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mercoledì 27 gennaio 2021

Crepitio di stelle / Jón Kalman Stefánsson

Crepitio di stelle
/ Jón Kalman Stefánsson; trad. di Silvia Cosimini. Milano: Iperborea, 2020.

«Il cielo si fa scuro intorno a noi, è sera; s’illumina e poi diventa azzurro, è arrivato il giorno. Ma questo cielo, dimora di Dio e tetto sopra le nostre vite, non esiste da nessuna parte, se non nelle nostre teste. Il cielo è solo il termine con cui indichiamo una distanza incomprensibile – ed è lì che siamo diretti.

Le stelle brillano, i cani abbaiano, io racconto questa storia; non c’è nessuna differenza. Cerchi il principio e intanto racconti una storia, forse per non pensare che non esiste nessun cielo, nessun inizio, nessuna fine, solo un moto incessante, una distanza infinita e nient’altro.» (p. 201)

In questa luminosa pagina del romanzo, Jón Kalman Stefánsson, attraverso la sua prosa quasi poetica, si interroga su un tema antico quanto l’umanità stessa, ossia il senso – o forse meglio il nonsenso - della nostra esistenza umana, e professa la sua dichiarazione d’amore per le storie, vero e proprio antidoto all’infinito e insensato scorrere del tempo che tutto travolge e tutto assorbe.

Crepitio di stelle è uno dei primi romanzi di Stefánsson, solo ora tradotto e portato in Italia dalla casa editrice Iperborea, sulla scia del successo dei romanzi dell’autore già pubblicati in italiano. Il fatto che si tratti di uno dei suoi primi lavori spiega forse la necessità da parte dello scrittore di spiegare perché egli continui a frugare nelle memorie familiari e nelle storie del passato riportandole alla luce e fissando sulla carta la loro intrinseca volatilità.

In questo romanzo due sono le storie che si dipanano attraverso le pagine: le memorie dell’infanzia dello stesso narratore, all’epoca in cui abitava in una soffitta di Reikyavik insieme al padre dopo la morte prematura della madre (siamo negli anni Sessanta), e le vicende del bisnonno e della bisnonna agli inizi del Novecento.

E così, da una parte leggiamo di questo bambino che si ritrova di fronte alla necessità di affrontare un lutto, a un padre sempre più silenzioso, a una matrigna decisamente poco empatica, e si difende come può e nel modo in cui solo un bambino è in grado di fare: con la fantasia che gli consente di attribuire sentimenti e azioni all’esercito di soldatini che gli ha comprato lo zio dopo la morte della madre e mediante i giochi con gli amici del quartiere. Dall’altro conosciamo la storia del bisnonno, un uomo inquieto, sognatore e in parte inaffidabile, delle sue alterne fortune, e soprattutto dell’incontro con la bisnonna, una donna volitiva e con le idee chiare, con la quale mette al mondo quattro figli, tra cui il nonno materno del narratore.

Chi già ha letto altri romanzi di Stefánsson sa che lo scrittore non ama le narrazioni lineari, bensì si muove attraverso le storie in maniera evocativa e poetica, soffermandosi a volte su dettagli piccoli, altre volte lasciando al lettore il compito di intuire gli sviluppi, rispetto ai quali egli offre solo degli indizi. Quello che più interessa a Stefánsson è sottrarre le persone e le storie all’oblio della memoria, riportarle in vita almeno per il breve tempo della lettura, farle risuonare nelle vite degli altri e replicarle nel tempo perché non vadano perse.

Perché – come lui stesso ci dice nella citazione con cui ho aperto questo post – le storie sono l’unica cosa che abbiamo per contrastare il passare del tempo e l’eterno andare dell’universo senza alcuna direzione né intenzione.

Crepitio di stelle
è un titolo bellissimo, e anche solo per questo – per tacere dell’intensità emotiva di alcuni passaggi – il romanzo di Stefánsson merita di essere letto.

