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giovedì 15 maggio 2025

Boomers / di e con Marco Paolini, e con Patrizia Laquidara. Teatro Brancaccio, 1 aprile 2025

Mah.

Il mio post potrebbe terminare qua, visto che questo è lo scarno pensiero che mi ha attraversata durante tutta la visione dello spettacolo e anche al termine.

Il fatto è che negli ultimi anni mi sta succedendo con Paolini la stessa cosa che sta accadendo con Celestini, ossia che faccio sempre più fatica a trovare interessanti i loro spettacoli e la cosa mi intristisce molto, visto che in entrambi i casi avevo amato moltissimo alcuni loro lavori più risalenti nel tempo.

Non so da cosa dipenda, se dall’età che avanza (la loro e anche la mia), da un contesto profondamente trasformato (in cui il teatro di parola deve in parte reinventare sé stesso ma non sa bene in quali direzioni), o da altro che non sono in questo momento in grado di identificare.

Con Boomers per me Paolini realizza uno spettacolo privo di nerbo e di identità: la narrazione è sfilacciata e a tratti affastellata, il tono non riesce a trovare un equilibrio tra l’ironico e il drammatico, tra il leggero e il malinconico, gli obiettivi sono un po’ confusi e poco focalizzati, e il contenuto non riesce a trovare un vero centro di interesse.

Tutto inizia dal bar della Jole in quella lunga notte del 1969 in cui l’uomo toccò per la prima volta la superficie lunare; e da lì la narrazione vorrebbe seguire la complessa e articolata storia dell’Italia, soprattutto dei suoi sviluppi sociali e tecnologici, da quel piccolo ma significativo punto di vista che è un piccolo bar della provincia veneta. E invece a un certo punto irrompe il dialogo con il figlio e il gioco che, attraverso un casco per la realtà virtuale, permette al protagonista da un lato una galoppata fantastica nel tempo e nello spazio, dall’altro la memoria nostalgica di un tempo passato.

Persino le musiche cantate dal vivo dalla brava Patrizia Laquidara e suonate da altrettanto bravi musicisti non riescono a risollevare lo spettacolo dalla sua medietà, e devo dire che anche la selezione musicale risulta alla fine fin troppo nazional-popolare e si chiude con il coro del pubblico su Figli delle stelle di Alan Sorrenti.

Ora, sicuramente io sono troppo critica: intorno a me c’erano persone entusiaste in alcuni casi e contente in altri. Però, a me sembra che Paolini (un po’ come Celestini) stia facendo fatica a ritrovare la sua voce nel mondo di oggi e capisco che non è facile quando hai ormai un’età e sono 40 anni che fai lo stesso mestiere.

A me spiace molto, e spero davvero in un futuro guizzo che mi costringerà a rivedere il mio giudizio e a ribaltare le mie riflessioni.

Voto: 2/5

mercoledì 5 aprile 2023

Antenati. Grave party / Marco Paolini. Teatro Vascello, 15 marzo 2023

Il grave party di Marco Paolini - come ci spiegherà lui stesso nel corso dello spettacolo - è un rave party i cui convenuti sono però i nostri antenati, quelli morti qualche decennio fa ma anche quelli morti millenni fa.

Antenati è dunque una piccola storia evoluzionistica dell'umanità risalendo alle origini del homo sapiens, ma anche ai rapporti con l'uomo di Neanderthal. Ovviamente, il tutto fatto alla maniera di Paolini, ossia per mezzo del suo teatro di parola fatto di tanti contenuti - anche molto documentati - ma anche di tanti collegamenti arditi e passaggi ironici e divertenti, che permettono al pubblico di mantenere sempre alta l'attenzione e di assorbire anche i contenuti "seri" in modo più partecipativo.

Lo spettacolo si inserisce all'interno del progetto La fabbrica del mondo, che Paolini ha portato in televisione nel 2022 e che è possibile recuperare su Rai Play.

In questo spettacolo Paolini riflette sulle origini della nostra specie, ma anche in generale sul nostro rapporto con chi è venuto prima di noi, e anche sulle dinamiche che caratterizzano il rapporto tra generazioni diverse. Ovviamente al suo interno fanno capolino, più o meno chiaramente, molti altri temi, che vanno dal cambiamento climatico alla presunta centralità dell'essere umano nell'ecosistema terrestre, al rapporto dell'uomo con l'arte e la tecnologia, e molto altro.

