Il film di Adam McKay (lo stesso che aveva vinto l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con La grande scommessa, che a questo punto vorrei recuperare) rientra nel genere cinematografico del biopic. Racconta infatti la vicenda di Dick Cheney (il grandioso Christian Bale), dagli anni scapestrati della giovinezza all'ascesa alla vicepresidenza americana fino alla vecchiaia.
Il film è costruito con il rigore delle inchieste giornalistiche serie, facendo luce su vicende più o meno conosciute della storia americana dagli anni Settanta ad oggi (o quanto meno all'altro ieri). Utilizza però un registro ironico e uno stile narrativo originale e frizzante, che trasformano quello che poteva essere l'ennesimo film sui retroscena della politica americana in un accattivante gioco con il pubblico, chiamato in causa fin dall'inizio dal personaggio narrante che solo alla fine comprenderemo che legame abbia con Dick Cheney. Lo spettatore viene continuamente spiazzato da trovate registiche forse non originali ma certamente divertenti e di impatto, e l'ironia non riguarda solo il modo di raccontare, bensì caratterizza anche i protagonisti di questa storia, rendendoceli a tratti simpatici senza che questo nulla tolga a un giudizio che man mano diventa fatalmente impietoso, virando l'ironico sempre più in grottesco. Non uscite dalla sala ai primi titoli di coda, perché il regista inserisce un divertente siparietto proprio alla fine.
Andando ai contenuti, il film di MacKay offre al pubblico una lettura di cinquant'anni della storia americana attraverso una figura che ha fatto della riservatezza la sua caratteristica principale e che raramente ha occupato la ribalta, ma che certamente è stata determinante per molte delle decisioni più importanti e delle politiche che gli Stati Uniti hanno messo in atto durante le presidenze repubblicane di questi anni, in particolare durante la presidenza di George W. Bush (l'ottimo Sam Rockwell).
Il destino di Dick Cheney avrebbe potuto essere molto diverso se non avesse avuto accanto una donna determinata e ambiziosa come Lynne (Amy Adams), che a seguito delle sue sregolatezze di gioventù lo mise di fronte a un aut aut e in questo modo ne cambiò il corso dell'esistenza. Cheney viene presentato come un omone silenzioso e un po' grigio, forse anche un po' goffo, ma dotato di una straordinaria capacità di comprendere le situazioni, di saper aspettare il momento giusto e di convincere i suoi interlocutori anche delle idee apparentemente più folli, qualità rappresentate a più riprese nel film non solo attraverso la sua carriera politica bensì soprattutto attraverso la sua passione per la pesca.
Dal tirocinio svolto alla Casa Bianca al seguito di Donald Rumsfeld (il quasi gigionesco Steve Carell), con cui tornerà a collaborare strettamente durante la presidenza Bush, l'ascesa di Cheney, sempre sostenuto dalla moglie, sarà inarrestabile, per quanto all'interno di una logica coerente con il carattere del nostro personaggio. Cheney è sempre presente nella politica americana, ma opera quasi esclusivamente dietro le quinte, soprattutto dopo aver compreso che non riuscirà mai ad arrivare alla Presidenza perché non ha il sostegno popolare. La sua capacità di eclissarsi quando necessario - intessendo negli anni delle presidenze democratiche fruttuosi rapporti con grandi colossi privati da cui poi sarà sostenuto durante gli anni repubblicani e che favorirà smaccatamente con politiche ultraliberiste - e di ricomparire al momento giusto gli garantiscono ruoli chiave all'interno della Casa Bianca, fino a quando - durante la presidenza di una figura debole e bisognosa di sostegno come quella di George W. Bush - accetta la proposta di fargli da vicepresidente in cambio di un accordo che gli conferisce ampi poteri quasi al di fuori di qualsiasi controllo.
