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lunedì 12 settembre 2022

Tra mare, case-torri e montagne: la Grecia del Mani (Seconda parte)

Leggi qui la prima parte del racconto di viaggio.

Vathia
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I posti da visitare

È chiaro che non si va nel Mani per fare turismo culturale in senso stretto. E noi nello specifico ci siamo venute soprattutto per fare vacanza di mare. Abbiamo visto sulle guide che avremmo potuto fare qualche escursione in più o visitare qualcosa in più, ma già così abbiamo avuto appena il tempo di farci un’idea complessiva della costa di questa bellissima penisola.

Comunque, chi va nel Mani certamente non potrà saltare la visita al paesino abbandonato di Vathia, fatto tutto di case torri e case in pietra, che si incontra abbastanza facilmente andando verso Porto Kagio. Ci sono segni del tentativo di ristrutturare e ripopolare il villaggio, ma a parte un b&b tra le case diroccate e una taverna nella parte alta del paese, al di là della strada da cui si arriva, tutto il resto dà l’idea di essere completamente abbandonato. Qui a Vathia ne abbiamo fatto una delle nostre: abbiamo imboccato una stradina piccolissima in salita che pensavamo portasse nel centro del paese e che invece finiva con un cancello in un punto strettissimo. Ho dovuto fare una delle mie manovre salvavita sullo strapiombo per girare la macchina e scendere. Poi tornate giù e proseguendo la strada ci siamo accorte che la strada asfaltata che stavamo percorrendo portava a un comodo ingresso al paese con tanto di bar/ristorante.

Mistra
Un altro posto molto bello che abbiamo visitato in coda alla nostra vacanza, sulla strada del ritorno verso Atene, è Mistra, una città-stato bizantina che si sviluppa su un fianco del monte Taigeto, alle spalle di Sparta. Preparatevi a una bella scarpinata per le strade di sassi che si inerpicano in salita verso le chiese bizantine affrescate, il palazzo e il castello in cima (dove noi non siamo arrivate, distrutte dalla fatica e dal caldo). Un’esperienza che comunque vale la pena di fare e che ci ha permesso anche di vedere all’interno diverse chiese bizantine, cosa praticamente impossibile in quasi tutte le chiese – pur numerose – incontrate lungo la strada ma praticamente sempre chiuse.

A livello di paesi, molti viaggiatori consigliano vere e proprie visite di Areopoli, di Gerolimenas e di Porto Kagio. Diciamo che la prima merita una passeggiata in centro, anche se si tratta di un centro ormai quasi interamente turisticizzato per quanto molto bello; gli altri due sono paesini davvero piccolissimi per i quali non penso si possa davvero parlare di una visita in senso stretto. Dunque, per quanto mi riguarda, al massimo suggerisco una sosta per un pranzo o una cena in una delle numerose taverne che le popolano, e che comunque noi non abbiamo provato.

Limeni
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Il mare e le spiagge

Ma eccoci al pezzo forte della nostra vacanza: il mare e le spiagge.

La nostra esplorazione delle spiagge del Mani procede per zone, giorno dopo giorno. Dopo questa settimana di esplorazioni abbiamo la nostra personale classifica e le nostre preferenze.

Come già accennato, molto vicino a dove siamo abbiamo la bellissima baia su cui si affacciano Karavostasi, Neo Itilo e Limeni. La parte di Neo Itilo è quella attrezzata con ombrelloni, perché ha un tratto di spiaggia di sabbia, ma a noi interessa poco. Nella parte di Karavostasi ci andiamo una sera a cena ed è l’unica volta in cui riusciamo a vedere le tartarughe marine che popolano questa baia e che forse di giorno stanno un po’ più nascoste.

Kato Mezapos
A Limeni ci andiamo a fare il bagno un tardo pomeriggio: il paesino è tutto ristrutturatissimo e la gran parte delle costruzioni sono state trasformate in strutture ricettive o ristoranti, che si affacciano direttamente sul mare, senza una vera e propria spiaggia sottostante. Il mare è molto bello, e da questa parte della baia si vedono dei tramonti di grande impatto, ma per noi questa zona risulta un po’ troppo leccata e modaiola, cosa confermata dal numero di boutique hotel che si incontrano (e che dal nostro punto di vista sono una vera aberrazione: un conto è ristrutturare e valorizzare le strutture presenti, un conto voler a tutti i costi inseguire delle mode che secondo me non sono in linea con il territorio! Per approfondire questo tema si legga questo interessante articolo).

La costa nord est del Mani
Verso sud esploriamo prima la zona di spiagge che si sviluppa prima del punto in cui la penisola si strozza (e dove si trovano le spiagge di Marmari). In questa parte troviamo la nostra prima vera oasi di pace e bellezza, che è la baia di Mezapos, dove apprezziamo sia la spiaggia di Kato Mezapos (sebbene con un po’ di persone), sia la zona di scogli che si raggiunge dal piccolo sentiero che parte dalla spiaggia di Kato Mezapos, passa davanti alla chiesetta e poi gira intorno al promontorio fino a una zona dove si aprono delle vere e proprie piscine naturali sotto la scogliera coperta di piante di capperi e di fichi d’india. Un posto magico e bellissimo, dove non a caso torneremo per il nostro ultimo giorno di mare di questa vacanza.

