alla fine del pasto (perché non sappiamo ancora che il raki è praticamente identico) è un vero e proprio tuffo nella vacanza greca.

Il giorno dopo il programma è di andare a Sultanahmet. Sarà pure turistica, ma mica possiamo saltarla... Attraversiamo a piedi il ponte di Galata, dove sostano costantemente decine e decine di pescatori che cercano di sfruttare la ricchezza delle acque del Bosforo a vantaggio dei ristoranti sottostanti, da cui - a dire il vero - non viene un odore favoloso. Passando attraverso il mercato delle spezie (Mısır Çarşısı), saliamo verso la Moschea di Solimano (Sülemaniye camii), dove si sta accumulando moltissima gente. Gli uomini fanno le abluzioni alle fontane, le donne aspettano fuori con i loro scatoloni che - capiremo solo dopo - contengono monoporzioni di cibo destinate a sfamare gli uomini alla fine della preghiera.

Mentre ci togliamo le scarpe e ci mettiamo il velo, una guardia ci ferma perché durante l'ora della preghiera i non musulmani non possono entrare e io resto bloccata sulla soglia mentre una folla inimmaginabile mi travolge (ognuno con la sua busta di scarpe in mano) affrettandosi al richiamo del muezzin.

Che fare mentre i musulmani pregano? Noi occidentali consumisti andremo al Gran Bazar (Kapalıçarşı), facendo attenzione a non starci troppo a lungo e a non essere sorprese dal successivo canto del muezzin. La nostra visita al Gran Bazar - che è un dedalo di stradine (al coperto) straripanti di colori - ha una finalità principale: ritrovare quegli splendidi asciugamani di cotone di cui avevamo fatto scorta - ma non a sufficienza - ad Ayvalik. Effettivamente se ne vedono numerosi in giro, ma a una prima occhiata non si capisce esattamente quanto costano, anche perché - tutte le guide lo dicono - bisogna "contrattare". E noi siamo fortemente negate. C. più di me.

Ci fermiamo alla fine a un banchetto e con una trattativa non esattamente serrata li otteniamo a 17 lire turche a pezzo (circa 7 euro). Siamo soddisfatte, anche se forse si poteva spuntare un prezzo migliore.

Torniamo sui nostri passi verso la moschea. Non c'è quasi più nessuno e anche gli scatoloni pieni di cibo sono finiti mentre i contenitori di alluminio affollano i cestini della spazzatura. Via le scarpe, su il velo. Eccoci nella moschea. Un grande spazio quasi vuoto con grandi candelabri (che oggi portano luci elettriche e non candele), completamente ricoperto di tappeti e con le pareti maiolicate. Qualche musulmano prega nella sua maniera molto fisica. Lo spazio per le donne è limitato a un rettangolo chiuso da un cancelletto. Tutto abbastanza impressionante.

Dopo un pranzo a base di kebap (ma ricordatevi che noi usiamo questo termine del tutto impropriamente, in quanto kebap fa riferimento alla carne arrosto che però può poi essere preparata in mille modi; lo spiedo è il döner kebap, mentre la carne avvolta nella piadina è il dürüm kebap) che ci costerà più di alcune buonissime cene dei giorni successivi, il nostro giro delle moschee prosegue con la Moschea Blu (Sultanahmet camii), che con i suoi sei minareti è riconoscibile da ogni parte della città. Ormai la trafila la conosciamo e a questo punto non ci aspettiamo molto di diverso. E invece l'interno di questa moschea è sorprendente per la straordinarietà delle decorazioni sulle pareti. Il tempo di qualche di qualche foto e siamo di nuovo per le vie della città.

Per oggi basta con le moschee. Ma non molto distante dalla Moschea Blu c'è la Cisterna Basilica (Yerebatan Sarayı), un'immensa cisterna di acqua fatta costruire durante l'impero di Giustiniano. La cisterna è un posto magico, perché si cammina su passerelle in mezzo a centinaia di colonne suggestivamente illuminate che affondano nell'acqua. Il colpo d'occhio è fantastico, così come è sorprendente l'uso delle due teste di Medusa (una capovolta e una di lato) usate come base di altrettante colonne.

