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giovedì 24 luglio 2025

Da Cannes a Roma: Le città di pianura; Sirat; Partir, un jour; Enzo; Jeunes mères

E anche quest’anno non mi faccio mancare la mia maratona cinematografica per la classica rassegna Da Cannes a Roma, ospitata dal cinema Quattro fontane. Film molto diversi, alcuni dei quali parecchio originali, altri decisamente meno dirompenti.

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Le città di pianura

Il film con cui si apre la mia maratona è un film italiano, diretto da Francesco Sossai, che è stato presentato con un ottimo riscontro nell’ambito della sezione Un certain regard di Cannes. La proiezione romana è molto affollata, anche perché a presentare il film, oltre al critico Alberto Crespi, ci sono il regista e due dei protagonisti, Sergio Romano (che nel film è carlobianchi, detto proprio così, tutto attaccato, o anche Charlie White come affettuosamente lo chiama l’amico di una vita Doriano) e Filippo Scotti (già visto in È stata la mano di Dio, che qui interpreta il timido e studioso Giulio).

Le città di pianura si sviluppa nell’arco di circa un giorno e mezzo ed è fondamentalmente un on the road della provincia veneta nella quale i due amici carlobianchi e Doriano (Pierpaolo Capovilla) vagano alla ricerca di un ultimo bicchiere di alcol da scolarsi, comprato o scroccato. Li seguiamo dunque in questo loro vagare, a un certo punto apparentemente finalizzato ad andare a prendere in aeroporto il loro amico Genio (Andrea Pennacchi) che torna dal Sudamerica dove ha vissuto molti anni (scopriremo poi perché). Durante questo giorno e mezzo molte sono le avventure e le disavventure che li attendono, gli incontri più o meno assurdi, e tra questi incontri c’è quello con Giulio, studente napoletano che studia architettura a Venezia, timido e imbranato, che i due volponi decidono di trascinare con loro, anche suo malgrado.

Il film è una commedia dall’impianto se vogliamo piuttosto classico, ma che si inserisce più propriamente in tutto un filone di elaborazione culturale di provenienza veneta, che ha precisi tratti estetici e antropologici.

Non a caso il film di Sossai mi ha riportato quasi immediatamente all’estetica e ai contenuti dei fumetti di Miguel Vila, autore che con i suoi graphic novel ha raccontato benissimo la provincia veneta, con i suoi tipi umani e i suoi paesaggi urbani e rurali. Per lo stesso motivo non mi ha sorpreso trovare come autore di parte della colonna sonora (e anche in un piccolo cameo) Krano (Marco Spigariol) che quasi per caso avevo conosciuto nell’opening di un concerto di Micah P. Hinson e che ha un progetto musicale a matrice profondamente veneta anche nella lingua.

Ne viene fuori una specie di elegia veneta dal sapore fortemente agrodolce, intrisa in egual misura di malinconia e leggerezza. Esperimento davvero interessante.

Voto: 3,5/5



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Sirat

Ho scoperto solo al termine della visione del film che il regista di questo film, Oliver Laxe, è anche il regista di O que arde, che avevo visto qualche anno fa nell’ambito di un festival del cinema spagnolo. Quel film mi era risultato difficile da digerire nelle sue caratteristiche narrative, e probabilmente se avessi saputo questa cosa avrei deciso di non andare a vedere Sirat. E avrei fatto molto male.

Sirat è un film decisamente originale. Siamo in Marocco, nel deserto, ed è in corso un grande rave: enormi altoparlanti che trasmettono musica techno e centinaia di persone che si lasciano trasportare dal ritmo della musica. Un padre, Luis (Sergi Lopez), insieme al figlio Esteban è alla ricerca della figlia scomparsa cinque mesi prima. Ma mentre è in corso il rave, arriva l’esercito che annuncia l’inizio di una guerra e costringe tutti a seguirli verso non si sa dove. Due camioncini con a bordo cinque persone riescono a scappare via e Luis e il figlio li seguono. Inizia così un on the road che metterà questo gruppo di persone decisamente originali e curiosamente assortite di fronte a una serie di eventi più o meno tragici e incredibili che li costringeranno a fare i conti con i propri limiti e le proprie paure.

