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venerdì 10 novembre 2017

Fink. Quirinetta, 2 novembre 2017

Avevo già ascoltato e apprezzato Fink dal vivo qualche anno fa a Villa Ada. Non posso dunque perdere il ritorno dell'artista inglese (per essere precisa della Cornovaglia) sulle scene romane per presentare il suo ultimo lavoro, Resurgam.

Non tutto mi piace della musica che fa Fink, ma trovo alcuni pezzi di grande impatto e più in generale apprezzo la qualità umana e musicale di questo artista e della sua band.


Come sempre Fink si presenta sul palco con l'immancabile berretto, accompagnato dalle sue chitarre e dai suoi musicisti, un bassista e due polistrumentisti, tra cui il suo fido accompagnatore Tim Thornton. Quest'ultimo canta, suona la batteria e la chitarra, l'altro si muove agilmente tra le tastiere e la chitarra.

Lo stesso Fink che per gran parte si esibisce come chitarrista ci offre però anche qualche esibizione alle tastiere.

La band ci regala quasi due ore densissime di musica, senza mai risparmiarsi. Fink poi è uno schivo gentleman inglese, che tra una canzone e l'altra al massimo ci dice qualche grazie con un sorriso dolcissimo.

La cosa forse più interessante della serata, oltre a un repertorio che spazia attraverso le sonorità (e che come dice la mia amica F. ricorda a tratti importanti musicisti degli anni Novanta ma contiene all'interno anche componenti più antiche e nello stesso tempo modernissime), è il pubblico, composto di persone dalle età più varie, che vanno dai giovani fino a gente parecchio avanti negli anni. A testimonianza di una musica che evidentemente è davvero fuori dal tempo ed è in grado di parlare a persone diverse ed età diverse.

Bel concerto e bella serata.


Voto: 3,5/5

mercoledì 15 giugno 2016

Destroyer (+ Barbarisms). Unplugged in Monti, Quirinetta Session, 7 giugno 2016

Ed eccomi al primo appuntamento della nuova avventura nella quale i ragazzi di Unplugged in Monti si sono lanciati. Dopo gli storici concerti nella saletta del Black Market e le Church Sessions alla Chiesa Metodista, si inaugurano con questo concerto le Quirinetta Sessions, i live nello storico teatro a due passi dalla Fontana di Trevi che è ormai diventato un punto di riferimento per la musica dal vivo nella capitale.

In realtà, non è l’unica nuova avventura per Unplugged in Monti, visto che da pochissimo questi ragazzi hanno fondato una piccola etichetta, A modest proposal record, con cui far uscire i gruppi che amano e che vogliono fare scoprire.

E uno di questi gruppi, il cui ultimo album non a caso è la prima uscita della nuova etichetta, è proprio quello che cura l’opening questa sera, i Barbarisms.

Si tratta di un trio formato dal cantautore americano Nicholas Faraone, cantante e chitarrista, Tom Skantze alla chitarra elettrica e il batterista Robin Af Ekenstam, quest’ultimo con il braccio destro amputato sostituito da una protesi con cui maneggia la bacchetta.

I tre salgono sul palco verso le 22.15, dopo che io ho avuto il tempo sia di fare un giro del centro di Roma by night provando la mia nuova macchina fotografica, sia di fare un giro all’interno del Quirinetta per vedere la mostra dei poster realizzati in occasione dei concerti dell’anno, esposti in una saletta laterale.

I Barbarisms riscaldano subito l’atmosfera proponendoci canzoni tratte sia dal loro album appena uscito, Browser, che dal loro precedente che portava il loro nome e che aveva attirato l’attenzione dei critici musicali, suggerendo paragoni con gruppi storici come i Built to Spill.

Sul palco i Barbarisms sono molto affiatati, e il loro leader Nicholas Faraone non perde occasione per ribadire quant’è contento di essere qui questa sera, ribadendo il legame speciale che c’è tra il gruppo e l’Italia, e soprattutto Roma.

Ad un certo punto Faraone fa la sua dichiarazione di ammirazione per Destroyer e ci introduce una canzone dicendoci che in parte è ispirata a una di Destroyer, anche se probabilmente non riusciremo ad individuare quale; è il suo speciale e personale tributo all’artista che tra poco salirà sul palco.

