A 8 anni da Cold war, Paweł Pawlikowski torna nella Germania postbellica e divisa del 1949 con una storia meno personale, ma altrettanto sentita.
Il grande scrittore Thomas Mann (Hanns Zischler), esiliato e ormai residente negli Stati Uniti, decide di tornare in Germania, accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller), per ritirare due premi che gli sono stati conferiti: uno a Francoforte nella Germania Ovest, dove la presenza americana è palese e gli eredi del nazismo stanno cercando di riaccreditarsi nel nuovo contesto, l’altro a Weimar nella Germania est, dove il blocco socialista a sua volta lavora per affermare la sua superiorità politica e culturale.
Durante questo viaggio un evento tragico - il suicidio di Klaus, secondogenito di Thomas - colpisce la famiglia Mann, e Thomas e sua figlia si trovano a dover fare i conti, ognuno a suo modo, da un lato con il ritorno in una terra che non riconoscono più, dall’altro con il dolore personale.
Come spesso accade nei film di Pawlikowski, la grande storia e la storia privata si saldano in maniera inscindibile, condizionandosi a vicenda. E dentro questo innestarsi della piccola storia in quella grande, il regista tocca temi universali, tra cui l’uso politico della cultura, il ruolo dell’intellettuale, il rapporto tra arte e vita, la relazione tra genitore (e che genitore!) e figli, la dinamica tra immagine pubblica e sentimenti privati, il difficile rapporto con le radici per chi è andato via volontariamente o per necessità.
Tutto questo all’interno di una confezione cinematografica in cui è riconoscibilissima la firma del regista polacco, dall’uso dell’elegantissimo bianco e nero al formato 4:3, fino all’importanza della musica (quella di Bach ha qui un ruolo centrale e catartico, ma ci sono molti altri intermezzi musicali anche eseguiti dal vivo).
Sandra Hüller – che dieci anni dopo Vi presento Toni Erdmann si ritrova nel ruolo di una figlia adulta alle prese con un padre non facile – è sempre magnifica, misurata e profonda al contempo, e Zischler nei panni di Mann rende molto bene la difficoltà di un uomo che ha ormai un ruolo quasi totemico nel fare spazio a sentimenti laceranti mentre deve governare la complessità di un mondo circostante che sente in parte estraneo e opportunista, e che vuole tirarlo nella direzione che a ciascuno fa più comodo.
Per questo la marcia indietro del finale e quello che ne consegue hanno un valore simbolico ed emotivo fortissimo che chiude magnificamente questa narrazione.
Voto: 4/5
mercoledì 28 ottobre 2026
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)


Nessun commento:
Posta un commento
Lascia qui un tuo commento... Se non hai un account Google o non sei iscritto al blog, lascialo come Anonimo (e se vuoi metti il tuo nome)!