mercoledì 26 gennaio 2022
Piazza degli eroi. Teatro Argentina, 13 gennaio 2022
Ma Piazza degli eroi non è soltanto una requisitoria politica, bensì anche una storia intima, quella del professor Schuster, un intellettuale ebreo, tornato a Vienna dopo aver vissuto e insegnato in Inghilterra. Il dramma inizia dopo che il professor Schuster è morto suicida, gettandosi dalla finestra, ed è interamente incentrato sui dialoghi e sulle riflessioni in merito alla sua morte di tutti coloro che ruotavano intorno alla sua vita: la governante, signora Zittel (Imma Villa), il fratello filosofo Robert (Renato Carpentieri), le figlie (Silvia Ajelli e Francesca Cutolo), la vedova (Betti Pedrazzi, da poco vista in È stata la mano di dio).
Ciascuno di loro si interroga sui motivi del gesto del professore, finendo inevitabilmente per fare riferimento alla situazione politica dell’Austria, al dilagare del revanscismo nazista e dell’antisemitismo. Però il suicidio del professore non è solo una risposta a una situazione esterna, bensì anche una scelta individuale legata a un’età in cui si tende ad avere nostalgia del passato e si fa sempre più fatica a proiettarsi nel futuro.
Quella di Bernhard è dunque certamente una requisitoria politica - che non a caso fece molto scandalo nella Vienna dell’epoca e che spinse il drammaturgo a lasciare scritto nel proprio testamento che le sue opere non sarebbero più state rappresentate in territorio austriaco – ma è anche una commossa riflessione sulla vecchiaia in quanto età della vita non sufficientemente approfondita e sulla morte come scelta consapevole.
L’opera, mai rappresentata in Italia, viene portata in scena da Roberto Andò, con l’intento di farla conoscere al pubblico italiano in un momento in cui le derive populiste e sovraniste (termini forse un po’ impropriamente utilizzati nella traduzione) sono sempre più presenti anche nel nostro paese, e non solo, e dunque è necessario tornare a fare i conti con il passato.
I riferimenti al presente certamente non passeranno inosservati e inascoltati, ma in realtà l’operazione compiuta da Roberto Andò (e favorita dalla traduzione e adattamento di Roberto Menin) va al di là di questa lettura contemporanea (che risulta tutto sommato un po’ riduttiva e didascalica) per offrirci invece un grande spettacolo teatrale, fatto di una messa in scena molto suggestiva (molto bella la scenografia sia degli interni che degli esterni, con gli alberi appesi e le foglie che cadono incessantemente) e di grandi attori (tra tutti Renato Carpentieri che riesce a rendere credibile un personaggio di un nichilismo e di un pessimismo estremi). Molto toccante la figura del pianista invisibile, che abita il palco insieme ai protagonisti e ne suona la colonna sonora senza essere visto, ma partecipando con il suo volto e senza dire una parola ai vari momenti del dramma.
Due ore e mezza di teatro senza intervallo, se non i brevi pezzi suonati dal pianista fantasma mentre ci sono i cambi di scena, non sono uno scherzo. Io ho sofferto la prima mezz’ora, poi dall’entrata sul palcoscenico di Renato Carpentieri, anche grazie alla sua bravura, sono entrata in sintonia con questo testo così cupo, eppure così sincero nel guardare in faccia il nulla oltre la morte, e ne sono stata definitivamente conquistata.
Voto: 3,5/5
mercoledì 4 novembre 2020
Scannasurice / Enzo Moscato. Teatro Vascello, 22 ottobre 2020
Dopo aver visto Regina Madre al Piccolo Eliseo, cercando in rete notizie sull'inteprete Imma Villa e sul regista Carlo Cerciello, io e F. ci eravamo imbattute in un altro spettacolo che riproponeva la medesima coppia di regia e protagonista. Si trattava appunto di Scannasurice. Da quel momento avevamo cominciato a cercarlo nelle programmazioni romane fino a quando non lo abbiamo individuato nel calendario del Teatro Vascello a marzo 2020.
Abbiamo preso subito il biglietto ma poi è successo quel che è successo (e che ancora sta succedendo) e tutto è saltato.
In questa breve finestra temporale in cui i teatri avevano iniziato a riavviare la programmazione (prima del nuovo DPCM che li ha nuovamente obbligati alla chiusura) Scannasurice è ricomparso al Vascello e sono riuscita a vederlo nell'ultima settimana prima delle chiusure.
Scannasurice appartiene a quel momento d'oro del teatro napoletano che sono stati gli anni Ottanta (è infatti un testo del 1982) ed è opera di Enzo Moscato, un drammaturgo vivente che proprio negli anni Ottanta andò a popolare la vivace scena teatrale napoletana.