Purtroppo il loro concerto finisce fin troppo presto (ma io mi sono portata a casa il loro ultimo CD); d’altra parte, tutti – compresi gli stessi componenti dei Barbarisms – aspettano l’arrivo sul palco della star di questa sera, Destroyer, il cantante canadese Dan Bejar che in passato ha collaborato con gruppi famosi e poi nel 1995 ha avviato questo progetto con cui ha pubblicato parecchi album fino all’ultimo di quest’anno Poison Season.

Destroyer arriva sul palco accompagnato dall’intera band: tastiere, sassofono, tromba, due chitarre, il basso e un sintetizzatore. È dunque un palco affollato quello di Destroyer e bellissimo da vedere.

Tra il pubblico in prima fila si sistema Nicholas Faraone e per un po’ anche Tom Skantze. Il primo balla e canta, anche insieme ad alcune ragazze del pubblico che gli si sono avvicinate, dimostrando di essere un vero fan.

Destroyer invece sul palco ha uno stile molto sobrio e silenzioso. È elegante con i suoi pantaloni a sigaretta e la camicia bianca, e tra una canzone e l’altra raramente si rivolge al pubblico, mentre di solito si abbassa a raccogliere un bicchiere o una bottiglia di birra che ha vicine all'asta del microfono.

Sapete che non sono un’esperta musicale perché alla musica ci sono arrivata tardi, ma la musica mi piace molto ed è questo fondamentalmente il mio metro di giudizio. Credo però che nel caso di Destroyer anche chi ha competenze musicali più ampie delle mie farebbe certamente fatica a dare una definizione del genere musicale di questo artista, le cui caratteristiche principali mi paiono essere poliedricità e raffinatezza. La varietà del suo repertorio consente a Destroyer di offrirci un concerto di grande soddisfazione, che non annoia mai ed è capace di trascinare anche il più restio degli spettatori.

Direi che come primo appuntamento i ragazzi di Unplugged in Monti possono essere certamente contenti del risultato. Per quanto mi riguarda, aspetto le loro prossime mosse.

Voto: 3,5/5

sabato 14 maggio 2016

Armaud + Any Other. Teatro Quirinetta, 8 maggio 2016

Dall'uscita del loro disco Silently. Quietly. Going away gli Any Other avevano suonato a Roma già due volte, ma tutte le volte per motivi vari me li ero persi. Così, quando ho visto che era previsto un loro nuovo concerto al Quirinetta, mi sono fiondata a comprare i biglietti.

Ed eccomi qua, insieme a F., in un Quirinetta ancora praticamente deserto. Ci sediamo alle poltroncine laterali a fare due chiacchiere in attesa che sul palco salga il primo gruppo previsto per oggi, Armaud.

La giovane età dei gruppi che si esibiranno oggi si rispecchia nell'età media del pubblico, mai così bassa ai concerti cui ho partecipato ultimamente. Poco a poco il parterre si riempie e in prima fila ci sono questi ragazzi ventenni con le facce pulite, che mi fanno tantissima tenerezza e mi danno anche tanta speranza.

Sale sul palco Armaud, la multistrumentista romana Paola Fecarotta, accompagnata dagli altri due componenti del trio, Marco Bonini (dei mamavegas) e Marco Mirk. Il primo pezzo è interamente strumentale e ci dà la misura delle sonorità di questo gruppo, che sono un mix particolare di melodie in parte già sentite e soluzioni e proposte nuove. La voce di Armaud è un soffio, che viene totalmente soffocato da chitarre e batteria. Solo nel pezzo in cui Armaud canta da sola con la sua chitarra si può davvero apprezzare il suo essere anche cantante. Ma la giovane musicista, che ci fa ascoltare tromba, chitarra e tastiere, e che mostra una timidezza incredibile nei confronti del pubblico, sa il fatto suo e la sua performance si fa apprezzare.