Scendendo ancora più a sud arriviamo fino a Gerolimenas che si trova in una baia con alte scogliere ma è un paese troppo turistico per i nostri gusti e così proseguiamo alla ricerca della Almyros bay. Seguiamo le indicazioni di una freccia che indica una spiaggia non meglio identificata, e dopo una decina di minuti di cammino arriviamo quasi al tramonto in una grande spiaggia di ciottoli non attrezzata (con una specie di grande grotta in fondo) che è bella ma non è il tipo di location che preferiamo (e cmq scopriremo che non è la Almyros beach). Facciamo un bagno in un’acqua comunque limpidissima e torniamo a casa.

Agios Kiprianos
Il giorno dopo andiamo verso Kardamili (che si trova a nord-est di dove siamo noi) ed esploriamo la parte di costa che si sviluppa tra Areopoli e Kardamili: la strada che si percorre è molto bella e panoramica e attraversa molti paesini. A un certo punto cominciamo a incontrare diverse baie e ci fermiamo a Foneas beach, una spiaggia di ciottoli bellissima con un grande scoglio al centro. C’è parecchia gente anche perché alle spalle della spiaggia c’è un chiosco dove si può mangiare e bere, nonché una doccia di acqua dolce sulla spiaggia. Qui ci fermiamo quasi tutto il giorno. Tornando verso casa nel tardo pomeriggio passiamo a vedere la spiaggia di Delfinia ma decidiamo di non scendere (anche se non si può certo dire sia brutta).

Sarolimenas
Il giorno seguente la nostra destinazione è la costa est del Mani che non abbiamo ancora esplorato. Saliamo in macchina fino alla spiaggia di Vathì (poco a nord di Skoutari) ma non ci piace granché. Un po’ troppo grande e anonima. Ridiscendendo lungo la costa ci fermiamo alla baia di Skoutari, dove passiamo qualche ora nella spiaggia di sabbia sotto la scogliera. Bella e abbastanza tranquilla anche se ci sono un po' troppi bambini per i miei gusti. Nell’altro pezzo di costa a seguire quello dove siamo noi c’è la spiaggia attrezzata e anche una bella taverna dove però ci limitiamo a prendere un freddo cappuccino. Proseguiamo verso Kotronas e poi Kokkala, attraversando paesi più o meno piccoli e parzialmente sgarrupati, dove solo una parte piccola delle case torri sono state ristrutturate mentre altre sono cadenti o distrutte. Ci fermiamo a dare un occhio alla spiaggia di Kokkala, a quella di Agios Kiprianos (che hanno strutture molto simili: spiagge di sassi su cui si affacciano casette in pietra). Noi però proseguiamo fino ad Ampelos beach (cui si arriva dopo un breve sterrato), una spiaggia di sassi semi attrezzata in un contesto davvero fantastico. Ci mettiamo sotto gli alberi, facciamo il bagno e lì rimaniamo fino a sera.

Verso Porto Kagio
Un altro giorno andiamo verso Porto Kagio, ma prima di arrivarci vediamo dall’alto una spiaggia che attira subito la nostra attenzione. Scopriamo che si tratta della Sarolimenas beach, bellissima e con davvero poca gente. Sassi, mare smeraldo, grotte, posti per tuffarsi, aria. Si sta da dio.

Andando più a sud nel tardo pomeriggio arriviamo fino a Marmari e a Porto Kagio, che sono ai due lati opposti della strozzatura della penisola. Qui il paesaggio e i panorami sulla costa sono davvero notevoli. Sembra di stare su un’isola, perché da qualunque parte si guardi si aprono baie e si vede il mare. Le due spiagge nerastre di Marmari le vediamo solo da lontano e non ci attirano molto; scendiamo invece a Porto Kagio (qui le strade cominciano a diventare un pochino più ansiogene perché sono strette e senza guardrail, anche se sono quasi sempre del tutto asfaltate), ma non ci fermiamo. Facciamo solo una breve passeggiata sulla spiaggia dove c’è una sequenza di taverne affacciate direttamente sulla baia.

Escursione a Capo Tenaro
Il giorno in cui si prevede una temperatura più accettabile decidiamo di fare l'escursione al faro di Capo Tenaro, che tutte le guide consigliano. La strada per arrivarci si fa via via sempre più piccola e a strapiombo ma quando arriviamo nella baia da cui parte il sentiero per il faro il panorama ripaga di tutto. Scendiamo alla piccola spiaggia poi costeggiamo la baia, vediamo i resti archeologici con gli annessi mosaici e poi saliamo sulla collina, attraversando questa stretta lingua di terra dove abbiamo a destra e a sinistra le due coste del Mani. A dx c'è vento e mare aperto, a sx mare di tutte le gamme del blu, calmo e spettacolare. 
A Capo Tenaro
Al faro – dove si arriva dopo circa una quarantina di minuti per un sentiero molto riconoscibile, ma piuttosto accidentato (non sappiamo come facciano quelli che vediamo arrivare con le infradito) - facciamo uno spuntino con il vento in faccia. Dei ragazzi greci scendono lungo il fianco della collina e si fanno il bagno sotto il faro. Noi non siamo così coraggiose (anche se il colore del mare è davvero invitante) e torniamo indietro lungo il sentiero fermandoci un po' prima della spiaggetta affollata, in una baia circondata di scogli dove non c'è nessuno e possiamo fare il bagno senza costume (cosa incredibile se si considera che è il 13 agosto e questa non è una spiaggia per nudisti!). Meraviglia delle meraviglie.

