Quello che sto per scrivere immagino che farà strabuzzare gli occhi a molti. Di Bob Dylan non so praticamente nulla: ovviamente so che è un’icona della musica e non solo, ma conosco solo pochissime canzoni e non ho mai approfondito la sua storia individuale.
Cosicché arrivo al cinema – al termine di una giornata faticosissima in cui il mio unico desiderio è stare al buio e non sentire parlare altri se non gli attori sullo schermo – in una condizione di totale verginità rispetto a quello che sto per vedere.
Scopro così solo durante la visione che il film di James Mangold è tratto dal libro di Elijah Wald Dylan goes electric! del 2015, che approfondisce la prima fase della carriera di Bob Dylan, quella che va dal 1961 al 1965, fino alla cosiddetta “svolta elettrica”.
Siamo in un’America in grande fermento: Bob (Timothée Chalamet) arriva diciannovenne a New York con la sua chitarra per incontrare il suo mito, Woody Guthrie, che è semiparalizzato in ospedale, e per suonare le canzoni che scrive. Nel suo incontro con Guthrie conosce anche Pete Seeger (Edward Norton), e Woody e Pete riconosceranno in questo giovane misterioso un grande talento compositivo e musicale. Seeger diventerà anche suo mentore e padre putativo musicale, e lo accompagnerà durante i suoi primi passi nell’ambiente musicale newyorkese.
Scritturato dalla Columbia Records e inizialmente all’ombra di Joan Baez (Monica Barbaro), all’epoca già famosa, ben presto Dylan conquista non soltanto la scena newyorkese, all’interno della quale diventa il cantore e il paladino dei diritti civili, ma raggiunge un successo che va ben oltre i confini americani.
Mentre fa i conti con questo successo di cui mal sopporta gli effetti collaterali, la sua vita sentimentale oscilla tra Sylvie (Elle Fanning) e Joan, e la sua inquietudine lo rende sempre più insofferente nei confronti delle classificazioni in cui il mondo musicale e la società vorrebbero ingabbiarlo.
Da qui il passo che lo porterà a rinnegare il folk impegnato che lo ha reso famoso e appunto la “svolta elettrica” che lo condurrà su territori musicali nuovi sia sul piano delle sonorità che su quello dei testi.
La famosa (per chi conosce Dylan) partecipazione al Newport Folk Festival è il momento della rottura definitiva con la scena folk e l’inizio di questa nuova fase, di fronte a un pubblico spaccato a metà.
Non potendo fare nessun tipo di esegesi del film rispetto alla vicenda e alla musica dylaniana, mi limiterò a considerazioni che riguardano solo l’aspetto cinematografico.
Il film si regge in buona parte sulla performance attoriale e musicale (il che è molto meno scontato) di Timothée Chalamet che fa un grande lavoro a livello fisico e vocale per uscire da sé stesso e farsi dimenticare dal pubblico a vantaggio del personaggio che interpreta. Molto brava – soprattutto a livello musicale – Monica Barbaro nei panni di Joan Baez, e se la cava più che bene anche Edward Norton.
Mi è anche piaciuta la scelta di scegliere e utilizzare le canzoni di Dylan come parte integrante della narrazione per far progredire la storia raccontata, che fa del film un biopic anomalo, quasi un musical senza coreografie.
Se devo invece soffermarmi su quello che mi è arrivato del film, personalmente me lo sono goduto nella massima libertà come la storia di un giovanissimo talento irrequieto, il cui rapporto con la musica è talmente totalizzante che lo porta a voler esplorare continuamente nuovi mondi musicali e a sfuggire non solo a quello che gli altri vogliono da lui, ma persino a sé stesso. La stessa irrequietezza è probabilmente quella che lo porta a non trovare una vera stabilità sentimentale, presto stufo della vita con Sylvie, ma insofferente anche nei confronti della personalità di Joan. Se poi sia la realtà storica o meno a me importa poco.
Dal mio punto di vista un ottimo godimento cinematografico e musicale.
Voto: 3,5/5
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lunedì 10 febbraio 2025
lunedì 31 luglio 2023
Asteroid city
Che dire? Niente da fare, non riesco più ad appassionarmi ai film di Wes Anderson. Mi sono bellamente annoiata. Eppure avevo una discreta aspettativa dopo la delusione di The French Dispatch, e la presenza di ben due sale del cinema 4 Fontane strapiene di giovani mi faceva ben sperare.
Invece niente. Anche a questo giro ho trovato il film di Anderson cervellotico e noioso, fatta salva qualche sporadica risata. Va detto che avevo intorno persone che ridevano a più riprese, quindi magari sono io, però tant'è.
Asteroid city è costruito nella forma del meta-film, anche se per essere più precisi si tratta di un film che racconta della messa in scena di un'opera teatrale. La cornice narrativa (in bianco e nero e in formato 4:3 o qualcosa del genere) racconta di uno scrittore, Conrad Earp (interpretato da Edward Norton), che nei primi anni '50 scrive un'opera teatrale su un paese immaginario, Asteroid city appunto, dove l'attrattiva principale è una enorme voragine, segno dell'asteroide caduto molto tempo addietro, e dove si sta per svolgere una convention di giovani interessati ai fenomeni astronomici (la rappresentazione teatrale è a colori, in particolare gialli e azzurri pastellati e sovraesposti, ispirata a un'estetica retro-futuristica, e in formato 16:9).