Il film si sofferma anche sulla sua figura privata di marito modello e padre comprensivo e affettuoso verso le figlie, in particolare Mary che durante l'adolescenza rivela ai genitori di essere gay, mettendo a nudo però man mano il delicato equilibrio tra l'etica privata e il cinismo pubblico, che alla fine coinvolge e sacrifica, quando necessario, gli elementi non allineati della famiglia in questa silenziosa ma implacabile ubriacatura di potere. Un potere che - a differenza di altri - Cheney ha saputo sempre amministrare con grande rigore personale e una straordinaria attitudine alla manipolazione dell'opinione pubblica, negli anni in cui la politica comincia ad avvalersi biecamente dei metodi della ricerca sociale e del potere mediatico per ottenere i risultati desiderati.
Si esce dal cinema con un sorriso amaro sulle labbra e con una sensazione di impotenza di fronte a meccanismi di cui in molti casi siamo tutti vittime inconsapevoli, oggi forse tanto più grazie alla potenza di fuoco dei social media.
Voto: 4/5
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martedì 15 gennaio 2019
mercoledì 31 ottobre 2018
Beautiful boy. Skate Kitchen. Boy erased
Ed eccomi alla seconda fase (per gli altri film vedi qui) della mia partecipazione alla Festa del cinema di Roma. Come mi accade praticamente ogni anno, comincio a riconoscere un filo conduttore nei film del festival, o meglio nei film che ho scelto di vedere. Perché non so mai se per una serie di circostanze tende a prevalere un tema oppure sono io che più o meno inconsciamente ne scelgo uno.
Ebbene il fil rouge dei miei film di quest'anno è evidentemente il rapporto genitori/figli che in modi diversi è trattato all'interno di quasi tutti i film che ho selezionato. In particolare questa seconda giornata si è fortemente focalizzata su questa tematica, oggetto di tutti e tre i film che ho visto: Beautiful boy, Skate Kitchen e Boy erased.
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Beautiful boy
Beautiful boy è la storia vera di un padre e di un figlio che hanno scritto entrambi un libro su questa storia dai rispettivi punti di vista. Da questi libri è nata la sceneggiatura del film diretto da Felix Van Groeningen.
Il padre, Dave (Steve Carell) è un giornalista freelance, separato dalla prima moglie e sposato con una nuova compagna, artista, con cui ha due bellissimi figli biondi. Dave fin dalla separazione è stato il genitore affidatario del suo primo figlio, Nick (Timothée Chalamet), un ragazzo bellissimo e da lui amatissimo, dotato di grande sensibilità e altrettanto grandi talenti. Questo figlio però durante l'adolescenza sprofonda nel buco nero della droga: inizia con le canne e altre droghe leggere, per arrivare alle metanfetamine e alle droghe sintetiche, anche se per Nick qualunque droga va bene per sconfiggere un senso di malessere profondo e di vuoto siderale.
Molte domande rimarranno senza risposta: che cosa spinge un ragazzo intelligente e con una famiglia che lo ama a sprofondare in questo tunnel? Un eccesso di sensibilità, un demone interiore innato, il peso delle aspettative dei genitori, il troppo amore, la percezione della banalità della vita, una qualche sofferenza del passato, il bisogno di prendere le distanze da suo padre? O forse tutte queste cose insieme?
La storia di questa discesa agli inferi e di questo calvario è sostanzialmente raccontata attraverso gli occhi di Dave, che di fronte a un figlio che si sta rovinando la vita non può fare a meno di cercare in lui i ricordi del passato, la forza del loro legame, la gioia della sua intelligenza, la bellezza del suo modo di essere. Questo padre ce la mette tutta e farebbe qualunque cosa per salvare suo figlio, ma dovrà capire che nessuno può salvarci se non siamo noi stessi a volerci salvare. Capirà che non c'è amore che possa placare il demone interiore che rende suo figlio inquieto e insoddisfatto.
Beautiful boy è soprattutto una grande prova attoriale, quelle di Steve Carell e di Thimotée Chalamet, che conferiscono ai loro personaggi tutte le sfumature necessarie a rappresentare l'immensa gioia dell'amore padre-figlio e l'immensa sofferenza della propria impotenza di fronte a ciò che è più grande di noi.
