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venerdì 1 febbraio 2019

Il maestro e Margherita. Teatro Eliseo, 27 gennaio 2019

Devo confessarlo prima: non ho ancora letto il capolavoro di Bulgakov. È lì che mi guarda dallo scaffale da parecchio tempo e ho anche provato un paio di volte a iniziarlo ma non era mai il momento giusto. Del resto, così mi era capitato per Memorie di Adriano: lo avevo abbandonato varie volte e poi quando è arrivato il suo momento l'ho amato alla follia.

La mia manovra di avvicinamento a Il maestro e Margherita passa anche attraverso la scelta di andare a vedere lo spettacolo teatrale in scena al Teatro Eliseo, la cui regia è di Andrea Baracco, mentre l'impegnativo ed egregio lavoro di riscrittura del testo è di Letizia Russo.

Il palcoscenico si presenta come uno stanzone chiuso sui tre lati da muri di ardesia (l'effetto è simile a quella usata nell'allestimento di Copenhagen al Teatro Argentina), ricoperti di disegni (alcuni sembrano quasi dei graffiti di tipo preistorico) e scritte, in parte poi aggiunte nel corso dello spettacolo. Lungo le pareti numerose porte che si aprono e si chiudono alla bisogna, talvolta con un ritmo serrato e con una sincronia perfetta.

Il prologo vede sulla scena il maestro (Francesco Bonomo, che interpreta anche Ponzio Pilato) che - ormai alla disperazione - decide di bruciare il suo romanzo su Ponzio Pilato in quanto avversato e censurato dall'establishment russo, mentre Margherita (Federica Rosellini) cerca di salvare lui e il suo libro.

Da qui prendono l'avvio le storie parallele raccontate da Bulgakov, quella direttamente proveniente dal manoscritto del maestro, ambientata a Gerusalemme ai tempi del processo a Yeshua (Gesù) che vede Ponzio Pilato sempre più turbato per il fatto di non aver preso posizione contro la condanna a morte del predicatore, e quella ambientata a Mosca negli anni Trenta e che riguarda la storia del maestro e i tentativi di Margherita di ricongiungersi a lui.

Il trait d'union di queste due storie è la figura di Woland (un Michele Riondino luciferino e claudicante, sicuramente ispirato - com'è stato notato - al joker di Heath Ledger), in realtà Satana fatto persona, che ha assistito al processo a Yeshua e ora interviene, insieme ai suoi buffi e un po' inquietanti aiutanti, a sparigliare le carte della ingessata società moscovita offrendo infine a Margherita l'occasione di ricongiungersi al suo amato.

Il romanzo di Bulgakov nella reinterpretazione di Andrea Baracco e Letizia Russo si caratterizza per la sua potenza visionaria ed evocativa sia dal punto di vista del testo sia dal punto di vista visuale: si pensi all'ingresso in scena di Ponzio Pilato, a Ivan che nuota in un mare evocato da una corda tesa in mezzo al palcoscenico, a Margherita il cui volo è suggerito da un'altalena, alla passerella dei cattivi del mondo provenienti dall'Inferno durante la festa di Woland. Senza perdere la sua allure classica e la sua grandiosità, il romanzo diventa un'opera moderna, in cui questi due livelli si mescolano anche sul piano musicale, dove fanno capolino anche famosi brani rock come Sympathy for the devil dei Rolling Stones.

Se dalla prima parte lo spettatore a digiuno del romanzo come me esce un po' disorientato - anche per la complessità dell'intreccio narrativo - man mano è impossibile non farsi conquistare dalla bravura degli attori, dalle invenzioni registische, dalla sapienza nell'uso delle luci, dal tempismo perfetto delle azioni in scena. Così come man mano cresce - come nella canzone dei Rolling Stones - una simpatia per il diavolo, incarnazione di una profonda riflessione filosofica da parte di Bulgakov, quella sul rapporto tra l'uomo e il divino, ovvero tra l'uomo e la sua coscienza. In fondo il romanzo di Bulgakov è un grande omaggio alla libertà dell'uomo e alla sua capacità di autodeterminazione, radice di ogni grandezza e di ogni miseria.

