Un palcoscenico in cui domina un piccolo faro giallo, mentre al soffitto sono appese decine di luci che si accendono o si spengono a seconda dei momenti.
Sulla scena due personaggi che alternativamente si rivolgono al pubblico raccontando le proprie vite.
Da un lato un pescatore di Lampedusa, che ha smesso di pescare pesci perché nell'isola è diventato molto più redditizio occuparsi di recupero dei cadaveri in mare.
Dall'altro una giovane donna italo-marocchina che vive a Milano e lavora per una società che si occupa di recupero crediti.
I due si dividono il palco, estranei l'uno all'altra e destinati a non incontrarsi mai nella "realtà", ma il contatto dei loro sguardi dice che hanno molto più in comune di quanto le loro storie e i loro racconti facciano pensare.
Ad entrambi la vita ha insegnato l'indifferenza verso il dolore e le sofferenze altrui, il giudizio verso chi si trova in difficoltà e reagisce come può. Per entrambi la durezza è una reazione alla propria frustrazione, al proprio fallimento e alla difficoltà di fare i conti con la propria vita.
L'uno si è dovuto adattare al lavoro che fa non avendo alternative, ma lo vive insieme con cinismo e senso di colpa, l'altra sfugge al difficile rapporto con la madre e ai propri sogni legati al compimento degli studi, e contemporaneamente deve fare i conti con le proprie origini che continuano a renderla straniera agli occhi di una parte degli italiani.
In entrambi i casi sarà un incontro a cambiare il corso degli eventi e a mettere queste due persone di fronte a se stesse: per il pescatore l'incontro con un meccanico malese giunto a Lampedusa sul barcone e che aspetta con trepidazione l'arrivo di sua moglie, per la giovane donna l'incontro con una madre single portoghese che la invita a cena a casa sua.
"Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso": questa frase di (forse) Anne Herbert, diventata virale grazie ai social network, può essere considerata la sintesi del testo di Anders Lustgarten. In un contesto individuale e sociale sempre più difficile, sul quale ricadono gli squilibri di un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, la gentilezza tra gli esseri umani rappresenta l'unica strada possibile di salvezza, o almeno questo è quanto ci suggerisce l'autore, supportato in questo caso da due interpreti credibili e straordinari, Fabio Troiano e Donatella Finocchiaro (che curiosamente recitano il primo - torinese - in siciliano, e la seconda - siciliana - in milanese).
È piuttosto sorprendente che un testo così calato nel contesto italiano e così capace di riflettere sentimenti e umori della società italiana odierna sia stato scritto da uno svedese, forse perché le realtà bisogna guardarle dall'esterno per capirle appieno. Esattamente come uno psicologo che arriva a scavare nelle profondità della nostra vita e della nostra interiorità proprio grazie al suo punto di vista esterno.
Vero è che il testo di Lustgarten parla di temi decisamente trasversali a geografie e culture, sentimenti che accomunano tutto il mondo occidentale - rabbia, disincanto, pessimismo, paura, incertezza del futuro - e che spingono molti singoli e comunità a rinchiudersi nei propri confini e ad assumere un atteggiamento difensivo.
I due protagonisti di questo spettacolo hanno imparato a non fidarsi di nessuno nella propria, quotidiana, lotta per la sopravvivenza, fino a non fidarsi neppure delle persone che gli stanno vicine e che appartengono al loro mondo, e persino di se stessi.
Saranno la gentilezza inaspettata e la speranza oltre qualsiasi ragionevole attesa di speranza a svegliarli dal loro torpore e a rompere la dura armatura ch'essi si sono costruiti, infelici e sofferenti, ma almeno apparentemente al sicuro.
Questa apertura di speranza è ciò che al termine dello spettacolo fa sollevare qualche "grazie" dal pubblico che applaude convintamente questo lavoro e i suoi interpreti. Io personalmente - forse proprio come i protagonisti - ho qualche resistenza di fronte a una svolta narrativa che mi appare un po' buonista e retorica (quanto invece mi era suonata forte, contraddittoria e per questo molto vera tutta la prima parte dello spettacolo). Ma magari la sfida di Lustgarten è proprio questa: provare ad aprire un varco anche negli animi più resistenti e negli approcci più razionali e realistici come il mio.
Da vedere.