Siamo distrutte. È ora di tornare verso l'albergo. Che dici, prendiamo la funicolare dopo il ponte di Galata, così non facciamo la salita? Peccato che non troviamo l'ingresso e facciamo la scarpinata trovandoci ai piedi della torre di Galata. E ora che siamo qui - vabbè che c'è una fila mostruosa - ma tanto vale salire al balcone panoramico. C'è pure la luna piena.

Lo spettacolo è effettivamente straordinario e nonostante io non stia benissimo vale davvero la pena.
Trottiamo fino all'albergo. Stasera siamo a cena con R. e F., due amici italiani che sono anche loro lì per il ponte, da Haci Abdullah, vicino la Istiklal. Antipasto di verdure ripiene (foglie di vite, cavoli, peperoni, pomodori ecc. - buonissimi!), galletto su purea di melanzane (un po' insipido), eccezionali polpette di carne (köfte) con verdure. Infine il thè turco fortissimo. È ora di andare a dormire. Chissà se ci riusciremo...

venerdì 16 settembre 2011

Un assaggio di Turchia

Durante la nostra permanenza a Lesvos, approfittiamo della vicinanza con la Turchia (siamo a un'ora e mezza di traghetto) per fare un salto sulla costa di fronte a noi. Ci spiegano che, per motivi di frontiera e di accordi tra Grecia e Turchia, l'unico porto da cui è garantito questo collegamento è quello di Mytilene, sebbene Molyvos sia in realtà addirittura più vicina alla Turchia (secondo qualcuno dal Molyvos in alcune giornate di vento favorevole si sentirebbe il rumore delle motorette e dei clacson delle auto turche).

E così facciamo il biglietto del traghetto e il giovedì prima di partire si va in Turchia, ad Ayvalik (l'alternativa sarebbe stata Dikili), dove c'è il bazar settimanale.

Vedere Mytilene e poi tutta la costa est dell'isola dal mare è molto suggestivo e ci permette di apprezzare ancora una volta la bellezza del posto che abbiamo scelto per le nostre vacanze. Dopo un'oretta si vede terra e pensiamo di essere arrivate, ma in realtà è solo la prima di una miriade di isole che si sviluppano davanti a questo tratto di costa turca (il cosiddetto ecatonneso, le cento isole).

Dopo un'altra mezz'oretta di slalom tra le isole, ecco Ayvalik, collegata da un ponte alla vicinissima isola di Cunda, coperta di case vacanze.
Messo piede nel porto, la ressa al controllo passaporti è nella migliore tradizione dei paesi con una gestione un po' familiare e dei popoli incapaci di fare le file. Comunque sopravviviamo e ci avviamo a piedi verso il bazar, che capiamo essere a circa 1 km (ena kilometre), seguendo tutto il resto dei passeggeri della nave che evidentemente ha la nostra stessa meta.

Quando arriviamo in zona mercato (dopo aver visto un tot di moschee lungo il cammino) il delirio è assoluto e noi abbiamo la reazione tipica di chi arriva in un posto sconosciuto e che in qualche modo avverte come un po' pericoloso. Ci teniamo strette le nostre borse e giriamo nelle aree periferiche del mercato, perché non abbiamo il coraggio di buttarci nella mischia. Al di fuori del mercato il panorama cittadino è un po' degradato, ma qua e là si apre una porta su un forno da cui escono garzoni con enormi teglie di dolci. E questo ci mette di buonumore.

Tanto che finalmente decidiamo di infilarci in una strada del mercato e dopo pochissimi minuti siamo in un negozio di stoffe e biancheria, dove adocchiamo dei bellissimi teli da bagno, esattamente ciò che cercavamo dopo che io avevo perso il mio bellissimo telo in cotone comprato in Francia all'Ile d'Yeu. Usciamo dal negozio almeno un'ora più tardi, dopo che ci hanno offerto un'aranciata e abbiamo comprato 4 teli e una enorme tovaglia ricamata per la cifra di 30 euro!