Alla fine del loro concerto e dopo una breve pausa ecco salire sul palco gli Any Other. Qui è evidente da subito che l'anima del gruppo è Adele Nigro, una ragazza di 22 anni che quando suona la sua chitarra e canta dimostra di avere personalità da vendere. La ragazza, che ha iniziato giovanissima a suonare in un duo chiamato Lovecats, è accompagnata da Erica alla batteria e Marco al basso in questa nuova avventura musicale che si chiama Any Other.

L'estetica e la fighettaggine non sono certamente le cose su cui questo giovane gruppo punta, ma la sostanza è tanta. Le sonorità indie-rock anni '90, i testi giovanilisti, ma ispirati, delle canzoni, la voce possente di Adele, le melodie che si sviluppano in un crescendo che trascina il pubblico sono i loro punti di forza.

Adele canta in inglese non solo con un accento invidiabile ma con una padronanza notevole, e mentre la guardo, la ascolto e la fotografo penso che questa ragazza è destinata a fare strada, e forse non solo nella musica. Spero che non molli, e penso che non riesco a non avere fiducia in questi ventenni con gli occhi pieni di bellezza, (un po' come Gianni Zanasi nel suo La felicità è un sistema complesso).

Il pubblico - pur non numerosissimo - si muove a ritmo, applaude e partecipa, evidentemente gratificato dalla musica che questi ragazzi stanno esprimendo sul palco.

E, come sono arrivati, così gli Any Other se ne vanno, mescolandosi al pubblico, esattamente come quando sono entrati al Quirinetta e la prima cosa che hanno fatto è stata mettersi in platea ad ascoltare Armaud.

Bravi! Coltivate quello che siete e spero che diventerete quello che volete diventare (OMG, come sto diventando vecchia! ;-) )

Voto: 3/5

giovedì 25 febbraio 2016

The tallest man on earth. Quirinetta, 13 febbraio 2016

Kristian Matsson è The tallest man on earth, anche se proprio così alto non è, come lui stesso ci dice dal palco. In fondo il nome che questo musicista svedese si è scelto per la sua avventura musicale è in qualche modo la sintesi del suo personaggio: infatti, che un ragazzo bassino e magrolino (per quanto dotato di una carica straordinaria) scelga di presentarsi al mondo come “l’uomo più alto della terra” non è una scelta ironica, è un’aspirazione che deriva da una profonda ambizione e da una tendenza fondamentalmente egocentrica.

E il concerto del 13 febbraio lo dimostra.

Arrivo al Quirinetta con grande anticipo, perché l’evento è andato sold out e mi aspetto una gran folla. Ho, come al solito, al seguito la mia macchina fotografica e arrivo in una sala concerti che ha un aspetto molto diverso dall’ultima volta, ossia dal concerto di Rachel Sermanni. Tutte le sedie sono state tolte e alle pareti sono comparse delle scritte molto modaiole. Anche il bar in fondo alla sala mi sembra non avere più quell’aria vintage che mi aveva tanto affascinato, bensì sembra un qualunque bancone di un bar alla moda.

Il Quirinetta è ospitato in un palazzo dallo stile liberty, cosicché l’atmosfera da cafè chantant così percepibile nell’allestimento iniziale della sala era perfettamente in armonia con il luogo. Perciò, questa volta  mi sembra di entrare in un luogo che ha perso – magari momentaneamente – la sua identità.

Mi posiziono quasi in prima fila, separata dal palco da un cordone che lascia davanti lo spazio per i fotografi. Niente di nuovo, mi dico. I fotografi accreditati cominciano ad arrivare numerosi – evidentemente l’attesa per The tallest man on earth è tanta – e nel frattempo sale sul palco un altro cantante svedese, Markus Svensson, che curerà - con il suo songwriting - l’apertura del concerto. Questo ragazzo biondo con i capelli lunghi e il cappello a tesa larga cerca di conquistare l’attenzione del pubblico che nel frattempo sta riempiendo la sala, e direi che parzialmente ci riesce. Io tiro fuori la mia macchina fotografica e nonostante la muraglia umana dei fotografi accreditati provo a fare qualche fotografia; ma immediatamente il personale di sicurezza mi comunica che non si possono scattare foto con le macchine fotografiche, ma solo con i cellulari. Inizialmente penso che sia una presunta questione di qualità dell’immagine e così – infastidita – faccio chiamare il responsabile, che poi è un ragazzetto più giovane di me, che mi dice che è una richiesta del cantante. La cosa non mi è nuova, mi era capitata anche a un concerto di Mark Kozelek e recentemente a quello dei Kings of Convenience. In entrambi questi casi però non c’erano i fotografi ufficiali e soprattutto il tipo di concerto – fortemente intimista e acustico – poteva giustificare la scelta; per di più nel caso dei KoC, la gestione della cosa era diventata da parte dei cantanti un’occasione di gioco con il pubblico e la loro maniera di chiedere qualche pausa nelle fotografie era stata così delicata e affettuosa che lo avevamo fatto tutti con piacere.

