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mercoledì 30 settembre 2015

Inside out

Quelli della Pixar, anche dopo essere stati assorbiti dal gigante Disney, continuano ad essere tra i creatori più originali nel settore dei film di animazione, sebbene di tanto in tanto perdano qualche colpo e non sempre dimostrino di essere all'altezza delle aspettative, di fronte a un mercato cinematografico che costringe a sfornare film in continuazione e che anticipa troppi contenuti attraverso trailer e teaser proposti per mesi prima dell'uscita del film.

Nel caso di Inside out l'idea di fondo è brillante: raccontare un anno della vita di una bambina undicenne, Riley, facendone protagonista non veramente lei, bensì le emozioni che la governano dall'interno della sua psiche: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto, rappresentate sotto forma di ominidi variamente caratterizzati.

Gioia è una ragazza magra con i capelli corti in cui prevalgono i toni solari del giallo, Tristezza è una ragazza occhialuta e sovrappeso in cui dominano le tonalità del blu, Disgusto è ancora una donna, molto puntuta, che prende i colori del verde, Paura è un omino filiforme di colore viola, Rabbia è un uomo basso e tozzo di colore rosso, che esplode in fiamma nei momenti topici.

I cinque, dal loro quartier generale ultratecnologico collocato nella mente di Riley, governano tutti i processi che presiedono all'archiviazione dei ricordi e alla costruzione della personalità, quest'ultima incentrata per la bambina undicenne su cinque pilastri: la famiglia, l'amicizia, l'onestà, lo sport e la "stupidera", ossia la componente giocosa e infantile di Riley (cosa quest'ultima che ho trovato tenerissima e verissima).

A un certo punto Gioia e Tristezza finiscono per errore nel labirinto dei ricordi, in un momento molto delicato della vita della bambina, ossia quando lei deve affrontare il trasloco in una nuova città, quindi una nuova casa, una nuova scuola, nuovi amici. Cosicché le due emozioni perdute dovranno trovare la strada - attraverso conscio e subconscio – per tornare al quartier generale e riprendere in mano la situazione.

In questo percorso, Riley passerà dall'infanzia, governata prevalentemente dalla gioia, all'adolescenza, l'età della vita nella quale si scopre la tristezza ma si capisce anche che la tristezza è in qualche modo funzionale alla gioia e non va demonizzata a tutti i costi. Quell'adolescenza che deve accettare la distruzione dei capisaldi su cui è costruita l'infanzia per consentire la nascita di una personalità nuova e più complessa.

Mio nipote P. mi fa notare che il film racconta questo passaggio anche attraverso il confronto visivo tra le emozioni di Riley e quelle degli altri personaggi, lì dove ci vengono mostrate. Mentre ad esempio in Riley l'emozione guida è la gioia, negli adulti spesso l'emozione dominante è un'altra, ad esempio la rabbia nel caso del padre o la tristezza nel caso della madre; inoltre negli adulti le emozioni sono più uniformi nell'aspetto e hanno una identità di genere più chiara, oltre a risultare complessivamente meno radicali e anarchiche nelle reazioni. Inevitabile però la fastidiosa impressione che la psiche degli adulti – che in teoria dovrebbe essere molto più complessa – sia tendenzialmente standardizzata e omogenea.
Perché certo è vero che tutti ricordiamo un'età della vita nella quale le emozioni prendevano il sopravvento in maniera disordinata e incontrollabile, ma fosse vero che poi in età adulta le cose si semplificano!

Il film alterna momenti esilaranti – si veda ad esempio la conversazione a tavola tra madre, padre e figlia, attraverso il punto di vista delle emozioni di tutti – a momenti molto commoventi, come quello in cui l'amico d'infanzia immaginario di Riley, Bing Bong, accetta di finire nel dimenticatoio per consentire a Gioia di tornare alla sua postazione e a Riley di crescere.

Personalmente, di fronte a un film quasi interamente incentrato sulle emozioni di Riley e sul viaggio di Gioia e Tristezza per tornare al quartier generale, avrei forse preferito maggiormente una interazione tra le emozioni dei diversi personaggi, che forse avrebbe reso più vivace e interessante la narrazione.

Alcune trovate, per esempio i motivetti pubblicitari che si installano nella mente e vengono richiamati quasi involontariamente, ovvero la fabbrica che produce i sogni notturni, sono strepitosi.

Resta però alla fine la sensazione di un film in cui gli autori sono stati talmente attenti a una qualche verosimiglianza scientifica di quanto raccontato da perdere a tratti un po' di spontaneità e di profondità emotiva.

