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venerdì 10 marzo 2017

Un uomo solo / Christopher Isherwood

Un uomo solo / Christopher Isherwood. Milano: Adelphi, 2009.

Non so se ho completamente toppato il momento per leggere questo romanzo. Ce lo avevo sullo scaffale dei libri da leggere da un po' e lo avevo comprato per due motivi: innanzitutto perché mi era piaciuto moltissimo il film di Tom Ford ispirato al romanzo, in secondo luogo perché alcune persone me ne avevano parlato benissimo.

Quando ho aperto il libro alla prima pagina mi sono detta che ne sarei stata conquistata. L'inizio del romanzo è folgorante e ci fa entrare immediatamente nel mood del suo protagonista, il professor George Falconer.

George insegna letteratura inglese a Los Angeles. Siamo nel 1961: sullo sfondo gli eventi politici e sociali legati alla vicenda della Baia dei Porci. Ma Isherwood si concentra sul racconto di una normale giornata nella vita di George, dal momento in cui si sveglia a quello in cui va a dormire. Nel mezzo la lezione all'università, l'incontro con l'amica Charlotte, la visita in ospedale a un'amica malata terminale, la cena, la sbronza, il bagno nell'oceano con lo studente Kenny. E soprattutto la solitudine, quella che non ha niente a che vedere con ciò che facciamo e con quante persone incontriamo, ma ha a che fare con una specie di sensazione di ineluttabilità, con l'impossibilità di superare una perdita (che nel caso di George è quella di Jim, il suo compagno morto in un incidente stradale) e, al contempo, con una potente voglia di vivere.

Personalmente ho attraversato queste pagine in maniera parzialmente indifferente e sentendomene partecipe solo a tratti. Ho apprezzato enormemente la scrittura di Isherwood, nella sua laconicità e ruvidezza, ma anche nella sua ironia e delicatezza; ma il "cuore in inverno" di George non ha risuonato col mio, che pure in questo momento vive una fase parzialmente inerziale come esito della lotta tra tristezza e vitalità.

Quando mi succede così nella lettura dei libri mi spiace sempre molto, perché so di aver incontrato un testo importante, ma io per qualche motivo non mi sono fatta attraversare.

È la sensazione di un dialogo mancato, di un'omissione, di un'azione abortita che mi lascia inevitabilmente una sensazione di amaro in bocca.

Voto: 3/5

martedì 22 novembre 2016

Animali notturni

Di Tom Ford avevo adorato il primo film, A single man, adattato dal romanzo di Isherwood. Per cui al suo secondo lavoro mi sono fiondata al cinema e ho scelto di andare a vederlo in lingua originale per potermelo godere fino in fondo.

Di Animali notturni Tom Ford è produttore, regista e sceneggiatore, per quanto di una sceneggiatura non originale ispirata al romanzo Tony and Susan di Austin Wright. Del resto, si sa, Tom Ford è un megalomane e un perfezionista, e forse i film non li farebbe se non se li potesse gestire in totale autonomia.

Con questo secondo film, il regista conferma tutte le qualità che già aveva messo in evidenza nel primo, ossia una confezione cinematografica un po’ retro (che strizza l’occhio a registi del calibro di Alfred Hitchcock), di una perfezione calligrafica e di una bellezza estetica da lasciare a bocca aperta.

Animali notturni parla fondamentalmente di un personaggio, Susan (Amy Adams), una ricchissima borghese che vive in una casa da sogno e che fa la curatrice di un museo di arte contemporanea, ma la cui vita sta andando in pezzi, complice l’allontanamento progressivo del secondo marito. Un giorno Susan riceve il manoscritto del libro che il suo primo marito, Edward (Jake Gyllenhaal), sta per pubblicare e che si intitola appunto Animali notturni. Da quel momento, Susan viene assorbita nella lettura di questa storia che  rivanga episodi e sentimenti del passato e porta alla memoria alcuni momenti della storia con Edward e soprattutto il modo “brutale” in cui lei lo ha lasciato.

La lettura del romanzo, che scorre parallela ai giorni che Susan sta trascorrendo da sola in casa mentre suo marito è a New York e la sta sicuramente tradendo, diventa un viaggio negli abissi delle paure, del rimpianto e del rimorso della donna, materializzati nel racconto di un uomo cui tre balordi, in una desolata strada del Texas di notte, rapiscono moglie e figlia e le uccidono, e da cui lui si salva per miracolo e per cui cercherà vendetta grazie all’aiuto di un agente di polizia che non ha più niente da perdere.

Al mondo dalle linee essenziali e dai colori freddi in cui vive Susan si contrappongono i colori, la mutevolezza, la polvere e la brutalità dell’ambientazione texana e dei personaggi del romanzo. Due mondi che apparentemente non hanno alcun punto di contatto, se non che il mondo asettico e totalmente estetizzante in cui vive Susan la brutalità la mette in mostra in performance e opere d’arte, ma l’ha in un certo senso epurata dalla vita. Un mondo finto il cui equilibrio emotivo apparentemente inscalfibile può essere mandato in frantumi con una iniezione di pathos e di brutalità.

Tom Ford riesce a creare uno stato di fibrillazione e di ansia crescenti e una sensazione di pericolo e di morte imminenti che paradossalmente riguardano il presente e la realtà di Susan esattamente come il racconto di fantasia di Edward.

Un film stilisticamente e cinematograficamente da “wow”, che mi ha lasciata però un po’ delusa sul piano dei contenuti. A differenza di A single man, in cui oltre la confezione c’era una stratificazione di senso complesso, fors’anche grazie alla complessità del testo di partenza, in questo caso personalmente ci ho intravisto parecchi temi - le dinamiche di coppia, la vendetta, il conflitto tra le classi sociali, il rapporto madre-figlia, la creatività - ma nessuno di questi mi ha aperto orizzonti nuovi né trasmesso significati originali.