Voto: 4/5
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venerdì 23 febbraio 2018
mercoledì 21 settembre 2011
Terraferma
La terraferma è una costruzione mentale, un’aspirazione di stabilità, un concetto relativo che niente ha a che vedere con il significato geografico del termine.La terraferma è un bisogno di cui soltanto l’uomo di mare, ossia colui che il mare ha scelto come sua patria e il cui mondo è la propria barca, può fare a meno. Per costui la terraferma è quasi una minaccia che va a sconvolgere i delicati equilibri costruiti tra la propria vita e il mare. Così è per Ernesto (Mimmo Cuticchio), l’anziano capofamiglia e pescatore, che nonostante abbia perso un figlio in mare, continua a seguirne imperterrito e fiero le leggi.
Al di fuori del mondo ancestrale rappresentato da Ernesto, tutti sono (forse tutti siamo) alla ricerca della propria terraferma.
Per i migranti provenienti dall’Africa, la terraferma è quello scoglio in mezzo al mare che rappresenta per loro il primo passo di una vita diversa, l’inizio di un sogno a lungo coltivato e per il quale hanno sopportato molte traversie e sofferenze.
Per Nino (Giuseppe Fiorello), il figlio di Ernesto, quel medesimo scoglio è la terraferma da cui trarre ricchezza grazie al fatto che la bellezza di quest'isola ne fa la meta turistica per molti altri.
Per Giulietta (Donatella Finocchiaro), rimasta vedova dopo la scomparsa del marito in mare, la terraferma è la Sicilia, uno spazio di libertà e di indipendenza che la sottragga alla povertà e ai chiusi orizzonti della piccola isola dove vive.
Per Filippo (Filippo Pucillo, l'attore feticcio di Crialese), il nipote di Ernesto, la terraferma è un’idea ancora da costruire, come le proprie scelte di vita e i propri punti di vista. La sua faccia "tra il tordo e l’ingenuo" (una faccia quasi da attore degli anni 50-60, che sarebbe stata benissimo in un film della serie Poveri ma belli) si guarda intorno ancora un po’ spersa, affascinata dal mondo del nonno fatto di regole chiare e dirittura morale, divertita dal mondo dello zio Nino, dai balli di gruppo sulle navi, dalle belle turiste del nord, dalla possibilità di fare soldi più facilmente, commossa dalla sofferenza amorosa di sua madre.
In questo microcosmo si combatte una quotidiana lotta per la sopravvivenza, in cui le regole antiche non bastano più a dare delle risposte alla complessità del mondo moderno, in cui non ci sono vincitori né vinti, ma solo sopravvissuti che disperatamente si aggrappano alla vita.
La natura può essere – come quest’isola - di una bellezza tale da lasciare senza fiato, e al contempo così ruvida e inospitale da risultare indomabile. Eppure uomo e natura hanno costruito nel tempo un equilibrio fragile e dinamico.
Invece, agli squilibri della società contemporanea, ai bisogni indotti che il nostro modello economico ci impone, alle disuguaglianze sempre più marcate che determina, alla infinita lotta tra poveri che innesca, ognuno cerca di rispondere come può e crede, ed è evidente che nessuno stato né legge umana sono in grado, con le loro semplificazioni, di dare delle risposte. Così il dramma diventa inevitabile. Basti pensare a ciò che accade a Lampedusa in questi giorni.
Emanuele Crialese ci invita a guardare e a guardarci - tutti – con compassione. Tutti.
Sara (Timnit T.) e i suoi figli che inseguono il loro sogno. I migranti che sono mossi dalla disperazione. Gli anziani pescatori che vogliono tener fede alle leggi del mare. I giovani che cercano altre strade nei labirinti di una modernità in parte incomprensibile. E Filippo che deve ancora diventare uomo e che tutte queste contraddizioni le sperimenterà drammaticamente sulla propria pelle.
Certo, un Crialese meno poetico che in Nuovomondo. Il risultato però è altrettanto potente dal punto di vista emotivo, sebbene perseguito, più che attraverso immagini evocative, attraverso un denso impianto narrativo che fa incontrare e deflagrare questi mondi. Non si tratta di un linguaggio diverso, né si tratta dello stesso linguaggio dei suoi film precedenti.
Forse Terraferma è "semplicemente" la terza puntata di una trilogia, (di cui Respiro e Nuovomondo costituivano le prime due), un’opera circolare in tre atti, che – come accade quando facciamo il giro completo attorno a un’isola - ci fa tornare al punto di partenza ma dopo aver potuto allargare lo sguardo a 360° in tutte le direzioni.
E dunque, eccoci, siamo di nuovo qua. Chissà se abbiamo imparato qualcosa.
Voto: 4/5
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