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sabato 19 agosto 2023

Barbie

Dopo averne sentito parlare praticamente da chiunque e averne letto sostanzialmente ovunque (con un meccanismo che ormai conosciamo piuttosto bene in quanto amplificato dai social), vado anche io a vedere il fenomeno cinematografico del momento, il film Barbie diretto da Greta Gerwig e scritto dalla stessa insieme a suo marito, Noah Baumbach.

Partirò da alcune premesse. La prima è che io, appassionata di cinema in sala, non posso che essere stupita e felice per il successo planetario di questo film che ha portato e riportato in sala tantissime persone, soprattutto giovani e giovanissimi, persino in un paese come l’Italia in cui i cinema d’estate tradizionalmente si svuotano e chiudono. E, se fosse anche solo questo, non potrei che esprimere un giudizio positivo nei confronti dell'operazione, pur sapendo che la conquista di questo pubblico potrebbe essere soltanto contingente e temporanea.

La seconda è che personalmente non posso esprimere un “giudizio” su questo film senza fare i conti con il passato cinematografico di Gerwig e Baumbach. I due, che sono una coppia nella vita e che spesso lavorano insieme anche nel cinema, sono tra gli autori e i registi più interessanti e raffinati della loro generazione (e non solo). Ho visto numerosi film di entrambi, e – pur avendo fatto tutti e due una scalata che li ha portati dal cinema indipendente e di nicchia al grande pubblico e al cinema mainstream – ritengo che la loro filmografia sia decisamente lodevole e intellettualmente significativa, anche quando il singolo film incontra meno i miei gusti. Per questo motivo non mi posso arrendere totalmente a chi liquida Barbie come un filmetto divertente o poco più.

Tutto ciò premesso, non penso affatto che ci troviamo di fronte a un capolavoro e probabilmente se non ne stesse parlando tutto il mondo scriverei serenamente una delle mie tantissime recensioni, riconoscendo pregi e difetti del film, ma senza troppe pi**e mentali.

Non sono una grande conoscitrice dell’universo di Barbie: ho avuto da bambina un paio di Barbie e un Ken, ma accessori e varianti della bambola li ho conosciuti solo indirettamente, attraverso la mia amica di infanzia che invece era una appassionata e una collezionista. Partendo da questa mia parziale conoscenza mi sembra che la costruzione di Barbieland sia davvero notevole, sia sul piano materiale (case, macchine, oggetti, paesaggi ecc.) sia sul piano concettuale (un mondo nel quale – come recita la locandina – "Barbie può essere tutto, mentre Ken è solo Ken").

Nel momento in cui Barbie (e l’infiltrato Ken) compie il suo viaggio nel mondo reale per comprendere chi le sta suscitando pensieri di morte (totalmente estranei al mondo di Barbie), la natura del film e il suo intento diventano via via più palesi, e spesso il messaggio “femminista” è oggetto di tirate didascaliche e invero un po’ stucchevoli. È forse anche per questo che il personaggio di Ken (magnificamente interpretato da Ryan Gosling) finisce per diventare più interessante e ben presto ruba la scena a Barbie (la bravissima Margot Robbie).

Gerwig e Baumbach si sono dunque improvvisamente votati alla semplificazione e hanno perso la loro raffinatezza e profondità? Oppure la presenza di Mattel come produttore del film ha finito per annacquare o sporcare in qualche modo le intenzioni degli autori?

Io sinceramente non credo in nessuna delle due intepretazioni e voglio pensare che i due abbiano scelto volutamente un registro e una modalità comunicativa che potessero raggiungere realmente tutti, sapendo fin dal principio di stare realizzando il film più mainstream della loro carriera e di rivolgersi a un pubblico molto più ampio di quello a loro più affezionato. Ed è dunque per questo che la critica al patriarcato è così smaccata e la metafora femminista così priva di sfumature e di complessità, perché deve arrivare come un treno in faccia a tutti, e non far riflettere chi su questi temi è già sensibile.