Ora siamo definitivamente di buonumore. Entriamo in un negozio di valigie, perché il nostro bagaglio per il rientro in Italia si è fatto ingestibile e così compriamo una borsa cinese espandibile con le ruote. Facciamo conoscenza con il commesso che parla l'inglese perfettamente e ci dà una serie di suggerimenti, tipo: forse dobbiamo cambiare un po' di euro perché difficilmente potremo comprare un dolce con gli euro, ma in tutta Ayvalik non c'è un'agenzia di cambio e quindi ci conviene andare dal gioielliere; ci mostra un paio di posti buoni se vogliamo mangiare le polpette e del buon cibo turco; ci accompagna alle due migliori (secondo lui) pasticcerie di Ayvalik.

Improvvisamente Ayvalik è diventato un posto da scoprire e questi turchi cominciano ad esserci simpatici. Decidiamo che forse possiamo provare a fare un bagno sulla costa turca dell'Egeo e ci incamminiamo a piedi, ma dopo un paio di km non vediamo spiagge. Per fortuna c'è un punto informazioni turistiche, dove una ragazza gentilissima ci dà una cartina e ci dice qual è la spiaggia più bella dove andare. Basta prendere un autobus dall'altra parte della strada.

Ringraziamo e usciamo, ma di fronte non c'è alcuna fermata. Facciamo qualche metro avanti e indietro, ma non c'è alcuna fermata. Abbiamo capito. Proviamo ad alzare un braccio quando passa l'autobus. Ne passa uno, alziamo il braccio un po' in ritardo e... si fermaaaa!

A bordo ci sono due ragazzetti che controllano salite e discese e che stanno in piedi sulle porte aperte. Il biglietto costa due lire (turche ovviamente!). Non abbiamo spiccioli sufficienti, un ragazzo ci offre quello che ci manca (ma noi non capiamo e rifiutiamo un po' sdegnate) e quindi cambiamo la nostra cartamoneta.

Attraversiamo quartieri residenziali e zone periferiche, dove delle case che a noi sembrano popolari ci colpiscono perché hanno tutte il caminetto sul balcone e l'immancabile parabola.

Dove scendere? Boh! Abbiamo provato a chiedere ai controllori, ma chissà se ci siamo capiti... A un certo punto ci dicono che è la nostra fermata. In lontananza si vede qualcosa che assomiglia a una spiaggia! Sì, è la spiaggiona di Sarimsakli, proprio quella che avevamo puntato. Il panorama dietro la spiaggia non è meraviglioso, ma la spiaggia è bellissima. C'è pochissima gente, l'acqua è verde in un modo diverso dalla Grecia e anche se ci sono zone attrezzate con gli ombrelloni, questi sono arretrati per lasciare spazio a chi si vuole mettere in spiaggia senza prendere ombrellone e sedie a noleggio.

Bagno nelle acque gelide dell'Egeo turco e si torna verso la non-fermata (è un po' come il non-compleanno!) dell'autobus. A un angolo fermiamo il primo che passa e che ci porta di nuovo verso la zona del bazar.

A questo punto abbiamo fame. Prima doppia porzione di polpette (kofta) con pilaf sedute al tavolino del posto che ci era stato segnalato dal venditore di valigie, che si trova nel patio coperto con i teli, poi dolce di semolino (revani, ma forse i turchi lo chiamano in un altro modo) ad una delle pasticcerie adocchiate in precedenza. Compriamo a portar via degli altri dolcini col miele e la frutta secca.

Nel frattempo individuiamo un omino che gira per le strade con un vassoio su cui ci sono dei bicchierini di thè. Lo seguiamo per capire da dove provenga. Viene da quella che sembra una casa privata (e forse lo è) dove si possono comprare cose da bere, ma in realtà nessuno va lì a ordinarle né a riportare i bicchieri. Tutti conoscono l'omino che dunque va in giro a consegnare e a ritirare. Guardandoci intorno notiamo che ci sono bicchieri nei posti più impensati e che quelli dell'omino hanno un piattino particolare e riconoscibile rispetto a quelli presumibilmente di altri omini!

Noi ovviamente andiamo lì ad ordinare il thè (e ci mettiamo un po' a farci capire) e poi riportiamo i bicchieri ad un esterrefatto ragazzino che non capisce perché li stiamo portando noi.