Non griderei dunque al capolavoro, come ho letto in giro. Ma certo in un panorama di film per bambini che appare sempre più piatto Inside out rappresenta certamente una bella boccata di ossigeno.

E poi scusate, ma dove sono finiti i bellissimi corti che introducevano i film Pixar? Perché questo Lava mi è sembrato davvero un pochino "loffio"... :-((

Voto: 3,5/5

domenica 28 dicembre 2014

Big Hero 6

I nerd salveranno il mondo? Oppure la Disney si è finalmente svegliata e riesce anche a confezionare dei cartoni un po’ diversi dal suo solito e che parlano un linguaggio più moderno?

In ogni caso, per quanto mi riguarda saluto con favore e con gioia questa svolta che ha permesso alla Disney di realizzare Big Hero 6, decisamente un bel film (vagamente ispirato all’omonima serie della Marvel) per bambini – diciamo ragazzini – e per adulti che non vogliono crescere.

Intanto l’ambientazione. Siamo a San Fransokio che, come dice il nome, è una specie di ibrido nato dalla fusione di San Francisco (di cui riconosciamo le case in collina e i grandi ponti sul mare) e Tokio (che invece prevale nei nomi, nelle scritte e in alcuni stili di vita nonché nell’approccio culturale e in alcuni tratti somatici dei protagonisti). Bella e divertente.

Il protagonista è Hiro Hamada, un ragazzino di quattordici anni che è un piccolo genio del computer e della robotica. Ha già conseguito il diploma e si guadagna da vivere partecipando agli incontri tra robot (Bot-fights), nei quali ha facilmente la meglio con il robot da lui progettato.

Suo fratello Tadashi frequenta l’università dei nerd, un posto dove lui e i suoi amici (un ragazzo nero con i capelli rasta, un fricchettone figlio di papà, una ragazza tostissima con i capelli viola e un’altra ragazza con gli occhialoni rossi) progettano il futuro, mettendo a frutto le loro capacità e la loro passione in un’applicazione e un utilizzo della tecnologia che sia di supporto al progresso dell’umanità. Il fratello di Hiro in particolare sta lavorando a Baymax, un robot in lattice (una specie di omino Michelin che quando è inattivo sta chiuso dentro una valigetta) che dovrebbe svolgere il ruolo di operatore sanitario per aiutare le persone in difficoltà.

Tutto sembra andare a rotoli quando l’Università va a fuoco e Tadashi muore per salvare il suo professore. Dopo qualche tempo Hiro scopre che i micro-bot da lui progettati per essere ammesso all'università sono stati rubati da un malvagio con la maschera che li vuole utilizzare per uccidere.

A questo punto Hiro decide di riprogrammare Baymax per farne un robot da attacco e coinvolge gli amici nerd utilizzando la tecnologia per potenziarne le capacità e le invenzioni e costituire una squadra di improbabili supereroi, Big Hero 6 appunto.

Hiro capirà a poco a poco che l’insegnamento che il fratello gli ha lasciato e l’eredità che lui deve sviluppare consiste nel fatto che la tecnologia deve essere utilizzata per il bene dell’umanità, per farla evolvere e progredire, non per la sua distruzione o per il conflitto.

Che dire? Un bel film edificante, pieno di invenzioni che piaceranno moltissimo ai nerd (o agli aspiranti tali), un protagonista non umano tenerissimo che non si può non amare, dei protagonisti umani intelligenti e al contempo fragili e un po’ sciroccati come è giusto che sia, per un mix che non può lasciare indifferenti.

Tra tutte le fesserie che il Natale cinematografico propina, mi sento di consigliarvi di non perdere questa pellicola.A me e ai miei nipoti è piaciuto moltissimo :-)

Voto: 3,5/5

domenica 3 gennaio 2010

La principessa e il ranocchio

Innanzitutto, questa volta è essenziale che io descriva il contesto.

Ore 16,30: multisala annessa a un grande centro commerciale della provincia barese.
Insomma, tipica situazione da non-luogo nel mio ultimo giorno di vacanze natalizie.

Ma per me è un inedito assoluto e molto divertente. Sono con i miei tre nipoti, mia sorella e mia cognata. Mentre mio fratello e mio cognato fanno un giro al centro commerciale, noi andiamo tutti insieme a vedere uno dei tanti cartoni di Natale, La principessa e il ranocchio, o come dice mio nipote di 5 anni, La principessa e il narocchio, o ancora, come dice mio cognato, La principessa è una racchia.

Senza successo, a causa della rottura del proiettore, avevamo cercato di vedere il medesimo film qualche giorno fa nel cinemino di paese. Ci abbiamo riprovato alla multisala, essendo subito sparito dai piccoli cinema di provincia.