Non so ovviamente quanto questa strategia possa funzionare, non tanto in termini di pubblico quanto in termini di diffusione reale del messaggio, ma mi sembra già interessante l’effetto che il film ha in molti casi sugli esseri umani di sesso maschile che lo vanno a vedere. Mentre alle donne il film può piacere o no, ma a seconda del loro punto di vista possono empatizzare con la crisi esistenziale di Barbie o con la condizione dei Ken, gli uomini ne escono scocciati e destabilizzati (parliamo sempre di un certo tipo di uomini), in quanto questo film non offre loro nessuna figura maschile alla quale aggrapparsi, non in Barbieland e nemmeno nel mondo reale. E questa è una condizione decisamente nuova e forse un po’ fastidiosa nella quale trovarsi.

In conclusione, mi pare che Barbie qualche merito – cinematografico e non solo – lo abbia, ma per me personalmente non resterà memorabile: non sono tra quelli che si sono piegati in due dalle risate (sebbene alcune cose mi abbiano fatto ridere e sorridere) e ne vedo pienamente il risvolto di marketing che rischia in parte di ridurre la portata dell’intento se non addirittura di determinare una specie di eterogenesi dei fini.

Menzione speciale per coreografie e colonna sonora.

Voto: 3/5



giovedì 22 dicembre 2022

Rumore bianco

Dopo l’esperienza quasi teatrale del film Storia di un matrimonio, Noah Baumbach per la prima volta si cimenta con una sceneggiatura non originale e adatta per il grande schermo il romanzo di Don DeLillo Rumore bianco, e per affrontare questa impresa si circonda di persone fidate, sua moglie Greta Gerwig e Adam Driver, già protagonista del film precedente.

La scelta del regista è originale, come del resto accade spesso per il suo cinema. Si tratta infatti di un romanzo piuttosto datato – risale al 1985 – e racconta del consumismo dilagante, incarnato simbolicamente dai grandi supermercati, e dell’affermarsi del “rumore bianco”, ossia quel sottofondo di suoni e immagini (provenienti primariamente dagli onnipresenti schermi televisivi) che risultano talmente pervasivi da non essere più percepiti come interferenti dalla mente umana.

Nello specifico, al centro del racconto c’è una famiglia allargata formata dal capofamiglia, Jack Gladney, professore universitario esperto di Hitler (Adam Driver), da sua moglie Babette, sempre con permanente perfetta (Greta Gerwig) – entrambi al quarto matrimonio – e quattro figli, tre dei matrimoni precedenti dell’uno o dell’altra e un figlio della coppia.

Il film si apre con una lezione universitaria di Murray (Don Cheadle), un collega di Jack che si occupa di figure mitiche ma apre la sua lezione parlando della componente divertente e di intrattenimento che è racchiusa nelle scene di incidenti automobilistici e disastri vari nel cinema americano. Questa intro ci dà già la cifra di quello che sarà il tono del racconto, in cui la componente grottesca e surreale risulta particolarmente presente.

Del resto l’evento che dà un’accelerazione al plot è proprio un incidente, quello tra un camion e un treno, che a seguito dell'esplosione della cisterna del primo produce una nube tossica pericolosa per gli esseri umani. Per questo la famiglia Gladney è costretta ad evacuare e ad affrontare giorni e notti fuori casa, mentre la paura della morte supera la dimensione individuale per diventare questione collettiva e sociale, fino a tornare prepotentemente a visitare i Gladneys con una serie di conseguenze imprevedibili.

Il film è costruito come un pastiche di generi: dalla commedia al thriller, dal disaster movie al grottesco, dal drammatico al romantico. Al centro di tutto questo c'è - costante - la paura della morte, condizione esistenziale dell'essere umano, che trova nella spinta consumistica una forma di esorcizzazione.

Gli attori sono bravi; si ride a più riprese, anche solo per scacciare un fondo di angoscia costante; a tratti il cervellotico e l'intellettualistico prendono il sopravvento; e la struttura narrativa - forse anche per la giustapposizione e la commistione dei generi - si fa un po' episodica.

Sicuramente non il film migliore di Baumbach, ma sempre apprezzabile.