Quello di Laxe è un mondo preapocalittico, in parte atemporale, che sul piano visivo attinge tanto all’estetica di Mad Max, ma anche all’immaginario steampunk, per raccontare un viaggio esistenziale, che nella sua essenza è il viaggio di ogni essere umano di fronte al lutto e alla morte. Per farlo Laxe mescola diversi ingredienti: un insieme di personaggi con caratteristiche freak (ci sono un uomo senza una gamba, uno senza un braccio) di cui però – salvo qualche piccolo dettaglio – non sappiamo praticamente nulla della storia passata, così come niente sappiamo davvero di Luis ed Esteban; un paesaggio con una forza visiva straordinaria, che ispira grandezza, bellezza ma anche terrore della piccolezza umana di fronte alla natura; e infine una musica che unisce e alterna techno ed elettronica, quasi alla ricerca del suono primigenio del mondo, dell’essenza della vita e della morte, la stessa che i protagonisti sperimenteranno. Del resto Sirat nella cultura islamica è il ponte che unisce la vita alla morte, come la scritta in sovrimpressione all’inizio del film ci ricorda.

Un film strano, grandioso e weird al contempo, difficile da classificare, che merita però di essere visto. E non a caso ha vinto il premio della giuria a Cannes.

Voto: 3,5/5



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Partir, un jour

Cécile (Juliette Armanet) vive a Parigi e fa la chef. Dopo aver vinto un programma tipo Masterchef, insieme al suo compagno sta per aprire un ristorante che punta a un posto tra i ristoranti stellati. Quando scopre che suo padre è finito in ospedale ma, contro il parere dei medici, è uscito per riaprire la piccola trattoria per camionisti che gestisce insieme alla moglie, decide di ritornare a casa, tra l’altro avendo appena scoperto di essere incinta e sapendo di non voler tenere il bambino. Il ritorno a casa la metterà di fronte ai suoi conti in sospeso, alle cose che sono sempre uguali e che dunque aprono la porta dei ricordi di adolescenza e a quelle che sono ormai cambiate irrimediabilmente, nonché al rapporto con i suoi genitori che pure è rimasto in qualche modo bloccato nelle dinamiche del passato.

La nostalgia delle radici e di quello che avrebbe potuto essere – anche a fronte dei grandi cambiamenti che sembrano attendere Cécile – manda quasi in frantumi la vita da adulta che si è costruita, ma senza questa crisi profonda la donna non potrebbe tornare a quello che è diventata con maggiore consapevolezza, dopo aver in qualche modo fatto pace con il suo passato.

Il film di Amélie Bonnin è una tipica commedia francese, dalla trama e dagli sviluppi piuttosto prevedibili, che però è impreziosita dal fatto di essere in parte una commedia musicale in cui si attinge a un repertorio musicale francese per esprimere con ironia e leggerezza i sentimenti dei protagonisti nei momenti clou del film.

Nessuna grande pretesa per un film gradevole.

Voto: 3/5



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Enzo

Enzo è il film che Laurent Cantet aveva scritto prima della sua prematura scomparsa e che lo stesso regista francese ha affidato per la regia a Robin Campillo (quello di 120 battiti al minuto). Nonostante questo passaggio di testimone, personalmente ho vissuto Enzo interamente come un film di Cantet, non soltanto nei temi, ma anche nella modalità narrativa e nei ritmi. Che poi sono proprio le caratteristiche che a volte mi hanno fatto apprezzare i suoi film e altre volte me li hanno resi indigeribili.

Come è chiaro dal titolo, il protagonista di questo film è Enzo (Eloy Pohu), un ragazzo di 16 anni, secondo figlio di una famiglia molto benestante, che ha una villa con piscina, e il cui fratello maggiore si sta preparando per entrare all’università a Parigi. Enzo però è diverso, o quanto meno si sente diverso.

Ha deciso di non continuare a studiare e lavora come muratore in un cantiere; ha una ragazza, ma in realtà è attratto da Vlad, un operaio ucraino che lavora con lui. Nella sua casa e nella sua famiglia Enzo si sente un pesce fuor d’acqua e questa condizione evidentemente non è solo il portato dei suoi 16 anni e della tendenza oppositiva che caratterizza gli adolescenti. In lui c’è anche il rifiuto di un modo borghese di intendere la vita e soprattutto dell’indifferenza che lo stile di vita borghese comporta rispetto al resto del mondo, quello con cui i suoi genitori e suo fratello non vengono e non verranno mai in contatto.

