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lunedì 31 ottobre 2022

Festa del cinema di Roma, 13-23 ottobre 2022 (Prima parte)

La festa del cinema di Roma è ormai un appuntamento fisso del mio ottobre romano. Quest'anno avevo grandi aspettative legate al cambio di direzione e mi ero tenuta libera per l'intera durata della festa. Poi all'uscita del programma devo dire che sono rimasta un pochino delusa. Ho dunque preso meno biglietti del solito e ho scelto di vedere quasi tutti i film nella cornice dell'Auditorium che almeno ha il fascino del red carpet.

Alla fine ho collezionato il misero bottino di sei film, e per fortuna almeno un film davvero bello l'ho visto.

Qui la seconda parte delle recensioni.  

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The lost king

L'ultimo film di Stephen Frears è ispirato alla incredibile storia vera di Philippa Langley (qui interpretata da Sally Hawkins), una donna inglese che, in un momento delicato della sua vita (si sta separando dal marito, non ha ottenuto una promozione promessa, ha una malattia parzialmente invalidante), si appassiona alla storia di Riccardo III, il re inglese accusato di essere un usurpatore e di aver ucciso i suoi nipoti.

Philippa sente un legame con questo re vissuto molti secoli prima e vede nella possibilità di riscattare la sua memoria la possibilità di riscattare sé stessa. Da storica dilettante ma appassionata, la donna raccoglie dati e convince il Comune di Leicester e l'Università a investire dei soldi sul suo progetto, salvo poi scontrarsi col fatto che l'università è ormai gestita come un'azienda e che è pronta a tirarsi indietro o a salire sul carro dei vincitori - anzi a intestarsi il merito - nel momento in cui la strada si rivela giusta.

L'ossessione di Philippa sarà certamente premiata sebbene la donna dovrà "accontentarsi" di un riconoscimento più sostanziale che formale.

Non conoscendo questa bizzarra storia e visti i suoi tratti davvero incredibili in senso letterale, sono andata avanti per tutto il film a chiedermi se fosse realmente vera o se Stephen Frears ci stesse facendo uno scherzetto, salvo poi realizzare al termine del film - quando il regista offre alcune informazioni su cosa è successo dopo - che la storia di Philippa è reale e in un certo senso Frears ha a sua volta riscattato questa donna dall'oscurità a cui le istituzioni avrebbero voluto relegarla.

Un racconto tenero, buffo, a tratti fantastico e surreale (come quando Philippa parla con il re in persona che vede solo lei), ma che fa riflettere sulla nostra società, sui mali del presente, ma anche su quelli che hanno radici antiche e ancora ci portiamo dietro.

Voto: 3,5/5



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Infinito. L'universo di Luigi Ghirri

Il secondo film che scelgo quest'anno - e anche l'unico documentario che vedo - è quello che Matteo Parisini (presente in sala insieme alla sorella e alle figlie di Luigi Ghirri) ha dedicato al grande fotografo emiliano, sua passione fin dall'adolescenza (come lui stesso ci dice). Considero la visione del film una specie di preparazione per la visita alla mostra dedicata al fotografo attualmente in corso a Modena, e che è una delle tante iniziative a lui dedicate in occasione di due importanti anniversari (30 anni dalla scomparsa quest'anno, e 70 anni dalla nascita il prossimo anno).

Il documentario racconta Ghirri come persona innanzitutto, attraverso i ritratti e le parole dei familiari, degli amici e dei colleghi, ma ovviamente anche come fotografo innovativo che ha profondamente trasformato il modo di guardare e di fotografare, e lo ha fatto senza viaggiare per il mondo, bensì muovendosi prevalentemente nella sua regione.

Da un punto di vista cinematografico sono due gli aspetti secondo me più interessanti (e in parte originali) di questo documentario rispetto ad altri già realizzati sul fotografo: la scelta di raccontare la sua storia e il suo essere fotografo attraverso le parole dei suoi libri e delle sue lezioni (recitate da un altro appassionato di Ghirri che è Stefano Accorsi) e la sonorizzazione delle fotografie che - pur essendo immagini fisse - vengono accompagnate da una ricostruzione dei suoni del contesto, suoni che tra l'altro si armonizzano con una colonna sonora complessiva del film che suggerisce un tono fiabesco come molte delle fotografie del maestro.