La parte più meridionale del Mani
Poi riprendiamo la macchina e cerchiamo la strada per una spiaggia che arrivando abbiamo visto dall'alto e che ci ha conquistate, una specie di anfratto tra le colline, alla quale abbiamo visto che si arriva attraverso un sentiero che scende giù da una montagna. Vediamo su Google Maps che si tratta della spiaggia di Vathì (omonima ma da non confondere con quella che sta a nord del Mani). In questo caso bisogna andare verso Paliros e Kourelos fino in fondo a una stradina che finisce in una specie di piccolo borgo, lo si attraversa e si trova un cartello che dice 'verso la spiaggia'. Si scende lungo un sentiero sul fianco della montagna fino ad arrivare a questa spiaggia di pietre in una baia spettacolare con l'acqua limpidissima e pochissima gente (purtroppo prevalentemente italiani ;-)). Un posto davvero incredibile.

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Le montagne del Mani
Per chiudere


Il Mani ci è piaciuto molto e per quanto ci riguarda era proprio quello che cercavamo quest’anno. Abbiamo amato molto l’interno (e la nostra casetta nel borgo sperduto tra le montagne) e abbiamo goduto di un mare meraviglioso su spiagge in contesti bellissimi e semideserte. Peccato per un processo di turisticizzazione che probabilmente sta trasformando questa penisola da luogo sperduto e incontaminato (e meta di nicchia) in una destinazione popolare e sempre più gettonata. I segnali ci sono già tutti. Del resto – mi dico – non credo ci siano ormai molti posti nel mondo davvero fuori dai giri turistici di massa, a meno che non si tratti di posti raggiungibili in maniera davvero complessa e faticosa. Per come l’abbiamo visto e vissuto noi, il Mani offre comunque ancora tanti spazi di solitudine e tranquillità e tanto mare da poter godere nel silenzio e nella pace di spiagge non attrezzate e acque cristalline. Non mi pare poco.

La Grecia mi era mancata. A presto.

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Per una selezione più ampia di foto si veda qui e qui sul mio profilo Behance.

venerdì 9 settembre 2022

Tra mare, case-torri e montagne: la Grecia del Mani (con breve tappa ateniese) (Prima parte)

Mani: il paesino semidisabitato di Krioneri
Dopo sette anni di assenza (l’ultimo viaggio era stato nel 2015 alle isole Fourni), torno finalmente in Grecia, un paese a cui sono molto legata perché ci ho trascorso molte vacanze belle e molte giornate spensierate. Con S. da mesi cercavamo una destinazione che fosse adatta a noi, ossia ci consentisse di trovare un po’ di tranquillità e di mare bello in pieno agosto, tra l’altro un agosto un po’ particolare in cui, dopo due anni di pandemia, tutti avevano un gran desiderio di viaggi e vacanze.

Avevamo considerato varie isole, ma alla fine S. era venuta fuori con una proposta continentale, ma non troppo, la penisola del Mani, il “dito medio” del Peloponneso. Ce ne avevano parlato in maniera non troppo entusiastica anni fa degli amici, ma leggendo qua e là nei blog dei viaggiatori e sulle guide di viaggio ci siamo convinte che il Mani era proprio quello che stavamo cercando.

Il paesino di Itilo
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Aspetti organizzativi

La nostra vacanza è durata 9 giorni (viaggio A/R compreso) e il tutto si è svolto la settimana prima di ferragosto. Abbiamo volato con ITA airways da Roma Fiumicino ad Atene (morendo di freddo all’andata per l’aria condizionata troppo alta su un aereo enorme che portava centinaia di turisti in vacanza). 

Ad Atene ci siamo fermate una notte (alloggiando a Marble House, un hotel molto spartano senza colazione, che però è in una posizione comodissima sia rispetto alla metropolitana che rispetto all’Acropoli che era l’obiettivo della nostra permanenza in città). 

Il paesino di Limeni
Dopo 24 ore trascorse ad Atene, siamo tornate in aeroporto a ritirare l’automobile (una Fiat 500 con Goldcar, macchina discreta, esperienza discreta) e siamo andate nel Mani (calcolate circa 3 ore e mezza di viaggio per arrivare nella parte nord della penisola). 

Nel Mani abbiamo alla fine scelto di alloggiare sempre nello stesso posto, perché ci è sembrato che le distanze fossero gestibili in macchina e perché ritenevamo più rilassante dopo alcuni viaggi itineranti poter disfare le valigie in una casa e non doverle rifare fino all’ultimo giorno. 
Areopoli, il capoluogo del Mani
Abbiamo alloggiato in una casa di pietra nel villaggio di Krioneri, un posto piccolissimo (dove avremo visto in tutto una ventina di persona aggirarsi e dove non c’è praticamente alcun tipo di servizio). 

