Visualizzazione post con etichetta Ethan Hawke. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ethan Hawke. Mostra tutti i post

lunedì 13 novembre 2023

Strange way of life

Quest'anno Almodovar ci sorprende con un film che è a tutti gli effetti un piccolo divertissement. Si tratta di un cortometraggio (dura 31 minuti), con un'ambientazione western, ispirato all'omonima canzone della cantante di fado Amalia Rodriguez, canzone che viene cantata anche in un momento topico del film.

La storia è presto detta. Silva (Pedro Pascal), dopo molti anni di lontananza, torna a trovare il suo amico di gioventù nonché ex-amante Jake (Ethan Hawke), diventato ormai sceriffo del villaggio. L'incontro tra i due farà riscoprire loro la passione mai spenta, ma i rimpianti del passato e il coinvolgimento del figlio di Pedro nell'assassinio della sua donna metteranno i due uomini uno contro l'altro, costringendoli a fare i conti con il passato e le scelte compiute.

Il fatto che Pedro Almodovar si metta alla prova con il cortometraggio potrebbe significare due cose: primo, che questo formato cinematografico ha una sua dignità alta e costituisce una sfida impegnativa anche per registi navigati; secondo, che magari si tratta di una specie di prova di Almodovar che forse un giorno potrebbe trasformarsi in un lungometraggio.

Come ben spiegato in un articolo del Post dedicato proprio ai cortometraggi, tale formato - pur essendo molto presente in alcuni contesti - in realtà è generalmente meno apprezzato dei film e delle serie tv. Non so se si tratti di questione di distribuzione o di aspettativa. Per quanto mi riguarda di fronte ai cortometraggi sono sempre presa alla sprovvista dalla fine: mi aspetto ogni volta uno sviluppo più ampio della trama e dunque alla fine resto con l'amaro in bocca e sempre un pochino insoddisfatta.

Comunque il cortometraggio di Almodovar è carino e originale, e personalmente tutto sommato spero che sia un indice del fatto che Almodovar sta per tornare sul grande schermo con un lungometraggio, cosa che senza dubbio mi renderebbe contenta.

Voto: 3/5


mercoledì 6 luglio 2016

Il piano di Maggie

Siamo a New York, in un ambiente upper class e decisamente intellettuale. Maggie (una sempre solida Greta Gerwig) è un'insegnante di arte e management, che non riesce ad avere relazioni durature ed è decisa ad avere un bambino grazie alla donazione di sperma di un ex compagno di scuola. John (un sempre splendido Ethan Hawke) e Georgette (una esilarante Julianne Moore dall'accento russo, apprezzabile soprattutto in lingua originale) sono una coppia di accademici con due figli, con una dinamica relazionale che vede Georgette donna in carriera e John necessitato a occuparsi dei figli e della casa.

Proprio quando Maggie sta procedendo all'inseminazione, incontra John all'università dove entrambi insegnano e da un'amicizia nasce una storia d'amore, che consente a Maggie di realizzare il suo sogno di avere una figlia senza ricorrere a un donatore.

Ma le dinamiche sentimentali e relazionali tra Maggie, John e Georgette saranno molto meno prevedibili e lineari di quanto potremmo immaginare, mettendo a nudo la fragilità di tutti i nostri modelli e ideali romantici dell'innamoramento, della coppia e della famiglia.

La sceneggiatrice e regista Rebecca Miller si muove a proprio agio in un terreno che confina da un lato con il mondo ironico e strampalato di Noah Baumbach (di cui la Miller utilizza anche l'attrice feticcio Greta Gerwig) e dall'altro con l'intellettualismo brillante e divertente del migliore Woody Allen (a cui l'ambientazione e alcuni passaggi della sceneggiatura rendono omaggio).

Il risultato è un film certamente godibile e spassoso, ma decisamente rivolto ai trenta-quarantenni presunti intellettuali e radical chic di cui rispecchia gusti e idiosincrasie. L'equilibrio tra riflessioni di spessore, anche se presentate in maniera leggera, e divertissement puro funziona per quasi tutto il film, anche grazie alla straordinaria bravura degli attori che rendono credibili, umani e riconoscibili questi personaggi stralunati e fragili; talvolta però si avverte qualche sfilacciamento e qualche nota stonata o eccessiva che lasciano un po' perplessi, così come in taluni casi la riconoscibilità dei riferimenti cinematografici è tale da creare una parziale impressione di già visto o sentito.