E se all'inizio si teme di non reggere a uno spettacolo di 2 ore e 40 minuti, all'uscita si è carichi di un'energia luciferina e della certezza di aver assistito a un grande spettacolo teatrale.

Voto: 4/5

mercoledì 21 febbraio 2018

Vincent Van Gogh. L'odore assordante del bianco. Teatro Eliseo, 15 febbraio 2018

La stanza di un ospedale psichiatrico. Le pareti un po' sbilenche, quasi come nelle prospettive delle stanze dipinte da Van Gogh. Sui muri si intravede in rilievo la riproduzione di un quadro dell'artista olandese, Campo di grano con volo di corvi. Ma non ci sono colori, tutto è bianco, un bianco che - con un'efficace sinestesia - l'autore di questo testo, Stefano Massini, connota con un odore assordante.

Dentro questa stanza un Van Gogh che oscilla tra il lucido e l'allucinato, incapace di distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è e di ritrovare i propri punti di riferimento. Parla con suo fratello Théo, ma gli infermieri e lo psichiatra della clinica lo mettono di fronte al fatto che Théo è solo nella sua mente.

Deprivato dei suoi colori, la follia del pittore sembra non trovare vie d'uscita e si scontra con gli antiquati metodi di cura dell'ospedale in cui si trova e con l'egocentrismo dello psichiatra. Sarà il direttore del Centro, che crede nei nuovi metodi della psicanalisi, a ristabilire una comunicazione con Vincent, a dargli la possibilità di esprimersi e di ridare colore e calore al mondo circostante attraverso le parole.

Alessandro Preziosi - che vedo per la prima volta a teatro - è davvero un Van Gogh straordinario nella mimica e nella recitazione: allucinato e misurato al tempo stesso, capace di rendere perfettamente l'idea di un uomo in preda ai deliri del suo inconscio tormentato, accecato dal bianco che lo circonda.

Molto bella la scenografia, suggestive le luci, ottima la regia di Alessandro Maggi.

Devo dire invece che in questo caso la cosa che ho trovato più "debole" è il testo di Stefano Massini, soprattutto nella prima parte, quella del dialogo con il fratello fino all'arrivo degli infermieri. Il testo diventa poi persino un po' grottesco nell'incontro con lo psichiatra narcisista.

È solo nell'incontro e nel dialogo con il direttore dell'Istituto che il dramma prende quota e sale di livello emotivo, in un crescendo che accompagna lo spettatore fino allo scioglimento finale della tensione sulle note - nientepopodimenoche - dei Depeche Mode.

Esperimento molto interessante, ma a mio modesto parere non pienamente riuscito.

Voto: 3,5/5

martedì 23 maggio 2017

Play Strindberg / di Friedrich Dürrenmatt. Teatro Eliseo, 18 maggio 2017

Come è tipico della mia "superficialità" intellettuale, vado a vedere questo spettacolo a teatro solo perché c'è Maria Paiato (del resto ormai vado a vedere qualunque cosa in cui lei reciti); per il resto non solo non so nulla, ma quando leggo qualcosa sullo spettacolo non c'è niente che risuoni con il mio bagaglio conoscitivo.

Non conosco il testo originale di August Strindberg, Danza macabra, né conosco l'adattamento di Friedrich Dürrenmatt ad esso ispirato e intitolato appunto Play Strindberg.

Quando arrivo a teatro mi trovo di fronte a una scenografia che rappresenta una stanza arredata che però è sistemata all'interno di un ring con tanto di corde e di gong.

La rappresentazione è infatti articolata in undici riprese segnate dal suono del gong e da un breve momento di riposo e di riflessione all'interno di quello che è un vero e proprio combattimento senza esclusione di colpi.