La casa di Katerina ed Eleni (madre e figlia) si è rivelata molto bella e funzionale (camera, cucina e bagno, nonché un grande giardino e una terrazza con vista sulle montagne da cui abbiamo guardato la luna sorgere diversi giorni di seguito). Per noi si è trattato di una sistemazione perfetta, il posto di pace che cercavamo, lontane dalla “pazza folla” con cui abbiamo a che fare durante tutto l’anno, ma è chiaro che dipende da quello che si cerca. 

In macchina da Krioneri in 5-10 minuti si arriva al paese di Itilo (dove c’è una taverna che abbiamo apprezzato molto) nonché alla baia sottostante, quella dove si affacciano Karavostasi, Neo Itilio e la più turistica Limeni. In 20 minuti si arriva ad Areopoli, il centro più grande del Mani, dove ci sono praticamente tutti i servizi, ma che per noi risultava fin troppo caotico e affollato (pur essendo di fatto un paesino).

Sull'Acropoli di Atene
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Atene e l’Acropoli

Ad Atene – come detto – la nostra meta è l’Acropoli ma visto che abbiamo una serata e una mezza giornata approfittiamo anche per provare alcuni dei posti dove mangiare che ci ha consigliato la nostra amica A.

La prima sera mangiamo da Annie Fine Cooking, un posto piccolo e molto bello (raggiungibile a piedi dal nostro albergo) dove c’è una chef molto giovane che fa cucina greca rivisitata, strizzando un po’ l’occhio a un gusto globalizzato. I prezzi sono quelli di un posto figo di una capitale europea (quindi non greci per come noi li immaginiamo), ma alla fine l’esperienza per noi è molto interessante e usciamo molto soddisfatte. Per il pranzo del giorno dopo alcuni dei posti suggeriti da A. sono chiusi e quindi ci fermiamo in un caffè che lei ci ha consigliato, il Dope roasting posto, che potremmo definire piuttosto hipster, dove prendiamo due bagel molto buoni e il nostro primo “freddo caffè” della vacanza.

Museo dell'Acropoli
Per chi non lo sapesse il “freddo caffè” e il “freddo cappuccino” sono un’istituzione per i greci che infatti hanno spesso in mano bicchieri di plastica con cui se li portano in giro. Di fatto si tratta di un espresso zuccherato (o no, lo si può richiedere) che viene frullato con un po’ di ghiaccio e versato in un bicchiere con ghiaccio. Si forma così una specie di schiuma che man mano va spostandosi verso l’alto per scoprire il nero del caffè sottostante. Se si chiede un “freddo cappuccino” allora sul caffè preparato come descritto viene versato del latte montato. Da non confondere con frappè o frappuccino, che sono tutta un’altra cosa e spesso vengono preparati con il nescafè. Noi di freddi caffè e cappuccini ne abbiamo bevuti tanti, e anche S. è diventata una grande appassionata. A questo punto tocca trovare la giusta “ricetta” per farlo a casa.

Acropoli di Atene
Chiusa la parentesi mangereccia, veniamo alle cose serie, ossia la nostra visita dell’Acropoli e del relativo museo. I biglietti per l’Acropoli li avevo fatti online sul sito del Ministero della cultura greco e avevo fatto bene, perché pur arrivando all’ingresso non più tardi delle 9 di mattina (come tutti i siti consigliano) troviamo una folla spaventosa che sta facendo i biglietti o entrando (la sera prima in realtà abbiamo già fatto un giro molto suggestivo in notturna sul viale che gira intorno all’Acropoli e nella zona sottostante, che ci consente di apprezzarla illuminati da diversi scorci).

Il Partenone
Il giro dell’area archeologica non comprende solo la sommità della collina ma anche tutti i resti che sono stati portati alla luce lungo i suoi fianchi. Noi facciamo il giro completo, in una situazione che è vivibile fino a quando non giungiamo ai propilei e dunque all’ingresso dell’acropoli vera e propria, che sembra la metro A di Roma alla fermata di Termini in un orario di punta. C’è gente in una quantità spaventosa e devo dire che lì per lì ne sono sopraffatta. Poi però superati i propilei quando arriviamo sulla spianata in alto dove ci sono il Partenone e l’Eretteo con la copia delle cariatidi, nonostante la gente sia tanta, ci godiamo comunque la visita e la vista, anche con l’intermezzo del gatto che si aggira tra le rovine, totalmente a suo agio.
L'Acropoli vista dal museo
Uscendo dall’area archeologica andiamo al Museo dell’Acropoli di cui non abbiamo il biglietto, ma c’è poca fila. Il museo è una costruzione recente e molto bella (è stata inaugurata nel …) e all’interno è molto ben allestito e ricchissimo di pezzi di grande interesse, tra cui le vere cariatidi e parte del fregio del Partenone (che è esposto all’ultimo piano in una organizzazione che simula la situazione originale), almeno per le parti che non sono finite al British Museum di Londra.