Voto: 3/5




mercoledì 15 gennaio 2020

Piccole donne = Little women

Il romanzo di Louisa May Alcott è un classico assoluto su cui generazioni di adolescenti - soprattutto di sesso femminile purtroppo - si sono formate e ognuna di queste generazioni ha avuto una trasposizione cinematografica che ha tradotto in immagini in movimento le avventure della famiglia March.

L’ultima trasposizione risale al 1994 e si è avvalsa di un cast di eccezione: da Susan Sarandon a Winona Ryder, da Claire Danes a Christian Bale. Decidere oggi di riprendere in mano il romanzo della Alcott e riproporlo al cinema è sicuramente una sfida impegnativa che espone a un confronto non certo semplice e spesso viziato da componenti affettive ed emotive, e l'operazione rischia di essere tacciata o di scarsa originalità o di eccessiva modernizzazione.

Ma Greta Gerwig (già apprezzata per la regia di Lady Bird) è evidentemente una che non si arrende di fronte alle sfide e che anzi ama affrontarle a viso aperto, anche affidandosi ad attori che apprezza e con cui ha un feeling particolare come Saoirse Ronan.

La Ronan è una Jo luminosa che attraversa e riempie lo schermo conferendo spessore e senso a ogni scena. Non avrei potuto pensare a un’interprete migliore per l’eroina della Alcott, che in fondo è anche - come nel film viene suggerito - l’alter ego della Alcott, nonché della regista, prototipo di tutte le donne intelligenti, ambiziose, talentuose e intraprendenti che non smettono di inseguire i propri sogni e che lottano per farsi largo in mondi che - seppure in modi diversi - restano nel tempo conservatori e maschilisti.

La Gerwig decide di partire proprio da una Jo adulta (per intendersi, quella di Piccole donne crescono), una Jo determinata a perseguire il suo progetto di scrivere e di vivere della scrittura, e da qui la narrazione si sviluppa su due piani temporali che si alternano: quello del presente della Jo adulta che vive a New York, ma che decide a un certo punto di tornare a Concord perché la sorella minore Beth sta male, e quello del passato (sette anni prima) che viene riportato in vita prima attraverso i ricordi e poi attraverso la scrittura della stessa Jo.

Questi due piani temporali sono trattati registicamente in maniera piuttosto diversa: mentre infatti il presente è più asciutto e realistico, il passato - rivissuto attraverso i ricordi e trasfigurato da una scrittura finalizzata alla pubblicazione di un romanzo - isulta inevitabilmente più edulcorato, quasi caramellato persino nei colori e nelle atmosfere. (Attenzione SPOILER!) La Gerwig aggiunge la propria ciliegina sulla torta quando, nelle ultime scene, rende esplicito che il finale del libro in cui Jo e Friedrich (che nel film non a caso non si chiama Bhaer come nel libro, ma Dashwood come il suo editore) si dichiarano il proprio amore è una concessione alle richieste dell’editore, in cambio della quale Jo contratta una percentuale più alta sulle vendite e il mantenimento dei diritti d’autore.

Tutti i componenti del cast supportano in maniera egregia l’impianto del film, accettando anche quel registro un po’ sopra le righe che caratterizza in particolare gli anni in cui le sorelle March condividono la casa di Concord, ma una menzione particolare - oltre alla già citata Saoirse Ronan - va fatta per Florence Pugh, splendida Amy che riesce nel non facile compito di rifulgere tanto quanto Jo e di rappresentarne il vero alter ego.

Visivamente e registicamente mi è piaciuto decisamente di più il piano narrativo del presente, mentre ho trovato il passato meno coinvolgente ed emotivamente meno riuscito. Sicuramente qua e là si notano alcuni difetti e ingenuità di regia (penso ad esempio all’insistito ralenti della prima parte del film), ma devo anche ammettere che alcune scene sono visivamente eccezionali, in alcuni casi per la loro grandiosità (penso a quella della partenza di Amy e Laurie e della loro reciproca dichiarazione davanti all’enorme palazzo signorile), per la loro vivacità (ad esempio la scena sulla spiaggia con gli aquiloni) o per la loro intimità (bellissima in particolare la scena in cui Jo e Beth sono sulla spiaggia e Jo legge alla sorella il suo racconto).