I protagonisti sono Alice (una Maria Paiato sempre strepitosa soprattutto nei ruoli fortemente cinico-ironici come questo), Edgar (Franco Castellani, che interpreta il capitano nonché marito di Alice) e Kurt (Maurizio Donadoni, cugino e amante di Alice).

Il tema è una riflessione fortemente sarcastica e amara sull'istituto del matrimonio, legame nel quale - secondo gli autori - sono inevitabili frustrazioni e recriminazioni reciproche, qui espresse in modo spietato al punto da suscitare spesso un amaro sorriso.

Alice ed Edgar trascorrono la vita ad accusarsi reciprocamente della propria infelicità e a rinfacciarsi la propria pochezza, i propri difetti e alfine la propria inutilità. L'ingresso sul ring di Kurt sembra inizialmente apportare un tocco di umana compassione a questa dinamica perversa e senza esclusione di colpi, finché lo stesso Kurt, risucchiato nella tenzone tra Alice ed Edgar, rivela il suo vero volto di lestofante e manipolatore.

Nel rileggere Strindberg Dürrenmatt porta all'attenzione del pubblico quanto la vita familiare - nella totale innaturalità che la caratterizza - possa scatenare i sentimenti più beceri e gli istinti più bassi dell'individuo, producendo sul palco un effetto tra il comico e il drammatico.

Bella la prova degli attori.

Peccato per un teatro Eliseo semivuoto e con un pubblico mediamente piuttosto molesto che non ha contribuito a un'immersione piena nello spettacolo.

Voto: 3,5/5

lunedì 13 marzo 2017

L'ora di ricevimento (banlieu) / di Stefano Massini. Teatro Eliseo, 9 marzo 2017

Un testo di Stefano Massini (di cui avevo già visto a teatro 7 minuti) e l'interpretazione di Fabrizio Bentivoglio mi sono sembrati due motivi più che sufficienti per andare all'Eliseo a vedere L'ora di ricevimento (banlieu).

Siamo in una imprecisata banlieu francese, nella stanza ricevimenti di una scuola. La storia si svolge nel corso di un intero anno scolastico, scandito dal trascorrere delle stagioni testimoniate dall'albero visibile dietro la finestra, e vede protagonista un insegnante di francese, il professor Philippe Ardeche (interpretato appunto da Fabrizio Bentivoglio) nei suoi rapporti con allievi e genitori delle più diverse provenienze etniche, culturali e religiose.

Dopo il bel monologo di apertura in cui Philippe ci racconta la sua classe e ci spiega il perché di soprannomi che si ripetono anno dopo anno, assistiamo agli incontri - singoli o collettivi - con i genitori degli alunni che hanno per oggetto episodi specifici avvenuti in classe, la gita scolastica, i compiti assegnati, in un tentativo sempre più faticoso di far dialogare e mantenere in equilibrio mondi diversi.

I ragazzi sono assenti e vengono rievocati solo attraverso le parole del professore e quelle dei loro genitori, entrambi portatori di una propria visione del mondo e impegnati a comprendere - non sappiamo quanto efficacemente - questi ragazzi.

Il testo di Massini vede dunque alternarsi registri molto diversi che vanno dal drammatico al comico (come nella scena del supplente di matematica spernacchiato), e oscilla tra guizzi illuminanti e luoghi comuni (non necessariamente falsi), restando nel complesso piuttosto didascalico. Anche la scelta di questa ambientazione - pur interessante - appare in qualche misura un po' forzata, nel senso di non pienamente naturalistica per chi non è immerso in quel mondo, e rischia talvolta di trasformarsi in farsa, come nel caso della riunione in vista della gita scolastica.

La regia - come mi è già capitato di osservare con Michele Placido - risulta un po' piatta, e lascia la sensazione che la messa in scena non aggiunga granché al testo, se non per la recitazione sorniona e a tratti intensa di Bentivoglio.