In ogni caso i film si possono enormemente apprezzare anche al di là dei significati più o meno profondi che trasmettono.

Voto: 3,5/5

domenica 17 gennaio 2010

A single man

Che dire? A single man mi è piaciuto, anche se altrettanto facilmente avrebbe potuto non piacermi, perché è una linea sottile quella che separa il piacere dal non piacere in film come questi.

La storia, tratta dal romanzo Un uomo solo di Christopher Isherwood, racconta una giornata della vita del professor George Falconer (Colin Firth), esattamente il 30 novembre 1962, il giorno che lui ha deciso di togliersi la vita, incapace di ritrovare un senso alle sue giornate dopo la morte in un incidente stradale del suo compagno per sedici anni, Jim (Matthew Goode). La giornata trascorrerà più o meno come al solito: la sveglia e la colazione in una casa bellissima, ma vuota, la lezione all'università, le commissioni del pomeriggio, l'incontro casuale con un ragazzo spagnolo bellissimo, la serata a casa della vicina e amica Charlotte (Julianne Moore), da sempre innamorata di lui, il dopo cena a prendere un whisky nel solito locale dove - non casualmente - la sua strada incrocia quella del suo seducente e ambiguo studente Kenny (Nicholas Hoult), che lo trascinerà in una pericolosa nuotata notturna. In questa normale giornata, la differenza è che George porta con sé la pistola con cui la farà finita e vive ogni momento come occasione di memoria della sua storia con Jim. Fin qui la storia.

Non possiamo poi passare sotto silenzio la confezione di questo film, di cui si è tanto parlato per sottolinearne la cura calligrafica del particolare, la scelta più che attenta di ogni inquadratura, la perfezione formale di una ricostruzione quasi maniacale degli anni Sessanta (arredi, trucco, pettinature etc.). Aggiungerei la scelta di una pellicola sgranata, l'alternanza - secondo me non casuale - di colori spenti e colori troppo accesi (com'era tipico dei film anni Sessanta), la scelta di una musica di sottofondo un po' demodè, le citazioni filmiche (il grande cartellone di Psycho) e musicali. Fin dall'apertura hai la sensazione di essere volontariamente risucchiata indietro nel tempo e tutto ciò è altamente godibile.

Ma è proprio nel rapporto tra la narrazione e la confezione formale che si sofferma la maggior parte delle critiche, a sottolineare che - nonostante la straordinaria interpretazione di Colin Firth (vincitore della Coppa Volpi al Festival di Venezia) - il film resta freddo, non riesce a muovere emozioni e partecipazione. Il che è vero.

Personalmente, credo però che questa freddezza, questo senso di sospensione e di distacco, questa vena depressa, quest'atmosfera ovattata che caratterizzano tutto il film siano assolutamente voluti e ricercati dal regista e dagli attori e, non a caso, il film comincia e finisce con l'immagine del corpo nudo del professor Falconer che fluttua senza volontà nell'acqua. E ancora non a caso la memoria di Jim è quasi sempre associata al mettere in evidenza la contrapposizione tra questo ragazzo ottimista e che sa sorridere alla vita e George, appesantito dall'essere in bilico tra il sensato e l'insensato, oppresso dalla presenza oscura della morte, bisognoso di un progetto e di una prospettiva, tutte sensazioni che apparentemente la morte del suo compagno ha determinato, ma che forse George si porta dentro da sempre e Jim è riuscito solo per un po' a smorzare.

In uno dei flashback, forse il più bel momento del film, George e Jim sono sul divano a leggere con i cani che sonnecchiano ai loro piedi. Jim parla di un episodio accaduto con il suo cane e ne trae motivo per osservare che i cani hanno capito tutto su come vivere la vita. George banalizza la cosa aggiungendo che ciò dipende dal fatto che sono creature semplici, come alcune persone, al che Jim aggiunge che la forza delle creature semplici è la capacità di saper vivere pienamente il presente senza proiettarsi costantemente nel futuro e che in fondo sarebbe bello essere come una farfalla che vive solo tre giorni, ma in quei pochi giorni racchiude tutta la bellezza dell'esistenza.

L'ultima giornata di George è la presunta dimostrazione di questo assioma: l'inutile trascorrere del tempo nell'insensatezza di una vita la cui componente sociale quasi sempre è una proiezione del personaggio che decidiamo di recitare, la solitudine esistenziale e senza rimedio, l'inevitabile incomunicabilità della nostra esistenza e del nostro essere che ci portiamo appresso. Una vita che si accende solo in quei rari momenti in cui riusciamo a creare un contatto con un'altra persona, in cui sappiamo guardare le cose con stupore, in cui tutto sembra ricominciare con rinnovata vitalità. Quei momenti che cerchi di afferrare e preservare, ma poi inevitabilmente e rapidamente svaniscono. La condanna di non essere esseri semplici, di essere dotati di un complesso mondo interiore e di una mente che è costantemente proiettata sul futuro e che inesorabilmente conosce il proprio destino di morte.
Se dunque cercate un film che parli di amore e di passione cambiate sala, piuttosto questo film parla dell'insensata ricerca di un senso della vita e della morte.

Insomma, un film che, nel farsi bandiera di un posizionamento nel passato, come il libro dal quale è tratto, appare invece concettualmente di una modernità sconcertante ed è in grado di esprimere tutta l'inquietudine del nostro essere postmoderni. Sarei curiosa a questo punto di leggere il libro di Isherwood per capire se questa sensazione nasce dalla sua scrittura o è il colore che Tom Ford ha voluto dare a questo personaggio e a questa storia (qui la sua intervista a Che tempo che fa).

Voto: 4/5



Voto: 4/5