Nel complesso Piccole donne della Gerwig non è un capolavoro, ma è un film godibile e coraggioso, e la Ronan si conferma una grande attrice.

Voto: 3,5/5

martedì 13 marzo 2018

Lady Bird

Come dice la mia amica F. all'uscita dal cinema, in questo primo film di Greta Gerwig non c'è niente che sia veramente nuovo: il coming of age di un'adolescente di periferia, il rapporto conflittuale madre-figlia, il fare i conti con le proprie radici, il coraggio di essere se stessi, la difficile costruzione dei rapporti con gli altri.

Siamo nei primi anni Duemila, non molto lontani dall’11 settembre 2001.

Christine (Saoirse Ronan), che si fa chiamare da tutti Lady Bird, è all’ultimo anno di scuola prima del college e sta per compiere 18 anni. Vive a Sacramento, “il Midwest della California”, e frequenta una scuola cattolica perché sua madre vuole preservarla dai pericoli della scuola pubblica. Quella di Lady Bird è una famiglia modesta, in cui la madre lavora su turni in un ospedale psichiatrico, il padre è dolce e buono, ma tende alla depressione, il fratello Miguel è alla ricerca di un lavoro vero, insieme alla sua fidanzata che si è trasferita da loro perché rifiutata dalla famiglia.

Lady Bird – come qualunque diciassettenne che si rispetti – è insofferente rispetto al piccolo mondo cui appartiene, vuole fare nuove esperienze, conoscere persone nuove; ma il massimo che riesce a fare è partecipare al musical messo in scena dalla sua scuola insieme alla sua amica Julie, che ha un rapporto non facile con la famiglia e con il cibo.

Lady Bird si innamorerà prima di Danny (Lucas Hedges), poi di Kyle (Timothée Chalamet), si allontanerà da Julie, proverà a frequentare le sue compagne di scuola più ricche e fascinose, si farà aiutare dal padre a fare domanda per un college sulla East Coast, che per lei rappresenta il mondo vero, quello a cui aspira.

In questo anno così determinante per la sua vita capirà molte cose: che la realtà non è sempre come sembra, che i soldi non sono necessariamente sinonimo di apertura mentale, che "pomiciare" può essere talvolta più bello che fare l’amore, che solo con le amiche vere si possono fare pazzie e "scemitudini", che l’amore - grande - di una madre si nasconde spesso dietro una facciata di durezza, che è necessario allontanarsi dal proprio mondo per recuperare le nostre radici e capire chi siamo e cosa vogliamo.

Tutto ciò detto, sembra proprio che la mia amica F. abbia ragione e probabilmente ce l’ha.

Io però ho trovato qualcosa di emozionante in modo speciale in questo film. Nel personaggio di Lady Bird ci sono una schiettezza, una naturalezza e una possibilità di riconoscersi che sono rari. Greta Gerwig riesce a mantenere mirabilmente in equilibrio leggerezza e profondità, e riesce a trasmetterci qualcosa che chiaramente viene da un’esperienza vissuta emotivamente sulla propria pelle.

E se è vero che nel complesso non ci sono guizzi di originalità (ma cosa si può ancora dire di originale sull’età del passaggio dall’adolescenza all’età adulta?), tutto quello che ci racconta è intriso di una sincerità e di una riconoscibilità, cui certamente contribuisce la notevole interpretazione di Saoirse Ronan, adolescente testarda, a tratti insopportabile, immatura ed egoista (come forse tutti noi siamo stati in quel momento della vita, e non solo), ma anche ricca di quella speranza che stride pesantemente con la rassegnazione, il cinismo e la fatica del mondo adulto.

Il rapporto con la madre – pur essendo un classico di queste storie – tocca vette di realismo emotivo che raramente si vedono sullo schermo, fin dalla prima scena: il pianto di madre e figlia insieme in macchina al termine dell’audiolibro Furore di Steinbeck e il repentino passaggio a un litigio nato dal nulla e che termina in un crescendo di incomunicabilità racchiudono il senso di un rapporto che vive di estremi, perché si nutre di un amore grande ma fa i conti con la necessità della presa di distanza.