Voto: 3,5/5

mercoledì 7 febbraio 2018

I pesci non hanno gambe / Jón Kalman Stefánsson

I pesci non hanno gambe. Storia di una famiglia / Jón Kalman Stefánsson; trad. di Silvia Cosimini. Milano: Iperborea, 2015.

Eccomi alla mia seconda volta con Jón Kalman Stefánsson. Dopo Paradiso e inferno avrei potuto continuare con la trilogia del villaggio, e invece ho scelto di passare alla saga familiare raccontata ne I pesci non hanno gambe.

Il desiderio di leggere questo libro è nato dal commento di un’amica che lo aveva così sintetizzato: "il libro di uno scrittore un po’ filosofo che riflette su come si passi metà della vita a cercare l’amore e l’altra metà a sopravvivergli".

In questo romanzo di Stefánsson siamo sempre in una periferia dimenticata dell’Islanda, precisamente a Keflavìk, dove la maggior parte della popolazione vive della pesca e del suo indotto (questo almeno fino all’introduzione delle quote ittiche) e della ricchezza che arriva dalla presenza della base americana (almeno fino a quando non viene smantellata).

Tutto comincia con una lettera che Ari, emigrato (o forse meglio sarebbe dire scappato?) a Copenhagen dopo aver rotto con sua moglie a causa di un tradimento, riceve da suo padre Jakob, ormai al termine della sua vita, lettera cui è allegata l’onorificenza che era stata assegnata al nonno Oddur per i suoi meriti in mare.

Questa è l’occasione per raccontare – andando avanti e indietro nel tempo – la storia di tre generazioni, quella di Oddur e Margret (e del fratello di questa Triggvy), quella di Jakob appunto, e quella di Ari e del suo amico di cui non conosciamo il nome e che è la voce narrante di questo romanzo, testimone dei tempi dell’adolescenza, di quelli del passato prossimo e dell’oggi.

Nella storia bella, dolorosa e malinconica di questa famiglia – come è tipico dello stile di Stefánsson – si aprono squarci per raccontare tante altre storie di persone che in qualche modo hanno incrociato le loro strade con quella di Oddur, di Jakob e di Ari.

Ne viene fuori – come già avevo avuto modo di osservare in Paradiso e inferno – il ritratto di un’umanità dolente i cui tratti sono in parte universali e capaci di trascendere il luogo geografico di appartenenza, in parte assolutamente propri di questa terra aspra e difficile che sfida continuamente gli esseri umani alla sopravvivenza fisica e psicologica.

Una lettura intensa, non sempre e non necessariamente coinvolgente, ma capace di aprire al lettore orizzonti interpretativi nuovi o di scoprirne di già noti ma dimenticati sotto la spessa coltre della quotidianità.

Voto: 3/5

domenica 13 agosto 2017

Paradiso e inferno / Jón Kalman Stefánsson

Paradiso e inferno / Jón Kalman Stefánsson; trad. e nota biografica di Silvia Cosimini; postfazione di Emanuele Trevi. Milano: Iperborea, 2011.

Affascinata dall'Islanda e dalle bellissime edizioni di Iperborea, inizio la lettura di questo romanzo di Jón Kalman Stefánsson che è poi il primo di una trilogia che ha come fil rouge il villaggio islandese senza nome dove vivono i protagonisti.

Siamo in un'epoca indefinita, certamente non contemporanea (per quanto emerge da stili di vita e riferimenti contenuti nel libro), ma l'effetto è quasi di sospensione, come se in un posto come questo il tempo fosse immobile e "fuori dal tempo".

La storia è principalmente quella di un ragazzo, di cui pure non conosciamo il nome. Un orfano che vive uscendo in mare con un equipaggio che fa pesca di merluzzi, la principale attività di questi luoghi. E infatti la prima metà del libro è occupata dalla battuta di pesca durante la quale Bárđur, il migliore amico del ragazzo che ha lasciato la cerata sulla terraferma distratto dalla lettura del Paradiso perduto di Milton, muore assiderato senza che nessuno possa impedirlo.

