Disobbedienza / Naomi Alderman; trad. di Maria Baiocchi. Milano: nottetempo, 2018.
Dopo aver visto il film di Sebastian Lelio, come spesso mi accade quando la sceneggiatura è tratta da un romanzo, mi è venuta voglia di leggere l'opera originale. In questo caso si tratta dell'omonimo romanzo di Naomi Alderman, recentemente riedito da nottetempo con la traduzione di Maria Baiocchi.
Ovviamente quando si legge un libro di cui si è visto il film, si va inevitabilmente alla ricerca delle differenze, soprattutto dal punto di vista narrativo.
Leggendo il romanzo, almeno fino alla metà si ha la sensazione che Lelio sia stato molto fedele alla narrazione originale e si sia concesso solo qualche variante narrativa tutto sommato trascurabile (penso al fatto che è Dovid e non Esti a chiamare Ronit a New York per informarla della morte del padre, o al fatto che a New York Ronit fa l'analista finanziaria e non la fotografa, e ha una storia con un uomo sposato che è anche il suo capo e non storie occasionali, al fatto che Fruma la moglie di Hartog sia un personaggio negativo e sgradevole e non affettuoso verso Ronit).
Man mano però che la lettura procede diventano sempre più evidenti le differenze tra il punto di vista del regista e quello della scrittrice. Lelio si concentra sul rapporto tra Ronit ed Esti: l'una da sempre ribelle di fronte all'ortodossia ebraica e fuggitiva rispetto alla chiusura dell'ambiente di provenienza, l'altra che ha fatto invece la scelta di restare e di trovare una propria strada e serenità nella comunità ebraica di Hendon, dove ha sposato Dovid, l'amico comune avviato a diventare rabbino dopo la morte di Rav Krushka. Il regista utilizza l'incontro tra Ronit ed Esti come l'occasione per riportare alla luce i sentimenti tra le due e la fatica di Esti nello scegliere l'ortodossia. Il film di Lelio racconta un percorso di liberazione e di ricerca della propria libertà individuale di fronte a qualunque condizionamento e per questo non può che far trionfare l'amore tra Ronit ed Esti.
Il racconto della Alderman è invece molto più complesso e meno lineare. Innanzitutto è necessario prestare attenzione alle scelte stilistiche e narrative della scrittrice. Ogni capitolo è infatti organizzato in tre parti: c'è una citazione da un testo sacro ebraico che viene spiegata e interpretata nell'ottica dell'ortodossia ebraica. Il tema sollevato e la relativa interpretazione sono la chiave di lettura delle vicende che seguono e che vengono narrate in terza persona, facendo sviluppare la storia. L'ultima parte del capitolo, identificata anche da un font diverso, riporta i pensieri e le riflessioni di Ronit in prima persona, il suo punto di vista e la sua lettura delle cose. La religione ebraica nel romanzo non è solo un ostacolo e una costrizione, bensì un fattore inestricabilmente intrecciato con le vite individuali, compresa quella di Ronit, come lei stessa ammetterà e chiarirà nelle pagine finali dicendo che c'è qualcosa di simile tra l'essere ebreo ed essere gay, ossia che entrambe le condizioni non sono una scelta, ma un dato di fatto con cui giocoforza bisogna confrontarsi.
E così, rispetto allo sviluppo narrativo del film che va nella direzione dell'inevitabile rottura per poter essere sé stessi, il libro ci descrive scelte molto meno dirompenti e forse anche meno comprensibili, una specie di ribellione interna che Esti sceglie come strada opposta e speculare a quella intrapresa da Ronit. Esti decide di restare, ma rompe il silenzio della sua comunità costringendo tutti a fare i conti con la verità. D'altra parte Ronit dovrà confrontarsi con il fatto che anche la sua vita a New York non è perfetta solo perché è la negazione dell'ortodossia ebraica, bensì richiede anch'essa impegno e spirito di costruzione.
Se il film di Lelio era liberatorio e per questo pacificante, il romanzo della Alderman è destabilizzante e riconciliante in modo inaspettato e forse anche non facile da accettare.
Come spesso accade, la forza dei libri - ovviamente di quelli buoni - sta nel sollevare domande più che nel dare risposte, e nel costringerci ad assumere un punto di vista altro, che in molti casi non ci appartiene e che proprio per questo ci mette silenziosamente in discussione e forse ci fa uscire un pochino dalla nostra comfort zone.
Voto: 4/5
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venerdì 16 agosto 2019
venerdì 15 marzo 2019
Gloria Bell
Pare (o almeno così ho letto!) che Julianne Moore, dopo aver visto il film del 2013 di Sebastián Lelio, Gloria, si sia innamorata del personaggio e abbia chiesto al regista di farne un remake di ambientazione americana e contemporanea.
