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mercoledì 6 luglio 2022

Alcarràs

Non mi meraviglia che Alcarràs, l'ultimo film di Carla Simòn, abbia ricevuto l'attenzione della critica e vinto l'Orso d'oro a Berlino. Avevo avuto modo infatti in passato di apprezzare lo stile e la poetica della regista nel film Estate 1993, presentato a suo tempo al festival del cinema spagnolo.

Personalmente vedo anche delle forme di continuità tra i due film, in particolare per l'ambientazione catalana, sempre curatissima e fortemente sentimentale, la dimensione temporale - anche in questo caso concentrata nello spazio di un'estate -, la focalizzazione sulle dinamiche familiari e il modo splendido con cui vengono rappresentati e fatti recitare i bambini. Dall'altro lato è vero che con Alcarràs lo sguardo della Simòn si amplia, innanzitutto perché l'oggetto del racconto è una famiglia allargata in cui convivono tre generazioni (i nonni, i genitori e i figli), in secondo luogo perché la narrazione della loro vicenda diventa occasione per parlare di tematiche sociali ed economiche che vanno ben al di là della famiglia protagonista.

La famiglia Solè si ritrova come ogni estate nella casa di campagna, in una valle ai piedi delle colline, dove li attende il raccolto delle pesche. Queste terre sono state date al nonno Rogelio dai proprietari terrieri, i Puyol, dopo la guerra civile, ma poiché non esiste documentazione che certifichi il passaggio di proprietà, il giovane Puyol ha deciso di rendere più redditizia questa terra facendo installare pannelli solari e offrendo anche Quimet e a suo fratello (i figli di Rogelio) un lavoro come installatori e manutentori.

Quimet però ha un legame profondamente identitario con questa terra e non vuole rinunciare al suo essere coltivatore. Di fronte all'impossibilità di opporsi alla volontà del proprietario, ai Solè viene concesso di completare l'ultimo raccolto di pesche prima che le ruspe abbattano il frutteto.

Tutti - e ciascuno di loro individualmente - devono fare i conti con un futuro che non sarà più lo stesso: il vecchio Rogelio si fa sempre più silenzioso mentre vede tutte le certezze del suo mondo crollare, Quimet alterna momenti di grande rabbia e ribellione ad altri di profonda tenerezza, suo fratello cerca di venire a patti con la realtà, le donne della famiglia svolgono con perizia e intelligenza un grande ruolo di mediazione, i due figli adolescenti di Quimet sono divisi tra un profondo attaccamento alla terra e alla famiglia e il bisogno di affrancarsene, facendo una vita da adolescenti, i bambini fanno i loro adorabili giochi da bambini lasciati liberi nei campi, ma al contempo sentono anche sulla loro pelle la tensione di un cambiamento che trasformerà le loro vite future.

Alla fine risulterà chiaro che questo modello di vita contadina è incompatibile con il modello economico contemporaneo (per i costi troppo alti della produzione se confrontati con i costi al dettaglio della grande distribuzione), e che l'amore per la terra che traspare dai volti e dai gesti dei componenti di questa famiglia non è sufficiente a preservare mondi ormai relegati in un passato apparentemente non più replicabile.

C'è tanta nostalgia nel film di Carla Simòn, e in un certo senso anche un appello a non disfarsi della propria identità in nome di un apparente progresso. Il quadro tratteggiato è certamente fortemente catalano, ma molto riconoscibile per persone che provengono da paesi con passati contadini importanti e non tanto lontani nel tempo (i miei nonni erano contadini e anche i miei genitori hanno continuato a occuparsi delle terre ereditate, pur non essendo contadini; io stessa ricordo con nostalgia le giornate estive dedicate alla produzione casalinga della salsa). Personalmente, pur condividendo la disillusione e la tristezza che attraversa i protagonisti di questo film e dunque della regista, voglio essere più ottimista e pensare che alcuni segnali di rinnovato interesse per la coltivazione e il movimento intorno al km 0 e ai piccoli produttori locali, nonché una maggiore consapevolezza dei consumatori possano in qualche modo restituire alla terra una parte di quella centralità che merita nell'economia di molti paesi.

