Visualizzazione post con etichetta Palindrome Hunches. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Palindrome Hunches. Mostra tutti i post

giovedì 2 aprile 2015

Neil Halstead (+Daniel Martin Moore), Roma, Chiesa evangelica metodista, Unplugged in Monti, Church session, 25 marzo 2015

Non era la mia prima volta a un concerto di Neil Halstead. L'avevo visto e ascoltato al Circolo degli artisti circa un anno fa. E dunque sapevo cosa mi aspettava.

Ma non volevo perdermi questa seconda occasione, innanzitutto perché ascoltare Halstead dal vivo è sempre un'esperienza di grande bellezza, in secondo luogo perché volevo sperimentare la Church session della rassegna Unplugged in Monti (che di solito si svolge al Black Market e che invece in questa circostanza viene ospitata dalla Chiesa Evangelica Metodista di via XX settembre).

Ovviamente (come spesso mi accade nelle giornate in cui decido di andare a dei concerti) ha piovuto tutto il giorno e sono arrivata al concerto piuttosto zuppa. Però, ho trovato un bel posto nel banco della prima fila da dove ho potuto scatenarmi con le foto.

La location è parecchio suggestiva, nonché acusticamente molto efficace. La chiesa è piena in ogni ordine di posto e - oltre a molta parte di gioventù romana radical chic - ci sono persone di età diverse e con facce diverse. Tutte attentissime e silenziosissime nell'ascolto dei due artisti che si esibiranno sul palco.

Il primo è un ragazzone parecchio spilungone che arriva dal Kentucky, Daniel Martin Moore, e che ci porta subito nell'atmosfera della serata con la sua chitarra e la sua bellissima voce. Verso la fine del suo opening act si sposta al pianoforte e - di spalle a tutta la sala - ci offre un singolo tratto dal suo ultimo album, Golden age. Infine, scende dal palco e senza fili (davvero unplugged!) ci canta una ballata del Kentucky che dice essere una delle preferite di sua nonna.

Dopo la delicatezza di Daniel Martin Moore sale sul palco Neil Halstead, meno barbuto dell'ultima volta, con dei pantaloni skinny molto alla moda e la solita giacca sulla maglietta. Ormai posso dire di essergli quasi affezionata, come fosse uno di famiglia.

Ovviamente, tutto dipende dalla sua musica. L'album Out of tune dei Mojave 3 (una delle formazioni, oltre agli Slowdive, di cui Neil ha fatto parte) è uno dei miei preferiti nonché più "long-lasting", e il suo ultimo da solista, Palindrome Hunches, è una delle cose più belle che io abbia ascoltato negli ultimi anni.

Quando, seduto sul suo sgabello, Neil comincia a suonare l'atmosfera è magica. Il silenzio è assoluto, lui appare particolarmente ispirato e trasmette questo senso di armonia a tutti. Non a caso, rispetto al suo solito, tende a parlare di meno, si limita a dire numerosi grazie. Il top dal mio punto di vista lo raggiunge quando canta Digging shelters. Da brividi.

Purtroppo però a un certo punto, su uno dei pezzi, dimentica le parole e deve interrompersi. Ovviamente il pubblico lo incoraggia e Neil la butta sul ridere (dice che ormai questa cosa che lui si dimentica le parole delle sue canzoni è diventata una barzelletta tra i suoi amici cantanti), ma l'atmosfera dell'inizio è ormai irrimediabilmente rovinata. Il che non vuol dire che il concerto sia rovinato.

Neil ci appare più umano, ora chiacchiera di più con il pubblico, ci parla del fatto che è la seconda volta che viene a Roma, ma la prima che riesce a fare qualche giro. Ci dice che è andato alla Cappella Sistina con la sua fidanzata e lì ha pensato che il pavimento della cappella è bellissimo. E cose di questo tipo.

Adesso alterna canzoni con la sola chitarra ad altre con chitarra e armonica da bocca. La musicalità e la limpidezza del suono restano incantevoli. Si fa suggerire dal pubblico qualche canzone che vorremmo ascoltare e così arriva anche un'altra delle mie canzoni preferite, Hey, daydreamer. Dopo almeno un'ora di concerto ci saluta e va verso la sacrestia, ma il pubblico lo chiama con applausi e fischi di approvazione, cosicché torna sul palco per deliziarci ancora con qualche canzone.

Per quanto mi riguarda, esco soddisfatta e in pace col mondo. E adesso non piove neppure più, e io porto a casa anche il bellissimo poster dedicato al concerto da Mynameisbri (aka Sabrina Gabrielli). Anzi ora che ne ho un certo numero dovrò decidermi a farli incorniciare e ad appenderli da qualche parte.