Ed eccoci qua a partecipare di nuovo alla vita di questa donna di mezza età, divorziata da più di dieci anni, con figli ormai grandi e autonomi e che hanno fatto le loro scelte di vita, che ama ballare e vorrebbe trovare qualcuno con cui condividere questa nuova fase della vita. Una donna che con tutta evidenza ama la vita ed è ancora capace di godere appieno di tutte le occasioni che le si presentano, ma deve fare i conti con l'inevitabile malinconia e la solitudine che a volte si affacciano in una fase dell'esistenza in cui i grandi progetti e obiettivi sono stati realizzati e la quotidianità non è più sovraffollata di impegni. È dunque il momento in cui - se non lo si è fatto prima - bisogna imparare soprattutto a godere dei piccoli piaceri e a star bene con sé stessi prima ancora che con gli altri.
Gloria è naturalmente empatica: ci conquista quando balla in pista, quando canta a squarciagola o a mezza bocca alla guida della sua macchina, quando partecipa ai corsi di yoga e a quelli per liberare la risata, quando chiacchiera con le amiche, quando ancora fa il ruolo di mamma e soprattutto quando non smette di cercare e di essere sé stessa.
L'incontro con Arnold (John Turturro), anche lui separato, le farà ritrovare la bellezza di condividere e le darà l'occasione di poter esprimere i propri desideri, anche sessuali, nient'affatto sopiti, come a volte si tende a pensare quando si parla di quell'età della vita.
Purtroppo Arnold, pur nella sua apparenza di galantuomo, si rivelerà profondamente dipendente dalla sua ex moglie e dalle figlie e incapace - per vigliaccheria o altro - di affrontare le situazioni difficili e di essere sincero con Gloria. E per questo Gloria, dopo avergli concesso un paio di occasioni di riscatto, romperà la relazione e si vendicherà a modo suo.
L'immagine finale di Gloria che al matrimonio della figlia di una sua amica rifiuta un invito a ballare, ma scende poi in pista da sola, godendosi il momento e disinteressandosi del mondo circostante, è una specie di dichiarazione di intenti, nonché la dichiarazione più diretta del fatto che non possiamo far dipendere il nostro benessere da nessun'altro se non da noi stessi.
Ovviamente, come sempre accade nei remake, la tentazione del confronto con il precedente è forte, anche se, nel mio caso, dell'originale di Lelio ricordo la sensazione che mi aveva trasmesso, ma non il dettaglio. È evidente che tra la Paulína Garcia nel contesto sudamericano del primo film e la Julianne Moore nella Los Angeles di oggi c'è una grossa distanza e differenza, ma personalmente sono più incline a vedere la continuità tra le due attraverso la rappresentazione - magari con accenti parzialmente diversi - di una fase della vita di una donna che è trasversale ai luoghi e al tempo.
Un film che resta godibile, credibile e tenero al contempo, anche se per chi ha già visto il primo si perde un po' la sorpresa data dall'originalità della trattazione che Lelio ci propone. Forse un remake che ha poco significato per noi, ma molto per un mercato americano ben più autoreferenziale e dove probabilmente i film stranieri trovano uno spazio ridottissimo. E bisogna rendere merito a Julianne Moore di aver portato agli americani questo personaggio.
Voto: 3,5/5
Ed eccoci qua a partecipare di nuovo alla vita di questa donna di mezza età, divorziata da più di dieci anni, con figli ormai grandi e autonomi e che hanno fatto le loro scelte di vita, che ama ballare e vorrebbe trovare qualcuno con cui condividere questa nuova fase della vita. Una donna che con tutta evidenza ama la vita ed è ancora capace di godere appieno di tutte le occasioni che le si presentano, ma deve fare i conti con l'inevitabile malinconia e la solitudine che a volte si affacciano in una fase dell'esistenza in cui i grandi progetti e obiettivi sono stati realizzati e la quotidianità non è più sovraffollata di impegni. È dunque il momento in cui - se non lo si è fatto prima - bisogna imparare soprattutto a godere dei piccoli piaceri e a star bene con sé stessi prima ancora che con gli altri.
Gloria è naturalmente empatica: ci conquista quando balla in pista, quando canta a squarciagola o a mezza bocca alla guida della sua macchina, quando partecipa ai corsi di yoga e a quelli per liberare la risata, quando chiacchiera con le amiche, quando ancora fa il ruolo di mamma e soprattutto quando non smette di cercare e di essere sé stessa.
L'incontro con Arnold (John Turturro), anche lui separato, le farà ritrovare la bellezza di condividere e le darà l'occasione di poter esprimere i propri desideri, anche sessuali, nient'affatto sopiti, come a volte si tende a pensare quando si parla di quell'età della vita.
