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sabato 9 febbraio 2013

Quartet

All’età di 75 anni anche Dustin Hoffman passa dietro la macchina da presa.

E lo fa per dirigere una commedia dai toni molto inglesi, Quartet, i cui protagonisti sono degli anziani musicisti e cantanti che si sono ritirati in una casa di riposo a loro dedicata, Beecham House.

In particolare, l’attenzione si concentra su quattro di loro, ex cantanti d’opera, Reggie (Tom Courtenay), elegante e tutto d’un pezzo, Wilf (Billy Connolly), sempre all’inseguimento delle gonnelle e privo ormai di qualunque freno inibitore, Cissy (Pauline Collins), dolce e svampita anche a causa dell’Alzheimer, Jean (Maggie Smith), diva che non si rassegna al declino della vecchiaia, nonché ex moglie di Reggie.
Al centro del racconto il gala che la casa di riposo organizza ogni anno in occasione dell’anniversario della nascita di Verdi per raccogliere fondi per la stessa Beecham House, a rischio chiusura.

Riusciranno Reggie, Wilf e Cissy a convincere Jean a cantare ancora una volta insieme su un palco e a ricostituire il loro leggendario quartetto? Riuscirà Jean a farsi perdonare da Reggie e ad aprirsi di nuovo all’amore?

Il film scorre via leggero, divertente anche grazie a una buona sceneggiatura e alla prova degli attori principali. Il Rigoletto - declinato in tutte le sue possibili varianti - ci accompagna per tutta la durata del film, conferendo movimento a una narrazione che altrimenti rischierebbe a tratti di risultare un po’ piatta.

Hoffman ci mostra sullo schermo la vecchiaia come la vorremmo, allegra e disinibita, capace di accendere ancora la speranza di affetti e relazioni. E certo lo ringraziamo per averci consentito di sognare un po’ e di dimenticare la realtà, che però ci attende un istante dopo aver varcato la porta del cinema.

In definitiva, gradevole serata cinematografica, ma senza grandi ambizioni e pretese.

Voto: 3/5

lunedì 28 febbraio 2011

La versione di Barney

Ho comprato il romanzo cult di Modercai Richler, ma non l'ho ancora letto. E, direi, meglio così.
Ho infatti la sensazione che se avessi letto il romanzo e mi fosse piaciuto non avrei apprezzato il film.

Dalla prima mezz'ora del film (quella in cui un Barney ormai vecchio ricorda gli scapestrati anni della giovinezza trascorsi a Roma circondato da amici ancora più scombinati di lui, tra cui spicca Boogie, ben interpretato da Scott Speedman) ed ogni volta che si registrano le incursioni sullo schermo di Dustin Hoffman (che interpreta il padre di Barney) si coglie la vena cinica, sarcastica e dissacrante di Barney Panofsky (Paul Giamatti) e del suo mondo. All'interno di quel topos letterario e cinematografico che è la comunità ebraica nel nord America (in questo caso siamo nella bilingue Montreal), Barney è un brillante giovanotto che sembra non riuscire a concludere niente di realmente sensato nella vita: dedito al whisky, ai sigari Montecristo e alle donne, figlio affezionato di un padre poliziotto e gaudente altrettanto politically incorrect quanto lui, diventa produttore televisivo di una soap opera di serie B grazie alla raccomandazione di un familiare, sposa - per averla messa incinta - prima un'artista depressa che finirà suicida, poi una ricchissima ed insopportabile ebrea, infine l'amore della sua vita Miriam (Rosamund Pike), che perderà per superficialità e rimpiangerà fino all'ultimo dei suoi giorni, anche quando l'alzheimer avrà seriamente compromesso le sue facoltà intellettive.

Dopo una prima parte sicuramente più caustica e sregolata, forse più in linea con lo spirito del libro ma anche più discontinua e meno coerente sul piano cinematografico, il film vira verso un approccio più tradizionale e melodrammatico, in cui si pone l'accento sull'animo tenero di Barney e sul bellissimo rapporto con la terza moglie e con i due figli.

Sarà che l'ironia yiddish e dintorni non sempre la colgo fino in fondo, né riesco realmente a riderne soprattutto quando la vedo trasposta sullo schermo (mi è tornato in mente A serious man dei Coen), sarà che lo scorso fine settimana c'avevo la lacrimuccia facile, ma a me la seconda parte del film, pur melensa, mi è piaciuta e negli ultimi dieci minuti mi sono scesi due grossi goccioloni sulle guance. E ho pensato che Mordecai Richler avrebbe probabilmente aborrito un esito di questo genere.

A questo punto dovrò proprio leggere il libro, sperando di divertimi, anziché commuovermi (ed anche un po' intristirmi) come mi è successo con il film!

Voto: 3,5/5