Queste vacanze di Natale non offrivano molto a livello cinematografico, degna conclusione di un anno che personalmente non ho trovato memorabile. Se poi la scelta la si deve fare tra i cinema di una provincia meridionale le possibilità diventano ancora più limitate.
E così io e mia sorella decidiamo di recuperare Assassinio sull'Orient Express che nelle sale è uscito già da un po' e infatti è programmato in orari un po' ballerini.
Ma eccoci al cinema a vedere questa versione branaghiana del grande classico di Agatha Christie, di cui io però – e forse per fortuna – non ricordo assolutamente niente.
Kenneth Branagh – nella doppia veste di attore principale e regista, come spesso accade per i suoi film – è sempre molto a suo agio con testi letterari classici o che sono ormai diventati classici, e li porta al cinema con grande dispiegamento di mezzi sia dal punto di vista delle ambientazioni e delle scenografie, sia dal punto di vista del cast di attori.
L'assassinato dell'Orient Express è infatti un Johnny Depp sempre più sfatto, mentre tra i passeggeri ci sono Judi Dench, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, Penelope Cruz.
Il film scivola via gradevole – anche visivamente (ho apprezzato molto il piccolo “quasi cortometraggio” iniziale ambientato tra Gerusalemme e Istanbul) - e con la giusta dose di suspence.
Hercules Poirot è arguto, antipatico, autocompiaciuto e vanitoso al punto giusto, ma anche insolitamente romantico (sospira più e più volte alla fotografia dell'amata Katherine) e consapevole delle proprie idiosincrasie, tra cui quella ricerca di ordine che gli consente di individuare i dettagli "fuori posto", determinanti per la soluzione dei casi.
La scena finale in cui i dodici passeggeri dell'Orient Express sono seduti a un tavolo sotto una galleria (con un richiamo visivo fortissimo all'Ultima cena di Leonardo) di fronte a Hercules Poirot che spiega loro come ha dipanato il caso e chi è il colpevole è decisamente affascinante.
Si esce dal cinema soddisfatti di fronte a un film cinematograficamente quasi impeccabile. Peccato che, appena usciti dal cinema, tutto decanti con una rapidità sorprendente senza lasciare tracce.
Voto: 3/5
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giovedì 4 gennaio 2018
mercoledì 9 dicembre 2009
Gli abbracci spezzati
Ed eccomi qui ancora una volta di fronte ad Almodovar... Ci deve essere qualcosa nei film del regista spagnolo che mi spinge ad andare a vederli, nonostante il fatto che di pochissimi suoi film (in particolare Parla con lei e in parte Volver) io possa dire apertamente che mi sono piaciuti. Ed è forse proprio questa la forza del regista, la capacità di rapire lo spettatore al di là della sua vigilanza razionale, bussando alla porta del reame dell'inconscio.È esattamente ciò che mi è capitato di fronte a quest'ultimo film Gli abbracci spezzati.
Razionalmente non mi è piaciuto; l'ho trovato - come spesso i film di Almodovar - rigido nella narrazione e, al contempo, inutilmente appesantito da parentesi narrative poco funzionali, surreale, ma non abbastanza da togliere la sensazione di un realismo incompiuto, grondante di una drammaticità priva di emozione...
Insomma, un film che non risponde a quello che di solito io cerco nel cinema.
Eppure, ne sono stata in qualche maniera catturata.
Certamente dai colori, firma inconfondibile del regista, il rosso sopra tutti; dai dettagli delle scene, le fantasie fiorate dei tendaggi, i crocifissi colorati alle pareti, gli arredi kitsch; dal simbolismo delle immagini; dal citazionismo e dall'autocitazionismo spinto; dal gusto della meta-narrazione; dalla musa Penelope (Cruz) che si lascia plasmare dalle mani del regista visibile e di quello invisibile.
E alla fine forse ho capito cosa mi cattura di Almodovar e cosa inconsciamente ho finito per amare di questo film: l'amore per il cinema che trasuda da ogni dettaglio.
Quella telecamera che è la vera protagonista della storia, intorno alla quale tutti i personaggi si muovono, è il deus ex machina capace di infondere vita (di celluloide, e quindi non propriamente vera) nelle persone e nei paesaggi spagnoli (quelli che Pedro ama almeno quanto le persone, come in questo caso l'isola di Lanzarote).
Nel gioco di scatole cinesi che il regista ci propone (e in cui vediamo una storia che ci racconta un'altra storia per immagini e che a sua volta ne contiene un'altra), ci rendiamo conto che anche ciascuno di noi in fondo recita la propria vita su quell'enorme set cinematografico - solo apparentemente più realistico - che è il mondo nel quale viviamo, e che il confine tra realtà e finzione è molto più labile di quello che pensiamo.
Voto: 3/5
mercoledì 25 febbraio 2009
La notte degli Oscar

Ed eccoci qui a smaltire la sbornia della notte degli Oscar e delle sue statuette.
Per una volta è andata quasi esattamente come avrei sperato... Credo che The millionaire meriti le 8 statuette che ha vinto e non ritengo - come qualcuno ha ipotizzato - che la vittoria sia solo legata al vento Obama che spira negli Stati Uniti e all'ottimismo che caratterizza la pellicola (ottimismo che sinceramente mi pare una lettura superficiale del film e dei suoi contenuti).
Peccato che Frost/Nixon non sia riuscito a portare a casa nulla, nemmeno una statuetta consolatoria, ma la concorrenza era veramente forte.
Sono contentissima per la vittoria di Sean Penn, checché ne dica Mark Kermode della BBC. Io ho trovato la sua interpretazione magistrale e secondo me andava premiata più di un risorto Mickey Rourke che in qualche modo si è solo limitato a esporre il suo corpo trasformato.
Altrettanto contenta per Kate Winslet; non ho ancora visto The reader (ma rimedierò al più presto; ecco qui la mia recensione), però quest'attrice la trovo sempre ad altissimi livelli. Certo Meryl Streep era una degna avversaria, però credo che in questa circostanza fosse giusto dare la precedenza alla Winslet. E, con un leggero sadismo, bene che non abbia vinto Angelina Jolie, che personalmente non posso fare a meno di sentire costruita e artefatta.
Per quanto riguarda gli attori non protagonisti, l'omaggio a Heath Ledger tutto sommato era dovuto e, a parte Philip Seymour Hoffman, non vedevo concorrenti; invece, pur apprezzando la scelta di Penelope Cruz, sono curiosa di vedere Marisa Tomei in The wrestler sulla cui interpretazione ho sentito meraviglie.
Non oso immaginare cosa sia il film Departures, miglior film straniero (che ha prevalso su Valzer con Bashir e La classe, tra gli altri), che a questo punto, nonostante qualche avversione alla cinematografia giapponese, spero di riuscire a vedere.
Grandissimo Wall-e che non aveva concorrenti come miglior film d'animazione, anzi personalmente avrei addirittura sperato in qualcosa di più per questo film straordinario.
Invece, d'accordo nell'aver relegato Il curioso caso di Benjamin Button ai premi di consolazione sul trucco e gli effetti visivi, che mi sono sembrati gli unici aspetti veramente degni di nota nel film.
E ora tutti ad ascoltare la colonna sonora di The millionaire.
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