Ne viene fuori uno spettacolo in puro stile Paolini, che tiene desta l'attenzione dal primo all'ultimo minuto (nonostante sia uno spettacolo infrasettimanale delle ore 21, che ultimamente fisicamente reggo sempre meno). Certo, se devo confrontare questo spettacolo con ITIS Galileo che avevo visto nel 2011 ci riconosco il tempo che è passato: è un Paolini più vecchio e appesantito dalla vita, e che proprio per questo riflette sul tempo che passa e che ci cancella. Eppure – e questa è la cosa bella – in questo spettacolo c’è ancora tanta speranza di futuro e nella capacità del genere umano di reinventare sé stesso e affrontare le sfide che si presenteranno nel tempo.

Il lungo applauso del pubblico è dunque un doveroso riconoscimento a un autore che tiene ancora in vita straordinariamente bene il teatro di parola, sperando che altri (penso a Mercadini, ma forse ci sono anche figure ancora più giovani) possano raccogliere il testimone.

Voto: 3,5/5

martedì 19 aprile 2022

SANI! Teatro tra parentesi / di e con Marco Paolini. Teatro Quirino, 5 aprile 2022

Paolini torna a teatro con uno spettacolo che è dichiaratamente l’erede della serie televisiva La fabbrica del mondo (che io confesso di non aver mai visto ma che si può recuperare su RaiPlay), caratterizzata dal mix di narrazione teatrale e divulgazione scientifica.

Sullo sfondo di una scenografia fatta di un enorme castello di carte, a simboleggiare la fragilità degli equilibri su cui si fonda la vita umana, Marco Paolini mette insieme il racconto autobiografico con l’informazione e la riflessione relative principalmente al tema del cambiamento climatico e dell’impatto che l’antropocene sta avendo sugli equilibri della terra e nello specifico sulle prospettive di sopravvivenza del genere umano.

Del resto, Paolini non è nuovo a questo tipo di temi che già in parte erano presenti nello spettacolo che si chiamava appunto #Antropocene (sebbene lì con una più marcata attenzione all’aspetto della tecnologia e dell’interconnessione), che io avevo visto all’Auditorium.

Nell’ambito di questa narrazione non mancano riferimenti ad altri temi caldi per la nostra società, come ad esempio quello dei migranti e dei salvataggi in mare, ma nel complesso lo spettacolo di Paolini appare più “leggero”, divertito e divertente rispetto ad altri suoi del passato, a conferma che in questo momento storico (tra una pandemia e una guerra alle porte dell’Europa) il mondo del teatro, anche quello da sempre impegnato com’è il teatro di Paolini, riconosce l’esigenza della leggerezza come valore di condivisione e creazione della comunità.

La presenza sul palco del musicista Lorenzo Monguzzi, compositore - insieme a Saba Anglana (entrambi già coinvolti nello spettacolo Nel tempo degli dei- delle musiche originali e commentatore in musica dei vari passaggi dello spettacolo, talvolta accompagnato nel canto dallo stesso Paolini, dà ritmo allo spettacolo, mantenendosi in linea con il suo tono oscillante tra il leggero e l’impegnato.

Le storie narrate da Paolini sono varie e di varia provenienza. Personalmente ho particolarmente apprezzato quella – nella prima parte dello spettacolo – che racconta il primo e unico incontro dell’autore con Carmelo Bene nel 1983, per uno spettacolo organizzato nel profondo veneto da un gruppo di giovani intellettuali e attivisti tra cui lo stesso Paolini. Il racconto è in sé esilarante, e anche l’imitazione della personalità narcisista e tronfia del grande uomo di teatro.

Bello anche il racconto “Cattedrale”, che incornicia lo spettacolo ed è dedicato alla storia della costruzione della Sagrada Familia e al genio immaginifico di Guadì che ideò quest’opera sapendo che non sarebbe in ogni caso stata completata prima della sua morte.

Non mancano i riferimenti anche alla storia più recente, e in particolare al periodo del lockdown con tutti i suoi significati e le sue conseguenze. E in un certo senso a questo si ricollega anche il titolo dello spettacolo SANI! che, come ci spiega Paolini, è in realtà una forma di saluto che veniva (e in parte viene) utilizzata nelle valli delle Prealpi e Alpi venete, e che ora suona come un augurio particolarmente adatto al momento storico che stiamo vivendo.

Uno spettacolo – come sempre sono quelli di Paolini – gradevole e stimolante, sebbene abbia avuto qualche momento di calo di attenzione nella parte centrale.

Voto: 3,5/5

venerdì 21 febbraio 2020

Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse / di Marco Paolini. Bologna, Teatro Arena del Sole, 7 febbraio 2020

Dopo qualche anno di assenza dalle scene a causa dei noti problemi di carattere personale che lo hanno coinvolto, Marco Paolini torna finalmente al suo pubblico con un nuovo spettacolo teatrale che vede protagonista l'eroe omerico.