In definitiva, uno spettacolo che non ha centrato pienamente le aspettative e mi ha lasciata con un po' di amaro in bocca.

Voto: 3/5

martedì 17 gennaio 2017

Qualcuno volò sul nido del cuculo /regia di Alessandro Gassmann. Teatro Eliseo, 14 gennaio 2017


Devo premettere – e so di suscitare le espressioni scandalizzate di molti – che non ho visto il film di Miloš Forman interpretato da Jack Nicholson. Il che è certamente una grossa mancanza, che non mi permette di fare un confronto con una trasposizione più fedele del testo del romanzo di Ken Kesey pubblicato nel 1962, ma forse allo stesso tempo rappresenta un vantaggio perché mi permette di approcciare l’adattamento teatrale scritto da Maurizio De Giovanni e diretto da Alessandro Gassmann senza preconcetti né immagini mentali già costituite.

Questa trasposizione sposta la storia del protagonista originale, Randle Patrick McMurphy, ambientata nell’ospedale psichiatrico di Salem in California, presso l’ospedale psichiatrico di Aversa nel 1982 e il nome del protagonista diventa Dario Denise (ottimamente interpretato da Daniele Russo), così come conseguentemente tutti gli altri protagonisti vengono riletti in questa ottica.

La storia è appunto quella di Dario, un piccolo delinquente che per sfuggire al carcere si finge pazzo e finisce appunto in un reparto dell’ospedale psichiatrico. Qui a poco a poco si rende conto della disumanità dell’ambiente che lo circonda, sottoposto alle rigide regole di suor Lucia (la capo infermiera interpretata da Elisabetta Valgoi) e incapace - anzi senza alcun desiderio - di comprendere realmente e di riportare alla vita le persone che qui dentro sono rinchiuse in parte volontariamente: il professore che non riesce a convivere con il suo essere gay, il ragazzo schiacciato dal ruolo della madre, il romagnolo ossessionato dal sesso, l’artista folle che disegna in aria, lo schizofrenico e Ramon, un omone sudamericano che è una presenza silenziosa sul palcoscenico, ma ai cui sogni è affidata la tristezza e l’aspirazione all’affrancamento che accomuna tutte queste persone.

In breve tempo, Dario – che è fumantino e giocatore d’azzardo e all’inizio vede nei suoi compagni una possibilità di fare soldi – si lega di amicizia vera a questa persone e inizia una personale battaglia contro la capo infermiera che lo porterà a rinunciare alla sua libertà e a mettere a rischio la sua stessa esistenza.

Il palco è allestito in modo efficace con una scenografia che si articola su due piani: quello della sala comune dell’ospedale psichiatrico con il gabbiotto del personale da una parte e il bagno dall’altra, e il secondo piano dove ci sono solo porte chiuse con ombre di persone che si agitano e si lamentano. Solo in un momento dello spettacolo i nostri protagonisti usciranno all’aperto sul tetto dell’ospedale trovandosi davanti al panorama del golfo di Napoli.

Alessandro Gassmann, che è sempre più spostato sulla regia teatrale ma è certamente uomo di cinema e di televisione, anche in questo caso – come già avevo visto in 7 minuti – utilizza il telo trasparente calato davanti alla scena su cui, quando la scena è buia vengono proiettate immagini che sono sogni o distorsioni della realtà.

Il risultato è uno spettacolo molto coinvolgente in cui si ride e in alcuni momenti si piange, e ci si arrabbia e si fa il tifo esattamente come i nostri protagonisti davanti alla finale dei mondiali di calcio in cui l’Italia sconfigge la Germania.

Durante le oltre 2 ore e mezza di spettacolo non c’è un momento di stanchezza e il ritmo si mantiene alto e serrato. Cosicché quando il telo si solleva finalmente per portarci a contatto diretto con gli attori il pubblico  dell’Eliseo (non numerosissimo) dimostra di aver apprezzato molto e io pure batto le mani convintamente.