In questa cittadina arriva il fotografo di guerra Augie Steenbeck (Jason Schwartzman), vedovo da poco, con i suoi 4 figli, l'adolescente Woodrow e le tre pestifere bambine. L'evento da cui si innesca la trama dell'opera teatrale è l'arrivo di una navicella spaziale e l'incontro ravvicinato con un UFO a seguito del quale i numerosi personaggi convenuti nella cittadina reagiscono ognuno a suo modo, con risultati che vanno dal nonsense al ridicolo fino al grottesco. Mentre la rappresentazione teatrale va avanti, di tanto in tanto ci si sposta nel dietro le quinte di essa, dove avvengono altre vicende parallele e intersecantesi con quella rappresentata, fino alla morte dell'autore teatrale e allo scioglimento finale.
Mi sembra che Wes Anderson si stia sempre più avvitando su sé stesso, declinando il suo stile (sempre esteticamente e visivamente bellissimo e impeccabile) in mille varianti e proponendo una girandola di personaggi (interpretati sempre da attori famosissimi che ormai fanno poco più che camei), ma senza riuscire più a toccare il cuore emotivo dello spettatore.
Per me un peccato davvero, perché personalmente ritengo Anderson un regista di grandissimo talento.
Voto: 2,5/5
Invece niente. Anche a questo giro ho trovato il film di Anderson cervellotico e noioso, fatta salva qualche sporadica risata. Va detto che avevo intorno persone che ridevano a più riprese, quindi magari sono io, però tant'è.
Asteroid city è costruito nella forma del meta-film, anche se per essere più precisi si tratta di un film che racconta della messa in scena di un'opera teatrale. La cornice narrativa (in bianco e nero e in formato 4:3 o qualcosa del genere) racconta di uno scrittore, Conrad Earp (interpretato da Edward Norton), che nei primi anni '50 scrive un'opera teatrale su un paese immaginario, Asteroid city appunto, dove l'attrattiva principale è una enorme voragine, segno dell'asteroide caduto molto tempo addietro, e dove si sta per svolgere una convention di giovani interessati ai fenomeni astronomici (la rappresentazione teatrale è a colori, in particolare gialli e azzurri pastellati e sovraesposti, ispirata a un'estetica retro-futuristica, e in formato 16:9).
In questa cittadina arriva il fotografo di guerra Augie Steenbeck (Jason Schwartzman), vedovo da poco, con i suoi 4 figli, l'adolescente Woodrow e le tre pestifere bambine. L'evento da cui si innesca la trama dell'opera teatrale è l'arrivo di una navicella spaziale e l'incontro ravvicinato con un UFO a seguito del quale i numerosi personaggi convenuti nella cittadina reagiscono ognuno a suo modo, con risultati che vanno dal nonsense al ridicolo fino al grottesco. Mentre la rappresentazione teatrale va avanti, di tanto in tanto ci si sposta nel dietro le quinte di essa, dove avvengono altre vicende parallele e intersecantesi con quella rappresentata, fino alla morte dell'autore teatrale e allo scioglimento finale.
Mi sembra che Wes Anderson si stia sempre più avvitando su sé stesso, declinando il suo stile (sempre esteticamente e visivamente bellissimo e impeccabile) in mille varianti e proponendo una girandola di personaggi (interpretati sempre da attori famosissimi che ormai fanno poco più che camei), ma senza riuscire più a toccare il cuore emotivo dello spettatore.
Per me un peccato davvero, perché personalmente ritengo Anderson un regista di grandissimo talento.
Voto: 2,5/5
mercoledì 23 ottobre 2019
Motherless Brooklyn. Antigone. 1982. Festa del cinema di Roma, 17-27 ottobre 2019
Ed eccomi al tanto atteso (almeno per me!) appuntamento con la Festa del cinema di Roma, 14° edizione. Mi rendo conto che non si tratta di un vero festival (non c'è nemmeno una giuria) e che, rispetto agli appuntamenti più blasonati e con maggiore tradizione, stiamo parlando di una kermesse decisamente di secondo livello per selezione dei film e organizzazione. Però, questo festival abbiamo a Roma e io cerco di godermelo al massimo grado per quanto possibile.
Quest'anno il mio programma è stato davvero battagliero, e credo di essere riuscita a vedere molti più film che negli anni passati (pubblico qui le prime tre recensioni e le prossime in successivi post), nonostante il fatto che le mie sortite alla Festa si siano concentrate in meno di una settimana. Mi spiace solo aver visto pochi film della rassegna Alice nella città, quella che propone film con protagonisti bambini, adolescenti e giovani e che spesso riserva belle sorprese, ma gli orari nei giorni in cui potevo andare erano praticamente impossibili.
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Motherless Brooklyn - I segreti di una città
Il primo film che vado a vedere - che è poi anche il film di apertura della Festa - è Motherless Brooklyn, di e con Edward Norton, che tra l'altro è stato protagonista anche del primo degli "Incontri ravvicinati".
Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Lethem che Norton - oltre che girare e interpretare - ha adattato per il grande schermo. È una classica detective story che il regista, discostandosi in questo caso dal romanzo, ha deciso di ambientare nella New York degli anni Cinquanta, in pieno boom edilizio dopo la fine della guerra, ma attraversata da forti tensioni razziali, e non solo.
Il protagonista è Lionel Essrog, un detective privato che lavora per Frank Musso (Bruce Willis), il quale non è solo il suo capo ma anche - dopo averlo tirato fuori dall'istituto di suore dove viveva in quanto orfano - il suo mentore e il suo unico amico. Lionel è affetto dalla sindrome di Tourette: come dice lui stesso nel film, è come avere un anarchico incontrollabile che governa una parte del tuo cervello, e per di più questo anarchico ha l'ossessione per l'ordine. Lionel - che Frank chiama Motherless Brooklyn - è pieno di tic e allergico alle relazioni sociali, nelle quali la sua sindrome crea situazioni imbarazzanti, ma ha anche un dono particolare nel ricordare le cose e dunque è molto bravo a ricostruire frammenti di vicende come fossero puzzle.