Nel complesso una commedia divertente e non banale che tutto sommato rappresenta un regalo non da poco in una stagione, quella estiva, che cinematograficamente di solito in Italia appare piuttosto avara.

Voto: 3,5/5


domenica 10 aprile 2016

Mercoledì delle ceneri / Ethan Hawke

Mercoledì delle ceneri / Ethan Hawke; trad. di Martina Testa. Roma: minimum fax, 2014.

È il secondo romanzo di Ethan Hawke che leggo a distanza di poco tempo. Il primo, L'amore giovane, non mi aveva convinta del tutto ma ne avevo colto le potenzialità. E così ho deciso di dare fiducia allo scrittore Hawke e di leggere anche questo suo secondo romanzo, Mercoledì delle ceneri.

Ebbene, mi è come sembrato che le aspettative create dal primo romanzo - certamente ancora un po' acerbo - abbiano trovato compimento in questo secondo. Hawke dimostra di essere uno straordinario narratore delle storie e delle dinamiche dell'amore, in particolare in riferimento alle giovani coppie.

Qui ci troviamo di fronte a una specie di ideale seguito de L'amore giovane: due persone che vanno verso i 30 anni e hanno già un po' di storia e di passato alle spalle. Si tratta di Jimmy e Christy, il primo un ragazzone tenero, ma parecchio adolescenziale, un giovane uomo che ce la mette tutta per essere all'altezza della vita e superare tutti i traumi e i dolori del passato (in particolare il suicidio del padre), la seconda una ragazza indipendente e ipercritica, costantemente in conflitto con la vita, cinica e pessimista in modo quasi patologico, ma con uno spirito profondamente libero.

Questi due giovani sono incredibilmente innamorati, e aspettano - anche senza averla programmata - una bambina, ma si sono appena lasciati a causa dell'insicurezza che entrambi nutrono rispetto all'amore e a una vita insieme. Ma le loro strade non possono non convergere e, in questo loro viaggio attraverso l'America più profonda, eccoli decidere di sposarsi e poi pentirsi, e poi riavvicinarsi in un susseguirsi di momenti di slancio e di profonda immaturità che alla fine sembreranno dividerli per davvero.

Due anime belle e inquiete, che ci parlano ciascuno - alternativamente - con la propria voce e il proprio punto di vista. Due personalità fragili e forti al contempo, alle prese con le difficoltà e i dubbi dell'amore e della possibilità di stare in coppia, due quasi adulti che fanno fatica ad accettare questo passaggio di boa della vita e che non si riesce a non amare e detestare al contempo, per quanto in certi momenti appaiono veri.

Ethan Hawke sembra conoscere e amare i suoi personaggi, essergli cioè sufficientemente vicino, ma anche distante, com'è giusto che un grande scrittore sia. E così ci conduce per mano in questo viaggio on the road in un'America che certo lui conosce molto bene, ma che per certi versi appare anche molto mitica e letteraria.

Voto: 4/5

venerdì 18 settembre 2015

L’amore giovane / Ethan Hawke

L’amore giovane / Ethan Hawke; trad. di Martina Testa. Roma: minimum fax, 2010.

Secondo me, Ethan Hawke è uno dei personaggi più affascinanti dell'attuale mondo dello spettacolo: un attore che è cresciuto in capacità attoriali e fascino, e soprattutto ha dimostrato di essere dotato di numerose altre qualità, non ultima quella della scrittura; un attore che ha saputo fare scelte cinematografiche (e non solo) intelligenti, che gli hanno consentito di ritagliarsi un posto privilegiato nell'immaginario cinematografico di ogni cinefilo che si rispetti.

L'amore giovane è la sua prima prova letteraria, che come ci spiega lo stesso Hawke nella prefazione, è stata scritta quando aveva praticamente la stessa età del protagonista, ossia poco più di vent'anni, spinto a scrivere da un amico quasi come terapia, mentre tentava i primi passi nel mondo della recitazione.

Di quella età - che accomuna scrittore e protagonista - si sente tutta l'intensità e tutta l'acerbità.