Il ragazzo ne è devastato e vorrebbe morire anche lui, ma prima decide di intraprendere il cammino che lo porterà al Villaggio e in particolare alla locanda dove vive Kolbeinn, il vecchio cieco che ha prestato il libro a Bárđur.

Qui l'incontro con le due donne, Geirþruđur e Helga, che gestiscono la locanda costituirà per il ragazzo la speranza di un nuovo inizio.

A raccontare questa vicenda la voce collettiva dei pescatori che hanno fatto la storia del Villaggio.

In Paradiso e inferno di Kalman Stefánsson c'è qualcosa di epico: all'autore non interessa tenere il lettore incollato alle pagine con una trama avvicente, bensì scavare nei meandri nascosti dell'animo umano.

Una inestinguibile malinconia attraversa le pagine di questo libro, a tratti illuminate da piccole e grandi rivelazioni espresse sotto forma di parole e frasi intrise di tenerezza e commozione.

Ma forse questa è l'Islanda che vivida emerge dalle parole di Kalman Stefánsson, quasi da poterla respirare pur non avendola mai vissuta.

Voto: 3,5/5

lunedì 21 settembre 2015

Una città o l’altra / Bill Bryson

Una città o l’altra / Bill Bryson; trad. di Silvia Cosimini, Sonia Pendola e Giorgio Rinaldi. Milano: TEA, 2004.

Ci ho messo una vita a leggere questo libro. E non perché sia brutto, ma solo perché ha seguito il destino di quei libri iniziati nel momento sbagliato (alla fine di una vacanza), quelli che ci si incaponisce a finire, anche se poi li si legge in maniera talmente frammentaria da perdere il piacere della lettura.

E dire che si tratta di un libro molto brillante e divertente, come spesso accade per i libri di Bryson. Un libro di viaggi, in cui l'autore racconta di un suo viaggio attraverso l'Europa che ricalca in parte il percorso fatto decenni prima - quando era giovane - insieme all'amico Katz (viaggio del quale pure vengono raccontati gli episodi più esilaranti).

L'occasione è ghiotta non solo per raccontare bellezze e curiosità delle città europee, ma anche per ridere delle idiosincrasie e di alcune caratteristiche proprie delle diverse culture e dei diversi popoli. Devo dire che, in certi passaggi, non si può fare a meno di concordare con Bryson e di riconoscersi nelle sue considerazioni rispetto a realtà con cui siamo venuti a contatto. La cosa buffa però è che quando Bryson parla del nostro paese e delle caratteristiche di noi italiani e della nostra cultura quello che dice ci sembra (chissà come mai! ;-) ) stereotipato e frutto di una lettura alquanto superficiale, tanto che non possiamo fare a meno di pensare "Che vuoi che ne sappia un americano trapiantato in Inghilterra?".

Insomma, il libro è divertente, anche se un po' frammentario e in certi passaggi non del tutto lineare, e anche in qualche modo istruttivo, perché l'ironia che lo pervade ci costringe all'autoironia, e questo è un grande merito.

In generale, devo dire che la prima parte - quella sull'Europa settentrionale e occidentale - mi ha preso e divertito di più, forse perché sono luoghi che conosco maggiormente e dunque posso cogliere i riferimenti di Bryson, sia quelli con cui sono d'accordo sia quelli che invece mi vedono su posizioni diverse. La parte dedicata all'Europa dell'Est l'ho trovata invece un po' meno brillante o forse per me meno comprensibile; tra l'altro il giudizio tendenzialmente negativo su Istanbul mi ha lasciato un po' di amaro in bocca, visto che si tratta di una delle città che più mi è rimasta nel cuore.

Certo, rispetto ai classici libri di viaggi - di solito noiosissimi - in questo caso vi assicuro che non solo non vi annoierete ma vi verrà voglia di partire immediatamente, e magari proprio accompagnati da Bill. Se non fosse che la sua sostanziale incapacità di apprezzare realmente il buon cibo e di esplorare le abitudini culinarie locali a me personalmente creerebbe non pochi problemi di convivenza ;-)

Voto: 3/5