A luci spente poi mi rendo conto di aver assistito a uno spettacolo certamente intelligente e coraggioso, che porta l’attenzione su un tema ancora attuale, ossia la condizione di difficoltà pratica e psicologica dei malati di mente e la difficoltà sociale di affrontare queste situazioni, ma all’interno di un testo che mostra i suoi anni, in particolare nel manicheismo con cui i buoni, su tutti Dario, si contrappongono ai cattivi, la capo infermiera, senza che nessuna sfumatura intervenga a stimolare una lettura più complessa e a comprendere il groviglio psicologico che si crea in questo tipo di contesti.

Ma, del resto, capisco che questo è un testo di denuncia e mantiene questa caratteristica anche nella trasposizione di De Giovanni e Gassmann e, in un’opera di denuncia, il messaggio deve essere forte e chiaro e non c’è spazio per sfumature che producano scappatoie.

Dunque, un plauso a regista e adattatore che hanno avuto il coraggio di confrontarsi con un testo cult senza timori reverenziali e conferendo alla rappresentazione una identità al contempo rispettosa dell’originale ma anche assolutamente personale.

Voto: 3/5

lunedì 4 febbraio 2013

Aquiloni / Paolo Poli

Dopo la positiva sorpresa di due anni fa, quando avevo assistito affascinata allo spettacolo Il mare, ho accettato di buon grado di tornare al Teatro Eliseo a vedere Paolo Poli.

Questa volta l'attore - quasi ottantaquattrenne - si è cimentato nientepopodimenoche con le poesie e le atmosfere di Giovanni Pascoli. Ci vuole tutto il coraggio un po' retrò di Paolo Poli - del quale bisogna certamente rendergli merito - per pensare di portare a teatro nel 2013 i testi di Pascoli senza far addormentare la platea.

La scommessa si può dire almeno parzialmente vinta.

Poli e i suoi boys (i sempre bravissimi Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini e Giovanni Siniscalco) ci portano nel mondo bucolico e un po' triste del poeta, facendoci fare un vero e proprio tuffo nel passato. Per me che a scuola Pascoli l'avevo studiato poco e male è stato un incontro quasi del tutto inedito, visto che l'unica poesia che vagamente ricordavo, La cavalla storna, non è stata inserita nel repertorio!

Per fortuna l'alternanza degli impegnativi testi di Pascoli con siparietti fatti di canzoni e filastrocche animate da divertenti coreografie e lussureggianti costumi ha alleggerito il tono complessivo dello spettacolo e ha lasciato spazio al divertimento e alla risata, grazie anche alla straordinaria simpatia di Paolo Poli.

Certo, il format di Poli appare ormai un po' troppo ripetitivo e fin troppo standardizzato. Nella sostanza Aquiloni, spogliato dei testi, si presenta identico a Il mare. Identica la scelta del tipo di scenografia (tre pannelli con grandi disegni dai colori pastello), identica la struttura dello spettacolo (recitazione, balletti e canzoni), identiche le scelte attoriali . Peraltro, l'età costringe Poli - e inevitabilmente i suoi boys - a cantare in playback, cosa che a teatro non produce certo un bell'effetto.

Paolo Poli conferma però le sue straordinarie qualità, anche nel modo in cui riesce a rimediare a un errore di recitazione o a una dimenticanza; dimostra di mantenere intatti humour e verve anche ad un'età in cui la maggior parte di noi si farebbe notare solo per cinismo e acidità. E questo permette di continuare ad apprezzare lui e i suoi spettacoli e di perdonare qualche elemento di delusione.