Con la splendida regia di Gabriele Vacis e le magnifiche scenografie (penso agli specchi sospesi sul fondo del palco, che fungono anche da gong, e alla pioggia di luccicanti coperte isotermiche a un certo punto dello spettacolo), Marco Paolini impersona un Ulisse ormai anziano, che con un remo in spalla e seguito da un ragazzo che non apre bocca, è in cammino su un sentiero di montagna diretto non si sa bene dove. Su questo sentiero incontrerà un giovane pastore di capre che gli chiederà di raccontare la sua storia. Ulisse non è incline a rivelare la propria identità - dice infatti di essere "il calzolaio di Ulisse" - ed è reticente al racconto, ma a poco a poco - e a seguito di varie contrattazioni con il giovane - emergono prima frammenti e poi stralci sempre più ampi della vicenda che lo ha portato da Troia alle lunghe peregrinazioni nel Mediterraneo e infine a Itaca.

Si scoprirà solo più avanti che il giovane che lo segue è suo figlio Telemaco, che il pastore di capre è il dio Hermes e che il sentiero che Ulisse sta percorrendo è quello che conduce allo Chalet Olimpo, dove gli dei stanno organizzando una festa.

Sul palco, insieme a questi tre personaggi, un ulteriore, piccolo palco dove una band composta da Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani commenta musicalmente il racconto con musiche originali di Lorenzo Monguzzi e alcune cover, come ad esempio As tears go by dei Rolling Stones. I musicisti e cantanti sono di volta in volta anche interpreti, in particolare Vittorio Cerroni interpreta Hermes, ma a turno anche tutti gli altri interloquiscono con Ulisse: ad esempio Saba Anglana sarà Penelope nell'ultima parte dello spettacolo.

Pur dentro una cornice narrativa che potremmo definire postmoderna e con un testo che mescola antico e moderno e che gioca con le parole, strappando anche qualche risata, la narrazione della vicenda di Odisseo è piuttosto fedele all'originale omerico, sebbene su alcuni episodi ci si soffermi poco o si accenni solo di sfuggita, dedicando invece più spazio e attenzione ad altri, in particolare al ritorno a Itaca. Personalmente ho trovato quest'ultima parte un po' troppo tirata per le lunghe, anche se posso comprendere che ad essa viene affidato un ruolo importante nella trasmissione del messaggio insito nello spettacolo.

Il focus del testo è la demitizzazione dell'eroe omerico, di cui viene più volte sottolineato non solo il coraggio e la tenacia, ma anche la brutalità con cui ha ucciso nel suo viaggio centinaia di persone, e non sempre per necessità. Il culmine di questo climax di violenza lo si raggiunge con l'ecatombe dei Proci e l'impiccagione delle ancelle che si erano loro concesse.

Questa spietatezza, la cui responsabilità non viene certo abbonata a Ulisse, dal momento che - come spesso fanno gli uomini - si è talvolta atteggiato lui stesso a dio decidendo del destino altrui, è però anche e soprattutto attribuita alla superficialità e al capriccio di questi dei infantili e senza scrupoli che si divertono a giocare con la vita degli esseri umani, senza mai pagarne le conseguenze. E dunque forse Ulisse sta percorrendo il sentiero verso lo Chalet Olimpo per chiudere questo conto.

Lo spettacolo di Paolini rispetto ai suoi precedenti contiene sicuramente molti elementi di novità, prima tra tutte la mescolanza del racconto con la musica, nonché una drammaturgia più articolata e parecchio distante dal classico teatro di parola di cui Paolini è uno dei massimi interpreti. Il risultato è affascinante e godibile, sicuramente molto didattico (e non a caso nel pubblico ci sono moltissimi giovani), ma forse meno dirompente di altre sue prove.

Voto: 3,5/5

mercoledì 22 novembre 2017

#Antropocene / Marco Paolini, Mauro Brunello, Frankie Hi-NRG MC. Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, 14 novembre 2017

Per un'assurda coincidenza proprio il giorno che sono andata a vedere questo spettacolo all'Auditorium nell'ambito del RomaEuropa Festival avevo iniziato a leggere - per piacere e per interesse professionale - il libro di Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l'infosfera sta trasformando il mondo. Il filosofo di origine italiana che insegna ad Oxford ci racconta il passaggio dalla storia all'iperstoria, caratterizzata dal fatto che il benessere individuale e sociale è dipendente dalle ICT (tecnologie dell'informazione e della comunicazione).

Ebbene lo spettacolo #Antropocene parla sostanzialmente dell'epoca dell'iperstoria, raccontando uno scenario distopico ma non impossibile, il caso in cui la rete Internet - e con lei tutte le connessioni da cui il nostro mondo dipende - saltasse. Al centro della storia c'è Francesco Maria, interpretato da Marco Paolini, che ha dei problemi di connessione con il suo smartphone e sta tentando di chiamare il servizio clienti. Dall'altra parte del telefono la voce di un operatore sempre diverso (interpretato da Frankie Hi-NRG MC) che si rivelerà alla fine essere una macchina programmata, un'intelligenza artificiale, improvvisamente anch'essa disconnessa dal sistema centrale.