Il thè ci fa venire voglia di pasticceria secca e così proviamo anche l'altra pasticceria dove compriamo un po' di biscotti col sesamo (buonissimi!).
Le lire turche che abbiamo cambiato sono quasi finite. Ce ne avanzano a sufficienza per comprare una pietra pomice da uno dei tanti ambulanti. Non ci bastano invece per comprare una saponetta sulla strada verso il traghetto.

Nel viaggio di ritorno verso Mytilene ci portiamo dietro il ricordo dei vecchietti che vendono i fichi per strada, del lustrascarpe ambulante, delle donne con i loro vestiti colorati, dell'altoparlante che diffonde il canto del muezzin, del caos ordinato, dell'antico e del moderno, della vitalità che questa Turchia ci ha trasmesso.

Dopo questo assaggio, ci è venuta fame di Turchia. Ci torneremo. Presto. Molto presto.

sabato 4 luglio 2009

Middlesex / Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Middlesex, trad. di Katia Bagnoli. Milano, Mondadori, 2004.

Come sempre faccio fatica a entrare nella trama narrativa di un libro articolato come è questo Middlesex. E così più volte, senza successo, avevo cominciato a leggerlo, ma la mia quasi totale incapacità di leggere per puro piacere al di fuori dei periodi di vacanza mi aveva fatto abbandonare l’impresa.
Alla fine, dietro l’insistenza di un amico, mi sono finalmente decisa ad avventurarmi con decisione nella lettura. Il risultato è stato quello classico dello sbocciare dei grandi amori: impossibilità di staccarsi dal flusso degli eventi, riflessioni sul tema e sulla storia anche al di fuori dei momenti di lettura, nottate sveglia per conquistare pagine, e così via…

La storia è piuttosto semplice, sebbene lo svolgimento risulti particolarmente complesso. Protagonista del libro è Calliope, figlia di immigrati greco-turchi negli Stati Uniti di seconda generazione, che alla nascita, per superficialità del medico, non viene riconosciuta come ermafrodito e viene cresciuta fino all’adolescenza come una ragazza. Alla scoperta della verità Calliope decide una vita da uomo, abbandonando la famiglia per ritrovare se stesso.
Il narratore è Cal adulto che, per spiegare la sua incredibile vicenda, racconta la storia di tre generazioni della famiglia Stephanides, dai suoi nonni (fratello e sorella portatori del gene recessivo responsabile della sua condizione), ai suoi genitori e zii, fino a se stesso e suo fratello.

Nello svolgersi delle vicende della famiglia Stephanides vediamo srotolarsi davanti ai nostri occhi pezzi di storia greca (l’incendio della città di Smirne che costringe i nonni ad abbandonare la loro patria, l’occupazione di Cipro da parte dei Turchi) e un’ampia fetta della storia americana (il periodo delle massicce immigrazioni dall’Europa e i problemi dell’inserimento e dell’integrazione, i conflitti razziali, la politica estera americana…). Insomma, per farla breve, si tratta di una straordinaria saga, che sul piano letterario mi ha ricordato altri due libri che ho amato molto, Vita di Melania Mazzucco e Carne e sangue di Michael Cunningham, e sul piano cinematografico mi ha richiamato alla mente – e non so bene perché – Forrest Gump.

La scrittura di Eugenides è affascinante perché non lineare ma giocata su continui flashback tra presente e passato, nonché stimolante sul piano letterario.
I personaggi sono tutti molto forti e si imprimono nella mente con una vividezza straordinaria: dalla nonna Desdemona al padre Milton alla zia Sourmelina per arrivare ovviamente a Callie. E sullo sfondo si staglia questa comunità greca d’America che – come tutte quelle di immigrati – ha i suoi riti, le sue rigidità, le sue specificità e fa i conti continuamente con l’oscillazione tra tradizione e innovazione, tra conservazione e integrazione.

Insomma, non mi meraviglia affatto che questo libro abbia vinto il Premio Pulitzer nel 2003. E a questo punto, dopo una pausa vargasiana, non potrò mancare di lanciarmi nella lettura dell’altro romanzo di Eugenides, Le vergini suicide.
Voto: 4,5/5