Un film dal quale si esce col cuore straziato, anche chi come me non ha figli di cui inevitabilmente - e forse non del tutto giustamente - si sente l'enorme peso della responsabilità non solo di farli crescere e di amarli, bensì anche di vederli prendere la strada giusta.
Voto: 4/5
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Skate Kitchen
Con Skate Kitchen mi immergo nuovamente nella rassegna Alice nella città, ma questo mio andirivieni tra i programmi dei due festival paralleli è quasi impercettibile considerando la continuità delle tematiche.
Ancora una volta infatti il tema è quello della tarda adolescenza e della ricerca dell'autonomia in tutte le maniere lecite e non lecite. Qui la protagonista è una ragazza americana di seconda generazione, alle soglie dell'età adulta ma ancora non del tutto autonoma. Camille (Rachelle Vinberg) vive con sua madre (durante il film ci spiegherà perché e da quanto tempo), che è sudamericana e le parla in spagnolo mentre lei le risponde sempre in americano. Soprattutto, Camille ha una grande passione per lo skateboard che sua madre non approva perché lo ritiene molto pericoloso.
Contravvenendo alle indicazioni della madre, la giovane si mette in contatto tramite Internet con un gruppo di ragazze della periferia newyorkese che si incontrano con le loro tavole da skate. Qui Camille troverà la possibilità di essere sé stessa e anche l'occasione di confrontarsi con la complessità del mondo e delle relazioni; dovrà imparare a cavarsela, a chiedere scusa, ad accettare che i legami sono difficili e fragili. Scoprirà anche che in fondo ha ancora bisogno della madre da cui rifugge, sebbene nell'ambito di un rapporto più adulto e consapevole.
In questo percorso lo spettatore avrà modo non solo di conoscere Camille e le sue amiche, ma anche di gettare uno sguardo sul mondo degli skateboarders e sulla periferia newyorkese vissuta da giovani e adolescenti di diverse origini, con tutte le loro tenerezze e anche le loro sregolatezze. È interessante scoprire che tra droghe, sesso e competizione feroce esistono in questo mondo anche delle regole di rispetto e di lealtà che tali gruppi interiorizzano e fanno proprie. Da questo punto di vista il film ha un taglio quasi documentaristico, che non sorprende se si pensa che la regista Crystal Moselle è la stessa di The wolfpack, la storia vera dei fratelli Angulo.
Il film ha una bella colonna sonora e un bel ritmo, mentre seguiamo le evoluzioni incredibili di questi ragazzi e ragazze sui loro skate. Pur nell'originalità del punto di vista, il film resta un po' ripetitivo e nel complesso non del tutto nuovo rispetto alla tematica trattata, cosicché il percorso di Camille risulta in qualche modo fortemente prevedibile.
Voto: 3/5
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Boy erased
La mia festa del cinema di quest'anno si chiude con una perfetta circolarità, in quanto va a chiudersi esattamente dove era cominciata. La storia di Boy erased infatti ricorda molto da vicino quella raccontata in The miseducation of Cameron Post.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo omosessuale, Jared (Lucas Hedges), che viene mandato dal padre pastore battista (Russell Crowe) e dalla madre ultrareligiosa (Nicole Kidman) in una comunità che applica la terapia della conversione e che si chiama Love in Action per correggere il suo orientamento sessuale e i suoi comportamenti. Jared accetta perché l'alternativa è essere cacciato di casa e perché profondamente condizionato dalla visione fondamentalista della religione a cui è stato educato e che in qualche modo ha introiettato, sentendosi dunque intimamente sbagliato.
Quella di Jared è la storia vera che Garrard Conley - ora adulto e sposato con un uomo a New York - ha voluto raccontare in un romanzo autobiografico da cui è tratto il film diretto da Joel Edgerton (che interpreta anche il ruolo di Sykes, il responsabile del centro), con lo scopo di portare a conoscenza di tutti l'assurdità e la pericolosità di questi centri, la cui esistenza è accettata ancora in 36 stati americani.