Purtroppo Arnold, pur nella sua apparenza di galantuomo, si rivelerà profondamente dipendente dalla sua ex moglie e dalle figlie e incapace - per vigliaccheria o altro - di affrontare le situazioni difficili e di essere sincero con Gloria. E per questo Gloria, dopo avergli concesso un paio di occasioni di riscatto, romperà la relazione e si vendicherà a modo suo.
L'immagine finale di Gloria che al matrimonio della figlia di una sua amica rifiuta un invito a ballare, ma scende poi in pista da sola, godendosi il momento e disinteressandosi del mondo circostante, è una specie di dichiarazione di intenti, nonché la dichiarazione più diretta del fatto che non possiamo far dipendere il nostro benessere da nessun'altro se non da noi stessi.
Ovviamente, come sempre accade nei remake, la tentazione del confronto con il precedente è forte, anche se, nel mio caso, dell'originale di Lelio ricordo la sensazione che mi aveva trasmesso, ma non il dettaglio. È evidente che tra la Paulína Garcia nel contesto sudamericano del primo film e la Julianne Moore nella Los Angeles di oggi c'è una grossa distanza e differenza, ma personalmente sono più incline a vedere la continuità tra le due attraverso la rappresentazione - magari con accenti parzialmente diversi - di una fase della vita di una donna che è trasversale ai luoghi e al tempo.
Un film che resta godibile, credibile e tenero al contempo, anche se per chi ha già visto il primo si perde un po' la sorpresa data dall'originalità della trattazione che Lelio ci propone. Forse un remake che ha poco significato per noi, ma molto per un mercato americano ben più autoreferenziale e dove probabilmente i film stranieri trovano uno spazio ridottissimo. E bisogna rendere merito a Julianne Moore di aver portato agli americani questo personaggio.
Voto: 3,5/5
lunedì 5 novembre 2018
Disobedience
Ronnie (Rachel Weisz) è una fotografa di origini ebree. Un giorno riceve una telefonata che la informa che suo padre, rabbino capo in una comunità di ebrei ortodossi di Londra, è morto; così Ronnie prende un aereo e vola a Londra. Qui si ritrova a fare i conti con tutto quello da cui si è allontanata, ossia un microcosmo regolato dalle ferree prescrizioni della religione, rispetto al quale si sente un'aliena. Il suo amico Dovid (Alessandro Nivola) è diventato l'allievo prediletto del padre, nonché il suo probabile successore, e ha sposato Esti (Rachel McAdams), che con Dovid e Ronit completava il terzetto di amici. Scopriamo a poco a poco che Ronit è andata via quando suo padre ha scoperto che aveva una storia con Esti, mentre quest'ultima, molto legata alla sua religione e appassionata insegnante, ha deciso di rimanere e di adeguarsi alle regole della sua comunità.
Ma la scintilla della passione tra le due donne è destinata rapidamente a riaccendersi, e altrettanto rapidamente a provocare lo scandalo all'interno della comunità. Esti e Ronin saranno a questo punto chiamate a prendere una decisione, e sceglieranno la strada della verità con Dovid, mettendo anche lui di fronte a un profondo dilemma morale.
Quello di Sebastian Lelio (già apprezzato con Gloria e Una donna fantastica) è un film asciutto che va dritto al punto, ossia quello della libertà di scelta. In fondo è il tema che il regista sta sviluppando passo dopo passo in tutti i suoi film: la libertà dei desideri e della ricerca di leggerezza di Gloria, una donna che ha superato la mezza età e che vive da sola, la libertà di essere donna anche essendo nati in un corpo maschile e di amare e poter essere amati per quello che si è di Marina, la protagonista di Una donna fantastica, la libertà dai condizionamenti religiosi e di amare chi si desidera di Esti e Ronin.
Disobedience è anche una scrupolosa indagine nei meandri delle comunità di ebrei ortodossi presenti in molti paesi del mondo, che si configurano come enclaves completamente separate dal mondo esterno e regolate dalle severissime prescrizioni della Torah; tra le altre cose scopro alcune cose che non sapevo, ad esempio che le donne coprono i capelli con parrucche, siedono separate dagli uomini con cui non possono avere alcun contatto fisico, e nel matrimonio esistono indicazioni molto precise sui rapporti tra marito e moglie, anche rispetto alla sessualità.
Rispetto al senso di oppressione evocato da questo mondo, l'esplosione di vitalità che travolge le due protagoniste finisce per scuotere anche la coscienza di Dovid. L'abbraccio che alla fine unirà i tre sarà per ciascuno di loro la rivendicazione della propria identità e della propria libertà di scelta.
Peccato per il doppiaggio in italiano, secondo me insopportabile, che non ho potuto evitare.
Voto: 4/5
mercoledì 25 ottobre 2017
Una donna fantastica
La locandina di questo film dice molto: una donna che lotta contro un vento contrario molto forte che la costringe a piegarsi quasi a 45 gradi ma senza cedere.