Il malessere di Enzo aumenta giorno dopo giorno, portandolo allo scontro in particolare con il padre (Pierfrancesco Favino) e ad azioni più o meno estreme. Ma come in ogni coming of age che si rispetti, anche in questo film di Cantet il passaggio alla vita adulta comporterà per Enzo la scelta di un compromesso, sebbene – com’è tipico del linguaggio ellittico del regista francese - non sapremo mai come il protagonista riuscirà a bilanciare i suoi desideri e attitudini con il mondo dal quale proviene.

Voto: 3/5




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Jeunes mères

Concludo la mia maratona Da Cannes a Roma con l’ultimo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, Jeunes méres, che racconta la storia di quattro giovanissime donne, Jessica, Perla, Julie e Arianne, accomunate dal fatto di essere ospitate da una “maison maternelle”, quella che in Italia sarebbe una casa-famiglia per ragazze madri.

Ognuna si porta dietro la sua particolare vicenda: Jessica, che sta per partorire una bambina, è ossessionata dall’idea di incontrare sua madre e di chiederle perché l’ha data in affidamento quando è nata; Perla ha chiesto dei soldi in prestito a sua sorella per poter costruire una famiglia insieme a suo figlio Noé e al padre del bimbo, appena uscito di prigione; Julie ha un passato di dipendenza alle spalle e ora che ha un figlio sta cercando di uscirne e di sposarsi con il suo compagno, anche lui ex tossico; Arianne non ha abortito su pressione della madre, ma vorrebbe dare in affidamento la piccola per continuare a studiare e costruirsi un futuro.

I Dardenne hanno scritto la sceneggiatura di questo film dopo aver fatto una vera e propria indagine e una serie di interviste in una vera “maison maternelle” e, fedeli al loro approccio quasi documentaristico, si sono ispirati proprio alle storie che hanno ascoltato per scrivere questo film (che ha vinto il Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes).

In questo racconto corale, in cui il punto di vista cambia continuamente spostandosi tra una storia e l’altra e tra una ragazza e l’altra, i Dardenne mantengono fede al loro approccio pulito ed essenziale, che vuole mostrare e comprendere, senza giudicare e senza premere sul pedale del melodramma. Qua e là però introducono elementi che staccano rispetto all’impianto “neorealistico”, come la recitazione di una poesia o una piccola esecuzione musicale.

E come ho pensato e detto subito dopo la fine del film, mi è parso che rispetto al passato questo lavoro – nonostante la tragicità dei temi trattati – sia uno dei film più pieni di speranza dei Dardenne!

Voto: 3,5/5


venerdì 16 ottobre 2020

Festival del cinema spagnolo. Cinema Farnese, 4-6 ottobre 2020

Il tradizionale appuntamento con il festival del cinema spagnolo e latinoamericano è ospitato anche quest'anno - nonostante le misure anti-COVID - dal cinema Farnese e offre - come ogni anno - una panoramica molto interessante sul cinema di lingua spagnola, andando ben al di là di quello che la distribuzione riesce a portare nella programmazione ordinaria delle sale italiane. 

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Els dies que vindran

Il primo film che riesco a vedere è Els dies que vindran del regista catalano Carlos Marqués-Marcet, già noto al pubblico del festival per il precedente film presentato nell'ambito della stessa manifestazione, 10.000 km, che io però avevo perso.

Il focus di Marqués-Marcet è ancora una volta quello delle relazioni di coppia, in questo caso l'attenzione è rivolta al modo in cui una coppia, Vir (Maria Rodriguez Soto) e Lluís (David Verdaguer), affronta una gravidanza non programmata e come questi nove mesi di attesa impattano sulla relazione.

Vir e Lluís vivono insieme e sono una coppia felice: dopo un ritardo e un test di gravidanza, Vir scopre di essere incinta. La prima reazione dei due giovani è quella di scoppiare a ridere di fronte a qualcosa di più grande di loro e di non preventivato e rispetto al quale non sanno quale decisione prendere. Dopo qualche tentennamento, la coppia decide di portare avanti la gravidanza e di affrontare tutto quello che la scelta di avere un figlio porta con sé. Ci saranno momenti di condivisione e felicità, momento di allontanamento e incomprensione, schermaglie su piccole e grandi cose, scelte faticose e non sempre condivise, fino al momento tanto atteso del parto con tutta l'emozione che porta con sé e le aspettative di futuro sulla piccola Zoe.