Il protagonista, William, incontra in un locale Sarah, un'aspirante musicista e se ne innamora perdutamente. Da lì inizierà una storia appassionata e tormentata, in cui William dovrà sperimentare l'instabilità affettiva di Sarah, o forse semplicemente la non adeguatezza di entrambi a una vera storia di amore, o ancora il fatto che a Sarah lui non piace abbastanza, ovvero il fatto che non è il momento giusto per una storia d'amore tra loro due.

Ne seguirà quella disperazione assoluta e senza via d'uscita che si può vivere anche in altre età della vita, ma che a vent'anni acquista caratteri di drammaticità e di testardaggine, a causa della propria immaturità e scarsa esperienza affettiva.

Quando incontriamo per la prima volta William e Sarah siamo conquistati e rapiti dall'intensità e dalla purezza dell'affezione che si crea tra questi due giovanissimi, che ancora hanno le idee confuse su quello che vogliono essere, su cosa vogliono fare della vita e hanno poche difese rispetto al mondo circostante, sono ancora "senza pelle".

Fin dai primi momenti del loro incontro, a noi che guardiamo dall'esterno è chiaro che questo amore non sopravviverà e porterà molto dolore, nella difficoltà di lasciare e di essere lasciati. Ma comprendiamo anche perfettamente che a 20 anni è difficile sottrarsi a queste esperienze affettive e che in qualche modo esse fanno parte della nostra educazione sentimentale (ammesso che si impari mai a gestire l'essere abbandonati o l'abbandonare!).

Cosicché quando arriviamo alle ultime pagine e incontriamo la rassegnazione di fronte a qualcosa che in ogni caso non potrebbe funzionare, è inevitabile un senso di tristezza e di sconfitta, che certo sappiamo essere tanto più provvisorio - ma anche profondamente lacerante - come solo le cose che avvengono a quell'età della vita possono essere.

Il pensiero corre - fors'anche per il legame determinato da Ethan Hawke - al film di Linklater Prima dell'alba, a quegli amori che avrebbero potuto essere e non sono stati, a quegli appuntamenti col destino che abbiamo mancato. O forse no. E - più in generale - a quanto sono difficili l'amore, il desiderio, l'attrazione, il bisogno degli altri, a qualunque età della vita, al contempo straordinaria iniezione di energia ma anche a volte fonte inesauribile di dolore, sempre occasione insostituibile per sentirsi vivi.

Voto: 3/5

mercoledì 5 agosto 2015

Predestination

Il mio coraggioso nipote tredicenne è in visita a Roma da solo. E così - in una metà giornata che ci regaliamo tutta per noi - dopo aver visitato i luoghi di Dan Brown a Roma, aver comprato un videogiochi usato e aver preparato degli hamburger, decidiamo di concederci anche un cinema.

Ed eccoci al Lux a vedere Predestination, scelto in una programmazione estiva che rende sempre piuttosto difficile la scelta. Comunque la lettura di alcune recensioni e la presenza di Ethan Hawke mi convincono che Predestination può essere il film che fa per noi.

Si tratta di un fanta-thriller il cui protagonista è un agente della polizia temporale (interpretato appunto da Ethan Hawke), ossia un agente che ha il compito di sventare atti terroristici viaggiando nel tempo.

Il film si apre mostrandoci alcune scene collocate in momenti temporali diversi e apparentemente sconnesse le une con le altre. Poi si ferma al momento dell'incontro del poliziotto con John (la bellissima attrice australiana Sarah Snook), che racconta la storia di come da bambina orfana di nome Jane è diventata un uomo.

La prima metà del film è completamente dedicata a questo racconto. E quando arriva l'intervallo mi sto sinceramente chiedendo cosa c'entri questa lunghissima digressione con la missione del poliziotto temporale che sta tentando di fermare il terrorista chiamato fizzle bomber.

A poco a poco però - nella seconda parte del film - in una sequenza abbastanza impressionante di colpi di scena, i pezzi cominciano a incastrarsi e gradualmente il puzzle della storia si va completando. In realtà, a più riprese si ha la sensazione di perdersi in questa intricata costruzione narrativa, in cui i paradossi temporali si sprecano, ma alla fine la sceneggiatura (adattata dal racconto Tutti i miei fantasmi di Robert Heinlein) tiene e alla fine ci sembra di aver capito tutto (o quasi).

Io e mio nipote ne continuiamo a parlare per qualche ora dopo l'uscita dal cinema, un po' contenti e un po' perplessi, ma alla fine tutto sommato siamo soddisfatti della scelta fatta.