La storia di Jared/Garrard è la storia della sofferenza individuale di chi è costretto a vedere sé stesso come qualcosa di sporco e di sbagliato e a doversi appunto cancellare (situazione che gli ospiti del centro vivono ciascuno in modo diverso, ma comunque con effetti devastanti sulla psiche), ma anche la storia del suo rapporto con i genitori, una madre succube e intrisa di idee religiose ma che alla fine riesce a mettere davanti il bene del figlio, un padre che invece non riesce a scendere a patti con quella che ritiene una "scelta" - pertanto reversibile - da parte del figlio.
Rispetto a The miseducation of Cameron Post, che nonostante la gravità della tematica riesce a essere un film in buona parte leggero e ironico, il film di Edgerdon è virato su un registro drammatico che a tratti sconfina quasi nel thriller e inevitabilmente sfocia in melò, senza per questo risultare stucchevole, e concedendosi qualche ironia in coda.
Il film si regge - oltre che sulla forza di una storia che inevitabilmente sorprende perché praticamente si svolge quasi ai giorni nostri - sulla capacità interpretativa degli attori: la sofferenza trattenuta di Lucas Hedges, le contraddizioni dei suoi genitori divisi tra l'affetto per il figlio e la fedeltà ai princìpi della loro fede. E così ci si ritrova ancora una volta a riflettere sui danni prodotti da un fondamentalismo religioso che interferisce in maniera pesante non solo con la libertà individuale ma anche con quella dello Stato e della società tutta, e su quanto tutto questo sia non solo ancora attuale ma incredibilmente presente anche nelle evolute società occidentali.
Qualcuno volò sul nido del cuculo ci fece scandalizzare sulla pratica della lobotomia per curare la malattia mentale e aprì un dibattito sul tema. Speriamo che questi due film sollevino altrettanta indignazione su una pratica che dovrebbe essere condannata senza alcuna attenuante per non rovinare più le vite di tanti giovani che vogliono solo essere sé stessi.
Voto: 3,5/5
Ebbene il fil rouge dei miei film di quest'anno è evidentemente il rapporto genitori/figli che in modi diversi è trattato all'interno di quasi tutti i film che ho selezionato. In particolare questa seconda giornata si è fortemente focalizzata su questa tematica, oggetto di tutti e tre i film che ho visto: Beautiful boy, Skate Kitchen e Boy erased.
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Beautiful boy Beautiful boy è la storia vera di un padre e di un figlio che hanno scritto entrambi un libro su questa storia dai rispettivi punti di vista. Da questi libri è nata la sceneggiatura del film diretto da Felix Van Groeningen.
Il padre, Dave (Steve Carell) è un giornalista freelance, separato dalla prima moglie e sposato con una nuova compagna, artista, con cui ha due bellissimi figli biondi. Dave fin dalla separazione è stato il genitore affidatario del suo primo figlio, Nick (Timothée Chalamet), un ragazzo bellissimo e da lui amatissimo, dotato di grande sensibilità e altrettanto grandi talenti. Questo figlio però durante l'adolescenza sprofonda nel buco nero della droga: inizia con le canne e altre droghe leggere, per arrivare alle metanfetamine e alle droghe sintetiche, anche se per Nick qualunque droga va bene per sconfiggere un senso di malessere profondo e di vuoto siderale.
Molte domande rimarranno senza risposta: che cosa spinge un ragazzo intelligente e con una famiglia che lo ama a sprofondare in questo tunnel? Un eccesso di sensibilità, un demone interiore innato, il peso delle aspettative dei genitori, il troppo amore, la percezione della banalità della vita, una qualche sofferenza del passato, il bisogno di prendere le distanze da suo padre? O forse tutte queste cose insieme?
La storia di questa discesa agli inferi e di questo calvario è sostanzialmente raccontata attraverso gli occhi di Dave, che di fronte a un figlio che si sta rovinando la vita non può fare a meno di cercare in lui i ricordi del passato, la forza del loro legame, la gioia della sua intelligenza, la bellezza del suo modo di essere. Questo padre ce la mette tutta e farebbe qualunque cosa per salvare suo figlio, ma dovrà capire che nessuno può salvarci se non siamo noi stessi a volerci salvare. Capirà che non c'è amore che possa placare il demone interiore che rende suo figlio inquieto e insoddisfatto.