Quando, durante un'operazione che sta seguendo, Frank viene ucciso, Lionel - anche in preda al senso di colpa per non averlo saputo salvare - decide di scoprire chi lo ha ucciso e perché. A poco a poco scoprirà che l'indagine di Frank riguardava un potente uomo politico di New York, Moses Randolph (Alec Baldwin), da molti anni sulla scena politica e protagonista delle grandi trasformazioni che stanno cambiando il volto della città, e una giovane donna di colore, Laura (Gugu Mbatha-Raw), che è coinvolta nelle proteste dei neri della città contro le espropriazioni e per la difesa dei loro quartieri.
Non sarebbe giusto rivelare di più della trama del film che si sviluppa come una classica indagine investigativa, probabilmente con qualche lungaggine che avrebbe dovuto essere gestita meglio a livello di sceneggiatura, ma impreziosito dalla rappresentazione di quelle realtà sotterranee della città nelle quali in quegli anni si esibivano quelli che sarebbero diventati i grandi nomi del jazz internazionale. Nel film di Norton del resto la musica ha un ruolo centrale e molta cura è stata posta sull'intera colonna sonora, che è stata affidata al compositore Daniel Pemberton e nella quale, oltre alle sonorità jazz, trova posto un brano inedito di Thom Yorke, Daily battles.
Il film si lascia vedere volentieri e tiene alta l'attenzione dello spettatore, pur non potendo esibire nessun elemento di particolare originalità, a parte la curiosa sindrome del protagonista che strappa qualche sorriso qua e là, con i suoi giochi di parole pressoché intraducibili.
L'aspetto che personalmente ho trovato più interessante è la riflessione sullo sviluppo della città di New York e in generale sulla tensione tra la spinta - spesso anche mossa da secondi fini e intenzioni non esattamente lodevoli - verso il progresso e l'innovazione e la necessità di rispettare gli individui e preservare l'esistente. Il discorso che Moses Randolph fa a Lionel quando tenta di portarlo dalla sua parte e in cui porta l'esempio della realizzazione di Central Park è per me uno dei momenti più interessanti e densi di riflessione di un film che per il resto scivola via gradevole ma senza lasciare grosse tracce.
Voto: 3/5
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Antigone
Il film della giovane regista canadese di lingua francese Sophie Deraspe è un coraggioso tentativo di trasporre la storia di Antigone, la figlia di Edipo protagonista della tragedia di Sofocle, ai giorni nostri e di farne una specie di manifesto politico-sociale.
Antigone Hippoméne (Nahéma Ricci) si è trasferita parecchi anni prima dal Libano in Québec insieme alla nonna Meni e ai tre fratelli Etéocle, Polynice e Ismene, a seguito dell'uccisione in frangenti non meglio precisati dei due genitori.
Mentre i fratelli Etéocle e Polynice frequentano giri non proprio raccomandabili e la sorella Ismene lavora in un istituto di bellezza, Antigone è molto integrata nella società canadese e molto brava a scuola. Un giorno, durante una retata della polizia in cui viene arrestato Polynice, Etéocle viene ucciso dalla pallottola di un poliziotto.
A questo punto Antigone decide di attuare un piano per salvare suo fratello dalla galera: con l'aiuto della nonna effettua uno scambio di persona che consente a Polynice di fuggire auspicabilmente negli Stati Uniti, mentre Antigone dovrà affrontare il processo.
Durante la lunga causa che la vede protagonista, Antigone è sostenuta da Hémon, il ragazzo che ama e da cui è ricambiata, figlio di un importante politico locale.
Di fronte alla scoperta dell'affiliazione dei suoi fratelli alla gang degli Habibi e alla prospettiva di perdere qualunque futuro per sé, Antigone continuerà a scegliere la fedeltà all'affetto fraterno e il cuore rispetto al calcolo della ragione, ribellandosi a una giustizia ch'ella considera ingiusta.
Rapidamente Antigone diventa - anche grazie al ruolo attivo di Hémon e alla scelta del suo avvocato d'ufficio di trasformare il suo caso in un evento mediatico - un simbolo della protesta dei deboli e degli emarginati delle periferie contro il potere della legge e dei più forti, nonché della vittoria della passione contro la fredda legge degli uomini. Il coro di questa Antigone sono i social, dove le frasi da lei pronunciate diventano slogan di Twitter e Facebook, la sua immagine viene trasformata in icona per le stories, e la sua vicenda si trasforma in video rap su YouTube.
L'effetto complessivo è a mio avviso piuttosto straniante e lo spettatore - forse inevitabilmente - fa fatica a immedesimarsi in un personaggio oggettivamente fuori dal tempo per le sue posizioni inscalfibili. Nonostante la bravura di Nahéma Ricci, il suo personaggio risulta alla fine poco empatico e a noi umanità post-moderna questa lettura, sì libera nello sviluppo narrativo, ma fedele allo spirito se vogliamo monolitico della protagonista della tragedia sofoclea, appare un po' rigida e poco credibile, soprattutto quando si mescola con questo prepotente affacciarsi dei temi e degli stilemi della contemporaneità.