Lasciando Atene non posso non accennare alla mia rovinosa caduta da un tappeto mobile in aeroporto mentre andiamo a ritirare la macchina. Non mi accorgo che il tappeto sta finendo e cado su un fianco per fortuna facendomi solo dei lividi (che mi porterò dietro durante la vacanza), con gran spavento di S.

La costa est del Mani
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Il Mani

Qualunque guida o racconto di viaggio leggiate sul Mani vi parlerà del libro omonimo di Patrick Leigh Fermor, lo scrittore e viaggiatore inglese che si innamorò di questa terra al punto di decidere di stabilirsi qui a vivere, in una casa che ancora oggi è visitabile (anche se noi non lo abbiamo visitata). Anche noi ovviamente abbiamo comprato il libro (pubblicato da Adelphi), ma dopo la lettura di poche pagine lo abbiamo trovato un pochetto noioso e abbiamo deciso di abbandonarlo. Non ce ne vogliate!

Vathià
Quello che intanto posso dirvi è che il Mani – come del resto altre parti della Grecia – è un territorio parecchio aspro, in cui le montagne, prevalentemente brulle o coperte di una bassa macchia mediterranea da cui arrivano profumi indescrivibili, convivono con baie più o meno nascoste in cui si aprono spiagge molto belle (prevalentemente di sassi) e con piccoli e piccolissimi paesi (che nella parte più centrale e a sud della penisola) sono fatti prevalentemente di case-torri, la costruzione tipica della regione, testimonianza di un passato molto bellicoso che ha visto i manioti (che si considerano discendenti degli antichi spartani, anche se oggi Sparta è una cittadina davvero orribile) farsi la guerra tra di loro per lunghissimi periodi.

Capo Tenaros
Un suggerimento che per noi è stato molto utile: vi capiterà spesso in questa regione di essere importunati dalle vespe che non vi lasceranno mangiare in pace. Abbiamo scoperto qui che il rimedio che tiene lontano le vespe è un piccolo contenitore di alluminio (per esempio il fondo di una lattina) riempito di polvere di caffè che brucia molto lentamente dopo aver dato fuoco con l’accendino.

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Mangiare nel Mani

Restando sul fronte diciamo così “pratico-organizzativo”, voglio spendere qualche parola sul cibo nel Mani e sui posti dove abbiamo mangiato. Come sa chi ha viaggiato parecchio in Grecia per turismo, l’offerta della cucina greca tende ad essere piuttosto standardizzata rispetto alla varietà dei piatti (al massimo ci sono delle varianti regionali), però la qualità degli stessi piatti può cambiare molto da luogo a luogo.
Per quanto ci riguarda abbiamo sperimentato due taverne di pesce, Faros a Karavostasi e Black pirate a Neo Itilo. La prima può contare su una location davvero molto suggestiva, su un fianco della baia, però devo dire che il cibo ci ha lasciate parecchio indifferenti (a tratti scontente). Da Black Pirate abbiamo mangiato in modo comunque piuttosto tradizionale, ma decisamente meglio per qualità (non a caso qui c’erano molti più greci che nell’altro posto). Solo il polpo con aceto ci ha deluse parecchio.

La taverna dove abbiamo mangiato meglio e che abbiamo amato di più (e dove infatti siamo tornate una seconda volta) è Petrino, nel paesino di Itilo, su per la collina. Qui non esiste menu scritto e il proprietario non dice una parola di inglese. Io capisco un po’ i nomi dei piatti, ma praticamente la prima volta decide lui cosa farci mangiare. Arrivano tzatziki, patate fritte, insalata greca, saganaki (formaggio in padella), e sei souvlaki. Mangiamo tanto e bene con conto leggero (35 euro). La seconda volta che torniamo a malapena troviamo posto a sedere e questa volta riusciamo anche a scegliere cosa mangiare, sebbene i gemistà (verdure ripiene di riso) che avremmo voluto e che avevamo visto la volta precedente non siano purtroppo disponibili.

La luna sorge sulle montagne del Mani
Altre cose in ordine sparso: ottimi entrambi i panifici di Areopoli, quello all’ingresso del paese fa una spanakopita davvero molto buona, mentre quello più avanti, di fronte al supermercato, fa dei taralloni salati con i semi buonissimi e anche dei dolci al miele di grande soddisfazione.

Mangiamo anche un’ottima insalata maniota e un freddo cappuccino al chiosco sulla spiaggia di Foneas.

Sembrano molto interessanti la taverna sulla spiaggia di Skoutari e quella a Capo Tenaros, ma in entrambi i casi noi ci arriviamo che abbiamo già mangiato e ci limitiamo a prendere solo dei “freddi cappuccini”.

Compriamo poi del trachanas, una specie di fregola (che però leggiamo contiene anche yoghurt), e per un paio di sere prepariamo a casa una specie di zuppa con pomodori, feta e menta che in entrambi i casi viene molto buona e apprezziamo molto.

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Leggi qui la seconda parte del racconto.