Voto: 3,5/5



mercoledì 14 aprile 2021

Bad luck banging or loony porn

Con questo film il regista rumeno Radu Jude ha vinto l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino del 2021. Si tratta probabilmente del primo film di epoca pienamente "pandemica" (o almeno il primo che mi capita di vedere). Non a caso le mascherine sono protagoniste: innanzitutto si fanno notare per la loro presenza, ma anche per la loro assenza (in alcuni casi indossate correttamente, in altri casi tirate giù, infilate al braccio o vistosamente assenti), in secondo luogo diventano veicoli di messaggi o esibiscono caratteristiche dei personaggi, in quanto oltre alle classiche mascherine chirurgiche celesti nel film si vedono molte mascherine stampate, marchiate oppure con frasi più o meno a effetto.

Nel film di Jude le mascherine sono anche un elemento fortemente simbolico, visto che il tema principale del racconto è quello della censura morale espressa nei confronti di una professoressa, Emi Cilibiu (Katia Pescariu), a causa di un video porno amatoriale di cui lei è protagonista insieme a suo marito, ma che finisce in rete.

Il caso di Emi viene sviluppato in tre momenti, corrispondenti alle tre parti in cui si articola il film, cui segue un epilogo con tre possibili finali, l'ultimo dei quali è il colpo di coda ipergrottesco del regista.

Dopo l'inizio shock del film che ci mostra il filmino porno incriminato, nella prima parte la telecamera segue Emi che cammina per le strade di Bucarest, prima per andare a casa della preside della sua scuola , poi per tornare verso casa. La telecamera - pur non perdendo quasi mai di vista la donna - si sofferma di volta in volta su dettagli del contesto circostante: casermoni, vestigia del passato, cartelloni pubblicitari, comportamenti più o meno assurdi delle persone per strada, grandi SUV parcheggiati in modo creativo. In questo modo Jude costruisce una specie di reportage antropologico e sociale da cui sono evidenti i tratti di decadenza diffusa.

La seconda parte del film è una specie di carosello: sullo schermo si susseguono immagini di persone, situazioni, luoghi, oggetti, dal passato e dal presente, corredate da un breve titolo, a volte descrittivo, altre volte suggestivo, e da un eventuale breve commento. Questa scelta decisamente originale va a completare o comunque ad arricchire l'idea che gli spettatori si sono già cominciati a fare durante la prima parte del film.

Infine, nella terza parte torna protagonista Emi, la quale deve presentarsi nel cortile della scuola di fronte ai genitori dei suoi alunni per essere praticamente sottoposta a un pubblico processo. Nel pubblico rappresentanti dell'esercito, donne presuntamente sofisticate, preti, piloti di aerei, una coppia di uomini gay, una donna ceca, intellettuali, i quali ingaggiano una vera e propria gara di trivialità, supponenza, ipocrisia e aggressività, di fronte alla quale Emi cerca di rispondere con le armi - invero spuntate - del ragionamento logico, delle fonti e della verità storica.

A dire il vero, Jude non salva nessuno dal suo sarcasmo e dalla sua critica feroce, colpendo non solo complottisti, fascisti e conservatori della peggior specie, bensì anche i presunti progressisti nonché la stessa Emi che - al colmo del paradosso - viene accusata di essersi espressa contro i matrimoni omosessuali sul suo profilo social. In questo crescendo si arriva ai tre finali, che - comunque li si guardi - sono l'espressione di un inevitabile gioco al massacro.

Il film di Radu Jude appartiene a un genere - quello grottesco con venature tragicomiche e quasi nonsense - che normalmente non amo molto. Devo dire però che il suo gusto per l'analisi sociale e il ritratto impietoso ma ricco di suggestioni e di spunti di riflessione ch'egli propone sono riusciti a solleticare la mia curiosità e il mio interesse. Cosicché - pur consapevoli che il suo è un punto di vista e come tutti i punti di vista è inevitabilmente parziale - si fa fatica a non condividere il pessimismo cinico e sarcastico con cui sembra auspicare che questa fase di decadenza sia il passo immediatamente precedente all'estinzione dell'essere umano.

Voto: 3,5/5