Voto: 2,5/5
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1982
Il film di Oualid Mouaness affonda fortemente le radici nell'autobiografia del regista, che nel 1982 aveva 11 anni come il protagonista del film e, insieme ai suoi compagni, fu fatto evacuare dalla scuola inglese che frequentava nella zona Est di Beirut a seguito dell'inizio della prima guerra del Libano.
Il film sceglie una quasi perfetta unità di tempo e di luogo, raccontando una giornata solo apparentemente normale nella vita dei suoi protagonisti.
Sono gli ultimissimi giorni di scuola e, durante la giornata, sono previsti gli esami per i bambini delle ultime classi. Wissam (magnificamente interpretato da Mohamad Dalli) è bravo a scuola e ha un talento particolare per il disegno; è molto amico dell'occhialuto Majid e innamorato della sua compagna di classe Joanna, cui vorrebbe dichiarare il suo amore prima che cominci l'estate.
L'insegnante Yasmine (Nadine Labaki) viene accompagnata a scuola dal fratello ed è preoccupata perché quest'ultimo ha deciso di arruolarsi nella milizia libanese. A scuola ha un diverbio con Joseph, un altro insegnante e suo fidanzato, per la difficoltà di condividere le relative posizioni politiche.
Mentre la giornata scolastica comincia apparentemente in modo normale, fin da subito è evidente che una tensione attraversa le vite di tutti. Wissam osserva la presenza dei piccioni sui davanzali della scuola e si chiede da quand'è che ci sono. Joseph ha l'orecchio continuamente attaccato a una radiolina per ascoltare le ultime notizie sull'invasione israeliana. Yasmine riceve alcune telefonate da casa, dove suo padre non sta bene e tutti sono preoccupati per suo fratello.
Mentre da lontano cominciano a sentirsi i boati dei bombardamenti e a poco a poco i segnali dell'inizio della guerra si fanno sempre più evidenti (i caccia militari attraversano il cielo e in mare all'orizzonte si vedono le navi da guerra), la giornata scolastica va avanti e, mentre gli insegnanti, la segretaria della scuola e il preside sono sempre più preoccupati perché consapevoli di quello che sta accadendo, i bambini e i ragazzi sono presi dalle loro attività usuali, come giocare a biglie e disegnare, e dalla gestione delle dinamiche relazionali, tra litigi, avvicinamenti, pettegolezzi e confidenze.
Wissam ancora non è riuscito a dichiararsi a Joanna quando i bombardamenti si fanno sempre più vicini e la scuola viene evacuata: alcuni bambini vengono portati via dei genitori, altri vengono caricati nei pulmini che li riporteranno a casa, altri ancora restano a scuola in attesa che qualcuno delle famiglie si faccia vivo.
Sul tema della prima guerra del Libano e dell'atmosfera nel paese immediatamente precedente e successiva alla conclusione del conflitto ho ormai visto e letto diverse cose (ricordo in particolare di recente Jeedar El-Sot e prima L'insulto, ma non va dimenticato nemmeno Valzer con Bashir) e il film di Mouaness mi offre un ulteriore punto di vista, anzi più d'uno. Lo scoppio della guerra qui è guardato non solo con gli occhi dei bambini, ma anche di bambini se vogliamo privilegiati, provenienti da famiglie benestanti e che non a caso frequentano una scuola internazionale. Se da un lato la loro condizione non li sottrae ai pericoli del conflitto, dall'altro nel loro sguardo si mescolano la paura che li accomuna ai grandi, ma anche l'ingenuità e la fantasia risolutrice che li caratterizza.
Le due scene finali del film - quella di Wissam e Joanna che guardano dall'alto Beirut sotto i bombardamenti mentre dal mare arriva Tigron, il grande robot che Wissam disegna così bene, a salvare l'umanità, e quella della classe vuota con i banchi in disordine e le sedie rovesciate mentre ormai i piccioni hanno preso possesso degli ambienti - sono in un certo senso la sintesi dei complessi e contraddittori stati d'animo che si mescolano nel film e che una volta di più contribuiscono a mostrare l'assurdità della guerra e la resilienza della normalità.
Voto: 4/5
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Per le recensioni degli altri film che ho visto quest'anno, vedi qui e qui.
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Quest'anno il mio programma è stato davvero battagliero, e credo di essere riuscita a vedere molti più film che negli anni passati (pubblico qui le prime tre recensioni e le prossime in successivi post), nonostante il fatto che le mie sortite alla Festa si siano concentrate in meno di una settimana. Mi spiace solo aver visto pochi film della rassegna Alice nella città, quella che propone film con protagonisti bambini, adolescenti e giovani e che spesso riserva belle sorprese, ma gli orari nei giorni in cui potevo andare erano praticamente impossibili.
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Motherless Brooklyn - I segreti di una città Il primo film che vado a vedere - che è poi anche il film di apertura della Festa - è Motherless Brooklyn, di e con Edward Norton, che tra l'altro è stato protagonista anche del primo degli "Incontri ravvicinati".
Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Lethem che Norton - oltre che girare e interpretare - ha adattato per il grande schermo. È una classica detective story che il regista, discostandosi in questo caso dal romanzo, ha deciso di ambientare nella New York degli anni Cinquanta, in pieno boom edilizio dopo la fine della guerra, ma attraversata da forti tensioni razziali, e non solo.