Per una selezione più ampia di foto si veda qui e qui sul mio profilo Behance.

domenica 21 marzo 2021

Apples = Mila

Sono oltre quattro mesi che non pubblico una recensione di film su questo blog. Dopo il felice rientro al cinema a settembre e l’abbuffata di film per la Festa del cinema di Roma, ho avuto il brutto contraccolpo della chiusura delle sale e della necessità di tornare a vedere i film in quel modo limitato e limitante che è il piccolo schermo (che per quanto grande sarà per me sempre piccolo e soprattutto non mi consentirà di fruire di quell’esperienza pubblica e collettiva che è il cinema).

L’ultimo film recensito era stato Molecole, poi il nulla. Un po’ non mi sembrava che ci fossero in giro in rete cose che valessero la pena (tra l'altro i vari festival cominciano a innervosirmi con le loro mille piattaforme!), un po’ non ne avevo proprio voglia.

Quando MioCinema ha proposto l’anteprima del film Apples (Mila) del regista greco Christos Nikou ho sentito di nuovo la felice spinta verso la visione, e così mi sono prenotata.

Il cinema greco negli ultimi anni ha assunto una identità molto forte e ha sfornato registi e film che sono riusciti a varcare i confini nazionali e a imporsi all’attenzione mondiale. Non parlo solo di Yorgos Lanthimos, ormai regista affermato, ma anche di Makridis e altri, quelli che alcuni considerano i rappresentanti della cosiddetta weird wave greca.

Si tratta di un cinema che ha forti venature distopiche e/o grottesche a seconda dei casi, e che si concentra sui sentimenti e sulle relazioni in maniera non realistica, ma comunque di grande impatto emotivo.

È in questa corrente che si inserisce il film Apples di Christos Nikou.

Siamo in una città greca tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Aris (Aris Servetalis) è un uomo di mezza età che un giorno, dopo essere uscito di casa ed essersi addormentato su un autobus, viene colpito da una amnesia che cancella completamente la sua identità e il suo passato. In realtà, questa situazione non è singolare, visto che gli ospedali sono pieni di persone a cui è successa la medesima cosa.

Coloro i quali non vengono reclamati da nessuno, come nel caso di Aris, vengono inseriti in un programma di ricostruzione dell'identità: gli viene assegnato un appartamento, dati dei vestiti, affidata una Polaroid, e a intervalli regolari ricevono delle cassette con delle istruzioni su attività da fare e compiti da svolgere, che spesso si concludono con una fotografia di documentazione che finirà in un album.

Aris inizia di buona lena questo programma fino a quando l'incontro con una donna nella sua stessa condizione e lo svolgimento di un compito particolarmente impegnativo sul piano emotivo determinano un cortocircuito che lo riporta a fare i conti con quello che ha dimenticato.

Si resta con la domanda se Aris sia stato effettivamente colpito da amnesia ovvero abbia voluto deliberatamente dimenticare qualcosa che non riusciva ad affrontare.

Nel film di Nikou si sommano - e per certi versi si affastellano - molti temi: la solitudine e l'isolamento sociale, l'identità come costruzione posticcia, l'immagine che sostituisce e in un certo senso contraddice l'esperienza, la perdita della memoria come scorciatoia per superare il passato e bypassare il dolore. All’interno del film risuonano echi di una società molto vicina a quella che conosciamo e di fenomeni che sono stati amplificati negli ultimi anni dai social networks.

Ma non ci sono solo sentimenti tristi e negativi nel film di Christou. Anzi, su tutto mi pare che trionfi il potere dell’empatia, o forse più banalmente il potere di quei neuroni specchio che ci fanno riconoscere in quello che vediamo e provare qualcosa che non stiamo vivendo in prima persona, condanna e straordinaria forza dell’umanità, vero motore della sua sopravvivenza.

Un film probabilmente non perfetto, e che soffre di una certa meccanicità e forse anche didascalicità, ma che conferma la visionarietà e le potenzialità narrative dei registi greci, e probabilmente ci parla anche di un paese, la Grecia appunto, che sta vivendo una lunga fase di transizione e di crisi di identità, e guarda con fatica al futuro mentre fa i conti con un passato ingombrante.

Voto: 3,5/5

domenica 4 settembre 2016

La possibilità di un’isola, anzi tre


Michel Houellebecq mi scuserà se prendo a prestito - decisamente a sproposito - il titolo di un suo romanzo, ma anche quest'anno le isole sono state il fil rouge delle nostre vacanze, isole greche per la precisione.
L'anno scorso abbiamo avuto un primo assaggio dell'area del Dodecaneso attraverso le isole Fourni ed eravamo rimaste incantate. Perciò quest'anno decidiamo di continuare l'esplorazione: voliamo di nuovo su Samos (Vueling ci fa provare un piccolo brivido quando poco più di un mese prima della partenza, a prenotazioni già fatte, ci sposta il volo di andata e di ritorno di 3 giorni, e ce n'è solo uno a settimana). Una volta a Pythagorion il nostro fedele alleato diventa il Nisos Kalimnos, la piccola nave che collega le isole di quest'area. Prima di partire da Pythagorion, questa piccola cittadina, oltre a un primo bagno rigenerante e predisponente alla spiaggia di Remataki, ci offre la possibilità di visitare una bella mostra, A world not ours, dedicata al dramma dei profughi e agli sbarchi di migliaia di persone che queste isole hanno vissuto e continuano a vivere quotidianamente.