Voto: 4/5

martedì 15 aprile 2014

Neil Halstead e Mark Kozelek, Roma, Circolo degli artisti, 3-4 aprile 2014

In una memorabile due giorni il Circolo degli Artisti ha ospitato i concerti di due dei più importanti rappresentati dell'indie folk internazionale, l'inglese Neal Halstead, già animatore degli Slowdive e dei Mojave 3 e ora lanciato nella carriera da solista, e l'americano Mark Kozelek, anch'egli in passato leader dei Red House Painters e ora dei Sun Kil Moon, nonché solista incline a collaborazioni con altri artisti (si vedano gli album con Jimmy Lavalle e i Desert Shore).

Nel caso di Neil Halstead l'ultimo lavoro, Palindrome Hunches, risale ormai già a un paio di anni fa, mentre per quanto riguarda Mark Kozelek è appena uscito Benji a firma dei Sun Kil Moon, un album da molti considerato il capolavoro della sua carriera.

La vicinanza temporale tra questi due concerti, quasi certamente casuale, è in realtà provvidenziale nella misura in cui ricostruisce una specie di ideale continuità o quanto meno di contatto tra questi due artisti; Neal Halstead infatti, pur affondando le proprie radici nel cantautorato di Nick Drake, con la sua musica si muove al di fuori dei confini del folk britannico rievocando scenari americani, che trovano totale compimento nelle sonorità di Mark Kozelek.

Le due serate sono per me – mio malgrado – molto diverse, sebbene invece l’atmosfera dei due concerti sia parecchio somigliante. Alla serata con Neal Halstead arrivo piena di energia con la mia macchina fotografica e il mio nuovo obiettivo al collo e sono – come di consueto – nelle primissime file. Dopo l’apertura degli strumentali Junkfood, in pochi minuti il palco è pronto per Halstead che ha con sé solo la chitarra, l’armonica da bocca e i pedali per gli effetti alla chitarra.

Neil ha il suo ormai inseparabile cappellino di lana con pon pon, e capelli e barba tali che sembrano non aver visto un barbiere da mesi. La sua voce e la sua musica sono però come sempre suadenti e rapidamente conquistano un pubblico attento e competente. Neal suona molto dal suo vastissimo repertorio di canzoni, attingendo parecchio ai suoi album da solista, ma anche qualcosa al repertorio degli Slowdive e dei Mojave 3, anche su richiesta di alcune persone del pubblico.

La chitarra gli dà qualche problema nell’accordatura e Neal scherza con il pubblico di questo e altro. Il concerto scivola via emozionante e fluido, fino alla sua ultima canzone, cui segue un immancabile bis in cui il cantautore ci regala ancora 2-3 pezzi. La ciliegina sulla torta per me è la possibilità di una foto con lui dopo il concerto, che chiude una serata quasi perfetta.

Ben diversa la situazione con Kozelek. Il pomeriggio di venerdì mi assale un virus intestinale che mi abbatte fino quasi alle dieci di sera, tanto che sto per rinunciare. Poi una fugace sensazione di recupero mi fa prendere il motorino per correre ad ascoltare quello che resta del concerto. La sala è piena, non gremita (più della sera precedente, ma meno che in altre circostanze), ma inevitabilmente sono confinata un po’ indietro e nonostante io tenti di sfruttare i passaggi che mi si parano dinanzi riesco ad arrivare circa a mezza sala. D’altra parte numerosi cartelli avvisano che su richiesta del cantante non è consentito scattare fotografie e girare video, cosicché non avrei neppure potuto godere di una posizione più ravvicinata per fare le mie fotografie (motivo per cui in questo post non c'è neppure una foto di questo secondo concerto!).

La sala è piena della voce di Mark, e delle sue melodie un po’ cantilenanti, che – se non si comprendono le parole – si fa fatica ad apprezzare in pieno. Kozelek è infatti un cultore della parole e delle storie da raccontare, e la sua musica sostanzialmente non esiste sganciata dai suoi contenuti, spesso tristi, ma raccontati in maniera non depressa bensì fatalistica, consci dell’inevitabilità dei dolori della vita umana.

Il cantautore chiacchiera e scherza - un po' cinicamente - con il pubblico, che nella prima metà della sala è fatto soprattutto di appassionati conoscitori, mentre si fa più generico e disattento, quasi annoiato nella seconda metà. Certo quella di Kozelek non è una musica facile, tanto più quando è tenuta in piedi solo da una chitarra e dal fiume di parole con cui l’autore ci sommerge.

Alla fine, personalmente sono molto contenta di aver sfidato il virus intestinale per essere presente al Circolo anche oggi. E senza dubbio mi porterò dietro la memoria sonora e visiva delle atmosfere malinconiche di questi due cantanti, nonché le suggestioni che aprono nella mente l’immagine dei grandi paesaggi americani e anche delle province tristi, e di società rimaste ferme nel tempo, di cui per qualche ora sono diventate protagoniste le storie raccontate da Neal Halstead e Mark Kozelek.

Voto: 4/5