Il protagonista è Lionel Essrog, un detective privato che lavora per Frank Musso (Bruce Willis), il quale non è solo il suo capo ma anche - dopo averlo tirato fuori dall'istituto di suore dove viveva in quanto orfano - il suo mentore e il suo unico amico. Lionel è affetto dalla sindrome di Tourette: come dice lui stesso nel film, è come avere un anarchico incontrollabile che governa una parte del tuo cervello, e per di più questo anarchico ha l'ossessione per l'ordine. Lionel - che Frank chiama Motherless Brooklyn - è pieno di tic e allergico alle relazioni sociali, nelle quali la sua sindrome crea situazioni imbarazzanti, ma ha anche un dono particolare nel ricordare le cose e dunque è molto bravo a ricostruire frammenti di vicende come fossero puzzle.
Quando, durante un'operazione che sta seguendo, Frank viene ucciso, Lionel - anche in preda al senso di colpa per non averlo saputo salvare - decide di scoprire chi lo ha ucciso e perché. A poco a poco scoprirà che l'indagine di Frank riguardava un potente uomo politico di New York, Moses Randolph (Alec Baldwin), da molti anni sulla scena politica e protagonista delle grandi trasformazioni che stanno cambiando il volto della città, e una giovane donna di colore, Laura (Gugu Mbatha-Raw), che è coinvolta nelle proteste dei neri della città contro le espropriazioni e per la difesa dei loro quartieri.
Non sarebbe giusto rivelare di più della trama del film che si sviluppa come una classica indagine investigativa, probabilmente con qualche lungaggine che avrebbe dovuto essere gestita meglio a livello di sceneggiatura, ma impreziosito dalla rappresentazione di quelle realtà sotterranee della città nelle quali in quegli anni si esibivano quelli che sarebbero diventati i grandi nomi del jazz internazionale. Nel film di Norton del resto la musica ha un ruolo centrale e molta cura è stata posta sull'intera colonna sonora, che è stata affidata al compositore Daniel Pemberton e nella quale, oltre alle sonorità jazz, trova posto un brano inedito di Thom Yorke, Daily battles.
Il film si lascia vedere volentieri e tiene alta l'attenzione dello spettatore, pur non potendo esibire nessun elemento di particolare originalità, a parte la curiosa sindrome del protagonista che strappa qualche sorriso qua e là, con i suoi giochi di parole pressoché intraducibili.
L'aspetto che personalmente ho trovato più interessante è la riflessione sullo sviluppo della città di New York e in generale sulla tensione tra la spinta - spesso anche mossa da secondi fini e intenzioni non esattamente lodevoli - verso il progresso e l'innovazione e la necessità di rispettare gli individui e preservare l'esistente. Il discorso che Moses Randolph fa a Lionel quando tenta di portarlo dalla sua parte e in cui porta l'esempio della realizzazione di Central Park è per me uno dei momenti più interessanti e densi di riflessione di un film che per il resto scivola via gradevole ma senza lasciare grosse tracce.
Voto: 3/5
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Antigone Il film della giovane regista canadese di lingua francese Sophie Deraspe è un coraggioso tentativo di trasporre la storia di Antigone, la figlia di Edipo protagonista della tragedia di Sofocle, ai giorni nostri e di farne una specie di manifesto politico-sociale.
Antigone Hippoméne (Nahéma Ricci) si è trasferita parecchi anni prima dal Libano in Québec insieme alla nonna Meni e ai tre fratelli Etéocle, Polynice e Ismene, a seguito dell'uccisione in frangenti non meglio precisati dei due genitori.
Mentre i fratelli Etéocle e Polynice frequentano giri non proprio raccomandabili e la sorella Ismene lavora in un istituto di bellezza, Antigone è molto integrata nella società canadese e molto brava a scuola. Un giorno, durante una retata della polizia in cui viene arrestato Polynice, Etéocle viene ucciso dalla pallottola di un poliziotto.
A questo punto Antigone decide di attuare un piano per salvare suo fratello dalla galera: con l'aiuto della nonna effettua uno scambio di persona che consente a Polynice di fuggire auspicabilmente negli Stati Uniti, mentre Antigone dovrà affrontare il processo.
Durante la lunga causa che la vede protagonista, Antigone è sostenuta da Hémon, il ragazzo che ama e da cui è ricambiata, figlio di un importante politico locale.
Di fronte alla scoperta dell'affiliazione dei suoi fratelli alla gang degli Habibi e alla prospettiva di perdere qualunque futuro per sé, Antigone continuerà a scegliere la fedeltà all'affetto fraterno e il cuore rispetto al calcolo della ragione, ribellandosi a una giustizia ch'ella considera ingiusta.
Rapidamente Antigone diventa - anche grazie al ruolo attivo di Hémon e alla scelta del suo avvocato d'ufficio di trasformare il suo caso in un evento mediatico - un simbolo della protesta dei deboli e degli emarginati delle periferie contro il potere della legge e dei più forti, nonché della vittoria della passione contro la fredda legge degli uomini. Il coro di questa Antigone sono i social, dove le frasi da lei pronunciate diventano slogan di Twitter e Facebook, la sua immagine viene trasformata in icona per le stories, e la sua vicenda si trasforma in video rap su YouTube.
L'effetto complessivo è a mio avviso piuttosto straniante e lo spettatore - forse inevitabilmente - fa fatica a immedesimarsi in un personaggio oggettivamente fuori dal tempo per le sue posizioni inscalfibili. Nonostante la bravura di Nahéma Ricci, il suo personaggio risulta alla fine poco empatico e a noi umanità post-moderna questa lettura, sì libera nello sviluppo narrativo, ma fedele allo spirito se vogliamo monolitico della protagonista della tragedia sofoclea, appare un po' rigida e poco credibile, soprattutto quando si mescola con questo prepotente affacciarsi dei temi e degli stilemi della contemporaneità.