Per chi conosce già Ghirri forse il film non aggiunge molto di nuovo; per chi non lo conosce probabilmente non spiega abbastanza, però dal mio punto di vista per i primi si tratta comunque di una visione non solo gradevole ma a tratti anche commovente, per i secondi è certamente l'occasione di farsi venire delle curiosità da approfondire in un secondo momento.

Voto: 3,5/5



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Hourìa

Dopo il film Non conosci Papicha, la regista franco-algerina Mounia Meddour continua il suo percorso nel lungometraggio di fiction, affiancata anche questa volta da Lyna Khoudri, già meravigliosa protagonista del primo film e ora nei panni qui di Hourìa, una ragazza algerina che fa danza classica e sogna di fare il salto al professionismo. Hourìa non ha il padre (scopriremo più avanti perché), mentre la madre insegna danza e non ha un'automobile: per questo la ragazza la sera va ai combattimenti tra montoni per scommettere e raccogliere i soldi per comprarla. Dopo una vincita importante viene inseguita da un giovane delinquente che si sente truffato, e cade per le scale, rompendosi una caviglia. Si sveglierà dall'intervento avendo perso anche la parola per effetto dello shock. Da qui in poi la strada di Hourìa è tutta in salita: una storia di resilienza e di tenacia in un contesto profondamente difficile come quello algerino.

Ciò che mi colpisce dei film della Meddour è il coraggio che dimostrano nel gettare luce su un paese che non sta alla ribalta delle cronache, di cui sappiamo poco o niente, dove non sembra esserci una tensione sociale forte come in altri paesi nordafricani o del medio oriente, ma che in realtà la regista ci racconta nella sua realtà difficile, un luogo che si porta dietro l'eredità del terrorismo anni Novanta, dove la corruzione è fortissima, l'integralismo islamico è presente in maniera significativa, i sogni delle giovani generazioni sono difficili da realizzare, ma anche una vita quotidiana serena non è affatto scontata.

Da un punto di vista cinematografico avevo trovato il film precedente più riuscito e di maggiore impatto emotivo, però magari è soprattutto un'impressione personale dovuta al fatto che alla seconda esperienza ero più preparata.

Voto: 3/5



mercoledì 26 ottobre 2016

Florence Foster Jenkins

Florence Foster Jenkins è sicuramente tra i film più gettonati della Festa del cinema di quest'anno, anche grazie ai blasonati protagonisti, Meryl Streep (presente anche alla kermesse romana) e Hugh Grant, e all'altrettanto famoso regista Stephen Frears. Per quanto mi riguarda, si tratta praticamente di uno dei pochissimi film con grandi nomi che vedo, perché - mi dico - questi film li potrò sempre recuperare al cinema, mentre gli altri certamente non ci arriveranno mai.

Comunque per vedere il film sono alla Mazda Hall (la tensostruttura che viene allestita appositamente per la festa) insieme a G. e C., che hanno scelto questo come loro film del festival. G. mi dice di aver anche guardato online alcuni video della vera Florence Foster Jenkins, mentre io arrivo in sala che nemmeno so che il film è ispirato a una storia vera.

Questo però rende per me il tutto molto più divertente e accattivante. Siamo a New York nel 1944, la guerra non è ancora finita. Florence Foster Jenkins (Meryl Streep) è un'amante della musica, animatrice del Caffè Verdi da lei fondato, nonché mecenate di molti artisti e musicisti dell'epoca, tra cui Arturo Toscanini.

La donna è affiancata in tutto dal suo secondo marito (Hugh Grant), dopo che il primo le aveva lasciato in eredità solo la sifilide.

Fin qui tutto piuttosto interessante, ma normale. Florence Foster Jenkins è però una donna veramente singolare e il regista ce la fa scoprire poco a poco.

Prima di tutto scopriamo che suo marito (un aspirante attore che però a un certo punto ha abbandonato la carriera fors'anche perché non possedeva sufficiente talento), pur stando accanto a Florence con grande amorevolezza in ogni sua necessità, ha anche un'altra compagna da cui torna la sera dopo che Florence è andata a dormire.

In secondo luogo, ben presto scopriamo che Florence non solo ama sostenere la musica, ma anche esserne protagonista; per questo sceglie insieme al marito un pianista che la accompagni durante le sue lezioni di canto, Cosme McMoon (il personaggio più adorabile dell'intero film interpretato da Simon Helberg). Solo che quando cominciano le lezioni di canto risulta evidente a tutti che Florence non sa cantare, anzi è stonata come una campagna.