Io mi sono commossa ed emozionata. Ma questo ovviamente è molto soggettivo e credo anche contingente.

Voto: 3,5/5

mercoledì 6 luglio 2016

Il piano di Maggie

Siamo a New York, in un ambiente upper class e decisamente intellettuale. Maggie (una sempre solida Greta Gerwig) è un'insegnante di arte e management, che non riesce ad avere relazioni durature ed è decisa ad avere un bambino grazie alla donazione di sperma di un ex compagno di scuola. John (un sempre splendido Ethan Hawke) e Georgette (una esilarante Julianne Moore dall'accento russo, apprezzabile soprattutto in lingua originale) sono una coppia di accademici con due figli, con una dinamica relazionale che vede Georgette donna in carriera e John necessitato a occuparsi dei figli e della casa.

Proprio quando Maggie sta procedendo all'inseminazione, incontra John all'università dove entrambi insegnano e da un'amicizia nasce una storia d'amore, che consente a Maggie di realizzare il suo sogno di avere una figlia senza ricorrere a un donatore.

Ma le dinamiche sentimentali e relazionali tra Maggie, John e Georgette saranno molto meno prevedibili e lineari di quanto potremmo immaginare, mettendo a nudo la fragilità di tutti i nostri modelli e ideali romantici dell'innamoramento, della coppia e della famiglia.

La sceneggiatrice e regista Rebecca Miller si muove a proprio agio in un terreno che confina da un lato con il mondo ironico e strampalato di Noah Baumbach (di cui la Miller utilizza anche l'attrice feticcio Greta Gerwig) e dall'altro con l'intellettualismo brillante e divertente del migliore Woody Allen (a cui l'ambientazione e alcuni passaggi della sceneggiatura rendono omaggio).

Il risultato è un film certamente godibile e spassoso, ma decisamente rivolto ai trenta-quarantenni presunti intellettuali e radical chic di cui rispecchia gusti e idiosincrasie. L'equilibrio tra riflessioni di spessore, anche se presentate in maniera leggera, e divertissement puro funziona per quasi tutto il film, anche grazie alla straordinaria bravura degli attori che rendono credibili, umani e riconoscibili questi personaggi stralunati e fragili; talvolta però si avverte qualche sfilacciamento e qualche nota stonata o eccessiva che lasciano un po' perplessi, così come in taluni casi la riconoscibilità dei riferimenti cinematografici è tale da creare una parziale impressione di già visto o sentito.

Nel complesso una commedia divertente e non banale che tutto sommato rappresenta un regalo non da poco in una stagione, quella estiva, che cinematograficamente di solito in Italia appare piuttosto avara.

Voto: 3,5/5


sabato 24 ottobre 2015

Mistress America

Noah Baumbach, il regista di Frances Ha, torna al cinema con un nuovo film (presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma), che pur non avendo ufficialmente niente a che fare con il precedente, ne è in qualche modo l'ideale continuazione.

Stessa ambientazione, stessa protagonista, stesso contesto divertente e stralunato. Ma... qualche anno dopo.

Affidandosi ancora una volta alla sua attrice feticcio, Greta Gerwig (qui anche sceneggiatrice del film), Baumbach porta sullo schermo una giovane donna, Brooke, piena di vitalità e di charme, mondana e attiva come si conviene alla frenetica New York, ma che a trent'anni vive ancora in una perenne fase di transizione verso la realizzazione di qualcosa che non si realizza mai.

Dopo la visione di questo secondo film sempre di più penso a Baumbach come a un Woody Allen del terzo millennio, che per fortuna non si mette davanti alla macchina da presa, sebbene di fatto utilizzi allo scopo il suo alter ego femminile Greta Gerwig, e che ci racconta storie tutto sommato piccole e di persone piccole, ma lo fa con dialoghi brillanti e strampalati, acuti e surreali, dialoghi a volte banali, a volte capaci di rivelare - con una semplicità imbarazzante - grandi verità della vita.

Mistress America è il nome della supereroina in cui si trasforma di notte la protagonista del racconto che la giovane matricola Tracy (Lola Kirke) scrive per poter entrare nella Società letteraria del College e per il quale trova ispirazione proprio dopo aver incontrato Brooke.