In questo caso, invece, accade che arriva sul palco The tallest man on earth, e per le prime tre canzoni la muraglia umana dei fotografi accreditati scatta senza tregua, poi vengono tutti mandati via, e lo stesso cantante chiede al personale di non far fotografare chi ha una macchina fotografica, mentre i cellulari sono ammessi.

Il concerto tra l’altro non è certo intimista: a parte qualche canzone in cui Kristian si esibisce sul palco da solo con la sua chitarra, per il resto la scaletta prevede una serie di canzoni che consentono al pubblico di scaldarsi, cantando e battendo le mani, e a Kristian di scatenarsi sul palco, con i suoi balletti e contorsionismi con la chitarra, nonché con il suo atteggiamento seduttivo verso il pubblico, che via via prende però una dimensione quasi sadomaso. The tallest man on earth ringrazia spesso per l’ascolto, ma più volte chiede il silenzio, non sembra gradire il fatto che il pubblico canti con lui e talvolta dà chiari segnali di non volere i battiti di mano ritmati del pubblico, cosicché anche nel pubblico c’è chi cerca di accondiscendere e chi si infastidisce un po’.

Dello stesso genere è il rapporto di Kristian con la sua band (Mike Noyce alla chitarra e violino, Matthew Ryan al basso, Zach Hanson alla batteria, e Ben Lester alle tastiere e sintetizzatore). I quattro – bravissimi – restano sempre sullo sfondo, quasi in ombra, quasi impauriti di rubare la scena all’istrionico Kristian che si comporta da vera prima donna.

The tallest man on earth è certamente uno straordinario animale da palcoscenico e il suo sguardo tra il seduttivo e l’invasato - con cui fissa negli occhi il pubblico - lo dimostra; certamente è uno di quei cantanti che dal vivo danno il loro meglio e che tirano fuori dalla loro musica ciò che nell’ascolto registrato non sempre emerge. Capisco così anche perché ha così tanto seguito e sono impressionata dal fatto che il pubblico in sala lo conosce al punto non solo di poter cantare insieme a lui quasi tutte le canzoni, ma anche di poter contestare la scaletta.

A me personalmente però – pur apprezzando l’esibizione e le qualità del cantante e del musicista – il tutto  rimane un po’ estraneo, e la poca simpatia che mi suscita il personaggio mi impedisce di entrarci in sintonia, cosicché anche le sue canzoni – in questa versione live rispetto a quanto avevo ascoltato – mi paiono strizzare troppo l’occhiolino al pop più facile e orecchiabile e perdono un po’ di quella “scontrosità” che invece emerge nel registrato.

Voto: 3/5

mercoledì 25 novembre 2015

Rachel Sermanni (+ Tom Terrell). Teatro Quirinetta, 19 novembre 2015

Eccomi al Quirinetta con la mia macchina fotografica al seguito e pochi soldi in tasca per assistere al concerto di Rachel Sermanni, la giovane folk singer delle Highlands che avevo già ascoltato dal vivo a Roma con grande soddisfazione qualche anno fa.

Da poco è uscito il suo secondo album, Tied to the moon, che pur confermando lo stile tra il tradizionale e l'intimistico della Sermanni, introduce qualche novità negli arrangiamenti e nel tono di alcune canzoni. Personalmente resto affezionata al primo album, Under mountains, ma ho ascoltato gradevolmente anche questo secondo.