Beautiful boy è soprattutto una grande prova attoriale, quelle di Steve Carell e di Thimotée Chalamet, che conferiscono ai loro personaggi tutte le sfumature necessarie a rappresentare l'immensa gioia dell'amore padre-figlio e l'immensa sofferenza della propria impotenza di fronte a ciò che è più grande di noi.
Un film dal quale si esce col cuore straziato, anche chi come me non ha figli di cui inevitabilmente - e forse non del tutto giustamente - si sente l'enorme peso della responsabilità non solo di farli crescere e di amarli, bensì anche di vederli prendere la strada giusta.
Voto: 4/5
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Skate Kitchen Con Skate Kitchen mi immergo nuovamente nella rassegna Alice nella città, ma questo mio andirivieni tra i programmi dei due festival paralleli è quasi impercettibile considerando la continuità delle tematiche.
Ancora una volta infatti il tema è quello della tarda adolescenza e della ricerca dell'autonomia in tutte le maniere lecite e non lecite. Qui la protagonista è una ragazza americana di seconda generazione, alle soglie dell'età adulta ma ancora non del tutto autonoma. Camille (Rachelle Vinberg) vive con sua madre (durante il film ci spiegherà perché e da quanto tempo), che è sudamericana e le parla in spagnolo mentre lei le risponde sempre in americano. Soprattutto, Camille ha una grande passione per lo skateboard che sua madre non approva perché lo ritiene molto pericoloso.
Contravvenendo alle indicazioni della madre, la giovane si mette in contatto tramite Internet con un gruppo di ragazze della periferia newyorkese che si incontrano con le loro tavole da skate. Qui Camille troverà la possibilità di essere sé stessa e anche l'occasione di confrontarsi con la complessità del mondo e delle relazioni; dovrà imparare a cavarsela, a chiedere scusa, ad accettare che i legami sono difficili e fragili. Scoprirà anche che in fondo ha ancora bisogno della madre da cui rifugge, sebbene nell'ambito di un rapporto più adulto e consapevole.
In questo percorso lo spettatore avrà modo non solo di conoscere Camille e le sue amiche, ma anche di gettare uno sguardo sul mondo degli skateboarders e sulla periferia newyorkese vissuta da giovani e adolescenti di diverse origini, con tutte le loro tenerezze e anche le loro sregolatezze. È interessante scoprire che tra droghe, sesso e competizione feroce esistono in questo mondo anche delle regole di rispetto e di lealtà che tali gruppi interiorizzano e fanno proprie. Da questo punto di vista il film ha un taglio quasi documentaristico, che non sorprende se si pensa che la regista Crystal Moselle è la stessa di The wolfpack, la storia vera dei fratelli Angulo.
Il film ha una bella colonna sonora e un bel ritmo, mentre seguiamo le evoluzioni incredibili di questi ragazzi e ragazze sui loro skate. Pur nell'originalità del punto di vista, il film resta un po' ripetitivo e nel complesso non del tutto nuovo rispetto alla tematica trattata, cosicché il percorso di Camille risulta in qualche modo fortemente prevedibile.
Voto: 3/5
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Boy erased La mia festa del cinema di quest'anno si chiude con una perfetta circolarità, in quanto va a chiudersi esattamente dove era cominciata. La storia di Boy erased infatti ricorda molto da vicino quella raccontata in The miseducation of Cameron Post.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo omosessuale, Jared (Lucas Hedges), che viene mandato dal padre pastore battista (Russell Crowe) e dalla madre ultrareligiosa (Nicole Kidman) in una comunità che applica la terapia della conversione e che si chiama Love in Action per correggere il suo orientamento sessuale e i suoi comportamenti. Jared accetta perché l'alternativa è essere cacciato di casa e perché profondamente condizionato dalla visione fondamentalista della religione a cui è stato educato e che in qualche modo ha introiettato, sentendosi dunque intimamente sbagliato.