A inframmezzare queste conversazioni le musiche dell'orchestra diretta da Mauro Brunello, i suoi pezzi al violoncello e il rap di Frankie Hi-NRG. Tutto ciò potrebbe far pensare a un insieme disomogeneo, invece incredibilmente tutte queste voci e questi suoni - pur apparentemente non coerenti l'uno con l'altro - si fondono in un linguaggio interessante e intellegibile.

Come è proprio degli spettacoli di Paolini, si riflette tanto - in questo caso sul destino dell'umanità in questa società iperconnessa e su che cosa siamo chiamati a preservare - ma si ride e si sorride anche tanto, grazie a un testo frizzante e ironico. Bravissimo anche Frankie Hi-NRG MC, una vera sorpresa per me.

#Antropocene attinge e fa riferimento a tanti studi scientifici degli ultimi anni in campo filosofico, economico, sociale, tecnologico, ed è in grado di portarli al pubblico in un modo leggero ma non banale.

A volte mi chiedo se non sia questa l'unica strada possibile di una divulgazione che possa raggiungere un pubblico davvero ampio. Anche se poi mi rendo conto che in fin dei conti a questo spettacolo ci va poi sempre quella nicchia della società che forse già di per se stessa è più consapevole e sensibile a questi temi, e che anche in questo caso si autoseleziona.

Voto: 3,5/5

mercoledì 26 ottobre 2011

ITIS Galileo / Marco Paolini

C’è ancora qualcuno che è in grado di parlare ai giovani con sincerità e profondità, ma anche assicurando loro quell’approccio ludico che tanto gli appartiene. Questo qualcuno è Marco Paolini, grande affabulatore che viene dal Nord-Est e che riesce a portare al Teatro Argentina di Roma un numero di giovani (ragazzi di scuola superiore e di università) che era forse dai tempi della mia di scuola (ormai più di 20 anni fa) che non vedevo in così grande numero a uno spettacolo teatrale.

E alla fine di due (e dico due!) ore di monologo sono questi stessi giovani i più convinti nel battere le mani a questo trascinatore che ha saputo divertirli, incantarli, affascinarli raccontandogli nient’altro se non la storia di Galileo Galilei.

Che dire di nuovo su Galileo? Non ci hanno forse già raccontato tutto? Forse sì. Eppure Paolini sembra parlarci di qualcosa di nuovo e lo fa in un modo che è tutto suo e che è assolutamente originale.

Paolini ci racconta la vicenda umana di Galilei, la sua grandezza intellettuale e le sue piccinerie, lo esalta e lo ridicolizza, e attraverso di lui ci descrive un intero contesto culturale, italiano e non solo, richiamando grandi figure di suoi contemporanei, da Keplero a William Shakespeare.

Parlare di Galileo Galilei non è solo uno sguardo gettato su un mondo lontano dal nostro, di cui Paolini ci fornisce dovizia di informazioni e di dati storici, bensì anche un’occasione di riflessione sul mondo presente, cui non mancano i riferimenti sempre sul confine sottile tra il serio e il faceto.

In un certo senso, la vicenda di Galilei non è altro che l’occasione per raccontare vizi e virtù di un’Italia che in alcune sue caratteristiche non è affatto cambiata in 500 anni di storia.

Tutti avremmo voluto avere a scuola un professore come Marco Paolini, uno che recita l’Amleto nella sua lingua madre, il veneto, uno che è capace di rileggere Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo come una rappresentazione da commedia dell’arte, uno che racconta la storia della scienza con una passione che è a metà strada tra quella del neofita e del cultore della materia.

Oggi - come e più di ieri – abbiamo bisogno dell’arte del racconto, della narrazione. L’antichità aveva gli aedi, i cantastorie che nei poemi tramandati di generazione in generazione racchiudevano e consegnavano al futuro realtà, fantasia, mito, insegnamenti morali, letture sociali, convinzioni religiose.

In fondo Paolini non è altro che un moderno aedo che dà nuova vita alle storie del nostro passato prossimo e remoto arricchendole di significati ulteriori e portando alla luce quelli nascosti tra le pieghe delle pagine della storia ufficiale.

È per questo che giovani e meno giovani finiscono conquistati da questo flusso di parole come tutte le volte in cui da bambini qualcuno li ha presi tra le braccia o fatti sedere sulle ginocchia e gli ha sussurrato all’orecchio: “Ora ti racconto una storia”.

Voto: 4/5