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mercoledì 29 ottobre 2014

Gone girl - L'amore bugiardo

David Fincher è uno che ha idee e intuizioni, come ha già dimostrato in molti dei suoi film precedenti tra cui i miei preferiti restano Seven, Fight club e The social network. Ma ha anche molto mestiere e dunque è capace di trasformare le idee in puro spettacolo cinematografico, capace di avvincere lo spettatore (anche quando la visione - come nel mio caso - avviene alle 22,15 dopo una lunga giornata di lavoro e il film dura 2 ore e un quarto).

Nel caso di Gone girl (per il quale il regista ha riadattato per il grande schermo il romanzo di Gillian Flynn) di idee dentro ce ne sono molte, nonché di spunti cui il regista non vuole rinunciare. E probabilmente - alla fine - è proprio questo il limite del nuovo lavoro di Fincher.

Gone girl è principalmente la storia di due persone, quella di Nick (Ben Affleck) ed Amy (Rosamund Pike), che si sono innamorati, sposati e poi trasferiti da New York al Missouri per stare vicini alla madre morente di lui. Il racconto inizia quando Amy scompare nel giorno dell'anniversario del loro matrimonio. Quando si capisce che la sparizione è l'esito di un evento traumatico i sospetti cominciano a concentrarsi sul marito Nick, man mano che viene fuori l'immagine di un matrimonio ormai all'ultimo stadio. Ma non tutto è come appare.

Nel film di Fincher c'è sicuramente un'amara riflessione sul matrimonio e su certe sue inevitabili conseguenze. C'è anche una "straordinaria" protagonista femminile che è il vero motore dell'intero ordito narrativo, "the amazing Amy" (e chi vedrà il film capirà il riferimento), una donna brillante, simpatica e intelligente, capace di manipolare le persone e confezionare verità e soprattutto percezioni della verità.

Dal mio punto di vista, però, il cuore del film sta nella contrapposizione e nel confronto tra la realtà e la sua rappresentazione. L'estremizzazione del personaggio di Amy (decisamente sopra le righe e verso la fine del film non del tutto realistico) serve a rendere palese che la narrazione di sé è un'arma potentissima che può addomesticare la realtà agli occhi del mondo esterno. Fincher sembra volerci comunicare che la possibilità di ricostruire la realtà come ci piacerebbe - cosa che l'uomo ha sempre fatto attraverso la parola scritta e orale (e che nel film è in qualche modo rappresentata dai racconti per bambini scritti dalla madre di Amy ispirandosi alla figlia) - è stata potentemente amplificata dai media, quelli tradizionali ovviamente (la televisione, la radio ecc.), ma ancora di più quelli di nuova generazione che la rete ci mette a disposizione. Un uso sapiente e spietato di questi strumenti è in grado di manipolare le coscienze, di suscitare reazioni, di produrre convincimenti in buona parte determinati da suggestioni emotive.

Nessuno può sottrarsi alla spettacolarizzazione delle esistenze e alla loro riscrittura ad uso e consumo di un pubblico che è affamato di storie. Non a caso - e sempre più spesso - non è alla nostra coscienza e al nostro privato che dobbiamo rendere conto, bensì a un intorno sempre più ampio, a quei veri e propri fan e seguaci delle nostre vite cui noi stessi ci siamo volontariamente dati in pasto.

Il confine tra i personaggi pubblici e le persone "comuni" si fa sempre più labile, così come il confine tra la sfera pubblica e quella privata. La costruzione della propria immagine pubblica - molto spesso a scapito della verità - è ormai uno sport mondiale.

Mi è tornato in mente l'esperimento di una ragazza che quest'estate ha costruito attraverso Facebook una finta vacanza in Thailandia, Cambogia e Laos, ma in realtà non si è mai mossa da casa, ingannando praticamente tutti.

C'è molto da riflettere.

Voto: 4/5

lunedì 28 febbraio 2011

La versione di Barney

Ho comprato il romanzo cult di Modercai Richler, ma non l'ho ancora letto. E, direi, meglio così.
Ho infatti la sensazione che se avessi letto il romanzo e mi fosse piaciuto non avrei apprezzato il film.

Dalla prima mezz'ora del film (quella in cui un Barney ormai vecchio ricorda gli scapestrati anni della giovinezza trascorsi a Roma circondato da amici ancora più scombinati di lui, tra cui spicca Boogie, ben interpretato da Scott Speedman) ed ogni volta che si registrano le incursioni sullo schermo di Dustin Hoffman (che interpreta il padre di Barney) si coglie la vena cinica, sarcastica e dissacrante di Barney Panofsky (Paul Giamatti) e del suo mondo. All'interno di quel topos letterario e cinematografico che è la comunità ebraica nel nord America (in questo caso siamo nella bilingue Montreal), Barney è un brillante giovanotto che sembra non riuscire a concludere niente di realmente sensato nella vita: dedito al whisky, ai sigari Montecristo e alle donne, figlio affezionato di un padre poliziotto e gaudente altrettanto politically incorrect quanto lui, diventa produttore televisivo di una soap opera di serie B grazie alla raccomandazione di un familiare, sposa - per averla messa incinta - prima un'artista depressa che finirà suicida, poi una ricchissima ed insopportabile ebrea, infine l'amore della sua vita Miriam (Rosamund Pike), che perderà per superficialità e rimpiangerà fino all'ultimo dei suoi giorni, anche quando l'alzheimer avrà seriamente compromesso le sue facoltà intellettive.

Dopo una prima parte sicuramente più caustica e sregolata, forse più in linea con lo spirito del libro ma anche più discontinua e meno coerente sul piano cinematografico, il film vira verso un approccio più tradizionale e melodrammatico, in cui si pone l'accento sull'animo tenero di Barney e sul bellissimo rapporto con la terza moglie e con i due figli.

Sarà che l'ironia yiddish e dintorni non sempre la colgo fino in fondo, né riesco realmente a riderne soprattutto quando la vedo trasposta sullo schermo (mi è tornato in mente A serious man dei Coen), sarà che lo scorso fine settimana c'avevo la lacrimuccia facile, ma a me la seconda parte del film, pur melensa, mi è piaciuta e negli ultimi dieci minuti mi sono scesi due grossi goccioloni sulle guance. E ho pensato che Mordecai Richler avrebbe probabilmente aborrito un esito di questo genere.

A questo punto dovrò proprio leggere il libro, sperando di divertimi, anziché commuovermi (ed anche un po' intristirmi) come mi è successo con il film!

Voto: 3,5/5