Voto: 2,5/5
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1982 Il film di Oualid Mouaness affonda fortemente le radici nell'autobiografia del regista, che nel 1982 aveva 11 anni come il protagonista del film e, insieme ai suoi compagni, fu fatto evacuare dalla scuola inglese che frequentava nella zona Est di Beirut a seguito dell'inizio della prima guerra del Libano.
Il film sceglie una quasi perfetta unità di tempo e di luogo, raccontando una giornata solo apparentemente normale nella vita dei suoi protagonisti.
Sono gli ultimissimi giorni di scuola e, durante la giornata, sono previsti gli esami per i bambini delle ultime classi. Wissam (magnificamente interpretato da Mohamad Dalli) è bravo a scuola e ha un talento particolare per il disegno; è molto amico dell'occhialuto Majid e innamorato della sua compagna di classe Joanna, cui vorrebbe dichiarare il suo amore prima che cominci l'estate.
L'insegnante Yasmine (Nadine Labaki) viene accompagnata a scuola dal fratello ed è preoccupata perché quest'ultimo ha deciso di arruolarsi nella milizia libanese. A scuola ha un diverbio con Joseph, un altro insegnante e suo fidanzato, per la difficoltà di condividere le relative posizioni politiche.
Mentre la giornata scolastica comincia apparentemente in modo normale, fin da subito è evidente che una tensione attraversa le vite di tutti. Wissam osserva la presenza dei piccioni sui davanzali della scuola e si chiede da quand'è che ci sono. Joseph ha l'orecchio continuamente attaccato a una radiolina per ascoltare le ultime notizie sull'invasione israeliana. Yasmine riceve alcune telefonate da casa, dove suo padre non sta bene e tutti sono preoccupati per suo fratello.
Mentre da lontano cominciano a sentirsi i boati dei bombardamenti e a poco a poco i segnali dell'inizio della guerra si fanno sempre più evidenti (i caccia militari attraversano il cielo e in mare all'orizzonte si vedono le navi da guerra), la giornata scolastica va avanti e, mentre gli insegnanti, la segretaria della scuola e il preside sono sempre più preoccupati perché consapevoli di quello che sta accadendo, i bambini e i ragazzi sono presi dalle loro attività usuali, come giocare a biglie e disegnare, e dalla gestione delle dinamiche relazionali, tra litigi, avvicinamenti, pettegolezzi e confidenze.
Wissam ancora non è riuscito a dichiararsi a Joanna quando i bombardamenti si fanno sempre più vicini e la scuola viene evacuata: alcuni bambini vengono portati via dei genitori, altri vengono caricati nei pulmini che li riporteranno a casa, altri ancora restano a scuola in attesa che qualcuno delle famiglie si faccia vivo.
Sul tema della prima guerra del Libano e dell'atmosfera nel paese immediatamente precedente e successiva alla conclusione del conflitto ho ormai visto e letto diverse cose (ricordo in particolare di recente Jeedar El-Sot e prima L'insulto, ma non va dimenticato nemmeno Valzer con Bashir) e il film di Mouaness mi offre un ulteriore punto di vista, anzi più d'uno. Lo scoppio della guerra qui è guardato non solo con gli occhi dei bambini, ma anche di bambini se vogliamo privilegiati, provenienti da famiglie benestanti e che non a caso frequentano una scuola internazionale. Se da un lato la loro condizione non li sottrae ai pericoli del conflitto, dall'altro nel loro sguardo si mescolano la paura che li accomuna ai grandi, ma anche l'ingenuità e la fantasia risolutrice che li caratterizza.
Le due scene finali del film - quella di Wissam e Joanna che guardano dall'alto Beirut sotto i bombardamenti mentre dal mare arriva Tigron, il grande robot che Wissam disegna così bene, a salvare l'umanità, e quella della classe vuota con i banchi in disordine e le sedie rovesciate mentre ormai i piccioni hanno preso possesso degli ambienti - sono in un certo senso la sintesi dei complessi e contraddittori stati d'animo che si mescolano nel film e che una volta di più contribuiscono a mostrare l'assurdità della guerra e la resilienza della normalità.
Voto: 4/5
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Per le recensioni degli altri film che ho visto quest'anno, vedi qui e qui.
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lunedì 16 febbraio 2015
Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)
Alejandro Gonzales Iñarritu è un messicano che vive a Los Angeles.
Questa premessa è in qualche modo indispensabile per affrontare la visione del suo ultimo film Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza). E lo è da almeno due punti di vista: innanzitutto perché solo un americano acquisito potrebbe guardare a Hollywood con il distacco e la consapevolezza di Iñarritu; in secondo luogo, perché la cifra dominante di questo film sta nella sua sovrabbondanza, una specie di horror vacui (sul piano narrativo, musicale, visivo, psicologico) che – unita a una certa qual componente kitsch – sarebbe incomprensibile e potrebbe persino risultare fastidiosa se non venisse correttamente inserita nel background culturale del regista.
Di cosa parla questo film? Di un attore, Riggan Thompson (un quasi irriconoscibile Michael Keaton, che si mette totalmente al servizio della causa di Iñarritu), diventato famoso negli anni Novanta interpretando un supereroe alato e volante, Birdman appunto. Dopo aver rinunciato a girare la quarta puntata della fortunata serie, Thompson ha deciso di portare in scena l’adattamento del racconto di Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. In questa nuova impresa è affiancato sul palco dalla sua amante, Laura, da una giovane attrice che ha sempre sognato di sfondare a Broadway (Naomi Watts) e da un attore talentuoso, ma parecchio sopra le righe (Edward Norton). Fuori dal palco, lo sostengono il produttore Jack, la ex moglie e la figlia Sam, appena uscita da un centro di disintossicazione.