I due registi, i fratelli gemelli Michael e Peter Spierig, sono molto bravi a costruire un film che riesce a tenere lo spettatore incollato alla sedia, senza avere a disposizione grandi budget e senza fare uso di particolari effetti speciali.

Un film tutto sommato semplice, ma che può tranquillamente aspirare a diventare un piccolo cult del genere.

Voto: 3,5/5

domenica 9 novembre 2014

Boyhood

Boyhood racconta la storia di Mason (Ellar Coltrane) dal 2002 (quando ha sei anni) al 2013 (quando ne ha 18) e lo fa utilizzando lo stesso gruppo di attori per dodici anni, supportato da poche riprese con cui la macchina da presa diventa testimone vera del tempo che passa, per il giovane protagonista, che da bambino diventa quasi adulto, e per i genitori (i bravissimi Patricia Arquette e Ethan Hawke) che invecchiano e si imbolsiscono.

In Boyhood non si vuole comunicare nessuna verità universale, non ci sono morali, non ci sono neppure eventi eclatanti. Quelle di Mason sono un'infanzia e un'adolescenza come quelle di molti altri ragazzi americani (e non solo) tra il 2002 e il 2013. Il rapporto con i genitori divorziati, in particolare con una madre forte e determinata che però spesso si accompagna agli uomini sbagliati, e un padre che sembra non voler crescere mai; i numerosi traslochi, le nuove amicizie, la necessità di adattarsi a situazioni diverse; il confronto con la sorella più grande (Lorelei Linklater, la figlia del regista); i giochi, i successi, gli insuccessi, i primi amori, le piccole passioni, l'apatia, le delusioni, la preoccupazione del futuro; i compleanni, le feste, i fine settimana dai nonni.

La vita scorre sullo schermo, punteggiata da una sceneggiatura ridondante ed essenziale al contempo.

Due passaggi di questa sceneggiatura mi hanno colpita in modo particolare.

In una conversazione tra Mason e la sua ragazza del liceo, Sheena, quest'ultima fa riferimento al detto "Cogli l'attimo" e commenta che ha invece la sensazione che nella vita sia l'attimo a cogliere noi.

La madre di Mason - quando quest'ultimo, che è il suo figlio più piccolo, sta per lasciare casa per andare al college - ha una crisi di pianto e dice che - guardando indietro ai tanti obiettivi che ha inseguito e ai tanti sacrifici che ha fatto per realizzarli - si sarebbe aspettata altro, e invece in fondo nella vita non c'è molto più di questo.


E tutto questo mentre sullo sfondo passa la storia americana di quegli anni (il post 11 settembre, la guerra in Iraq, le elezioni presidenziali in cui si contrapposero McCain e Obama) e il mondo cambia (i videogiochi diventano sempre più sofisticati, compaiono i primi cellulari, poi è la volta degli smartphone, quindi la pervasività dei social networks); a supporto del tutto scorre la colonna sonora di quegli anni (a partire da Yellow dei Coldplay con cui si apre il film e che non avrei mai detto che fosse dei primi anni Duemila! Come passa il tempo!). E il bello è che tutto questo non è ricostruito attraverso la memoria e riprodotto sullo schermo a posteriori, bensì è perfettamente contemporaneo al girato, cosicché il punto di discrimine tra il documentario e la ricostruzione cinematografica è imprevedibile.

Quello di Richard Linklater è un esperimento cinematografico originale e coraggioso, che in qualche modo indaga il confine tra realtà e finzione e lo assottiglia ancora di più, rendendolo permeabile e facendo transitare pezzi dell'uno nell'altra (ad esempio, la compilation The black Beatles che il padre regala a Mason è effettivamente un regalo che Ethan Hawke aveva preparato per la figlia).

A mio modesto modo di vedere, l'orizzonte futuro del cinema si sostanzierà di rapporti sempre più originali tra il cinema di finzione e il documentario.

Di fronte a questo spazio fluido che Linklater ci mette davanti ognuno può trovare il proprio posto, agganciare i propri ricordi, cogliere i propri significati, soffermarsi su quello cui è sensibile, con il risultato che anche agli occhi degli spettatori si produce un mosaico scomposto e sfaccettato. Esattamente come la vita.

Voto: 3,5/5