Non c'è forse nulla di particolarmente originale nella storia raccontata da Carlos Marqués-Marcet, e personalmente faccio fatica a empatizzare con i sentimenti forti e controversi che attraversano due genitori e soprattutto una mamma durante l'attesa di un figlio. È però interessante da un lato la visione non edulcorata della gravidanza che il regista vuole portare all'attenzione del pubblico, e dall'altro l'inserto di realtà che caratterizza il film e che scaturisce dal fatto che l'attrice che intepreta Vir sia realmente incinta e l'attore che interpreta Lluís sia effettivamente il suo compagno, al punto da creare quasi un effetto docu-fiction.

Una nota di merito per la colonna sonora, quasi interamente catalana, in cui spicca la canzone Tú que vienes a rondarme di Maria Arnal sui titoli di coda.

Voto: 3/5 




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Tony driver

Ascanio Petrini ci racconta la storia di Pasquale Donatone, nato a Bari nel 1963 e trasferitosi a nove anni insieme alla famiglia a Chicago.

In America Pasquale si fa chiamare Tony, si sposa, ha due figli, si separa dalla moglie e si trasferisce a Yuma dove vive facendo il coyote tra il Messico e gli Stati Uniti per i migranti irregolari (e facendo dei trasporti di droga).

Tutto ciò fino a quando un giorno Pasquale viene arrestato e per non rimanere in galera accetta l'estradizione in Italia, paese di cui ha ancora la cittadinanza.

L'uomo torna così in provincia di Bari, dove vive in una roulotte e sbarca il lunario attaccando manifesti. Pasquale vuole però tornare in quella che considera la sua patria e, con l'aiuto di don Gaetano, dopo circa 5 anni di permanenza in Italia vola in Messico, a ridosso del muro che divide i due paesi, con l'intenzione di attraversare illegalmente il confine e ricostruire la propria vita.

Cosa ne sarà di Pasquale? Petrini ci lascia con questo interrogativo, essendo interessato non tanto alla narrazione, bensì da un lato all'originalità del personaggio e dall'altro alle contraddizioni delle politiche migratorie. Pasquale è un uomo spavaldo e volitivo, ma anche ingenuo, attento alla propria fisicità, molto simpatico, americano nel profondo, perfetto rappresentante di quel melting pot che ha fatto grande l'America, ma che l'America non considera parte del suo corpo sociale.

Un film che ci dà l'occasione di conoscere e approfondire senza pregiudizi un uomo e la sua storia, ma anche di interrogarsi su cosa significhi appartenere a un luogo ma esserne espulsi come estranei.

Voto: 3,5/5 

 


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O que arde

O che arde è il film del talentuoso regista francese di origini galiziane, Oliver Laxe, che già si era fatto notare alla critica cinematografica con alcuni suoi lavori precedenti.

Il suo nuovo film, tutto recitato in galiziano, ha fatto incetta di premi in Spagna, dopo aver vinto il Premio della giuria nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes del 2019, e così io e F. siamo arrivate al cinema piene di aspettative.

La storia è quella di un uomo, Amador (Amador Arias), che - una volta uscito di prigione dove ha scontato una pena per aver appiccato un incendio - torna a casa della madre (Benedicta Sanchez), una donna anziana che vive in una casa in pietra sprofondata tra le montagne e i boschi della Galizia occupandosi delle sue tre mucche e dell'orto.

Il reinserimento di Amador in questa comunità molto rude e di pochissime parole, i cui ritmi sono ancora dettati da quelli della natura - anche se qualche segnale di cambiamento e di rottura comincia a manifestarsi -, sarà lento e non certo facile, e i fragili equilibri che a poco a poco si vanno ricostituendo saranno mandati all'aria dal divampare - all'arrivo dell'estate - di un nuovo, enorme incendio che manda in fumo decine di ettari di foresta e mette a rischio la vita delle persone.

Il film di Laxe lavora per sottrazione, asciugando al massimo le parole e la trama narrativa, e puntando sulla forza delle immagini, alcune delle quali - penso in particolare alla sequenza iniziale con l'abbattimento degli eucalipti da parte delle ruspe ovvero al grande incendio nel bosco - sono effettivamente grandiose, e vanno decisamente al di là di un girato documentaristico fino a sfiorare il poetico e l'aulico.

Alla fine però allo spettatore comune (nel quale fondamentalmente mi riconosco) restano molti interrogativi e forse sfugge anche in parte il senso dell'intera operazione. Forse ero particolarmente stanca, oppure semplicemente è il tipo di film con cui non riesco a entrare del tutto in sintonia, soprattutto perché sui titoli di coda non riesco a trovare una qualche risposta alla domanda: "Cos'avrà voluto dirmi?".

Voto: 3/5