Sul piano della confezione cinematografica, Iñarritu pensa in grande: il film è infatti costruito quasi come un unico, lunghissimo piano-sequenza che ci fa continuamente entrare e uscire dal teatro dove gli attori stanno provando, passando per i camerini, i corridoi, le scale, le terrazze e le strade circostanti. Il piano sequenza viene mantenuto anche lì dove all’interno degli stessi spazi si registra un salto temporale, che però sembra non interrompere il movimento della macchina da presa. Una specie di manifestazione estrema di virtuosismo che ben si lega all’ambizione del suo protagonista nella ricerca della consacrazione di se stesso come attore. Questo movimento fluido della camera è invece reso ritmico da una colonna sonora che – in particolare quando è in scena il protagonista Riggan Thompson – è costruita su soli tamburi, creando una tensione costante.
A livello di contenuti, Iñarritu non è meno sovrabbondante. Dentro il film trovano posto i temi più diversi (in buona parte già visti ampiamente sullo schermo) a realizzare una vera e propria summa dell’immaginario hollywoodiano.
È chiaro che l’intento primario del regista è quello di creare un gioco di specchi nel quale la meta-narrazione la fa da padrona ad ogni livello: ad esempio, il regista ci racconta il mondo hollywoodiano dall’interno, ma lo fa a partire da un palcoscenico teatrale, scoprendone in qualche modo tutti i vizi e le idiosincrasie; il suo protagonista è interpretato da un Michael Keaton che effettivamente deve parte della sua fortuna cinematografica al fatto di aver interpretato il ruolo di un supereroe alato, Batman.
Tutto questo caleidoscopio di rimandi e di indizi che il regista dissemina per tutto il film alla fine però si diparte e trova composizione nella figura di Riggan Thompson. Un attore totalmente in preda al proprio egocentrismo e sommamente terrorizzato dall’inevitabile declino e dal destino di oblio. Riggan è uno che sa fare il suo mestiere e sa riconoscere cos’è un buon attore e cosa non lo è, ma al contempo è totalmente dipendente dal riconoscimento esterno e dalla fame di popolarità. Questo sdoppiamento insanabile è incarnato dalla contrapposizione tra sé e Birdman e riflessa nell’irriducibilità tra il palcoscenico teatrale e i blockbuster movies. Nel mondo raccontato da Iñarritu - che poi è quello che ogni giorno ci si dipana davanti - qualità attoriali (e dunque competenze) e popolarità si divaricano irrimediabilmente in un gioco al ribasso che corrompe le celebrità e rende ignorante il pubblico, in un circolo vizioso che sembra alimentarsi all’infinito. E in questa parabola senza via d’uscita – in cui nessuno esce indenne, meno che mai la critica – Riggan sceglie la propria personale chiusura del cerchio, l’iper-realismo portato sul palcoscenico.
Che poi alla fine anche quello si rivelerà un sostanziale bluff, ma produrrà il risultato di riconciliare in qualche modo il nostro antieroe con se stesso.
Da vedere assolutamente in lingua originale.
Voto: 3,5/5
Questa premessa è in qualche modo indispensabile per affrontare la visione del suo ultimo film Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza). E lo è da almeno due punti di vista: innanzitutto perché solo un americano acquisito potrebbe guardare a Hollywood con il distacco e la consapevolezza di Iñarritu; in secondo luogo, perché la cifra dominante di questo film sta nella sua sovrabbondanza, una specie di horror vacui (sul piano narrativo, musicale, visivo, psicologico) che – unita a una certa qual componente kitsch – sarebbe incomprensibile e potrebbe persino risultare fastidiosa se non venisse correttamente inserita nel background culturale del regista.
Di cosa parla questo film? Di un attore, Riggan Thompson (un quasi irriconoscibile Michael Keaton, che si mette totalmente al servizio della causa di Iñarritu), diventato famoso negli anni Novanta interpretando un supereroe alato e volante, Birdman appunto. Dopo aver rinunciato a girare la quarta puntata della fortunata serie, Thompson ha deciso di portare in scena l’adattamento del racconto di Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. In questa nuova impresa è affiancato sul palco dalla sua amante, Laura, da una giovane attrice che ha sempre sognato di sfondare a Broadway (Naomi Watts) e da un attore talentuoso, ma parecchio sopra le righe (Edward Norton). Fuori dal palco, lo sostengono il produttore Jack, la ex moglie e la figlia Sam, appena uscita da un centro di disintossicazione.
Sul piano della confezione cinematografica, Iñarritu pensa in grande: il film è infatti costruito quasi come un unico, lunghissimo piano-sequenza che ci fa continuamente entrare e uscire dal teatro dove gli attori stanno provando, passando per i camerini, i corridoi, le scale, le terrazze e le strade circostanti. Il piano sequenza viene mantenuto anche lì dove all’interno degli stessi spazi si registra un salto temporale, che però sembra non interrompere il movimento della macchina da presa. Una specie di manifestazione estrema di virtuosismo che ben si lega all’ambizione del suo protagonista nella ricerca della consacrazione di se stesso come attore. Questo movimento fluido della camera è invece reso ritmico da una colonna sonora che – in particolare quando è in scena il protagonista Riggan Thompson – è costruita su soli tamburi, creando una tensione costante.