Protagonista di questo monologo è un travestito che abita nei bassifondi dei quartieri spagnoli, popolati di topi, e vive prostituendosi. A questo personaggio Enzo Moscato regala un monologo che alterna trivialità e lirismo, concretezza e magia, e che la straordinaria Imma Villa interpreta con grande maestria, non solo attraverso le parole, ma con una fisicità perfettamente coerente.
Verso il suo personaggio lo spettatore prova a seconda dei momenti ribrezzo, compassione, affetto, partecipazione.
Scannasurice racconta lo stato di paura e di incertezza determinato da un terremoto reale, quello di Napoli del 1980, ma anche da un terremoto interiore che di fronte alla ricerca di un'identità e di una via di uscita vede il protagonista soccombere a un destino che sembra già scritto.
Voto: 3,5/5
mercoledì 27 marzo 2019
Regina madre / Manlio Santanelli. Teatro Piccolo Eliseo, 14 marzo 2019
In questo nostro filone di riscoperta decidiamo di andare a vedere Regina madre, un testo teatrale di Manlio Santanelli, autore napoletano ancora vivente, portato in scena con la regia di Carlo Cerciello e interpretato dai bravissimi Fausto Russo Alesi e Imma Villa.
Sul palco un enorme letto; da un lato un Pinocchio, dall'altro la Fata Turchina, sotto decine e decine di bicchieri da una parte e una torta con cinque candeline dall'altra.
Sul lettone due personaggi, una madre anziana e un figlio che è arrivato per fermarsi da lei per un po' su suggerimento del dottore. Tra i due inizia una schermaglia che prende rapidamente toni quasi comici: la madre, il cui nome è appunto Regina, non è capace della minima empatia con il figlio (e la figlia evocata solo nei discorsi) cui viene rinfacciato tutto, dalle scelte personali alla scarsa attenzione verso la madre, dai fallimenti lavorativi ai comportamenti quotidiani, mentre si staglia su tutto la figura perfetta del padre morto molti anni prima. In questa prima parte dello spettacolo si ride, seppure amaramente, complice anche la recitazione in napoletano di Imma Villa nei panni della madre.
A un certo punto, però, arriva un momento di confessione dolorosa tra madre e figlio, e da questo momento nello spettacolo si innesca un cambio di registro, mentre sul lettone su cui i due sono seduti vengono montate - dagli stessi protagonisti - due spalliera (dalla parte della testa e dei piedi).
Inizia da qui un viaggio allucinato nella mente, in cui il figlio diventa la madre e interloquisce con la figlia, la stessa Imma Villa che prima interpretava la madre. Da qui in poi i ruoli si scambiano più volte e la madre rivive nei corpi e nella testa dei due figli. Un cappello a tesa larga costituisce lo strumento scenico che - come un testimone - passando da un attore all'altro, segna anche la consegna dello "spirito" della madre, fino a quando persino questo scambio di ruoli si fa ambiguo. Il registro intanto oscilla pericolosamente tra il drammatico e il grottesco, in una escalation emotiva che si fa sempre più disturbante anche per lo spettatore e che si tramuta in una vera e propria regressione all'infanzia, che potrà dirsi compiuta quando il lettone sul palco viene completato con una sponda che lo trasforma in lettino per bambini.
Attraverso gli occhi allucinati di Fausto Russo Alesi passa il personaggio di un figlio adulto che non si è mai affrancato completamente dalla madre e che in fondo ha bisogno di quest'ultima come capro espiatorio delle proprie mostruosità e dei propri fallimenti, della propria dipendenza dai farmaci e della propria depressione, così come - dall'altro lato - la figlia emerge con la sua debolezza composta, fatta di vuoti interiori e di non meno inquietanti squilibri. Il tutto fino allo svelamento della grande menzogna che la madre ha portato avanti dopo la morte del padre, ossia quella di un matrimonio perfetto con un uomo eccezionale.
Ma il testo di Santanelli, che - come scrivono critici certo più titolati di me - attinge alla lezione del teatro dell'assurdo e ricorda a tratti Ionesco (che non a caso al debutto lo definì éxtraordinaire), non sceglie la strada più semplice e lineare, bensì quella più ambigua, scomoda e complessa. In questo spettacolo non ci sono carnefici e vittime, non ci sono buoni e cattivi, e viene smontata dalla base la facile lettura di una madre anaffettiva responsabile dei traumi e dei problemi dei figli, per lasciare spazio invece a una lettura in cui ognuno è chiamato alle proprie responsabilità individuali rispetto alla propria vita e alle proprie scelte e, al contempo, tutti sono oggetto di compassione di fronte alle sfide della vita.
Voto: 3,5/5