Quella di Jared è la storia vera che Garrard Conley - ora adulto e sposato con un uomo a New York - ha voluto raccontare in un romanzo autobiografico da cui è tratto il film diretto da Joel Edgerton (che interpreta anche il ruolo di Sykes, il responsabile del centro), con lo scopo di portare a conoscenza di tutti l'assurdità e la pericolosità di questi centri, la cui esistenza è accettata ancora in 36 stati americani.
La storia di Jared/Garrard è la storia della sofferenza individuale di chi è costretto a vedere sé stesso come qualcosa di sporco e di sbagliato e a doversi appunto cancellare (situazione che gli ospiti del centro vivono ciascuno in modo diverso, ma comunque con effetti devastanti sulla psiche), ma anche la storia del suo rapporto con i genitori, una madre succube e intrisa di idee religiose ma che alla fine riesce a mettere davanti il bene del figlio, un padre che invece non riesce a scendere a patti con quella che ritiene una "scelta" - pertanto reversibile - da parte del figlio.
Rispetto a The miseducation of Cameron Post, che nonostante la gravità della tematica riesce a essere un film in buona parte leggero e ironico, il film di Edgerdon è virato su un registro drammatico che a tratti sconfina quasi nel thriller e inevitabilmente sfocia in melò, senza per questo risultare stucchevole, e concedendosi qualche ironia in coda.
Il film si regge - oltre che sulla forza di una storia che inevitabilmente sorprende perché praticamente si svolge quasi ai giorni nostri - sulla capacità interpretativa degli attori: la sofferenza trattenuta di Lucas Hedges, le contraddizioni dei suoi genitori divisi tra l'affetto per il figlio e la fedeltà ai princìpi della loro fede. E così ci si ritrova ancora una volta a riflettere sui danni prodotti da un fondamentalismo religioso che interferisce in maniera pesante non solo con la libertà individuale ma anche con quella dello Stato e della società tutta, e su quanto tutto questo sia non solo ancora attuale ma incredibilmente presente anche nelle evolute società occidentali.
Qualcuno volò sul nido del cuculo ci fece scandalizzare sulla pratica della lobotomia per curare la malattia mentale e aprì un dibattito sul tema. Speriamo che questi due film sollevino altrettanta indignazione su una pratica che dovrebbe essere condannata senza alcuna attenuante per non rovinare più le vite di tanti giovani che vogliono solo essere sé stessi.
Voto: 3,5/5
mercoledì 21 ottobre 2015
Freeheld = Amore, giustizia, uguaglianza
È iniziata la Festa del cinema di Roma e io mi sono dotata di un certo numero di biglietti che occuperanno quasi tutto il mio tempo libero della settimana dal 17 al 24 ottobre.
Ad alcuni film che volevo vedere ho dovuto rinunciare perché non erano compatibili con il resto della mia vita, in altri casi ho dovuto accettare un compromesso nella scelta, ma alla fine sono felicissima che la mia settimana cinematografica abbia avuto inizio.
Il primo film che vado a vedere è l'americano Freeheld, che il regista Peter Sollett ha tratto dal documentario omonimo dedicato alla storia vera di Laurel Hester, una detective cui nel 2002 venne diagnosticato un cancro incurabile ai polmoni e decise di avviare una battaglia legale contro la Contea affinché i benefits pensionistici fossero trasferiti alla sua giovane compagna, Stacie Andree.
Freeheld appartiene di diritto alla categoria dei film "stand up for your rights" in versione melodramma. Ora, sia chiaro, qui non c'è nulla di inventato veramente, e la vicenda di queste due donne - richiamata anche dalle foto vere che passano sui titoli di coda - è stata un passo importante nella storia del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali negli Stati Uniti fino al recente pronunciamento della Corte Suprema che ha esteso il diritto al matrimonio a tutti, e dunque anche a persone dello stesso sesso.
E dunque, in quanto operazione di advocacy sempre necessaria ovunque, credo si tratti di un film che merita un plauso. Però, dovendo parlare anche dell'aspetto cinematografico, non posso tacere dei suoi limiti.