A livello di contenuti, Iñarritu non è meno sovrabbondante. Dentro il film trovano posto i temi più diversi (in buona parte già visti ampiamente sullo schermo) a realizzare una vera e propria summa dell’immaginario hollywoodiano.
È chiaro che l’intento primario del regista è quello di creare un gioco di specchi nel quale la meta-narrazione la fa da padrona ad ogni livello: ad esempio, il regista ci racconta il mondo hollywoodiano dall’interno, ma lo fa a partire da un palcoscenico teatrale, scoprendone in qualche modo tutti i vizi e le idiosincrasie; il suo protagonista è interpretato da un Michael Keaton che effettivamente deve parte della sua fortuna cinematografica al fatto di aver interpretato il ruolo di un supereroe alato, Batman.
Tutto questo caleidoscopio di rimandi e di indizi che il regista dissemina per tutto il film alla fine però si diparte e trova composizione nella figura di Riggan Thompson. Un attore totalmente in preda al proprio egocentrismo e sommamente terrorizzato dall’inevitabile declino e dal destino di oblio. Riggan è uno che sa fare il suo mestiere e sa riconoscere cos’è un buon attore e cosa non lo è, ma al contempo è totalmente dipendente dal riconoscimento esterno e dalla fame di popolarità. Questo sdoppiamento insanabile è incarnato dalla contrapposizione tra sé e Birdman e riflessa nell’irriducibilità tra il palcoscenico teatrale e i blockbuster movies. Nel mondo raccontato da Iñarritu - che poi è quello che ogni giorno ci si dipana davanti - qualità attoriali (e dunque competenze) e popolarità si divaricano irrimediabilmente in un gioco al ribasso che corrompe le celebrità e rende ignorante il pubblico, in un circolo vizioso che sembra alimentarsi all’infinito. E in questa parabola senza via d’uscita – in cui nessuno esce indenne, meno che mai la critica – Riggan sceglie la propria personale chiusura del cerchio, l’iper-realismo portato sul palcoscenico.
Che poi alla fine anche quello si rivelerà un sostanziale bluff, ma produrrà il risultato di riconciliare in qualche modo il nostro antieroe con se stesso.
Da vedere assolutamente in lingua originale.
Voto: 3,5/5
martedì 8 aprile 2014
The Grand Budapest Hotel
Grazie alla rassegna cinematografica organizzata dal MAXXI di Roma ho potuto vedere in anteprima e soprattutto in lingua originale l'ultimo, mirabolante film di Wes Anderson, The Grand Budapest Hotel. Se non avete mai visto un film di Anderson, forse non è esattamente il film dal quale cominciare! Perché The Grand Budapest Hotel è in qualche modo Anderson all'ennesima potenza, l'apoteosi del suo cinema, una quintessenza di tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, che allo sguardo di chi gli si avvicina per la prima volta può risultare spiazzante e in buona parte incomprensibile.
Vedere un film di Anderson è come salire su una antica giostra, dalla quale il mondo intorno non solo sembra improvvisamente proiettato in un passato imprecisato, e forse in qualche modo solo immaginato, ma subisce anche una forma di accelerazione e distorsione, che lo rende in buona parte innaturale e lontano.
Altrove ho già scritto che pur vedendo sullo schermo persone in carne e ossa si ha la sensazione di essere immersi in un cartone animato o di assistere a una puntata sui generis delle "comiche" alla maniera di Buster Keaton.
Ebbene tutto questo trova in The Gran Budapest Hotel una delle sue manifestazioni più alte e più articolate, da molteplici punti di vista. Innanzitutto per il contributo di un cast all stars (da Ralph Fiennes a Jude Law, da Willem Dafoe a Jason Swartzmann, da Bill Murray a Edward Norton, da Adrien Brody a Mathieu Amalric e moltissimi altri, tra cui una menzione va fatta per lo sconosciuto Tony Revolori che interpreta il co-protagonista da giovane), che si mette completamente al servizio della vena immaginifica di Anderson; in secondo luogo per l'esplosione di invenzione scenografiche che punteggia l'intero film; infine per la narrazione che ne è protagonista, una storia raccontata dal suo protagonista e rielaborata da uno scrittore nel suo libro, quella di Gustave H. (Joseph Fiennes), lo straordinario concierge del Gran Budapest Hotel.
Questa focalizzazione sull'atto del narrare - e dunque sulla parola - è certamente l'elemento prevalente in questo film, che sembra infatti trasmettere il piacere del racconto, la sua capacità di creare universi e mondi immaginati, al di là di qualunque realismo.
Dentro questa narrazione decisamente sopra le righe (una specie di fiaba noir ipercolorata), i dialoghi introducono a volte non solo gag e battute fulminanti, ma anche - sotto un'apparente illogicità - riflessioni profonde su questioni di grande attualità e interesse.
Un film davanti al quale rimanere a bocca aperta, continuamente sollecitati dalle invenzioni di Anderson; oppure davanti al quale annoiarsi e sbadigliare, per non esserci entrati in contatto.
E qui la debolezza del film dal mio punto di vista: la quasi totale incapacità di creare empatia con lo spettatore. Rispetto alla tenerezza di Moonrise Kingdom, The Grand Budapest Hotel lascia sì strabiliati, ma anche in buona parte indifferenti. E questo, per quanto mi riguarda, toglie molto alla visione di un film.
Forse Anderson si è fatto prendere un po' la mano dalla confezione e dallo script, ma ha lasciato un pochino a casa quel tocco di sensibilità di cui pure sappiamo essere straordinariamente capace.
Voto: 3/5
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