Il mondo intorno a lei però - in parte per il carisma della donna, in parte per il suo carattere suscettibile, in parte per i suoi soldi da cui dipende la vita di molti - si comporta come se Florence fosse una cantante dotata e le regge il gioco fino a quando la donna decide di incidere un disco e di cantare alla Carnegie Hall.

Quando le sue performance diventano di dominio pubblico accade l'inaspettato, ossia che la gente la adora per il suo coraggio e per il suo cuore, e Florence viene difesa fin sul letto di morte dalle critiche negative grazie anche all'attenzione amorevole del marito.

Il film di Frears è un film divertente e molto ben realizzato, che ci fa conoscere uno dei tanti personaggi minori della storia americana che però vale la pena di riscoprire.

Quella di Florence Foster Jenkins è una storia di devozione, passione e amore, che diverte e intenerisce al contempo, conquistando il pubblico dal primo all'ultimo minuto.

Le ricostruzione della New York degli anni Quaranta, in particolare gli sguardi dall'alto sulle strade newyorkesi con il loro via vai sono una delle cose più belle viste al cinema negli ultimi anni.

Del resto Frears è sempre Frears.


Voto: 3,5/5

sabato 5 febbraio 2011

Tamara Drewe: Tradimenti all'inglese

Nel mentre che faticosamente cerco casa da comprare a Roma (ma mi spiegate perché cercare casa è così difficile e stressante?) e che mi sforzo di mantenere integra la mia sanità mentale, provo anche ad avere una normale vita sociale e di svago...

E così ieri sera vado a vedere Tamara Drewe prima che esca dalle sale. In realtà, questo film l'ho "lisciato" volutamente moltissime volte. Era già uscito in Belgio quando ancora vivevo nella capitale d'Europa, ma l'avevo etichettato come una cavolata semplicemente guardandone il trailer. Tornata a Roma, eccolo - dopo un po' - anche nelle sale italiane. Un paio di persone mi propongono di andarlo a vedere, ma ogni volta preferisco altro.

Ieri, per una di quelle strane combinazioni di fattori della vita, mi convinco che tutto sommato questo film si può vedere. In fondo moltissimi critici gli danno votazioni alte, il trailer è divertente, Stephen Frears mi era piaciuto da matti con The Queen. Insomma, perché ostinarsi a non andarlo a vedere?

E il mestiere di Frears certamente si vede anche in questo strano film che - non ci crederete, se non l'avete già letto da qualche parte - è tratto dalla graphic novel omonima (addirittura ispirata a Via dalla pazza folla di Hardy) di Posy Simmonds (le cui foto la fanno proprio sembrare uno dei personaggi del film).

Effettivamente, c'è nella messa in scena qualcosa di stilizzato e sopra le righe (non foss'altro per una campagna inglese praticamente sempre soleggiata), che toglie realismo a storia e ambientazioni, ma che - devo dire - non infastidisce.

La storia è un po' da commedia dell'arte. Un piccolo paese del Dorset, una comunità piccolissima in cui tutti si conoscono, una fattoria - quella degli Hardiment (di proprietà del famoso scrittore NicholaSchiappa (come lo chiama Tamara) Hardiment (Roger Allam) - che offre ospitalità agli scrittori in cerca di pace e di ispirazione, Tamara Drewe (Gemma Arterton) che ritorna al paese natìo col naso rifatto e degli hot pants mozzafiato (dopo un'adolescenza trascorsa ad essere considerata intelligente ma decisamente bruttina), le adolescenti Casey e Jodi che, annoiate da un posto dove non succede nulla, innescano - più o meno volontariamente - una commedia degli equivoci letteraria e burlona al contempo.

Eccellente il quadro di un'umanità la cui ragione di vita è il racconto sulla vita degli altri, la rilettura personale degli eventi, il pettegolezzo maliziosamente divertente. Il film parla di scrittori e di scrittura, ma in fondo non fa altro che dimostrare come la narrazione sia parte integrante dell'esistenza e molte volte si sostituisca ad essa, colorando vite altrimenti piatte di sfumature gialle, rosa o nere, secondo il taglio con cui guardiamo gli eventi.

Lo humour è inglese, ma non troppo, visto che qualche risata sguaiata ce la suscita. Peccato che - come ormai sempre più spesso accade - il trailer ci sveli la tramatura umoristica, spuntando le armi alle battute più folgoranti.

Insomma, il classico film da cui si esce dicendo "carino, vero?", ma in fondo l'avremo in buona parte dimenticato appena girato l'angolo.


Voto: 3/5