In attesa che aprano le porte del Quirinetta, faccio un giro in zona (siamo in pieno centro, vicino fontana di Trevi) ed entro in un negozio con delle cose coloratissime dove faccio un po' di acquisti con i pochi soldi che mi sono portata dietro.

Torno all'ingresso del Quirinetta da cui vedo uscire Rachel (accompagnata da due persone), che certamente va a mangiare un boccone prima del concerto.

Alle 22.40 circa il concerto comincia. Io mi sono strategicamente posizionata in prima fila, sostanzialmente nella posizione dopo si sono collocati tutti i fotografi ufficiali. Sono anche accanto al banchetto con i CD e i gadget, che comprendono dei disegni fatti da Rachel e anche un piccolo graphic novel scritto da lei e disegnato da Jo Whitby, che si chiama The tractor.

La sala non è pienissima, ma l'atmosfera è molto bella. Il pubblico è attento, e in sala ci sono molti fans che conoscono le canzoni della Sermanni. Dopo la prima canzone, quel folletto che sta sul palco senza scarpe e si muove quasi come fosse un tutt'uno con la sua chitarra, avvolta nel vestitone largo rosso (il rosso è quasi sempre presente indosso a Rachel), ci trascina - canzone dopo canzone - nel suo mondo notturno e magico, che ci fa immaginare gli altipiani scozzesi, il vento e il cielo stellato e illuminato dalla luna.

A rendere l'atmosfera ancora più magica è la presenza di Tom Terrell, un cantautore canadese che è in giro in tour con Rachel, nella macchina "giallo", come continua a dire la cantante nel suo italiano un po' stentato, ma molto migliorato dall'ultima volta.

Terrell è un cantautore e un polistrumentista, che ha pubblicato da poco l'album omonimo (che ho subito comprato): accompagna Rachel alla chitarra, alla batteria e alla voce. E l'armonia tra di loro è assolutamente perfetta, trasformando le sonorità da folk a jazz a pop nel corso della serata.

La Sermanni ci propone in egual misura canzoni del vecchio e del nuovo album, cosa che mi rende particolarmente felice, e qua e là viene infilata una cover, a segnare le tante ascendenze della musica di Rachel. Così, ci viene proposta un pezzo di Johnny Cash, una canzone tradizionale irlandese e, al termine del bis richiestissimo dal pubblico, una bellissima versione di Dream a little dream of me, la canzone resa famosa da Ella Fitzgerald.

Alla fine del concerto siamo tutti innamorati di questi due ragazzi, schivi e appassionati della loro musica, che viene voglia davvero di abbracciarli.

Tom si posiziona al banchetto per la vendita, mentre Rachel va - sempre senza scarpe - al bancone del bar in fondo alla sala a bere qualcosa.

Io vorrei tanto comprare il graphic novel a cui ho dato un'occhiata prima, ma costa 5 euro e io in tasca ho solo 3 euro. Faccio un po' su e giù per la sala, poi mi decido e vado da Rachel. Scambiamo qualche parola sul concerto al Caracciolo di qualche anno fa e poi mi chiede se sono io quella che faceva le foto in prima fila, dopo che tutti gli altri fotografi erano ormai andati via. Allora mi faccio coraggio e le dico che ho bisogno di un favore: le faccio vedere i 3 euro che ho in mano e le dico che vorrei tanto il graphic novel con la sua firma. Mi fa un sorrisone enorme e mi porta con sé al banchetto, dove finalmente il libricino è mio.

"You're great, Rachel". Così la saluto :-)

Esco felice, un po' commossa, piena di vita, di bellezza, di gioia. Guardo questa città con occhi più grandi e più profondi.

Sono passati solo pochi giorni dall'attacco terroristico al Bataclan di Parigi, dove molte persone - come me stasera - stavano trascorrendo una serata all'insegna della musica e dello stare insieme. Il mio pensiero va a tutti quelli che sono stati uccisi o che hanno guardato la morte in faccia.

La vita porta con sé sufficienti dolori e difficoltà perché qualcuno possa pensare di toglierci la gioia di godere delle cose per cui essa - inevitabilmente caduca, breve, incerta - vale comunque e sempre la pena di essere riempita di ciò che per ciascuno di noi è bellezza.

Voto: 4,5/5