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mercoledì 23 febbraio 2011

Al limite della notte / Michael Cunningham

Al limite della notte / Michael Cunningham; trad. di Andrea Silvestri. Milano: Bompiani, 2010.

Avevo letteralmente adorato il Michael Cunningham di Carne e sangue, libro intenso, ma delicato, quello che mi ha fatto scoprire la passione per le saghe familiari.
Da quel momento ho continuato a cercare lo stesso spirito, lo stesso coinvolgimento emotivo, la stessa passione in tutti i libri di Cunningham, senza che mai si ripetesse veramente l'innamoramento di quella prima volta.

Ho letto quasi subito e apprezzato Le ore e Una casa alla fine del mondo, che mi richiamavano alla mente la sottile sensibilità e la forza emotiva che lo scrittore newyorkese sa imprimere alle sue pagine.

Nonostante il deciso cambio di direzione, ho voluto leggere anche Giorni memorabili, una vera e propria divagazione narrativa rispetto alla bibliografia di Cunningham. Non mi è piaciuto, ma ho aspettato il libro che riportasse l'autore ai temi e alla scrittura che gli sono più congeniali.

Così, quando ho visto in libreria Al limite della notte e ne ho letto la trama, mi sono detta: "Eccoci. Finalmente il libro che mi farà ritrovare Cunningham." Un protagonista quarantenne, che gestisce una galleria d'arte, sposato con una donna che sembra amare, con una figlia che vive per conto suo. Appassionato di arte e soprattutto della bellezza che l'arte rappresenta, i fragili equilibri della sua vita vengono mandati in frantumi dall'incontro con Erry, l'Errore, il fratello di sua moglie Rebecca, giovane, bello e maledetto.

Se ne innamorerà fatalmente, e finirà per mettere in discussione la sua intera vita.

Detto così, ci sono le premesse per qualcosa di interessante.

Ma, tra echi e citazioni de La morte a Venezia ed excursus di psicanalitiche riflessioni, il romanzo scorre liscio, senza mai riuscire a catturarmi.

Piuttosto mi vado confermando in un'impressione che già il romanzo precedente mi aveva trasmesso. Ossia che Cunningham sia uno di quei newyorkesi per i quali la ferita dell'11 settembre non si è mai rimarginata. E che questa ferita - comune e condivisa da un'intera città e da un'intera nazione - sia stata scavata ancora più in profondità da una crisi del tutto privata, ma anche quella in qualche modo universale, la crisi dei quarant'anni.

Avrei tanto voluto entrare in sintonia con questo stato d'animo, ma la sua rarefatta ricerca di una bellezza che non può che essere in contraddizione con la realtà quotidiana e con la vita non mi ha convinto.

I libri sono o non sono in sintonia con la propria vita, a seconda dei momenti in cui vi capitano. Come le persone, gli incontri, le situazioni. Per me questo non era il momento giusto.

Voto: 2/5

sabato 4 luglio 2009

Middlesex / Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Middlesex, trad. di Katia Bagnoli. Milano, Mondadori, 2004.

Come sempre faccio fatica a entrare nella trama narrativa di un libro articolato come è questo Middlesex. E così più volte, senza successo, avevo cominciato a leggerlo, ma la mia quasi totale incapacità di leggere per puro piacere al di fuori dei periodi di vacanza mi aveva fatto abbandonare l’impresa.
Alla fine, dietro l’insistenza di un amico, mi sono finalmente decisa ad avventurarmi con decisione nella lettura. Il risultato è stato quello classico dello sbocciare dei grandi amori: impossibilità di staccarsi dal flusso degli eventi, riflessioni sul tema e sulla storia anche al di fuori dei momenti di lettura, nottate sveglia per conquistare pagine, e così via…

La storia è piuttosto semplice, sebbene lo svolgimento risulti particolarmente complesso. Protagonista del libro è Calliope, figlia di immigrati greco-turchi negli Stati Uniti di seconda generazione, che alla nascita, per superficialità del medico, non viene riconosciuta come ermafrodito e viene cresciuta fino all’adolescenza come una ragazza. Alla scoperta della verità Calliope decide una vita da uomo, abbandonando la famiglia per ritrovare se stesso.
Il narratore è Cal adulto che, per spiegare la sua incredibile vicenda, racconta la storia di tre generazioni della famiglia Stephanides, dai suoi nonni (fratello e sorella portatori del gene recessivo responsabile della sua condizione), ai suoi genitori e zii, fino a se stesso e suo fratello.

Nello svolgersi delle vicende della famiglia Stephanides vediamo srotolarsi davanti ai nostri occhi pezzi di storia greca (l’incendio della città di Smirne che costringe i nonni ad abbandonare la loro patria, l’occupazione di Cipro da parte dei Turchi) e un’ampia fetta della storia americana (il periodo delle massicce immigrazioni dall’Europa e i problemi dell’inserimento e dell’integrazione, i conflitti razziali, la politica estera americana…). Insomma, per farla breve, si tratta di una straordinaria saga, che sul piano letterario mi ha ricordato altri due libri che ho amato molto, Vita di Melania Mazzucco e Carne e sangue di Michael Cunningham, e sul piano cinematografico mi ha richiamato alla mente – e non so bene perché – Forrest Gump.

La scrittura di Eugenides è affascinante perché non lineare ma giocata su continui flashback tra presente e passato, nonché stimolante sul piano letterario.
I personaggi sono tutti molto forti e si imprimono nella mente con una vividezza straordinaria: dalla nonna Desdemona al padre Milton alla zia Sourmelina per arrivare ovviamente a Callie. E sullo sfondo si staglia questa comunità greca d’America che – come tutte quelle di immigrati – ha i suoi riti, le sue rigidità, le sue specificità e fa i conti continuamente con l’oscillazione tra tradizione e innovazione, tra conservazione e integrazione.

Insomma, non mi meraviglia affatto che questo libro abbia vinto il Premio Pulitzer nel 2003. E a questo punto, dopo una pausa vargasiana, non potrò mancare di lanciarmi nella lettura dell’altro romanzo di Eugenides, Le vergini suicide.
Voto: 4,5/5