Questa è Marina (Daniela Vega).
Marina è donna nel profondo del suo essere, anche se fisicamente forse non lo è completamente. E in quanto donna fin nel midollo aspira a una normale vita da donna: un lavoro, un uomo da amare, un posto nella società. All'inizio del film sembra che Marina abbia realizzato questo obiettivo: ama ed è riamata da Orlando, un uomo più grande di lei, separato, e sta per trasferirsi a vivere a casa sua. Purtroppo però una sera Orlando si sente male e muore per un aneurisma.
Da qui inizia la dura lotta di Marina con il mondo al di fuori del microcosmo che si è costruita: la ex moglie di Orlando, il figlio e la famiglia di lui, la società tutta, che di fronte a questo evento tragico investono tutte le loro forze per estromettere Marina dalla loro vita e anche dal passato di Orlando, in un crescendo di violenza psicologica e fisica che è solo un segnale delle loro coscienze sporche.
Il regista Sebastian Lelio - che già avevo avuto modo di apprezzare per il film Gloria - torna a raccontare la storia di una donna dalla vita difficile e a parlare dei tabu che attraversano la nostra società e che impediscono la felicità e la serenità di molte persone, nonché la possibilità per tutti di vedere preservati la propria libertà di scelta e i propri diritti.
Come in Gloria, anche in Una donna fantastica le uniche vie d'uscita di Marina di fronte al dolore e alle difficoltà sono l'espressione di sé attraverso la musica (in questo caso il ballo e il canto) e l'immaginazione, potente strumento che le permette delle fughe dalla realtà in mondi paralleli in cui può essere se stessa pienamente e felice.
A differenza che in Gloria, qui il registro oscilla tra il drammatico, il thriller e il magico. Questi ultimi - inaspettati - registri si insinuano in diversi momenti nelle pieghe della storia, pur non essendo determinanti, e sono portati all'evidenza dalle musiche originali e da alcune citazioni (la mia amica F. fa notare il bacio sotto la luce rossa che ricorda quello de La donna che visse due volte).
Una donna fantastica è un film intenso, a tratti doloroso, ma talvolta si libra leggero come una piuma sopra le meschinità e le miserie umane, a ricordarci che può esistere un mondo dove c'è posto per ognuno e dove ognuno possa essere quello che è senza che questo crei reazioni scomposte e paure di rovesciamento della realtà.
Voto: 3,5/5
Questa è Marina (Daniela Vega).
Marina è donna nel profondo del suo essere, anche se fisicamente forse non lo è completamente. E in quanto donna fin nel midollo aspira a una normale vita da donna: un lavoro, un uomo da amare, un posto nella società. All'inizio del film sembra che Marina abbia realizzato questo obiettivo: ama ed è riamata da Orlando, un uomo più grande di lei, separato, e sta per trasferirsi a vivere a casa sua. Purtroppo però una sera Orlando si sente male e muore per un aneurisma.
Da qui inizia la dura lotta di Marina con il mondo al di fuori del microcosmo che si è costruita: la ex moglie di Orlando, il figlio e la famiglia di lui, la società tutta, che di fronte a questo evento tragico investono tutte le loro forze per estromettere Marina dalla loro vita e anche dal passato di Orlando, in un crescendo di violenza psicologica e fisica che è solo un segnale delle loro coscienze sporche.
Il regista Sebastian Lelio - che già avevo avuto modo di apprezzare per il film Gloria - torna a raccontare la storia di una donna dalla vita difficile e a parlare dei tabu che attraversano la nostra società e che impediscono la felicità e la serenità di molte persone, nonché la possibilità per tutti di vedere preservati la propria libertà di scelta e i propri diritti.
Come in Gloria, anche in Una donna fantastica le uniche vie d'uscita di Marina di fronte al dolore e alle difficoltà sono l'espressione di sé attraverso la musica (in questo caso il ballo e il canto) e l'immaginazione, potente strumento che le permette delle fughe dalla realtà in mondi paralleli in cui può essere se stessa pienamente e felice.
A differenza che in Gloria, qui il registro oscilla tra il drammatico, il thriller e il magico. Questi ultimi - inaspettati - registri si insinuano in diversi momenti nelle pieghe della storia, pur non essendo determinanti, e sono portati all'evidenza dalle musiche originali e da alcune citazioni (la mia amica F. fa notare il bacio sotto la luce rossa che ricorda quello de La donna che visse due volte).
Una donna fantastica è un film intenso, a tratti doloroso, ma talvolta si libra leggero come una piuma sopra le meschinità e le miserie umane, a ricordarci che può esistere un mondo dove c'è posto per ognuno e dove ognuno possa essere quello che è senza che questo crei reazioni scomposte e paure di rovesciamento della realtà.
Voto: 3,5/5
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