D'altra parte, a quale altro spettacolo teatrale si possono ancora vedere all'uscita le facce esterrefatte di spettatori spiazzati dallo stile di Poli, dalla sua capacità di osare e di inventare? Ormai assuefatti a un linguaggio teatrale un po' monocorde perché imbastardito dalla contaminazione televisiva, ovvero capace di sorprendere solo perseguendo la strada dell'eccesso fine a se stesso, Paolo Poli ci ricorda che la misura e l'ironia sono strumenti potenti in mano a chi è in grado di utilizzarli, cosa che il teatro sembra sempre meno capace di fare.

E anche solo per questo tanto di cappello.

A questo punto mi è venuta voglia di recuperare qualcuno dei suoi spettacoli da giovane. S. mi ha parlato di uno spettacolo tratto da Esercizi di stile di Raymond Queneau. Ma non lo trovo né su YouTube né in DVD. Qualcuno mi sa dire dove recuperarlo?

Voto: 3/5

venerdì 30 marzo 2012

Colazione da Tiffany / adattamento teatrale di Samuel Adamson

Vi ricordate il famoso film del 1961 con Audrey Hepburn e George Peppard? Ebbene, prima di andare a vedere Colazione da Tiffany nell’adattamento teatrale di Samuel Adamson (lo stesso dell’adattamento teatrale della sceneggiatura di Tutto su mia madre) cercate di dimenticarlo.
Avete presente l’elegante leggerezza con cui Audrey Hepburn interpreta la protagonista Holly? Mettete da parte anche quella.

Io per fortuna non ricordavo quasi nulla del film. Avevo solo la vaga percezione dell’atmosfera propria delle commedie hollywodiane che sanno essere anche malinconiche senza però quasi mai scontentare le aspettative dello spettatore.

Il regista Piero Maccarinelli e l’intero cast, prima fra tutte Francesca Inaudi che interpreta Holly, tengono a sottolineare la distanza dal film, sottolineando invece la loro maggiore fedeltà alle intenzioni e allo spirito originario con cui Truman Capote scrisse questo breve romanzo.
La Inaudi nelle interviste relative a quest’opera dice esplicitamente di non essersi ispirata a Audrey Hepburn, bensì a Marylin Monroe, che pare fosse l’attrice che lo stesso Capote aveva in mente in vista della trasposizione cinematografica.

Fatta questa inevitabile premessa, la mia anima che ogni tanto si scopre filologica pretende a questo punto una lettura del romanzo e una visione del film, allo scopo di cogliere elementi di continuità e discontinuità tra questi diversi linguaggi e letture di cui i vari registi e interpreti hanno arricchito le diverse versioni.

Per l’intanto non posso che attenermi esclusivamente a quello che ho visto all'Eliseo (dove l'opera è in programmazione fino all'1 aprile).
Devo ammettere che ho trovato lo spettacolo eccessivamente lungo (oltre due ore); forse qualche sforbiciata in più e un approccio più sintetico e compatto avrebbero dato maggiore verve e spinta a una narrazione qualche volta faticosa.

Un plauso invece va fatto allo scenografo, Gianni Carluccio, che – lui sì – è riuscito a fare uno straordinario lavoro di sintesi di grande impatto visivo, nonché decisamente funzionale. Una strada in primo piano, su cui ogni tanto si affaccia il bancone del bar di Joe Bell. Un appartamento al piano terra (quello di Holly), uno al primo piano (quello di William Parsons), che si affacciano entrambi su una scala e un balcone a ringhiera che mette questi due appartamenti in comunicazione con quelli di due vicini, il soprano e il fotografo giapponese. Sullo sfondo lo skyline in bianco e nero di New York, tutto molto suggestivo.

La storia è semplice e molto articolata al contempo. Holly, il cui vero nome è Lula Mae, fa la prostituta d’alto bordo a New York; svampita, disinibita e sempre pronta a utilizzare tutte le armi della sua femminilità, si accompagna a uomini privi di carattere ma decisamente pieni di soldi. Quando nell’appartamento al primo piano si trasferisce a vivere il giovanissimo aspirante scrittore William Parsons (interpretato da Lorenzo Lavia), tra Holly e William si crea un rapporto e un legame del tutto particolare, che è difficile definire amore in senso stretto (anche per via dell’omosessualità latente di William) ma che certo è un reciproco riconoscimento, una connessione profonda e originale.