La prima tappa è Arki, un'isola che conta una trentina di abitanti e dove, a parte una piccola aggregazione di case e due taverne intorno al porto più un'altra taverna sotto la chiesa, non ha strade asfaltate ed è interamente dedicata all'allevamento di pecore e capre; anzi, ci dicono che l'isola è praticamente divisa in due tra le proprietà di due famiglie di allevatori. Quali sono le cose secondo me mirabili di Arki? Prima di tutto la straordinaria tranquillità, quella per la quale non c'è nient'altro da fare che andare in spiaggia, leggere, farsi una doccia e andare a cena.

Vero è che ad Arki arrivano moltissimi turisti con le barche a vela, ma la maggior parte di loro non dorme nell'isola se non sporadicamente e non ci sta a lungo, quindi complessivamente il clima resta molto tranquillo.

Secondo, il mare eccezionale, in ordine crescente la spiaggia vicina al molo (da non sottovalutare!), la baia di Tiganakia (a 20 minuti dal porto via terra) e la baia di Limnari (anche questa a circa 15 minuti); la seconda è la più famosa ed è incredibile per il colore dell'acqua e per la conformazione della baia, ma non la metto sul gradino più alto del podio, perché dopo le 12 si riempie di barche di turisti che in parte "inquinano" il paesaggio e la tranquillità.

Limnari, cui si arriva dopo una ripida scalata fino alla casa del pastore e poi una discesa lungo un versante della montagna guidati da omini fatti con le pietre, è una specie di laguna blu, un posto magico e bellissimo, con un silenzio quasi irreale, in cui persino le poche persone che vi arrivano si adeguano naturalmente al silenzio. È qui che oltre a vedere con la mia fedele maschera un numero esagerato di pesci che mi nuotano intorno (cosa che devo ammettere sarà una costante dell'intera vacanza), a un certo punto avvistiamo una school of fish, praticamente un enorme banco di pesci che si muove perfettamente coordinato tanto da sembrare un pesce molto grande, finché non lo si guarda da vicino o non gli si nuota in mezzo (esperienza davvero unica!).

Terzo, il fatto che se ti fermi nell'isola per più di 3 giorni finisci per conoscere tutti e diventi amico di tutti e cominci anche a sapere le storie dell'isola e i suoi retroscena: noi riusciamo perfino a farci vendere il buonissimo formaggio locale di capra, lo xinomizithra, direttamente dal pastore.

Quarto, l'atmosfera vagamente hippie, quella che io nel mio personale linguaggio definisco "sbombi", un'atmosfera che all'inizio può risultare persino un po' respingente ma quando ti ci abbandoni risulta alla fine molto rilassante.

Quinto, il cibo: nelle tre taverne dell'isola (O Tripas, Nicolas e Apolausi) - che pure hanno non pochi problemi di rifornimento - abbiamo mangiato molto bene (il miglior cibo della vacanza direi), e anche l'aperitivo e il pranzetto all'ouzeri del molo ci hanno molto soddisfatto. Cosa si può desiderare di più da un'isola?

Sesto, ultimo ma non per importanza, l'incontro con A., una donna ateniese eccezionale che parla l'inglese perfettamente e ci introduce a poco a poco in tutti i segreti dell'isola (e non solo!) e ci intrattiene piacevolmente in tante giornate. Unico neo di questi primi giorni la caduta della mia nuova macchina fotogratica e la rottura dell'obiettivo, cosa che per me ha rappresentato una vera piccola tragedia e mi ha costretto dopo pochi giorni a fare le foto con l'orribile smartphone!

La seconda tappa, dopo quasi una settimana di relax, di sole, di mare e dunque con un colorito decisamente più scuro e diversi libri già letti, ci spostiamo a Patmos. L'impatto è quasi scioccante, e d'altra parte arriviamo da un'isola con 29 abitanti a una che ne ha quasi 3.000 (che credo d'estate si raddoppino), e dunque lì per lì il porto ci sembra un vero delirio di persone, motorini e macchine. In realtà, alla fine - a parte il piccolo incidente di cui sono protagonista (inciampo, prendo una brutta storta e rovino malamente sullo sterrato mentre andiamo a una spiaggia) e che per fortuna si risolve miracolosamente entro pochi giorni - il nostro soggiorno a Patmos si rivela gradevole.