Julianne Moore ed Ellen Page sono molto brave nei loro ruoli (direi la prima soprattutto nella parte drammatica del film, la seconda invece molto meglio nella parte iniziale, più leggera), per quanto improbabili come coppia e, per vari motivi, poco coinvolgenti (anche se poi a guardare le foto delle due donne reali protagoniste di questa storia l'inverosimilità si ridimensiona enormemente).
Il film ci prova anche a non essere solo un melodrammone per far piangere la sala (cosa che riesce a fare benissimo), e dunque nonostante la drammaticità del tema e della situazione durante il film si ride anche parecchio, e non solo grazie all'ebreo attivista gay interpretato da Steve Carell.
Il tutto rimane però fortemente convenzionale nell'impianto, nonché piuttosto monodimensionale e prevedibile nella rappresentazione psicologica dei protagonisti del film, senza guizzi né alcun gioco di luce e ombra.
I giusti si sa dove sono e i cattivi pure; e quando i cattivi cedono non si può far a meno di far partire l'applauso. Insomma, come ho già detto, un'operazione educativa, ma non certo grande cinema.
Voto: 3/5
P.S. Ma Julianne Moore si sta specializzando in ruoli da malata terminale? Comincio a pensare che la sua sia una forma di scaramanzia ;-)
Ad alcuni film che volevo vedere ho dovuto rinunciare perché non erano compatibili con il resto della mia vita, in altri casi ho dovuto accettare un compromesso nella scelta, ma alla fine sono felicissima che la mia settimana cinematografica abbia avuto inizio.
Il primo film che vado a vedere è l'americano Freeheld, che il regista Peter Sollett ha tratto dal documentario omonimo dedicato alla storia vera di Laurel Hester, una detective cui nel 2002 venne diagnosticato un cancro incurabile ai polmoni e decise di avviare una battaglia legale contro la Contea affinché i benefits pensionistici fossero trasferiti alla sua giovane compagna, Stacie Andree.
Freeheld appartiene di diritto alla categoria dei film "stand up for your rights" in versione melodramma. Ora, sia chiaro, qui non c'è nulla di inventato veramente, e la vicenda di queste due donne - richiamata anche dalle foto vere che passano sui titoli di coda - è stata un passo importante nella storia del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali negli Stati Uniti fino al recente pronunciamento della Corte Suprema che ha esteso il diritto al matrimonio a tutti, e dunque anche a persone dello stesso sesso.
E dunque, in quanto operazione di advocacy sempre necessaria ovunque, credo si tratti di un film che merita un plauso. Però, dovendo parlare anche dell'aspetto cinematografico, non posso tacere dei suoi limiti.
Julianne Moore ed Ellen Page sono molto brave nei loro ruoli (direi la prima soprattutto nella parte drammatica del film, la seconda invece molto meglio nella parte iniziale, più leggera), per quanto improbabili come coppia e, per vari motivi, poco coinvolgenti (anche se poi a guardare le foto delle due donne reali protagoniste di questa storia l'inverosimilità si ridimensiona enormemente).
Il film ci prova anche a non essere solo un melodrammone per far piangere la sala (cosa che riesce a fare benissimo), e dunque nonostante la drammaticità del tema e della situazione durante il film si ride anche parecchio, e non solo grazie all'ebreo attivista gay interpretato da Steve Carell.
Il tutto rimane però fortemente convenzionale nell'impianto, nonché piuttosto monodimensionale e prevedibile nella rappresentazione psicologica dei protagonisti del film, senza guizzi né alcun gioco di luce e ombra.
I giusti si sa dove sono e i cattivi pure; e quando i cattivi cedono non si può far a meno di far partire l'applauso. Insomma, come ho già detto, un'operazione educativa, ma non certo grande cinema.
Voto: 3/5
P.S. Ma Julianne Moore si sta specializzando in ruoli da malata terminale? Comincio a pensare che la sua sia una forma di scaramanzia ;-)
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