Ed il film non ci ha deluso nel suo essere così classico e tradizionale. Non le meraviglie del 3D, non l'ironia adulta dei cartoni Pixar, non la trama a doppio livello di lettura tipica dei film di animazione degli ultimi anni, bensì un tipicissimo film Diseny, bidimensionale, colorato, inframmezzato da intermezzi di musica e mirabolanti coreografie, con un "cattivo" classico e un vero trionfo dei buoni sentimenti.

Liberamente ispirato alla fiaba Il principe ranocchio, che tutti conosciamo, la reinterpreta per darle un contesto jazz, un'ambientazione che abbia echi di contemporaneità (New Orleans e il Mississipi), azione e personaggi minori divertenti e caratterizzati.

E alla fine, quando Ray si ricongiunge alla sua Evangeline una lacrimuccia scappa pure (o solo?) a noi adulti, subito superata dal lieto fine.

Niente a che vedere, dunque, col fascino di Miyazaki (vedi la recensione a Ponyo sulla scogliera e a Il mio vicino Totoro), né con l'intelligenza di certi prodotti Pixar (qui la mia recensione all'ultimo Up), piuttosto echi di La bella e la bestia, Il re leone e altri classici Disney.

Non so se questo film avrà la stessa fortuna di quelli - forse no - ma certo ogni tanto fa piacere sapere che ancora si fanno i bei vecchi cartoni di una volta, poco o per niente post-moderni, che mantengono ancora intatto il loro fascino.
E vederli con tutta la famiglia in un indolente pomeriggio natalizio, come direbbe una nota pubblicità, non ha prezzo!

Voto: 3/5

domenica 22 novembre 2009

Up

Sarà che in questo periodo ho la lacrima facile e il cuore un po' troppo intenerito dalla necessità di compensare la rabbia, la tristezza e la fatica di ogni giorno, ma questo film della Disney Pixar mi ha commosso... O forse la sua morale semplice e per certi versi banale mi ha allargato il cuore.

Soprattutto ho trovato deliziosa e toccante la prima silenziosa mezz'ora, il racconto della storia di Carl ed Elie, dal loro incontro di bambini affascinati dall'esplorazione del mondo, al loro matrimonio tenero e felice, per quanto segnato da rinunce e sofferenze, alla vecchiaia vissuta continuando a portare i propri sogni nel cuore e cercandoli nella vita di tutti i giorni per farne una meravigliosa avventura.

L'incontro di Carl (rimasto solo dopo la morte di Elie) con il piccolo Russell, il viaggio nella casa trascinata da migliaia di palloncini, l'avventura alle Cascate Paradiso (durante la quale si perdonano al film alcuni elementi un po' eccessivi e ripetitivi) sono un meraviglioso viaggio interiore, quello che ognuno di noi, quando rischia di inaridirsi nella propria capacità di aprirsi ai sentimenti, deve fare per riscoprire quanto può essere sorprendente la vita: basta darsi un'altra possibilità!

E mi ha ricordato un po' Miyazaki la sensibilità verso i temi della vecchiaia, del ricordo, del rapporto tra bambini e anziani, della minaccia umana alla natura.

Il film piace ai bambini per gli effetti visivi tridimensionali, per gli animali che lo popolano, per i palloncini colorati, per la comicità di alcune scene, ma piace anche agli adulti perché, come sempre più spesso accade con i film di animazione, riesce a parlare con intelligenza e semplicità di cose complesse cui film ben più strutturati e pretenziosi non sono in grado di aspirare.

Davvero un piccolo capolavoro il corto Pixar che precede il film, dal titolo Parzialmente nuvoloso, storia dell'amicizia tra una cicogna e una nuvola, apparentementi due perdenti rispetto al mondo che li circonda, in realtà graziati dallo straordinario dono di un affetto reciproco capace di farli sentire ricchi e fortunati. Dovete assolutamente vederlo! Ed eccolo qui (ma come vedete è stato rimosso per motivi di copyright, ora - gennaio 2010 - sono disponibili solo estratti da 30 sec).

Insomma, lasciamoci trasportare tra le nuvole dai palloncini di Carl Fredricksen, sperando di incontrare quella povera nuvoletta grigia cui a volte mi sento tanto tanto simile... E magari un giorno - chissà - arriverà anche una cicogna disposta a volerci bene, nonostante tutto!

Voto: 4/5

P.S. Mi dicono che più che alla nuvoletta grigia assomiglio alla piccola cicogna che non si tira indietro a costo di indossare un'armaturina... ;-) Che bello!