Tracy si è da poco trasferita nella Grande Mela e non riesce a integrarsi nell'ambiente del college né a sfruttare le potenzialità di una città come New York, almeno fino a quando non conosce Brooke, sua futura sorellastra. Brooke la introduce alla frenesia della città con le sue mille possibilità, affascinandola con i suoi folli progetti e trascinandola nella sua vita scoppiettante, ma inconcludente.

Quest'amicizia non solo darà a Tracy l'ispirazione alla scrittura, ma la costringerà a confrontarsi con la verità - in buona parte triste - che sta dietro il sogno di una donna libera, moderna, piena di interessi e di fascino, ma perennemente incompiuta.

A tre anni dall'uscita americana di Frances Ha (era il 2012, anche se in Italia il film è uscito solo l'anno scorso), Noah Baumbach sembra volerci dire che quella ventisettenne alla ricerca di se stessa è ancora sulla soglia della realizzazione dei propri sogni e si ostina a non guardare in faccia la realtà. Figli del carpe diem, del mordere la vita, della socialità e della radicalità delle scelte, brillanti e anticonformisti, i trentenni come Brooke faticano a dismettere il filtro adolescenziale che portano sugli occhi, e appaiono paradossalmente molto più adolescenti della diciannovenne Tracy, più disincantata e - seppure sociopatica - più in contatto con il mondo reale e alla fine anche con se stessa.

Nel frattempo si ride, si sorride, si pensa, si apprezza l'arguzia e l'intelligenza che il meglio di questa generazione ci regala, ma al contempo si compatisce la totale astrazione che la caratterizza. Come andrà avanti questa saga?

Voto: 3,5/5

sabato 11 ottobre 2014

Frances Ha

Se - come me - fin da quando avete visto il trailer di questo film vi siete chiesti cosa significa Frances Ha (in particolare per cosa sta Ha), sappiate che la risposta arriverà - quasi commovente - solo alla fine della visione e non sarò certo io a darvela! ;-)

Frances Ha, con la sua scelta del bianco e nero e con il suo andamento discontinuo, è - secondo me - un film molto hipster: un po' anarchico, un po' radical chic, un po' adolescenziale, un po' bohèmienne, un po' intellettuale, ma in fin dei conti sostanzialmente tenero.

Frances (Greta Gerwig, compagna del regista Noah Baumbach) è una giovane donna che vive a New York, ha 27 anni e dunque è in quell'età della vita in cui comincia a diventare chiaro cosa vorremmo essere e cosa vorremmo fare, ma le condizioni ancora non consentono effettivamente di tradurre il desiderio in azione.

E così vediamo la nostra Frances passare da un appartamento all'altro per dividere le spese di alloggio, fare i conti con il fatto che Sophie (Mickey Sumner), la sua migliore amica, si innamora di Patch e va a vivere con lui, lavorare come cameriera per racimolare qualche soldo, trascorrere i Natali con i suoi genitori e il suo cane, fare un viaggio da sola a Parigi, cercare un'anima gemella che condivida il suo amore per la vita e la sua giocosità, gestire il suo essere imbranata e tentare di individuare la sua strada nel mondo della danza.

Frances è un personaggio bello e vero, a cui non si può fare a meno di affezionarsi. Una di noi, che si porta dentro una enorme gioia di vivere, ma che a volte si trova a gestire grandi delusioni. Una che deve fare i conti con la necessità di bastare a se stessa - perché solo così si cresce - e, al contempo, ha - come tutti - uno smisurato bisogno di condividere la vita.
Una figura di donna profondamente contemporanea, ma anche capace di travalicare i tempi e di portare in scena caratteristiche che vanno al di là del momento storico.

Peccato per qualche momento di stanchezza nell'andamento del film, che associati alla mia personale stanchezza, mi hanno un po' condizionato nella visione.

Credo che Frances Ha sia destinato a diventare il tipico piccolo film indipendente di culto, che magari non segnerà il percorso di una generazione, ma certamente rappresenterà - nel suo modo semplice e per certi versi minimale - lo stato d'animo di un'età e di un'epoca.

Voto: 3,5/5