Nella nostra personale top ten dell'isola ci sono sicuramente la nostra pensione, Avgerinos Pansion, che sta a 10 minuti dal porto ma in una zona del paese fuori dal via vai e dai rumori e da cui si domina l'intera baia e si vede la montagna con la Chora e il monastero di fronte a noi, il monastero-fortezza appunto e il centro della Chora, gli spettacolari panorami (da qualunque punto parzialmente sopraelevato la si guardi, l'isola e il mare intorno punteggiato da altre isole si aprono in scenari che lasciano a bocca aperta), il sorgere della luna piena e i suoi riflessi sul mare, visti sia dal porto che dalla spiaggia di Geranou (molto bella ma un tantino affollata per i nostri standard; del resto l'isola è strapiena di italiani, soprattutto milanesi), il tramonto spettacolare dell'ultima sera quando in motorino andiamo a esplorare il sud dell'isola (visto che al mare siamo andate sempre nelle spiagge a nord), il posto del souvlaki, Ta souvlakia tou pappou, dove la prima sera andiamo a prendere il gyros pita e il souvlaki pita, e l'ultima sera mangiamo al tavolo, in entrambi i casi con grandissima soddisfazione (peccato che l'ultima sera C. che voleva ordinare un pita souvlaki non so come si ritrova un piatto tristissimo con solo uno spiedino! Per fortuna avevamo altri due piattoni buonissimi e ricchissimi!).

Infine, la terza tappa è l'isola di Agathonissi, e qui torniamo alle nostre dimensioni preferite, visto che parliamo di un'isola con poco più di 150 abitanti, divisi tra piccolissimi villaggi.

L'isola ci sembra subito una meta soprattutto per il turismo greco, anche se gli italiani non mancano e - forse perché siamo già nella seconda metà di agosto - sono sicuramente la nazionalità estera più numerosa. Anche qui - senza tediarvi inutilmente (!) con racconti di giornate fatti di sveglie tardi, ricerca dell'ombra sotto le tamerici presenti in spiaggia, bagni in mare con raccolta di sassi e conchiglie e avvistamenti vari di pesci, lettura di altri libri, qualche chiacchiera con gli altri turisti, delle buone cene nelle due taverne del villaggio sul porto, Agios Georgios, - mi limiterò a citare le cose che ci hanno colpito di più.

Agathonissi è un'isola che sembra tirata a lucido, con strade - le poche che ci sono - nuovissime, paesi bianchissimi e pulitissimi, poche spiagge ma belle e tranquille, una piccola bomboniera, che ci appare quasi sovradimensionata rispetto alla quantità di gente che c'è. Il fatto è che l'isola non è piccolissima, o meglio lo sarebbe se non fosse che in alcuni posti ci arrivi solo passando attraverso i sentieri delle capre in mezzo agli arbusti spinosi e inerpicandoti su e giù per le alture che la caratterizzano, e in altri posti, come a Katholicò (il borgo dei pescatori dove ci hanno consigliato di andare a mangiare quello che i pescatori possono offrirti) oppure in alcune spiagge come quella di Vathi, ci arrivi solo facendoti circa un'ora di cammino.

Noi purtroppo ci stiamo troppo poco per entrare meglio nella vita dell'isola e anche per lanciarci in avventure esplorative; così, tentiamo di arrivare via terra alla spiaggia di Gaidouravraklos, che sta dopo quella bellissima di Spilià (la spiaggia della grotta), ma quando siamo in cima e la vediamo dall'alto desistiamo perché dovremmo essere meglio attrezzate e disposte. Il giorno dopo ci incamminiamo a piedi verso Katholicò, ma superato il Megalo Chorio (che poi è un piccolo paese abitato soprattutto da anziani) e arrivati fino al curvone da cui vediamo la baia dove si affaccia Katholicò con Neronissi davanti decidiamo di desistere e torniamo indietro.

Insomma, comincio a fantasticare che ci dobbiamo tornare portandoci dietro un piccolo scooter da Samos per esplorarla per bene, perché quest'isola che - già per come l'abbiamo vissuta noi - ci è piaciuta moltissimo siamo certe che abbia ancora molto altro da offrire. Comunque, già solo la spiaggia di Agios Georgios e quella di Spilià da sole varrebbero un viaggio; se poi a questo si aggiunge una delle insalate di polpo migliori che io abbia mangiato da George's Taverna e la simpatia del pescatore gestore del Caffè Yetousa si arriva parecchio vicini alla mia personale idea di vacanza perfetta.

Quando dobbiamo lasciare queste isole ci piange sempre un po' il cuore; tornare a Samos è già un ritorno alla civiltà per numero di persone e offerta anche se noi ovviamente cerchiamo di goderci tutto fino all'ultimissimo momento. Questa volta scopriamo una bella spiaggia di sassi lungo la strada che va a Pythagorion, che diventa la nostra meta preferita degli ultimi due giorni di vacanza, nonché la chiesa-castello-fortezza di cui l'altro anno non ci eravamo accorti, e ancora il ristorante braceria Pasas che sta sotto il nostro albergo e fa della carne buonissima. Però certamente il nostro cuore - anche per quest'anno - è rimasto nelle piccole isole di Arki e Agathonissi, perché niente fa per noi più vacanza e relax che svegliarsi sapendo di non dover programmare assolutamente nulla e di non aver nulla di cui preoccuparsi, se non di quale taverna scegliere per la serata tra le due a disposizione.

Per fortuna in Grecia non esiste "una" possibilità di isola, ma migliaia, ciascuna con una propria identità (chi pensa che le isole greche siano tutte uguali non ha capito nulla della Grecia!). E con questa certezza nel cuore siamo sull'aereo che ci riporta in Italia.