Intorno a Holly e William ruota un cast ricco che si compone di tutti i personaggi che a poco a poco svelano non solo la vita presente di Holly ma anche il suo misterioso passato, quello di cui lei non parla mai.

Qualcuno rileva che i personaggi sono tutti un po’ macchiettistici, e certamente per alcuni comprimari non lo si può negare (si veda il fotografo giapponese, oppure il milionario obeso, Rusty, con cui Holly si accompagna, o ancora il marito più anziano che a un certo punto ricompare nella sua vita).

Non mi sentirei invece di dire la stessa cosa delle interpretazioni relative ai personaggi di Holly e di William. È vero, entrambi sono parecchio sopra le righe, ma – oltre all’effetto teatro – trovo che questa scelta di recitazione sia assolutamente in linea con i caratteri dei loro personaggi.
Holly è il prototipo della “bionda” per scelta, ossia che è consapevole di utilizzare tutte le armi che la femminilità le mette a disposizione per esercitare un ascendente su tutti gli uomini che la circondano. Per questo, recita a vantaggio del mondo che la circonda la parte della donna superficiale, leggera, priva di pensieri, poco impegnativa e molto scenografica. La pesantezza e le ferite che si porta dentro (le paturnie come le chiama lei) cerca di sconfiggerle sempre con una risata, che però spesso non può che risultare amara, le affronta spesso fuggendo perché incapace in fondo di guardarle in faccia.

Francesca Inaudi riesce perfettamente nell’intento di comunicarci un personaggio che non può essere sinceramente simpatico, perché non è spontaneamente leggero e fresco. La messa in scena sembra infatti voler tirare fuori proprio il groviglio interiore di questa donna, ciò che da sempre cerca di far dimenticare pure a se stessa, e lo fa nel rispecchiamento con un personaggio imbranato e ingenuo come appare William.

Quest’ultimo – dal canto suo – è altrettanto artefatto, quasi finto nella sua modalità un po’ univoca di rapportarsi al mondo circostante, perché è a sua volta un personaggio la cui interiorità e identità è fortemente compressa o ancora troppo immatura per poter emergere in maniera pulita e realistica. William ama Holly perché la capisce profondamente e si sente capito, ne coglie in qualche modo il lato oscuro senza palesarlo.
E quest’incontro farà uscire anche lui dal bozzolo dell’incertezza e dell’ambiguità fino a portarlo sulla sua autentica strada di scrittore e di uomo.

Holly e William mi hanno ricordato caratteri che conosco; mentre guardavo lo spettacolo anche la leggerezza e la brillantezza di certi passaggi della sceneggiatura non mi hanno mai fatto dimenticare quel senso di irrisolto che personaggi come questi portano con sé.

Forse Samuel Adamson con il suo adattamento e Piero Maccarinelli con la sua regia avrebbero dovuto portare alle estreme conseguenze queste premesse, cioè evitare di strizzare l’occhio alla commedia brillante e divertente calcando la mano su certi personaggi e passaggi e invece sviluppare compiutamente la vena profondamente triste e drammatica che c’è in questa storia.

Mi riservo un giudizio più compiuto dopo aver letto il romanzo, ma forse se distanza doveva essere da Hollywood e dal cinema, allora doveva essere una distanza perseguita con ancora maggiore coraggio.

Un’ultima annotazione: Francesca Inaudi si conferma attrice eclettica e capace di esplorare personaggi e linguaggi differenti con ottimi risultati. Senza di lei i difetti di quest’opera teatrale sarebbero diventati probabilmente molto meno tollerabili.

Voto: 3,5/5